di Antonio Amorosi
affaritaliani.it, 29 maggio 2020
L'Avvocatura dello Stato in Corte Costituzionale è favorevole ai giornalisti in galera. Le notizie più importanti dei principali giornali italiani dipendevano direttamente dalle scelte di un gruppo di magistrati? In questi giorni si è parlato di "Giornalistopoli" in merito alle intercettazioni del caso Palamara, l'inchiesta della Procura di Perugia che ha travolto il magistrato Luca Palamara, ex presidente dell'Associazione Nazionale magistrati, leader della corrente Unicost ed ex componente del Csm. Un intreccio tra magistrati, giornalisti e politica, dove i cronisti appaiono come strumenti per le lotte di potere fra correnti della magistratura. Qui un'intervista sulla vicenda al direttore de Il Riformista Piero Sansonetti e le carte: Caso Palamara, Travaglio super direttore del giornalismo italiano
Ma è la connessione con questa altra notizia a rendere il quadro più inquietante. Il 31 marzo 2020 l'Avvocatura dello Stato, chiamata a rappresentare alla Corte Costituzionale la posizione della presidenza del Consiglio dei ministri, ha depositato una "memoria difensiva" in cui sostiene la legittimità costituzionale delle norme che prevedono il carcere per i giornalisti condannati per diffamazione con l'aggravante del mezzo della stampa e dell'attribuzione del fatto determinato.
È quanto ha rivelato l'Osservatorio su Informazioni giornalistiche e notizie oscurate Ossigeno, associazione patrocinata dal Consiglio nazionale dell'Ordine dei Giornalisti e dal Consiglio Nazionale della Federazione nazionale stampa italiana. Ossigeno riferisce anche di una richiesta di chiarimenti al governo Conte del presidente dell'Ordine dei Giornalisti, Carlo Verna, ma senza ottenere risposta.
La vicenda nasce da due casi di eccezione di costituzionalità, sollevati dai giudici di Salerno e di Modugno-Bari. "Le norme sulle quali si chiede il giudizio della Corte", scrive Ossigeno "sono l'articolo 595 del codice penale del 1930, che al terzo comma prevede una pena massima di tre anni (o la multa fino a 50.000 euro) per il reato di diffamazione a mezzo stampa e l'articolo 13 della legge sulla stampa del 1948 che prevede il carcere fino a sei anni (più la multa fino a 50.000 euro) se lo stesso reato è aggravato dall'attribuzione di fatto determinato. Norme vecchie di 90 e 72 anni ma ancora vigenti. E che il Parlamento tenta (o finge) di abrogare a ogni legislatura, a partire dal 2001".
Fino al 2015 è un dato che il 70% dei procedimenti penali per diffamazione a mezzo stampa non abbiano neanche uno straccio di fondamento per essere imbastiti: si sono conclusi accertando addirittura la pretestuosità delle querele. I pochi cronisti che sono invece stati condannati hanno ottenuto pene molto dure per un totale di ben 103 anni di carcere. "L'Italia è l'unico Paese europeo a prevedere il carcere per i giornalisti", ha raccontato sul quotidiano La Verità l'ex vicedirettore di Panorama Maurizio Tortorella, "sia la Corte Europea dei diritti dell'uomo che Amnesty International hanno criticato l'Italia per la sua legislazione. Ogni anno il parlamento punta a una riforma, i parlamentari sono a favore dell'abrogazione ma poi non succede nulla". Sembra il gioco dell'oca, si torna sempre alla casella di partenza, come con la "memoria" depositata dall'Avvocatura dello Stato.
Nel 2013 un caso clamoroso coinvolse l'attuale direttore de La Verità e allora direttore di Libero Maurizio Belpietro, condannato a 4 mesi di carcere per omesso controllo su un articolo di Lino Jannuzzi, querelato dai magistrati Giancarlo Caselli e Guido Lo Forte. La Corte europea dei diritti umani condannò l'Italia per aver violato il diritto alla libertà d'espressione.
Lo Stato ha dovuto versare a Belpietro 10.000 euro per danni morali e 5.000 per le spese processuali. Condannare un giornalista alla prigione è una violazione della libertà d'espressione. Nel 2012 il caso di Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, che suscitò un acceso dibattito sull'opportunità del carcere per un giornalista. Condannato a 14 mesi di carcere alla fine scontò 40 giorni agli arresti domiciliari perché il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lo graziò commutando il carcere in una multa. Ma siamo tornati alla casella di partenza.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 29 maggio 2020
Anche la semplice disponibilità a fare favori all'esponente della cosca locale, fa scattare il reato di voto di scambio, a carico del politico. Non è, infatti necessario che la promessa spesa per raccogliere consensi elettorali si mantenga in tutti i casi, né che le condotte del candidato si traducano in un rafforzamento della consorteria.
Elemento quest'ultimo che serve solo per contestare il diverso reato di partecipazione o concorso esterno all'associazione mafiosa. Non passa la tesi della difesa secondo la quale l'elemento della disponibilità è stato introdotto solo con la legge 43/2019. Ad avviso del ricorrente, infatti, il riferimento alla disponibilità compare nella novella del 2019, perché, pur essendo presente nei lavori parlamentari di riforma della norma del 2014, era stato espunto in sede di approvazione finale.
La Corte di cassazione, con la sentenza 16201, respinge così il ricorso contro la misura cautelare dei domiciliari, considerata illegittima in assenza degli elementi che caratterizzano il reato di voto di scambio politico mafioso, previsto dall'articolo 416-ter del Codice penale. Ad iniziare dall'utilizzo della sopraffazione e della forza intimidatoria, come modalità per reperire i voti, che non ci sarebbe in quanto nel caso esaminato, l'esponente del clan avrebbe agito come singolo, in virtù di vincoli familiari. Né c'era, l'elemento delle utilità che, in base alla norma in vigore, non ancora modificata dalla legge 43, poteva essere solo denaro o altre utilità e non la semplice disponibilità a fare favori.
Che nello specifico, oltre ad una lavatrice come bene materiale, consistevano nell'impegno ad una corsia preferenziale per una visita medica e nella promessa a dare un appoggio per una controversia sorta con il comune di Palermo. Del resto, si osservava nel ricorso, il dare una mano per saltare una lista d'attesa era un malcostume che nulla aveva a che vedere con la criminalità organizzata. E dunque irrilevante. Al pari della promessa di favori, anche in questo caso piuttosto in uso e fatti anche ad altri soggetti in tempi non sospetti.
La Cassazione la pensa diversamente. Ad incastrare intanto il ricorrente c'erano delle intercettazioni, dalle quali non solo si evinceva l'esistenza del "patto", ma anche la consapevolezza di averlo sottoscritto con un mafioso. Quanto all'utilità promessa, che in questo caso risulta anche perseguita, è stata individuata nella possibilità di gestire visite negli ospedali "di tutta la provincia di Agrigento" al di fuori dei canali ufficiali.
Utilità e disponibilità - chiarisce la Cassazione - che possono essere anche di natura non patrimoniale. Nello specifico la promessa fatta si era anche concretizzata in un notevole numero di casi. Ed è ininfluente che le stesse utilità fossero state fornite anche ad altri.
di Annarita Franchi e Ambra Giovene*
Il Riformista, 29 maggio 2020
In isolamento, vecchio e malato. Quando ha varcato la soglia del carcere era analfabeta, oggi è iscritto all'università. Non è più pericoloso per nessuno. La famiglia chiede di trasformare l'ergastolo in misura temporanea, perché la pena ha raggiunto il suo scopo.
Domenico Papalia è in carcere da oltre quarantatré anni. Dal 1977. Gli addetti ai lavori sanno che a questi vanno aggiunti quelli per la liberazione anticipata, perché le persone, tante, diverse, alle quali lo Stato attribuisce la funzione di farlo - i Magistrati di Sorveglianza - hanno ripetutamente concluso che gli andasse riconosciuta. Per il nostro ordinamento son dunque quasi cinquant'anni. Una eternità. È anziano, ricoverato in un Centro clinico con malattie conclamate. Lontano da sempre dalla sua famiglia. Quasi un fantasma.
Ma il senso della istanza di grazia non è questo. Qual è oggi la finalità della sua detenzione? La funzione rieducativa della pena e la Costituzione hanno fallito con Domenico Papalia? Sta scontando la pena complessiva dell'ergastolo con isolamento diurno per due gravi omicidi degli anni 80 e 90. Larga parte del mondo per simili condanne non ha dubbi: deve finire la sua vita in carcere. Per la nostra Costituzione, no.
È razionale e forte come lo Stato di diritto: se una pena non ha più significato perché ha raggiunto lo scopo, la rieducazione del condannato, allora deve essere modificata, attualizzata. Non farlo significa svuotarla di significato, cambiarne i connotati, trasformarla da strumento di rieducazione finalizzato al reinserimento sociale, a mezzo contro la dignità dell'uomo in quanto tale, cui è negata ogni possibilità di riscatto.
Una barbarie che lusinga molti, solo perché non conoscono le profonde radici della nostra Costituzione. Il carcere è un mondo lontano che ci separa dagli "altri". Lasciamo gli "altri" lì per sempre. È una soluzione tranquillizzante. Di pochi giorni fa l'ordinanza di rigetto della istanza di liberazione condizionale. Dice che non si è "ravveduto" rispetto ai due omicidi per i quali è in espiazione pena. Si può iniziare una revisione critica per reati per i quali ci si proclama innocente? Forse non c'è più modo di dimostrarlo, forse non c'è mai stato.
Perché le sue condanne all'ergastolo sono fondate su dichiarazioni di pentiti, dichiarazioni contraddittorie ma, evidentemente, convincenti. Le sentenze vanno rispettate, su questo non v'è dubbio alcuno, a meno che non sia percorribile una revisione. Difficile, molto difficile quando c'è il baluardo protettivo delle dichiarazioni dei pentiti. Fatti troppo risalenti nel tempo. Si tratta ormai di decenni. Per un'altra condanna a pena perpetua che Papalia stava espiando, invece, oltre ai pentiti c'era una prova scientifica, una perizia balistica.
Nel 2017, adeguando quella prova alle cognizioni tecniche attuali, Papalia è stato dichiarato innocente. Ma una assoluzione con prova oggettiva non vale altre due condanne con prove deboli. Non sappiamo se conosceremo mai che cosa accadde davvero in quelle stagioni così lontane, buie, inesplorabili. Sappiamo quello che esiste oggi.
Un uomo che ha trascorso tutta la sua vita in carcere; ha varcato quella soglia da analfabeta e si è iscritto all'università. Nel 1993 ha perso in un tragico incidente il figlio di diciotto anni, decidendo dal carcere, dramma nel dramma, di donarne gli organi.
Un gesto lontano anche dalla cultura dominante dell'epoca, una scelta profonda e difficile che, sin da allora, dà il segno di cambiamento dell'uomo. Quel più conta è che oggi nessuno può ritenere la sua pericolosità. Anche quando genericamente prospettata, è stata smentita da provvedimenti giurisdizionali. Per questo la sua famiglia ha chiesto per lui la grazia parziale, non per azzerare il suo passato, ma per trasformare una pena perpetua e senza speranza come l'ergastolo in una temporanea, nella misura massima che il nostro ordinamento prevede, trent'anni, per la semplice ragione che quella pena ha raggiunto il suo scopo.
*Avvocate
di Antonello De Stefano
Il Riformista, 29 maggio 2020
Manfredi era uno dei componenti della Brigata 28 marzo che uccise il giornalista. La documentazione relativa al suo decesso in carcere è scomparsa, un giudice ha ammesso di aver manomesso le cartelle cliniche. Ma nessuno sembra voler cercare la verità. È la dimostrazione che della preziosa eredità del cronista del Corriere non abbiamo capito nulla.
Vi racconto la storia di Manfredi De Stefano (nome di battaglia Ippo) mio fratello, uno dei "sei" componenti della Brigata 28 marzo che si rese protagonista dell'uccisione di Walter Tobagi. Partiamo dal suo arresto.
Era il 3 ottobre 1980 quando nei pressi del Bar Stadio di Arona, gli uomini del Nucleo Antiterrorismo di Dalla Chiesa (tra di loro anche il Brigadiere Dario Covolo di cui parleremo più avanti) alle 20.35, con un'azione rimasta nella memoria della città come "spettacolare", catturano Manfredi e il sottoscritto.
Inizio da questo particolare per farvi notare che il famoso interrogatorio che ci tramanda la verità giuridica, dove Marco Barbone comincia la sua "spontanea ammissione di colpa", avviene il 4 ottobre 1980 alle 10.30 del mattino presso la caserma dei Carabinieri di Porta Magenta a Milano.
Salta subito all'occhio che l'arresto di Manfredi (e mio) avviene curiosamente il giorno prima della confessione di Barbone. E dire che il pentito non sa neanche come si chiama, nei verbali Barbone indica Manfredi con il nome di battaglia, Ippo, non fornisce le generalità e non dà alcuna indicazione sul luogo dove abita.
Ma gli uomini di Dalla Chiesa non hanno bisogno delle "dritte" del pentito, sanno benissimo dove abita Ippo. Sono appostati sotto casa sua da circa una settimana e aspettano soltanto il momento che lui faccia ritorno a casa per prelevarlo. Io ero lì, abitavo lì, e mi sono accorto degli strani movimenti che già da giorni avvenivano nel mio quartiere, tant'è che per paura che fossero fascisti pronti ad un'aggressione, avvisai tutti i compagni di stare attenti.
Erano anni difficili quelli. Risulta evidente che qualcosa non funziona nell'orologio della verità giuridica. Se Barbone parla soltanto il 4 ottobre 1980 con le autorità giudiziarie, com'è stato possibile che gli uomini di Dalla Chiesa si appostano per studiare i movimenti una settimana prima e poi arrestano Ippo il giorno prima della "spontanea confessione"?
Allora per capire cosa accadde, vi racconto di quella informativa datata 13 dicembre 1979 e di tutto il pandemonio che scoppiò, quando fu resa pubblica da Bettino Craxi il 27 maggio 1983, in pieno svolgimento del processo Rosso/Tobagi.
Vi anticipo che questa informativa redatta dal Brigadiere Dario Covolo (uomo di Dalla Chiesa), rappresenta un plausibile movente per l'eliminazione e il conseguente silenziamento di Ippo. Il gruppo di fuoco che quarant'anni fa entrò in azione in via Salaino a Milano, a dire il vero, dovrebbe (uso il condizionale perché non lo si può provare documentalmente) essere entrato in scena e quindi ben noto a chi indaga, addirittura sei mesi prima dell'omicidio.
Mi riferisco, appunto, alla sopracitata "informativa" che il brigadiere Dario Covolo (nome di copertura "Ciondolo") consegna ai suoi superiori il 13 dicembre 1979. Vero, in quel documento non troviamo i nomi di chi eseguirà il piano omicida, ma abbiamo testimonianze sufficienti per sostenere che quella non era l'unica esistente.
Ciondolo ne ha redatte molte altre, ed in quelle vi erano segnalati nomi e cognomi che l'infiltrato (e non confidente) Rocco Ricciardi (nome di copertura "il Postino") gli riferiva man mano che i loro incontri si svolgevano in assoluta segretezza. Su questa vicenda, sarò più puntuale ed esaustivo nel libro che sto scrivendo a quattro mani con il brigadiere Dario Covolo.
Il Colonnello Nicolò Bozzo, braccio destro del generale Dalla Chiesa, riferisce al giudice Guido Salvini che lui stesso ha visto il faldone contenente tutte le relazioni e che lo stesso era spesso almeno quattro/cinque dita e che al suo interno vi erano custodite almeno una cinquantina di informative con tanti nomi e circostanze. Quel faldone sparì nel nulla, non si è più ritrovato.
Il brigadiere Dario Covolo ha anche confermato la loro esistenza sotto giuramento ma la "verità giuridica" ha deciso di credere di più alla parola dell'infiltrato/pentito Rocco Ricciardi e non a quella di due servitori dello Stato, che non avevano nessuna ragione o tornaconto per mentire. Ricciardi ha invece incassato la libertà immediata con Barbone & C. alla lettura della sentenza. Corre l'obbligo di ricordare che "Ciondolo" chiese ripetutamente di poter avere un confronto in aula con il "Postino". Confronto che gli fu, inspiegabilmente, negato.
Perché? Perché non si trovano più le sue relazioni? Chi le ha fatte sparire? Saranno stati gli stessi che hanno procurato la morte, impunita, di Ippo perché testimone chiave di quell'informativa?
Sì, "testimone chiave", perché Ippo è la fonte delle informazioni che Ricciardi passa a Covolo. È Franzetti dei Reparti Comunisti d'Attacco che gira a Ricciardi le notizie che viene a sapere da Ippo. Tra i due c'è un legame di amicizia che risale a molto prima della scelta armata. Dopo aver raccolto le informazioni, le girava a Ricciardi non sapendo il gioco sporco dell'infiltrato.
Certo, Ricciardi e Franzetti negano, forti del fatto che il faldone di quattro/cinque dita non si trova più e Ippo è morto. Ma la storia non finisce qui e a distanza di 29 anni dall'omicidio Tobagi, la fi glia Benedetta fa una rivelazione che rafforza la tesi di un probabile "omicidio nell'omicidio".
È il luglio del 2009 quando irrompe una notizia a dir poco imbarazzante e molto grave. Benedetta Tobagi riferisce in pubblico e nel suo libro dedicato al padre, "Come mi batte forte il tuo cuore", di aver chiesto al Gip del processo Rosso/Tobagi se Manfredi De Stefano non fosse morto a causa delle percosse ricevute dai suoi compagni nel carcere di San Vittore a Milano.
La risposta del giudice è agghiacciante: ammette di aver manomesso le cartelle cliniche per occultare le vere cause della sua morte. Dichiarazione che non è mai stata smentita dallo stesso giudice Giorgio Caimmi e confermata da Benedetta Tobagi. A seguito di questa notizia richiesi immediatamente il diario clinico di mio fratello alle autorità competenti, tuttavia il Dap mi inviò documenti palesemente incompleti ed omissivi.
Nel diario clinico non veniva riportata l'aggressione subita a San Vittore, le prestazioni mediche e chirurgiche per curare un danno così grave. Stiamo parlando di una ferita nella zona temporale destra, profonda e suturata con ben 37 punti oltre a varie ecchimosi e lividi sparsi qua e là sul suo corpo. Di quanto riferisco sono testimone oculare perché lo incontrai più volte in carcere dopo l'aggressione.
Ho continuato a scrivere al Dap per avere altra documentazione ricevendo in cambio "nulla". A quel punto decisi di rivolgermi alla Procura della Repubblica di Udine (luogo della sua morte) e ricevo pronta risposta del Procuratore Capo Dr. Antonio De Nicolo che m'informa della scomparsa del procedimento 284/1984 aperto subito dopo la morte di Ippo e contenente tutta la documentazione relativa al suo decesso, compreso il referto autoptico.
Ancora oggi, a distanza di quarant'anni, la morte di Manfredi De Stefano, così come quella di Walter Tobagi, rimane avvolta nel dubbio e abbandonata all'oblio. Sono ancora numerose le tessere del mosaico che mancano e quel che rattrista è la scarsa volontà di cercarle e di rimetterle al proprio posto. Stiamo dimostrando di non aver capito la grande e preziosa eredità che ci ha lasciato Walter Tobagi e cioè, la tenacia, la costanza, il coraggio e il metodo nel ricercare a tutti i costi, la verità. Io, in suo omaggio, non smetterò di cercarla.
notiziediprato.it, 29 maggio 2020
Domenica scorsa era stato trovato privo di sensi da un agente della Polizia penitenziaria. Immediatamente soccorso e rianimato, era stato portato al Santo Stefano dove ieri è deceduto. È morto ieri, 27 maggio, all'ospedale Santo Stefano di Prato il detenuto 23enne soccorso domenica scorsa nella sua cella, nel carcere di Prato.
Secondo quanto spiegato dalla direzione del penitenziario, il giovane, di origine turca, aveva tentato il suicidio. Il 23enne era stato trovato privo di sensi da un agente della Polizia penitenziaria nella cella che occupava da solo. In base a quanto appreso avrebbe cercato di impiccarsi. Le condizioni del 23enne erano apparse subito critiche.
Immediatamente soccorso dal 118 era stato rianimato e poi trasferito d'urgenza al Santo Stefano, dove i medici si erano riservati la prognosi. Purtroppo le lesioni si sono rivelate troppo gravi e il giovane è spirato dopo tre giorni di agonia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 maggio 2020
Il 7 marzo scrissero una lettera con le richieste per fronteggiare l'emergenza Covid. Mancava il "papello" dei detenuti comuni (non mafiosi) del carcere di Salerno per scrivere il nuovo romanzo della "nuova trattativa" Stato-mafia.
All'indomani della famosa telefonata del magistrato Nino Di Matteo in diretta durante il programma Non è L'Arena, su Il Dubbio abbiamo ironizzato riportando tutti gli avvenimenti e gli pseudo scandali che si sono susseguiti dallo scoppio delle rivolte carcerarie in poi per evocare una nuova trattativa. Molti l'hanno presa sul serio. Ora spunta fuori una lettera del 7 marzo nella quale i detenuti del carcere di Salerno, che inscenarono la prima rivolta, scrivono una serie di richieste.
No, non chiedono l'abolizione del 41 bis visto che erano 200 detenuti provenienti da sezioni comuni, ma - spaventati dall'emergenza Covid 19 - hanno chiesto tamponi, l'aumento del personale penitenziario di notte, un'assistenza sanitaria decente, pene alternative per chi è gravemente malato. Tutte richieste che ricordano più le linee guida dettate dell'Organizzazione mondiale della sanità che da Totò Riina.
Alcuni giornali fanno un singolare salto logico dicendo che, dopo due settimane da quel "papello", è spuntata la famosa circolare del Dap che sollecita le direzioni carcerarie a segnalare ai magistrati i detenuti che presentano tutte quelle malattie letali se si viene a contatto con il Covid 19. Poi il resto della storia al conosciamo. Ritorniamo però alla verità dei fatti, partendo da un fatto che vale fin dalla notte dei tempi: qualsiasi "rivolta" implica un disagio che serve per andare in conflitto con le autorità dove quest'ultime di solito iniziano ad ascoltare e trovare delle soluzioni. Ecco, questa è la "trattativa", anche se è diventata una definizione "tabù".
Il garante regionale della Campania Samuele Ciambriello è stato uno dei primi ad essere accorsi al carcere di Salerno per potere calmare gli animi. Una funzione importante la sua, fondamentale come quella di tanti altri garanti che hanno riportato alla calma numerosi detenuti coordinandosi con varie autorità, dai provveditorati ai giudici di sorveglianza. Una mediazione che però avrebbe dovuto fare soprattutto l'allora capo del Dap Basentini. Come non ricordare quando, nel 2017, l'ex capo Santi Consolo si recò direttamente al carcere di Pisa dove i detenuti erano in rivolta. C'era sovraffollamento e si suicidò un detenuto tunisino.
La sua mediazione fu efficace e riportò tutti alla calma. Il garante Ciambriello spiega a Il Dubbio che quando ha raggiunto il carcere di Salerno erano già presenti il provveditore regionale Antonio Fullone e la direttrice che cercavano di calmare gli animi attraverso un dialogo e assecondare, almeno a parole, le loro richieste trascritte nella famosa lettera.
"Potevano scegliere due opzioni - spiega il Garante regionale - o fare irruzione usando la forza, oppure parlare con una delegazione dei detenuti". Hanno scelto, come il buon senso richiede, la seconda. Come detto, le richieste erano tutte dovute dalla preoccupazione del contagio, richiedendo i tamponi a tutti coloro che entrano in carcere come il personale della polizia penitenziaria.
Ma non solo. "Hanno richiesto - spiega ancora Samuele Ciambriello - anche di non essere trasferiti come punizione per la rivolta, ma in realtà la sera dopo ne sono stati trasferiti almeno 40". Ciambriello, come tanti altri garanti, ha mediato anche in altre carceri, fatto presente delle problematiche ai magistrati di sorveglianza, concordato misure con il provveditorato e le direzioni.
C'era la rivolta di Salerno, poi quella di Poggioreale, una sorta di crescendo. Così come in altre zone d'Italia. Una piccola curiosità. Prima ancora della circolare famosa del Dap, lo stesso garante Ciambriello, d'intesa con la presidente del tribunale di sorveglianza, ha mandato una comunicazione a tutti i direttori delle carceri italiane sollecitandoli di segnalare all'ufficio della presidente i nominativi sia di chi hanno superato i 70 anni, sia di chi hanno un fine pena inferiore ai 6 mesi. Sottolineando che si trattasse di nominativi di detenuti con reati non ostativi.
di Alice Facchini
Redattore Sociale, 29 maggio 2020
Durante l'emergenza Covid-19, M. era rinchiuso nel carcere di Bologna: ha assistito alla rivolta dei detenuti, all'aumento dei contagi, al primo morto per coronavirus, fino alla nascita di un braccio riservato ai detenuti positivi. "Quando sono uscito, il mondo fuori era cambiato. Ancora adesso la notte non riesco a dormire".
"Vivere la pandemia da dietro le sbarre è stata una delle esperienze più angoscianti della mia vita. In poche settimane ho assistito all'aumento del numero dei contagi, alla rivolta in carcere, fino alla nascita di un braccio riservato ai detenuti che avevano contratto il Covid-19. Quando sono uscito, il mondo fuori era cambiato". M. parla con un forte accento napoletano, passando al dialetto nei momenti più intensi del suo racconto.
Ha mani grosse e possenti, che si muovono però con movimenti delicati e attenti. Quelle stesse mani in carcere lo hanno aiutato a difendersi e a sopravvivere, "perché, in un ambiente così, reagire con la violenza è l'unico modo per non venire schiacciati". La sua detenzione è iniziata il 5 febbraio, quando è stato rinchiuso nell'istituto penitenziario della Dozza di Bologna per scontare un residuo di pena: ne è uscito il 5 maggio, esattamente tre mesi dopo, quando il giudice gli ha concesso di tornare a casa in affidamento.
"All'inizio il coronavirus era qualcosa di lontano, che vedevamo solo attraverso lo schermo del televisore e che ci sembrava un problema della Cina - racconta M. -. Poi sono arrivati i primi casi in Italia, e così ho iniziato a preoccuparmi. Fuori c'erano mia moglie e mia figlia di quattro mesi: ero molto agitato, in un momento così avrei voluto essere vicino a loro. Fino a che il Covid non è venuto a bussare direttamente alle porte del carcere, e allora è scoppiato il caos". Quello che M. chiama "caos" è la rivolta della Dozza, scoppiata lunedì 9 marzo e conclusasi 24 ore dopo con un bilancio di un morto, 22 feriti e diverse aree del carcere completamente saccheggiate.
"Quel lunedì si respirava un'aria strana - ricorda. Alle 12.50 come sempre siamo rientrati dal passeggio, ci hanno portato in cella e poi improvvisamente tutte le guardie sono sparite. Io tenevo il vetro della finestra inclinato in modo da riuscire a vedere specchiata la rotonda dove di solito stanno i secondini: era tutto deserto. Poi nel cortile abbiamo cominciato a sentire delle voci nervose, gli agenti si erano concentrati fuori e correvano di qua e di là. Lì ho capito che era iniziata la rivolta".
Le ore successive sono state convulse. I detenuti rimasti chiusi dentro le celle sono rimasti per ore senza cibo né terapie mediche, ma soprattutto senza tabacco: "Lasciare i detenuti senza tabacco è sicuramente il modo migliore per incendiare una rivolta - spiega M.
Erano tutti nervosissimi, ma io ho fatto in modo che nessuno si muovesse: temevo che ci sarebbero state ripercussioni e che ci avrebbero allungato la pena, mentre io volevo solo uscire il prima possibile per tornare dalla mia famiglia. Per tenere buoni gli altri ho iniziato a distribuire il tabacco che mi era rimasto, centellinandolo, un pochino a ciascuno, cercando di convincerli a stare calmi e aspettare".
Chiuso nella sua cella, M. non sapeva cosa stesse succedendo a poche decine di metri da lui. Solo dopo avrebbe scoperto che la rivolta è partita dal braccio C, dove i detenuti hanno dato fuoco ai materassi, per poi sfondare i cancelli e assaltare l'infermeria, fino a salire sul tetto, per protestare contro la sospensione dei colloqui con i familiari, disposizione presa per evitare la diffusione del coronavirus. "La verità è che le misure per contenere l'epidemia sono da subito state insufficienti - racconta. All'inizio avevano montato una tenda della protezione civile vicino ai cancelli d'ingresso, dove provavano la febbre agli agenti, ai medici e agli infermieri che entravano.
Ma se qualcuno fosse stato asintomatico, o nel periodo di incubazione, non sarebbe stato bloccato. Una volta dentro, il virus aveva la strada spianata: in una cella di 2 metri per 3 è difficile mantenere la distanza di sicurezza e le mascherine sono arrivate solo a fine marzo. E poi, ogni braccio ha solo due ricevitori per fare le telefonate, ce li passavamo. Il risultato era ovvio: nel giro di qualche settimana abbiamo iniziato ad ammalarci".
M. racconta che a nessuno è stato fatto il tampone e chi chiedeva di essere visitato da un medico spesso veniva ignorato. Così, tra i detenuti si era instaurata una regola non scritta: se stai male, durante le ore d'aria resti in cella. "Questo non ha impedito alla malattia di diffondersi - sospira. A un certo punto la direzione ha dovuto trasformare il braccio C in reparto Covid, dove venivano rinchiusi i detenuti che risultavano positivi.
Io stesso sono entrato in contatto con un lavorante che poco dopo si è ammalato, il rischio di contrarre il virus era altissimo. Per me è stata una grande ingiustizia: nel momento in cui entri in carcere lo stato ti prende in custodia e dovrebbe tutelare la tua incolumità, ma purtroppo non è così che funziona. C'era già stato il primo morto e otto persone erano positive quando è arrivato il mio ordine di scarcerazione: non potevo crederci, l'incubo era finito. Eppure, ancora adesso, la notte non riesco a dormire".
cuneo24.it, 29 maggio 2020
Dopo alcuni casi di legionellosi che avevano comportato il trasferimento immediato di 122 detenuti presso altri istituti penitenziari del Piemonte, l'Istituto albese nonostante garanzie e rassicurazioni continua ad avere limitata funzionalità e ad avere incertezza sul futuro. Il Senatore Mino Taricco, insieme ad altri colleghi, in seguito al protrarsi dell'incertezza sul destino dell'Istituto carcerario di Alba presenta in Senato un'interrogazione per chiedere al Ministro Bonafede chiarimenti e tempi certi circa l'attuazione del piano di edilizia penitenziaria e quindi di assegnazione dei lavori al fine di restituire la piena funzionalità ad una struttura fondamentale nel sistema carcerario del Nord Italia.
A seguito dell'accertamento di alcuni casi di legionellosi che avevano comportato interventi di bonifiche dell'impianto idrico della struttura circondariale in Alba, ed il trasferimento immediato di 122 detenuti presso altri istituti penitenziari del Piemonte, l'Istituto albese nonostante garanzie e rassicurazioni continua ad avere limitata funzionalità e ad avere incertezza sul futuro.
Interviene il Senatore Taricco: "il carcere di Alba, oltre ad uno stato di sovraffollamento in termini di presenze di detenuti - la struttura ospita mediamente 45 persone (35 durante questo ultimo periodo segnato dal Coronavirus) a fronte di 33 posti disponibili - doveva essere sottoposto, già da mesi, ad operazioni di ristrutturazione ed adeguamento dell'immobile, secondo un peraltro già predisposto stanziamento economico definito dal "Piano di edilizia Penitenziaria 2018-2020" che definiva proprio l'intervento albese di "priorità massima" e che è stato riconfermato con un aggiornamento - durante lo scorso Aprile 2019 - che ha permesso di inserire l'intervento all'interno del Programma triennale dei lavori pubblici 2019 - 2021 redatto dallo stesso Ministero della Giustizia.
Inoltre, va ricordato che già il passato dicembre 2018, era stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il Decreto-legge sulle disposizioni urgenti in materia di sostegno e semplificazione per le imprese e per la pubblica amministrazione che recava misure urgenti in materia di edilizia penitenziaria prevedendo che il programma dei lavori da eseguire e l'ordine di priorità fosse approvato entro 60 giorni. In questo quadro di norme ed atti formali che confermano i previsti interventi, ma contestualmente di immobilità pratica, da fonti giornalistiche emergerebbe una ulteriore indicazione: risulterebbe che il Provveditorato interregionale dell'Amministrazione penitenziaria stia vagliando la possibilità di istituire nell' Istituto di reclusione una Casa di lavoro per internati, con l'inserimento di venti persone.
Aggiunge in conclusione il Senatore Taricco: "Ho voluto inoltre ricordare quanto i terreni, ma soprattutto gli edifici e gli impianti che fanno parte della struttura di proprietà statale, siano destinati ad un danneggiamento e deperimento in assenza di attività e manutenzione. La Casa di reclusione, infatti, oltre alle strutture carcerarie, vantava la presenza di un campo sportivo, una palestra, aule per attività formative, un teatro, locali adibiti a biblioteca, culto e laboratorio, tutti locali che erano curati e manutenuti e che ad oggi sono chiusi ed abbandonati in parte o totalmente.
Le Istituzioni locali da tempo lamentano la mancanza di informazioni certe sul futuro dell'Istituto, anche per la storia ed il bagaglio di esperienze e di innovazione che la presenza di questa realtà aveva saputo costruire e sedimentare su questo territorio, e meritano risposte certe su tempi e modalità della attuazione dei piani di investimento e di recupero previsti. Per questi motivi ho voluto interrogare il Ministro della Giustizia per avere risposte a tempi e percorsi per riportare il carcere di Alba al suo corretto uso penitenziario, in condizioni di assoluta sicurezza per tutti gli operatori e nei tempi più celeri, ed evitare così che le attività ed i percorsi intrapresi negli anni sul territorio e per tutta la Comunità locale non vengano vanificati".
di Gianni Parlatore
gnewsonline.it, 29 maggio 2020
Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e il direttore dell'Agenzia del Demanio, Antonio Agostini, hanno sottoscritto oggi un accordo che consentirà al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria di acquisire l'immobile dell'ex Caserma Barbetti di Grosseto in vista della sua riqualificazione in struttura carceraria.
Soddisfazione per il risultato raggiunto è stata espressa dal ministro Bonafede: "Si tratta di un risultato importante nell'interesse di tutta la collettività, ottenuto grazie alla collaborazione e all'unità d'intenti tra i due ministeri coinvolti, al lavoro del Demanio e delle istituzioni locali". "Oggi - ha aggiunto il Guardasigilli - compiamo un significativo passo in avanti dal punto di vista dell'efficienza, razionalizzazione e rivalorizzazione dei beni demaniali".
L'avvio della riconversione della struttura militare maremmana rientra nel piano per contrastare l'emergenza sovraffollamento nelle carceri. L'iniziativa si inserisce nell'ambito di un percorso iniziato nel giugno dello scorso anno, quando è stato formalizzato il protocollo di Intesa per razionalizzare il patrimonio immobiliare non più utile ai fini istituzionali della Difesa, così da permettere l'individuazione di nuovi spazi per contrastare la questione della carenza dei posti detentivi. Il protocollo promuove lo sviluppo di progetti di rigenerazione e riconversione di alcune ex caserme che per caratteristiche strutturali sono idonee a garantire adeguate condizioni di vita della popolazione carceraria all'interno degli istituti penitenziari. Nel caso della Caserma Barbetti, il recupero e la rifunzionalizzazione dell'immobile saranno oggetto delle attività del tavolo tecnico costituito da Difesa, Giustizia e Demanio che individuerà tutti gli interventi necessari alla riconversione.
di Gianluca Amadori
Il Gazzettino, 29 maggio 2020
A lanciare l'allarme è la presidente della Corte d'appello di Venezia, Ines Marini, la quale sollecita lo Stato ad intervenire con decisione per dotare gli uffici di strumenti, ma soprattutto di personale supplementare per poter riavviare l'attività a pieno ritmo, evitando che l'arretrato accumulato durante il lockdown, e le attuali difficoltà logistiche e organizzative dovute alla necessità di rispettare le misure di sicurezza, paralizzino del tutto una macchina giudiziaria che era già malandata.
"Centinaia di processi e cause bloccate si assommano ad un arretrato che in molti uffici, in particolare nella Corte d'appello, era già drammatico - denuncia la presidente. Questi due mesi di stop hanno annullato tutti gli sforzi compiuti negli ultimi anni per recuperare efficienza e ridurre i ritardi. Se lo Stato non metterà in campo soluzioni immediate, il rischio è grossissimo. Una giustizia bloccata può creare tensioni sociali perché i contenziosi civilistici non vengono affrontati e risolti per tempo e, per quanto riguarda il penale, può indurre la sensazione di un'impunità diffusa, e dunque incentivare la violazione delle regole. Non deve avvenire".
Nella prima fase dell'emergenza Covid-19, quasi tutto è rimasto bloccato, salvo alcuni procedimenti civili urgenti e quelli penali con detenuti. Nell'attuale fase 2 si prevede di poter trattare il 60 per cento delle cause civili, ma soltanto il 30 per cento di quelli penali, in attesa di una fase 3 che nessuno sa quando arriverà. Nel frattempo, nella sola fase 1 i processi saltati ammontano a più di 800, e davanti al Tribunale civile sono in attesa di essere trattati 7mila procedimenti in materia di immigrazione.
"È necessario fermare il pensionamento dei magistrati e inserirne in servizio di nuovi - propone la dottoressa Marini - I concorsi già fatti non bastano: è necessario reclutare 500 giudici ausiliari da inserire negli uffici di primo grado, spostando i magistrati più esperti in appello; bisogna bandire nuovi concorsi di primo grado, dando la possibilità di partecipare ai neo laureati, senza chiedere corsi di specializzazione o il superamento dell'esame di avvocato; e ancora tirocinio più breve per chi ha vinto il concorso e deve entrare in servizio. Il tutto assommato a nuovi organici potenziati per il personale di cancelleria. Soltanto così abbiamo qualche possibilità di reggere la sfida".
La preoccupazione della presidente della Corte d'appello lagunare è tanta. "Di fronte ad un quadro di questo tipo servono subito decisioni coraggiose: i sussidi alle imprese non sono sufficienti a garantire la ripresa se la giustizia si ferma. Il problema è gravissimo ed è necessario lottare per cercare di invertire a tendenza, per sensibilizzare i cittadini, facendo loro percepire le reali problematiche di fronte alle quali ci troviamo".
Oltre al problema del personale, alcuni uffici giudiziari, quelli di Venezia in particolare, scontano le difficoltà dovute ad una logistica non adeguata, a sedi che non sono adeguate ad ospitare l'attività nel rispetto del distanziamento anti Covid-19.
Gli uffici non possono ospitare in sicurezza tutto il personale amministrativo, costretto a restare a casa, in smart working, ma senza la possibilità di svolgere tutte le attività necessarie; le aule sono piccole e quelle capienti sono poche, con il risultato che le udienze che si potranno celebrare sono poche. "Dobbiamo trovare le soluzioni al più presto - conclude la dottoressa Marini - Se lo facciamo, in due anni la giustizia potrà rimettersi a correre".
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