di Katya Maugeri
sicilianetwork.info, 28 maggio 2020
Intervista a Hassan Bassi, segretario nazionale dell'Ass. Forum Droghe. Il rapporto fra carcere e dipendenze è molto stretto. Nell'immaginario collettivo l'istituto penitenziario è identificato come un luogo severo, privo di ogni ospitalità, di futuro o cambiamento.
Uno spazio sterile in cui l'unico scopo è far espiare la pena attraverso un percorso repressivo, punitivo. Il primo significato, dall'etimologia stessa della parola carcere, dal latino carcer?ris, fu "recinto". Successivamente "prigione", intesa come costrizione e luogo nel quale rinchiudere soggetti privati della libertà personale. In questo luogo così lontano dal sentire comune, però, esistono realtà difficili che dovremmo imparare a conoscere. Storie che sono legate a una salute precaria e a delle fragilità emotive impossibili da ignorare. Qual è la funzione del carcere nei confronti del detenuto tossicodipendente? Ne abbiamo discusso con Hassan Bassi, segretario nazionale Ass. Forum Droghe, Osservatore Antigone e socio fondatore de "La Società della Ragione Onlus".
Secondo l'ultimo Rapporto Antigone, quanti sono i detenuti tossicodipendenti nelle carceri italiane?
"Nell'ultimo rapporto gli osservatori segnalano il 14% dei detenuti presenti negli Istituti visitati in carico ai servizi per le dipendenze. Da altre fonti sappiamo che i detenuti con "problemi droga-correlati" erano quasi 17.000 ovvero il 28% di tutti i detenuti alla fine del 2019. Non tutti però possono essere definiti e certificati come "dipendenti". Di certo almeno più del 30% dei detenuti sono stati accusati o condannati per violazione della normativa sulle droghe. Un dato enorme di gran lunga fra i più alti d'Europa".
Gli ultimi eventi dell'8 marzo hanno messo in luce un disagio e una fragilità che non possono essere ignorati...
"La rivolta nelle carceri dimostra che le condizioni delle carceri italiane continuano ad essere al limite. Sovraffollate e con condizioni strutturali quasi sempre molto compromesse di cui risentono in particolar modo le persone più fragili e vulnerabili, fra cui i tossicodipendenti. L'assalto alle infermerie è un classico delle rivolte nelle carceri. Questa volta però ha avuto un esito tragico, se i risultati delle autopsie lo confermeranno, quasi tutti i detenuti morti durante o subito dopo le rivolte sono stati vittime di overdose da metadone e farmaci. Una morte inusuale nelle carceri. Solitamente chi cerca queste sostanze le conosce ed evita di consumarne una quantità tale da mettere a rischio la propria vita. Rimane il fatto che la vita carceraria ed un buon stato di salute non sono un binomio vincente. La stessa condizione di vita in reclusione in spazi stretti e sovraffollati è causa di malesseri e diffusione di malattie. Si pensi anche solo al livello di disturbi psichici che si evidenziano negli istituti di pena, di cui sono indici inequivocabili gli altissimi consumi di antidepressivi".
Quali sono le dipendenze più frequenti?
"Non è facile rispondere a questa domanda. I dati relativi alle persone con problemi di dipendenza che si rivolgono ai servizi sono spesso parziali, tanto che anche nell'annuale relazione al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia, lo stesso dipartimento politiche antidroga avvisa che i dati non sono completi. Ancora più difficile distinguere quelli relativi alle persone con dipendenza patologica in carcere. Abbiamo i dati di alcune regioni come il Lazio che ci dice che la sostanza primaria per chi è in carico ai Servizi per le dipendenze nelle carceri laziali è la cocaina. Subito seguita dall'eroina. Mentre in Toscana la maggior parte di coloro che hanno avuto una certificazione di dipendenza patologica in carcere nel 2018 erano consumatori di oppiodi (eroina) e in seconda battuta di cocaina ed alcol. Rimane il fatto che le sostanze che hanno effetti maggiori di dipendenza sono l'eroina e l'alcol".
Esiste un mercato clandestino di sostanze stupefacenti nelle carceri italiane?
"Le testimonianze raccolte durante diverse ricerche certificano che negli istituti è attivo un mercato clandestino delle sostanze. Anche per questo sarebbe assolutamente importante attivare anche dentro le carceri italiane le azioni di riduzione del danno e dei rischi secondo quanto raccomandato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Come ad esempio la disponibilità di materiali sterili per il consumo di sostanze. Non ci possono essere tabù di fronte alla garanzia del diritto alla salute".
Quali sono le carenze del sistema di assistenza ai tossicodipendenti nelle carceri? E con quali strumenti sarebbe efficace migliorarlo?
"I servizi per le dipendenze sono stati la prima area di intervento sanitario che con la riforma è stata trasferita dalla sanità penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale. Questo dovrebbe garantire una parità di trattamento fra dentro e fuori, ma non sempre è così semplice. Le difficoltà sono soprattutto legate alla particolarità della situazione del carcere con tutti i limiti che possiamo immaginare nella costruzione di programmi terapeutici di lungo respiro che si scontrano con le imposizioni securitarie degli istituti. Abbiamo notato che ci sono Istituti dove i servizi per le dipendenze non seguono gli stessi protocolli fra dentro e fuori, proponendo programmi terapeutici molto più rigidi e con una minore personalizzazione.
Alcuni operatori sanitari hanno dichiarato che non vengono mai utilizzati farmaci sostitutivi degli oppiacei che hanno un ruolo importante e universalmente riconosciuto per ridurre di danni associati alla dipendenza. Tutto questo è contrario a qualsiasi protocollo sanitario contemporaneo. Ci sono anche istituti dove le persone con dipendenze in cura sono escluse dalle attività lavorative interne, con una decisione ingiustificata e controproducente, oltre che discriminante, e che aumenta il disagio della vita carceraria proprio per i più vulnerabili.
Per migliorare le cose, si dovrebbe promuovere al massimo la concessione delle pene alternative, per le persone con dipendenze, ma non solo, dico io. La Magistratura stessa è lenta e colpevolmente reticente nell'applicare le misure deflattive che la norma permette. La detenzione dimostra tutti i suoi limiti, sia nella possibilità di ridurre la recidiva che in quella di garantire un buon livello di salute fisica e psichica per le persone ristrette.
In particolare per le dipendenze si dovrebbero garantire le risorse economiche per una presa in carico da parte dei servizi del territorio pubblici e del privato accreditato di tutti i casi di dipendenza patologica in una sinergica collaborazione fra mondo della giustizia e socio sanitario. Invece le risorse necessarie per le pene alternative sono poche, quando è ormai dimostrato che sono il miglior investimento sociale e finanziario possibile. Un'attenzione particolare andrebbe poi posta alle esigenze degli stranieri. Con un investimento sui mediatori culturali per superare le difficoltà di comunicazione con i servizi sanitari".
Qual è la percezione che la gente ha delle persone con dipendenze?
"Purtroppo se c'è una categoria che è stigmatizzata è quella delle persone con dipendenze. Anche a causa di una martellante propaganda le persone con dipendenze sono spesso additate come incapaci di prendere decisioni autonome, mentre la possibilità di uscire dalle dipendenze patologiche risiede proprio nella valorizzazione delle competenze e delle risorse delle persone. Spesso poi il semplice uso di sostanze stupefacenti è associato al termine tossicodipendenza, mentre solo una minima parte delle persone che usano sostanze sviluppano problemi patologici da uso".
di Maurizio Tortorella
La Verità, 28 maggio 2020
Se la giustizia italiana fosse giusta, una Procura avrebbe già aperto un'inchiesta. E i magistrati starebbero scavando nello scandalo delle scarcerazioni dei detenuti mafiosi, avvenute sotto il guardasigilli Alfonso Bonafede. Il materiale per un'inchiesta, del resto, c'è tutto: strane rivolte carcerarie, misteriose circolari ministeriali, sospetti lanciati come sassi in tv.
Sospettati non ce ne sono, ma il materiale alla base dell'indagine-che-non-c'è ha per lo meno la stessa forza di quello che una decina d'anni fa ha acceso il controverso processo palermitano sulla presunta "trattativa" tra Stato e mafia, oggi in Corte d'appello.
In primo grado mafiosi, politici e uomini delle forze dell'ordine sono stati condannati per avere ordito un piano oscuro, indefinito in più passaggi: alleggerire il carcere duro per i boss di Cosa nostra, detenuti in base all'articolo 41bis della legge sull'ordinamento penitenziario. Voluta dal ministro della Giustizia Claudio Martelli dopo la strage di Capaci del maggio 1992, costata la vita a Giovanni Falcone, quella norma impone ai capi mafiosi un duro regime di sorveglianza e l'impossibilità di comunicare con l'esterno.
Secondo l'accusa, sostenuta dai pm antimafia palermitani raccolti attorno a Nino Di Matteo, tra il 1992 e il 1993 la presunta "trattativa" avrebbe visto da una parte i mafiosi, che minacciavano nuove bombe se il 41bis non fosse stato attenuato, e dall'altra gli uomini dello Stato che facevano di tutto per evitarle.
Imbastito su elementi a volte fumosi o inconsistenti, il processo Trattativa ha monopolizzato per anni il dibattito giudiziario e condizionato la vita politica. Al confronto con gli elementi alla base quel processo, paradossalmente, la sequenza dei fatti di questo terribile 2020 è più concreta e coerente. Però nessuno, almeno che si sappia, sta indagando. Il problema, a pensar male, è forse che la vicenda non coinvolge attori di centrodestra.
Tutto comincia il 31 gennaio, quando il governo di Giuseppe Conte delibera lo stato d'emergenza per coronavirus. Quel giorno, secondo il ministero della Giustizia retto dal grillino Bonafede, le prigioni hanno un preoccupante sovraccarico di detenuti: sono 60.971, contro una capienza "regolamentare" di 50.692 e una disponibilità effettiva di 47.000 posti. Le celle scoppiano, il rischio di contagio è grave. Che cosa fa il ministro?
Nulla. Che cosa fa il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini, il magistrato che Bonafede ha scelto per quell'incarico nel giugno 2018, poco dopo il suo insediamento? Niente. Per tutto febbraio, ministro e capo del Dap non agiscono. Il 18 di quel mese, Basentini spedisce alle 189 carceri italiane le "Linee programmatiche per il 2020": su 12 pagine, due sono dedicate al tema "La sanità negli istituti penitenziari", ma le parole "epidemia", "coronavirus" o "Covid-19" non compaiono nemmeno di striscio. Possibile non si capisca che le prigioni scoppiano e che il virus inevitabilmente le coinvolgerà?
A fine febbraio i detenuti aumentano ancora: 61.230. Intanto l'onda della pandemia è montata, è uno tsunami. La paura del contagio si fa terrore, il malumore ribolle. Ai primi di marzo qualche protesta scoppia fuori dai cancelli. La risposta del ministero è così irrazionale da lasciare interdetti: vengono sospesi permessi-premio e visite dei familiari. Il risultato è inevitabile.
Tra il 7 e il 9 marzo, in 26 prigioni, scoppia la più violenta rivolta degli ultimi 40 anni. Lascia 14 morti tra i detenuti (ufficialmente per overdose da metadone, rubato nelle infermerie), 50 agenti feriti, una settantina di evasi, danni per 35 milioni. C'è chi scrive che è tutto "organizzato", che c'è "una regia", ma anche quel tema stranamente evapora. Di certo i rivoltosi incontrano magistrati, ufficiali delle forze dell'ordine, e consegnano loro rivendicazioni e richieste.
La protesta finisce. Passano dieci giorni, e il 21 marzo ecco altre anomalie. Il Dap invia un'irrituale circolare ai direttori delle prigioni: chiede di comunicare "con solerzia all'autorità giudiziaria" i nomi dei detenuti in condizioni di salute ed età tali da esporli al rischio di contagio. Il risultato dell'indagine servirà "per le eventuali determinazioni di competenza" dei Tribunali di sorveglianza, cioè per le possibili scarcerazioni.
Mistero nel mistero, a firmare la circolare non è Basentini, né un direttore subordinato, ma l'addetta stampa Assunta Borzacchiello. Nessuno ne ha mai capito il perché. Il vero mistero, comunque, è la circolare, che subito viene letta come la chiave per aprire le celle. Non per nulla, il documento specifica che, "oltre alla relazione sanitaria" di ogni detenuto a rischio, devono essere allegate altre informazioni, tra cui "la disponibilità di un domicilio". E difatti i ritorni a casa cominciano: in sordina, a decine.
Piano piano, escono di cella 376 detenuti pericolosi. Lo scandalo esplode solo a metà aprile, quando i giudici di sorveglianza spediscono ai domiciliari una serie di "pezzi da 90", fino a quel momento reclusi al 41bis. Personaggi come Francesco Bonura, boss di Cosa nostra condannato a 23 anni; o come Pasquale Zagaria, fratello di Michele e mente finanziaria del clan camorristico dei Casalesi, condannato a 20 anni. Lo segnalano alcuni giornali, tra cui La Verità, e la polemica si fa rovente. Si scopre che il Dap non ha fornito ai giudici soluzioni alternative per i boss, che non ha saputo cercare posti nelle "strutture sanitarie protette".
Il Dipartimento ha perso tempo, ha perfino spedito e-mail agli indirizzi sbagliati. Un'inconcludenza mai vista prima, nella struttura. Basentini vacilla. A fine aprile il guardasigilli decide di sacrificarlo, e il capo del Dap si dimette. Ma ai primi di maggio la polemica ha un ritorno di fiamma perché in tv Nino Di Matteo accusa Bonafede di avergli offerto e precipitosamente negato la guida del Dap che nel giugno 2018 ha poi affidato a Basentini. La rivelazione è quasi grottesca: due anni dopo la sua mancata nomina, Di Matteo - che, ricordiamolo, è uno dei pm del processo "Trattativa" - ipotizza che il ministro abbia fatto retromarcia sul suo nome per le proteste di "importantissimi boss mafiosi detenuti", preoccupati che il suo arrivo al Dap potesse produrre una stretta del 41bis.
A quel punto, mentre l'opposizione chiede le sue dimissioni, l'imbarazzatissimo Bonafede vara due decreti in pochi giorni: il primo subordina le scarcerazioni dei boss al Sì delle Procure antimafia; il secondo impone ai Tribunali di sorveglianza di verificare di continuo la salute dei boss trasferiti a casa. Intanto, nel silenzio di tutta la stampa italiana, La Verità riporta la sconcertante denuncia del collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo.
L'ex boss di Cosa nostra, che si è pentito con Falcone nel 1992 e da 28 anni viene ritenuto affidabile, dice che le scarcerazioni dei boss "fanno parte della Trattativa tra Stato e mafia, che non è mai finita", e aggiunge che "è inutile che adesso il ministro annunci in pompa magna che li fa tornare in carcere: ormai sono fuori, i buoi sono scappati dal recinto". Anche il suo j'accuse cade nel vuoto.
L'ultimo capitolo della storia riguarda la visita che Basentini ha fatto a Michele Zagaria, boss dei Casalesi recluso al 41bis nel carcere dell'Aquila. Secondo quanto rivela oggi un cronista napoletano esperto di camorra, Paolo Chiariello, nel novembre 2018 il capo del Dap sarebbe entrato nella cella di Zagaria con il direttore della prigione e con una terza persona. Incontrare i detenuti è tra le facoltà del capo del Dipartimento.
Intercettato poco dopo, però, il boss confida a un compagno di cella di aver parlato con "uomini delle istituzioni", che gli hanno fatto capire che il suo 41bis non si può allentare solo per l'opposizione della Procura di Napoli. Se l'avesse saputo Di Matteo, una decina d'anni fa, chissà quali indagini ci avrebbe imbastito.
quifinanza.it, 28 maggio 2020
L'accordo raggiunto tra il ministro Bonafede e il Commissario Arcuri. Produzione e vendita delle mascherine sono stati tra gli argomenti di maggiore dibattito durante l'emergenza Coronavirus. Troppo care, irreperibili, non a norma e altri i problemi che hanno fatto seguito all'obbligatorietà delle stesse, così tanti che alla fine hanno spinto le autorità a dover intervenire. E adesso, che si punta ad una maggiore produzione (in tempi brevi e a costi ottimali), un nuovo accordo è stato raggiunto tra il ministro della Giustizia Bonafede e il Commissario straordinario Arcuri.
Mascherine chirurgiche prodotte dai carcerati: accordo raggiunto tra Bonafede e Arcuri - L'idea che sta alla base dell'intervento promosso dal ministro Bonafede e da Arcuri è la seguente: spostare la produzione di mascherine all'interno delle carceri italiane, avviando un progetto di inclusione sociale e sostenendo la produzione degli strumenti di protezione individuale, diventati obbligatori durante l'emergenza sanitaria. Dopo aver raggiunto l'accordo sulla vendita delle mascherine chirurgiche a 50 centesimi - tra non poche polemiche - il Commissario straordinario sta adesso cercando di mantenere fede alla promessa fatta qualche settimana fa, ovvero quella di puntare ad un aumento della produzione delle stesse, così da evitare eventuali carenze del prodotto.
Il progetto prende vita: al via la produzione nei primi carceri - Nell'iniziativa lanciata da Bonafede e Arcuri i detenuti impiegati saranno ben 320, dislocati in tre diversi carceri italiani, ovvero Bollate, Rebibbia e Salerno (che sono anche gli unici istituti penitenziari ad oggi coinvolti in questa prima fase del progetto). Le prime macchine destinate alla produzione di mascherine chirurgiche sono già arrivate al carcere di Bollate, dove l'attività sarà presto avviata.
Gli obiettivi prefissati da Arcuri e Bonafede: si punta ad arrivare a 800 mila mascherine al giorno - Pur essendo ancora alla sua fase iniziale, il progetto di Arcuri e Bonafede risulta essere oggi molto ambizioso. Nel primo periodo di avviamento al lavoro, infatti, la produzione delle mascherine dovrebbe arrivare a circa 400 mila dispositivi al giorno. L'obiettivo finale, tuttavia, è il raddoppio, portando la produzione a 800 mila mascherine chirurgiche al giorno. In questo modo si vuole continuare a far fronte ai bisogni del Paese, ottimizzando le risorse e impegnandole in un progetto che, al di là della sua natura pratica, si contraddistingue anche per il suo fine sociale.
di Giorgio Spangher
Il Riformista, 28 maggio 2020
1. Invero, non è del tutto chiaro perché i tempi della c.d. fase 2 della giustizia siano più lunghi delle altre attività sociali. La c.d. fase 2 è infatti fissata al 31 luglio. Non è chiaro, infatti, perché, oltre al problema delle carceri, dove sono evidenti la criticità e il succedersi di provvedimenti d'urgenza contrassegnati da impostazioni autoritarie, che prescindono dalle esigenze securitarie, dal Ministero, ma anche dal Consiglio Superiore della Magistratura, non giungano segnali e indicazioni sulla ripresa dell'attività giudiziaria. Tutto è lasciato alle scelte dei capi dei vari uffici giudiziari, non senza contrapposizioni tra magistratura ed avvocatura sulle modalità di svolgimento dei processi, sui processi da celebrare, sui tempi dei rinvii, sul lavoro delle cancellerie.
Per le altre attività sociali, sono stabilite linee guida, modalità di partecipazione e di presenza. Si riaprono le attività commerciali, industriali, sociali, ma la giustizia è scomparsa dai radar. Sembra una terra di nessuno. Solo norme processuali: sospensioni e differimenti dei processi, attività da remoto, qualche indicazione sull'uso di strumenti informatici. Peraltro, non è un settore nel quale difettino le implicazioni economiche e sociali per la collettività e per gli operatori della giustizia. Anche per la giustizia la fase emergenziale deve esaurirsi e i tribunali devono recuperare la loro funzionalità con protocolli di sicurezza adeguati.
2. Peraltro, il preventivabile superamento della fase emergenziale prospetterà non poche questioni che dovrebbero essere oggetto di attenzione, oltre alle implicazioni processuali della applicazione delle norme emergenziali (fra le altre: sospensione della durata della custodia cautelare e della prescrizione). Invero, tornano sul tappeto tutte le situazioni che l'emergenza ha congelato ma non superato. Dal 1° settembre dopo l'ennesimo rinvio diventerà operativa la riforma delle intercettazioni telefoniche, con le sue criticità connesse all'uso del captatore informatico, soprattutto in relazione all'attività che supera il mero dato delle comunicazioni.
Sarà inevitabile e necessario riprendere il confronto sulla riforma della prescrizione (c.d. lodo Conte) parcheggiata in un disegno di legge di più ampia riforma del processo penale. Appunto. Seppur depositato alla Camera lo schema di legge delega dovrà passare al vaglio parlamentare, la fase attuativa e i successivi passaggi legislativi. È ragionevole pensare che questo iter sarà lungo e travagliato. In questa occasione non mancheranno le tensioni e le contrapposizioni tra le forze governative e le associazioni di magistrati e avvocati che sulla formulazione originaria, al di là dei limiti di una riforma significativa, presentata come "epocale" avevano manifestato riserve e critiche.
È facile ipotizzare che in questa occasione che peraltro già prevede una disciplina tesa alla informatizzazione del processo, che troverà occasione per un suo (positivo) incremento, troverà spazio la questione del processo da remoto, cartolarizzato e orale. Si tratterà delle conseguenze della stagione di lockdown vissuta dalla giustizia.
Rafforzamento dell'attuale disciplina dell'art. 146 bis disp. att., allungamento delle ipotesi di procedimenti cartolarizzati, compressione dei momenti connotati da oralità saranno oggetto di dibattiti contrapposti. Le ultime vicende dell'organizzazione del Ministero della Giustizia e delle nomine negli uffici direttivi, che hanno toccato anche posizioni di vertice nella struttura istituzionale, renderà indispensabile e non più differibile una riforma non solo del Consiglio Superiore della Magistratura, ma anche in termini profondi dell'ordinamento giudiziario.
Restano problematici gli approdi, stante le conclamate contiguità tra magistratura e politica e considerato il generale coinvolgimento dei magistrati nella filosofia della gestione della organizzazione giudiziaria. Come se non bastasse, nonostante l'involuzione restrittiva imposta al sistema penitenziario, non è difficile ipotizzare alcuni contraccolpi sul tema della gestione carceraria di decisioni della Corte costituzionale e di quella europea, nonché il ripensamento e il recupero di quanto elaborato dalla Commissione Giustizia.
3. L'intasamento dei processi, conseguente ai rinvii ed alle sospensioni, accrescimento dei contenziosi inevitabili sulle gestioni sanitarie dell'emergenza, nonché prevedibili patologie nella gestione dei flussi finanziari dei provvedimenti del Governo, porranno il problema di un provvedimento indulgenziale. Abbiamo fatto un piccolo passo nel futuro ma ci portiamo tutto il peso del passato.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 28 maggio 2020
Lungo vertice in via Arenula e in teleconferenza, al termine il ministro si sbilancia a immaginare che la riforma dell'organo di autogoverno dei giudici possa andare in Consiglio dei ministri la prossima settimana. Ma la riunione è stata interrotta prima di parlare della legge elettorale per i togati. Il Pd ha proposto un comitato di saggi da affiancare alla sezione disciplinare.
Solo un primo incontro, aggiornato a oggi quando si affronterà il tema della riforma della legge elettorale per il Csm. Il vertice di maggioranza sulla giustizia è partito piano ma bene, considerando che sul tema i giallo-rossi avevano litigato per cinque mesi prima di trovare, a febbraio scorso, un difficile accordo. Travolto poi dall'emergenza coronavirus. Al termine del primo giro il ministro Bonafede se l'è sentita di dire che il testo di riforma del Csm potrà andare in Consiglio dei ministri già la prossima settimana: "Abbiamo lavorato molto bene e siamo perfettamente d'accordo sul fatto che bisogna intervenire con tempestività".
La riunione è cominciata ieri nel tardo pomeriggio negli uffici del ministro in via Arenula - almeno per ministro, sottosegretario Giorgis (Pd) e Federico Conte (Leu), Angela Salafia (5 Stelle) e Walter Verini (Pd), perché altri come la rappresentante di Italia Viva Lucia Azzolina si sono collegati da remoto - ed è andata avanti fino a tarda sera.
Nel pomeriggio, durante il question time alla camera, Bonafede aveva anticipato alcuni punti della riforma del Csm in programma, che sono gli stessi attorno ai quali la maggioranza aveva trovato un accordo a febbraio. Quando però si decise di accantonare l'intervento sul Consiglio superiore per spingere avanti il disegno di legge delega sul processo penale. Ora di fronte al "vero e proprio terremoto che ha investito la magistratura italiana" (espressione usata dal ministro su Facebook domenica e ripetuta ieri in parlamento), le priorità si sono invertite.
Oltre alla riforma del sistema di voto per eleggere la componente togata del Consiglio superiore (che dovrebbe salire a venti unità mentre il plenum tornerebbe ai 33 del 2002), il progetto di Bonafede comprende altri capitoli. Ma intanto registra una difficoltà perché ieri Autonomia e Indipendenza, la corrente fondata da Davigo che è la più vicina alle sensibilità dei 5 Stelle, ha fatto una nota per chiedere una legge elettorale proporzionale. Comprensibili le ragioni, visto che A e I si muove come terza forza rispetto alle correnti maggiori, ma evidente il contrasto con il piano del ministro che invece punta a un sistema seccamente maggioritario - a turno unico o a due turni - per di più con un numero alto di collegi (conseguentemente molto piccoli, circa uno per regione).
Gli altri punti della riforma riguardano i meccanismi per rendere più stringenti le valutazioni di professionalità, "oggettivi criteri meritocratici" nelle parole del ministro. Il Pd insiste particolarmente sulla necessità di separare la sezione disciplinare, che si occupa di sanzionare i magistrati, dal resto del Consiglio che si occupa invece delle nomine. E per questo ha proposto di ragionare intorno a un comitato di presenze autorevoli e fuori dalla mischia (tipo ex giudici costituzionali) per sottrarre le sezioni al gioco degli scambi tra le correnti. Bonafede e i 5 Stelle puntano in particolare su meccanismi rigidi per impedire il ritorno in magistratura alle toghe che sono state elette non solo in parlamento ma anche negli enti locali. E vogliono inserire il divieto per gli ex membri del Csm di poter accedere a incarichi direttivi o semi direttivi per cinque anni al termine del mandato.
Intanto proprio ieri il plenum del Csm è tornato a riunirsi nella sua sede di Roma e non più in teleconferenza, l'occasione l'approvazione di un bando per i magistrati segretari del Consiglio che è stato congelato proprio per studiare regole più trasparenti. Il vicepresidente Ermini ha approfittato per tuonare contro lo "scadimento morale" e il "miserabile mercimonio di pratiche correntizie" che, stando alle conversazioni di Palamara pubblicate, è stato dietro anche all'elezione dello stesso Ermini.
Poi però il vicepresidente, stando ancora alle conversazioni captate dal trojan, è crollato nella considerazione di Palamara, dei due deputati del Pd Lotti e Ferri (quest'ultimo oggi con Renzi) e delle toghe del Csm di Unicost e Mi che partecipavano alle riunioni per decidere sulle nomine negli uffici apicali delle procure. "Siamo favorevoli alle riforme", ha detto ieri Ermini, rispondendo a chi (come Salvini) ha chiesto lo scioglimento del Consiglio. Per il vicepresidente "questo Csm ha già cambiato molto". Almeno nei nomi: cinque consiglieri togati sono stati costretti alle dimissioni e sono stati sostituiti.
di Errico Novi
Il Dubbio, 28 maggio 2020
Vertice sulla riforma con Bonafede, limiti alle correnti e per i magistrati fuori ruolo. Nel ddl bloccate per 4 anni le promozioni dei togati uscenti Il Pd spinge sul voto degli Ordini forensi nei Consigli giudiziari. La riforma del Csm era già pronta. A gennaio. Poi si decise di stralciarla per rendere più spedito il cammino del ddl sul processo.
Ma ieri la bozza che ridisegna Palazzo dei Marescialli e le carriere dei magistrati è stata riproposta dal guardasigilli Bonafede in un lungo vertice di maggioranza. Contiene norme che limitano il peso delle correnti, innanzitutto nel sistema per eleggere i togati, basato ora su collegi piccoli in modo da favorire anche magistrati autonomi dai gruppi. Ma tra le misure più rigorose c'è pure lo stop al cortocircuito che finora ha consentito ai consiglieri magistrati uscenti di valorizzare il mandato da poco concluso con folgoranti promozioni.
In un anno di bozze e ipotesi, si sono stratificati molti giri di vite sul Csm. Non uno: tanti. Così nella riunione in parte live in parte in videoconferenza convocata per ieri pomeriggio dal guardasigilli Alfonso Bonafede, la maggioranza ha tirato le somme sulle proposte per ristrutturare la magistratura. E ha raggiunto un'intesa di massima su un testo molto severo.
Elezione dei togati in collegi relativamente piccoli, estesi al massimo quanto un paio di distretti giudiziari, per "sfuggire alle logiche correntizie", come s'impegna il ministro già nel question time alla Camera, subito prima del summit. Torna, e diventa lungo come mai era stato, il divieto, per il consigliere superiore uscente, di candidarsi a procuratore capo o a presidente di Tribunale, e anche di assumere incarichi fuori ruolo.
E ancora, per il magistrato che abbia ricoperto funzioni extragiudiziarie sarà impossibile proporsi come dirigente di un ufficio giudiziario (e qui, per dire, persino Raffaele Cantone sarebbe fuori gioco dalla partita per la Procura di Perugia). Addio al rientro in magistratura per la toga reduce da un mandato parlamentare o da un'esperienza come ministro. E norme rigorose per il ritorno alle funzioni giurisdizionali anche qualora il magistrato fallisca la corsa al seggio.
Ancora, "oggettivi criteri meritocratici nell'assegnazione degli incarichi da parte del Csm", come li definisce sempre il ministro (e qui la partita si annuncia più complicata). Divieto, per i componenti del Csm destinati alla sezione disciplinare, di far parte di qualsiasi altra commissione di Palazzo dei Marescialli (sarà possibile anche grazie all'innalzamento del numero dei consiglieri non di diritto, portato a da 24 a 30, di cui 20 togati e 10 laici). Tutto con l'obiettivo dichiarato, dal guardasigilli, di "restituire alla magistratura italiana l'autorevolezza e il prestigio che merita". In modo da assicurare, e l'affermazione non pare solo risentire di una scontata retorica, "la salvaguardia dello stato di diritto e la pienezza delle tutele di tutti i cittadini", ci sono varie ed eventuali.
Discusse nel lungo vertice - iniziato poco dopo le 17, con lieve ritardo e arricchito da rappresentanti di tutte le forze di maggioranza: dalla 5 Stelle Angela Salafia al responsabile Giustizia del Pd Walter Verini, dagli altri "delegati" dem Alfredo Bazoli e Franco Mirabelli ai deputati Lucia Annibali di Italia viva e Federico Conte di Leu, al quale già si deve il "lodo" sulla prescrizione. Si discute attorno alla bozza di ddl stralciata a fine gennaio dalla riforma del processo.
Nel testo che Bonafede mette sul tavolo ci sono previsioni coraggiose, a volte hard: compresa quella secondo cui il Csm, nel valutare la professionalità del singolo magistrato, "laddove emergano situazioni concrete ed oggettive che inducano a dubitare del requisito dell'equilibrio, possa disporre approfondimenti istruttori, anche avvalendosi del contributo di psicologi esperti di comprovata professionalità, assicurando adeguate garanzie all'interessato".
Una di quelle cose che faranno insorgere l'Anm. Ma su altri aspetti è il Pd di Verini a proporre soluzioni d'avanguardia. Sulla partecipazione degli avvocati nei Consigli giudiziari, per esempio: quando i "mini- Csm locali" devono pronunciarsi sulla professionalità di un giudice o di un pm, secondo i dem il presidente del Consiglio dell'Ordine forense e il rappresentante dell'accademia non devono avere semplicemente "facoltà di assistere" alla riunione, come già si prevedeva nel testo pre-emergenza Covid, ma devono poter votare. Bonafede aveva già prefigurato un'ipotesi simile l'anno scorso, quando ancora governava con la Lega. Probabile che ora, sull'apertura sollecitata per anni dal Cnf, si arrivi a dama.
Un bel po' da fare si avrà sul sistema per eleggere i togati. Tutti d'accordo sull'addio al collegio unico nazionale; circoscrizioni elettorali il più possibile ristrette, con un paio destinate a consiglieri e pg di Cassazione e a uffici particolari come la Dna. Il punto è che i dem propongono un meccanismo uninominale maggioritario, disegnato dal deputato e costituzionalista Stefano Ceccanti, mentre arriva la spinta della componente di Piercamillo Davigo, Autonomia e Indipendenza, che invoca un meccanismo proporzionale. Certo è che a una soluzione anti- correnti, capace di premiare il magistrato noto ai colleghi per la dedizione e non per la tessera, è preparata anche l'Anm: "Bisogna restituire un maggiore potere di selezione alla comunità dei magistrati", riconosce il presidente dimissionario Luca Poniz.
Il contesto favorisce la riforma, anche nei suoi aspetti più amari per il correntismo. Lo attestano pure le parole forti pronunciate, poche ore prima del conclave di maggioranza, dal vicepresidente del Csm David Ermini, che esclude "scioglimenti" del plenum attuale ma parla pure di "miserabile mercimonio di ciniche pratiche correntizie, indegno tradimento" del "patrimonio di coraggio e fiducia" accumulato anche grazie a uomini come Vittorio Bachelet.
Alcune parti del testo su cui l'intera alleanza di governo sembra prossima al sì definitivo riflettono davvero l'approccio risoluto di Bonafede. Il divieto di candidarsi per incarichi direttivi imposto ai togati uscenti, per esempio, durerà la bellezza di 4 anni: il doppio di quanto previsto dalla stessa legge istitutiva del Consiglio superiore, che risale al 1958; è una svolta intransigente dopo l'incredibile deregulation della legge di Bilancio per il 2018, che aveva eliminato del tutto il periodo naftalina. Si tratta di "difendere la magistratura, fare in modo che non venga meno la fiducia nei giudici", per usare le parole di un'altra figura chiave del percorso riformatore, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis, del Pd, che di mestiere fa il costituzionalista. Se l'intento è quello, e se non riaffioreranno timori reverenziali, si potrà arrivare lontano.
di Guido Salvini*
Il Dubbio, 28 maggio 2020
Un sistema elettorale misto, in parte per elezione e in parte per sorteggio forse riuscirebbe a depurare il consiglio e la lotta tra schieramenti. Le macchinazioni dei cardinali nei Conclavi dei secoli bui. A questo fanno pensare le chat di Luca Palamara pubblicate in questi giorni, chat che buona parte della stampa finge di non aver letto, quella stampa che comunque non può dolersi o protestare contro pubblicazioni arbitrarie di intercettazioni irrilevanti per un processo penale in quanto essa stessa ne ha usato a man bassa quando si trattava di colpire altri avversari.
E pensare che quello che leggiamo è il risultato di un solo trojan attivato sul telefono di un solo magistrato per quanto importante, ricordiamolo, già presidente dell'Anm cioè il rappresentante e la voce di tutti i magistrati.
Se i trojan fossero stati di più, a strascico o a cascata, come si usa dire, e le intercettazioni decine come accade in molte indagini, possiamo immaginare quante manovre del genere sarebbe venuto alla luce da parte di quei magistrati, non tutti ma moltissimi, che ad un certo punto della loro carriera si convincono di aver diritto ad un prestigioso incarico direttivo.
Alti magistrati che per ottenerlo dedicano ad iniziative autopromozionali e a sotterfugi molto di quel tempo che dovrebbe invece essere impegnato per i compiti loro affidati. Tutti costoro ritengono evidentemente che il Csm, invece di essere un alto organo costituzionale, almeno così come la Costituzione lo descrive, sia invece un campo di battaglia in cui far prevalere, con voti e delibere mercenarie, il loro desiderio di potere.
In questa tragedia della magistratura c'è chi cerca di tirarsi fuori, dando la colpa agli "altri" ma, come in tutte le istituzioni malate, se gli "altri" trafficano e raccomandano i propri adepti lo devi fare anche tu, almeno per mantenere una parità nelle corse truccate, e ad un certo punto non si sa più chi ha cominciato e il meccanismo corruttivo si riproduce ovunque e da solo. Anche i cronisti giudiziari, spesso subalterni alle Procure, fanno parte a pieno titolo di questo groviglio di interessi. Ho trovato ad esempio sconcertante una conversazione in cui l'immancabile Palamara commissiona in modo abbastanza esplicito ad una nota giornalista di cose giudiziarie un articolo destinato ad orientare le nomine alla Procura di Roma e in altre sedi. Si è passati dal giornalismo di inchiesta al giornalismo di servizio. Ma negli ultimi giorni non è accaduto solo questo, il secondo "picco", per usare un termine epidemico, della saga Palamara. Abbiamo assistito in rapida successione ad una serie di eventi che hanno occupato le prime pagine dei giornali.
È stato arrestato il Procuratore di Taranto Carlo Capristo, collocato lì dal Csm dopo aver condotto molte indagini non proprio fortunate, con l'accusa di avere colluso con alcuni imprenditori in danno di altre persone e aver fatto pressioni su un Pubblico Ministero. E la lista dei magistrati accusati di varie forme di corruzione, un tempo un'eccezione, comincia in questi anni ad allungarsi in modo preoccupante.
Abbiamo sentito in televisione le accuse, al di fuori di ogni correttezza istituzionale, rivolte da Nino Di Matteo, componente del Csm, al Ministro di Giustizia per non averlo collocato due anni prima alla direzione del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria solo perché, secondo lui, avrebbe ceduto a losche pressioni. E alla fine, scossa dagli scandali, è andata in frantumi la Giunta dell'Anm, il governo della magistratura.
C'è una soluzione a tutto questo, che coinvolge come si legge nelle ultime chat pubblicate, anche la Sezione disciplinare del Csm? Il Governo e alcune forze politiche accennano a una radicale riforma del sistema di elezione del Csm. Effettivamente l'unico strumento per contenere il monopolio delle correnti sarebbe un sistema elettorale magari misto, in parte ad elezione ed in parte a sorteggio, che vanificherebbe comunque ogni cordata e ogni scalata perché diventerebbe inutile dedicarsi ad attivare liasons pericolose e scambi di vario tipo quando il loro successo dipendesse in buona parte dall'alea.
Non è un'ipotesi stravagante. Sono già scelti per sorteggio i giudici popolari delle Corti di Assise, che possono emettere sentenze di condanna all'ergastolo e i giudici del Tribunale dei Ministri e, anche se molti non lo sanno, le Commissioni esaminatrici di molti concorsi pubblici come alcuni concorsi universitari e quelle che assegnano alcuni appalti.
È una soluzione, che inizia a diffondersi, forse di riserva, ma che in qualche modo difende dai clientelismi e dalle fazioni. Ma dubito che una riforma del genere possa decollare mai. Passato il momento critico non se ne parlerà più. Tutto tornerà come prima. Ne sento parlare da quando ero un magistrato con i calzoni corti e sono convinto che le correnti della magistratura, che hanno interesse a mantenere il loro potere, siano in grado di neutralizzare qualsiasi iniziativa.
Del resto, tra le tante cose curiose, vi è il fatto che il Ministero di Giustizia è occupato in posizioni apicali da decine e decine di magistrati fuori ruolo, in spregio, come ha ricordato in questi giorni il costituzionalista Sabino Cassese, alla divisione dei poteri, magistrati che sono in grado di contenere ed orientare qualsiasi iniziativa e continuano nei fatti a rispondere e a dipendere dall'Anm.
Eppure l'obiettivo, per quanto possa sembrare paradossale, dovrebbe essere questo: che i magistrati con loro fazioni, le loro rivalità, i loro personalismi e i loro legami impropri con la politica e l'informazione, scompaiano dai titoli dei giornali che oggi occupano non meno dei politici e certo anche più degli uomini di spettacolo.
E che nelle cronache si parli solo, in modo più neutro, dei processi in modo che i cittadini, che oggi hanno poca fiducia nei giudici, comincino ad averne di più in quella che è la loro tutela: impersonale, obiettiva e uguale per tutti, la giustizia. E, per non contraddirsi, non servirebbe più allora un articolo come questo, firmato da un magistrato.
*Magistrato
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 28 maggio 2020
La magistratura militante non si oppone solo a qualsiasi riforma dell'amministrazione della giustizia rivolta a limitare i privilegi della corporazione: si oppone anche, con pari energia, a ogni iniziativa di maggior tutela dei diritti delle persone sottoposte a giustizia.
La ragione è molto semplice e non ha niente a che fare con le sempre sbandierate esigenze di giustizia complessiva: il rafforzamento dei diritti degli imputati, dei condannati, dei detenuti e la compiuta salvaguardia delle loro facoltà di difesa diminuiscono la forza del potere inquirente. È tutto, tragicamente, qui. L'assoluzione è fastidiosa perché denuncia la fallibilità dell'accusa, che in quest'ottica è necessariamente contrastata con mezzi pretestuosi e sleali: la difesa come attentato alle ragioni della giustizia confuse con l'interesse di chi la amministra.
Si tratta di una vera e propria deviazione di potere, perché non c'è nessuna riprova - anzi c'è prova del contrario - che lo Stato di diritto democratico si affermi nel trionfo dell'accusa pagato col sacrificio dei diritti della persona. Il fatto che la magistratura deviata non operi clandestinamente dimostra anche meglio quant'è potente.
Essa coltiva e protegge quel suo interesse nell'efficace sintonia di due canali: il primo è quello più appariscente sulla ribalta del dibattito pubblico, con il sistema dell'informazione asservito a orientarlo e con la classe politica intimidita e disciplinata nell'autocensura; il secondo canale è quello che percorre il ventre dello Stato e si dirama nei posti del potere vero, dove le leggi passano o si fermano, e a dirigere il traffico c'è appunto la magistratura distaccata al lavoro di macchina.
La prepotenza di questo complesso sostanzialmente reazionario è simile a quella che nei sistemi di democrazia incerta esercitano i militari, con la differenza che la capacità intimidatoria della magistratura deviata è anche più efficace perché non ha bisogno di dimostrarsi in modo strepitoso coi carri armati che assediano i palazzi del potere e minacciano la cittadinanza: basta e avanza avere alle dipendenze un altro tipo di esercito, quello togato, che è composto sicuramente da ottime persone che però possono aggredire la tua vita e rinchiuderla in una cella.
Le istanze anti-riformatrici della magistratura deviata non sono sorrette da una migliore dottrina, ma da quel brutale presupposto di potere: ti arrestano, ti giudicano, ti condannano, e in modo non dichiarato ma perfettamente operante è quel carico di potere a pesare sulla bilancia delle riforme.
Non c'è più scienza a rendere possibile l'imperio della magistratura deviata e a impedire che se ne contesti la continuazione, non c'è più competenza, più cultura della giurisdizione: c'è il ritrarsi e il sottomettersi di una società intimorita. C'è la paura.
di Felice Manti
Il Giornale, 28 maggio 2020
Colloquio con Alberto Cisterna. L'affondo del giudice: "Il processo Palamara sarà un bagno di sangue per molti colleghi. Alcuni sono vittime di una vorace e insaziabile ambizione".
"Se il processo a Perugia dovesse arrivare in dibattimento c'è da attendersi un bagno di sangue con tante toghe nello scomodo ruolo toccato al povero Forlani, torchiato a Milano e immortalato con la bava che solcava la bocca resa secca dall'imbarazzo".
Alberto Cisterna oggi è presidente di Sezione al Tribunale di Roma. Le sue parole al Riformista fanno molto rumore. Ma l'ex pm antimafia le conferma al Giornale, ora che le intercettazioni sfiorano la Calabria, sua terra d'origine, e alcuni personaggi di governo del centrosinistra. Come Maria Elena Boschi, che nel 2017 organizzò assieme a Palamara la partita del cuore a san Luca, o come l'ex ministro dell'Interno Marco Minniti, il cui nome rimbalza nei brogliacci all'esame del Csm.
A quella che sembra una gigantesca chiamata in correità Cisterna aggiunge: "Confermo la prognosi. E il coraggio mostrato dalla magistratura di Perugia è garanzia che sarebbero le forche caudine per molte toghe e non solo. Ciò posto resta il problema. Una parte, purtroppo non marginale, della magistratura italiana non soffre di correntismo, ma di un vorace e insaziabile carrierismo.
Lo hanno denunciato componenti autorevoli dell'Anm ed è un giudizio che condivido. Da questo punto di vista - sottolinea il magistrato calabrese - una riforma della legge elettorale del Csm che penalizzi le correnti associative e la loro capacità di rappresentanza rischia di essere inutile o poco producente. A loro modo i gruppi associativi, come sede di vero dialogo e confronto, sono capaci persino di moderare le ambizioni, mettono in luce colleghi di grandi capacità e di eccelse doti professionali".
Maggio è il mese in cui si ricorda Giovanni Falcone, anche lui vittima dei veleni torrentizi prima che della mafia. "L'ho conosciuto, in queste occasioni associative a partire dal 1988 e sino al 1991, un regalo altrimenti irraggiungibile. Così, se non si prestano al servilismo della cooptazione, le correnti mitigano anche il tarlo che rode e affanna troppi magistrati, la convinzione di essere ciascuno insuperabile giurista ed eccelso organizzatore.
È un tarlo che la riduzione al silenzio dell'associazionismo alimenterebbe a dismisura. Senza considerare che, come per il crollo dei partiti, prenderebbero piede altre forme di aggregazione e pressione in gran parte illecite o clandestine". E quando citiamo le intercettazioni in cui Palamara evoca una specie di P2 sospira: "Come se non bastassero le tante, grandi e piccole P2 che minacciano da sempre la magistratura italiana".
Ma è sulle parole captate che riguardano Minniti e il procuratore nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho e all'idea che anche nell'Antimafia si faccia carriera grazie alle correnti che si rabbuia: "Guardi, ho avuto l'onore di lavorare con Pierluigi Vigna, poi, con Piero Grasso e prima ancora che divenisse procuratore nazionale con Franco Roberti, gli ultimi due con prestigiose carriere politiche. Come loro Nitto Palma, parlamentare e ministro della Giustizia, o Alberto Maritati, anch'egli parlamentare e sottosegretario. Tutti provenienti dalla Procura nazionale.
La lotta alla mafia è tema così centrale nella vita del Paese che sarebbe finanche pericoloso che la politica ne affidasse le sorti solo ai magistrati, senza interloquire sulle loro nomine al fine di garantire alla nazione procuratori all'altezza. Lo prevede la stessa Costituzione con all'interno del Csm una qualificata presenza di laici. Quindi non mi scandalizza che un parlamentare del rango di Marco Minniti, pure lui ministro e con svariati incarichi di governo, interloquisca su queste nomine. Discorso a parte è se, poi, le nomine siano sempre quelle giuste o non prevalgano meccanismi spartitori anche a questa latitudine, il che sarebbe un dramma".
E intanto la 'ndrangheta, che qualche toga l'ha corrotta, se la ride... "Un magistrato autorevole come Nicola Gratteri lo ha denunciato apertamente e di recente e ci devo credere. Certamente in tutta Italia la corruzione sta soppiantando le cosche e i soldi hanno più appeal dei santini. Tutto va bene, a condizione che le cosche non ne approfittino, come hanno fatto, per inserirsi nelle faide tra magistrati e nelle lotte per le carriere. Nel qual caso ridono a crepapelle".
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 28 maggio 2020
Alla fine anche il premier Giuseppe Conte sembra essersi convinto dell'esigenza di riformare il reato di abuso d'ufficio per liberare la pubblica amministrazione dalla paralisi e favorire il rilancio del Paese.
"I funzionari pubblici, pur in un'ottica di rigore e trasparenza, devono essere incentivati ad assumersi le rispettive responsabilità - ha scritto il premier in una lettera pubblicata sul Corriere della Sera - Faremo in modo di evitare che sui funzionari onesti gravi eccessiva incertezza giuridica, ad esempio circoscrivendo più puntualmente il reato di abuso d'ufficio e la medesima responsabilità erariale".
Resta ovviamente da vedere se e come questo annuncio si tradurrà in fatti concreti, ma nel frattempo alcuni tra i maggiori giuristi in materia valutano positivamente l'apertura del premier. "Finalmente ci si è resi conto di come le norme penali incerte creano paralisi, specialmente nella pubblica amministrazione", dichiara al Foglio Filippo Sgubbi, docente di Diritto penale all'Università di Bologna.
"Nell'ambito della Pa - aggiunge il docente - la norma penale trascina con sé il danno erariale, quindi siamo di fronte a una tenaglia dalla quale poi il pubblico funzionario non esce, se non con l'inerzia, cioè non firmando assolutamente nulla". Per Sgubbi la norma che regola l'abuso d'ufficio (l'articolo 323 del codice penale) andrebbe riformulata descrivendo in dettaglio le condotte punite: "In passato la norma è stata riformata nel senso di una maggiore tipizzazione, ma in maniera non sufficiente rispetto alle iniziative delle procure. Bisogna tipizzare di più, quasi a livello di mera elencazione delle condotte punite".
Anche Andrea Castaldo, docente di diritto penale all'Università di Salerno e coordinatore di una commissione di studio dedicata proprio alla riforma dell'abuso d'ufficio, giudica favorevolmente la proposta del premier Conte: "Oggi il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizi, si trova ad assumere decisioni in materie complicate da una normativa kafkiana.
Allora, per non sbagliare, rallenta l'output decisionale, ad esempio chiedendo pareri o l'intervento dell'avvocatura dello Stato. Questo significa dispersione di energie, dilazione temporale e fuga dal potere di firma". Per Castaldo bisognerebbe restringere l'area di applicazione dell'articolo 323 del codice penale, che oggi in maniera automatica punisce qualsiasi violazione di norma di legge o di regolamento: "L'articolo dovrebbe applicarsi solo al caso di violazione di una norma che abbia attinenza con il procedimento decisionale in questione".
Un secondo correttivo potrebbe consistere nel "prevedere che il pubblico ufficiale, di fronte alla difficoltà di interpretare una norma, possa chiedere un parere a un organo consultivo della pubblica amministrazione sull'interpretazione di quella norma. Se il pubblico ufficiale si adegua al parere, che deve essere reso entro trenta giorni, allora automaticamente viene esclusa l'ipotesi di abuso d'ufficio".
Ovviamente non si tratta di garantire impunità a qualche furbetto, come sicuramente sosterrà qualche forcaiolo, ma solo di far funzionare una normativa che ad oggi si è rivelata fallimentare: "Con la nostra commissione - spiega Castaldo - abbiamo mappato tutti i processi per abuso d'ufficio avvenuti nel periodo 2012-2017 nel distretto della Corte d'appello di Salerno e abbiamo visto che il numero di procedimenti che finisce con la condanna è solo il 20 per cento. In altre parole, la montagna partorisce un topolino".
Più drastico Costantino Visconti, docente di Diritto penale all'Università di Palermo: "La strada maestra sarebbe quella dell'eliminazione del reato. Non ci sarebbe nessun horror vacui. Le percentuali di riuscita del reato sono bassissime, questo significa che c'è una pulsione irresistibile di controllo penale, anche animato dalle migliori intenzioni, ma che alla fine provoca risultati insoddisfacenti e solo rallentamenti".
"La riforma del 1997 - spiega Visconti - ha dato tutto quello che si poteva dare sul piano della tipicità. In una prima fase la giurisprudenza si è adeguata a questa tipizzazione più stretta, ma poi ha ricominciato a interpretarla estensivamente. Viene considerata violazione di legge anche la violazione di una norma costituzionale come l'articolo 97, quindi qualsiasi condotta che, secondo la magistratura, viola il buon andamento o l'imparzialità può rientrare nell'area della punibilità. Ma già solo l'apertura di un'indagine crea l'effetto di congelamento delle attività amministrative".
Il problema principale, secondo il docente, è che "finiamo sempre per prendere la scorciatoia penalistica, ma in questi casi andrebbero svolti altri tipi di controllo, in particolare da parte della pubblica opinione. Si tratta di settori riservati all'attività discrezionale della pubblica amministrazione, su cui devono giudicare i cittadini". Per Visconti "questa potrebbe essere l'occasione proprio per una radicale depenalizzazione, necessaria per efficientare la giustizia penale e depurare il Paese da questa ipoteca permanente".
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