di Claudia Fanti
Il Manifesto, 28 maggio 2020
Ecuador, Cile, Bolivia tornano nelle piazze sfidando le misure di contenimento del Covid per manifestare contro le decisioni dei governi: tagli alla spesa pubblica, blocco delle elezioni, sistemi sanitari al collasso. Di fronte alla fame non c'è quarantena che tenga. Così, se il Covid-19 era riuscito finora a liberare le strade dell'America latina dalle proteste anti-governative, tutto indica che il coperchio sta nuovamente per saltare. La pressione sale in particolare in Ecuador, dove lunedì gruppi di lavoratori e di studenti hanno violato le misure restrittive adottate contro la pandemia per protestare contro l'annuncio del presidente Lenin Moreno di un taglio di oltre quattro miliardi di dollari alla spesa pubblica.
Neppure le minacce lanciate dal segretario generale della presidenza, Juan Sebastián Roldán, rispetto alla "grave responsabilità penale" legata al mancato "rispetto della legge e della normativa sanitaria" sono bastate a intimidire i manifestanti. Che sfidando la repressione sono scesi in piazza in diverse regioni del paese contro i tagli all'educazione, la riduzione dei salari degli impiegati pubblici, la chiusura di imprese statali e pure contro la cosiddetta "Legge umanitaria", approvata il 15 maggio al presunto scopo di salvare l'occupazione, ma in realtà diretta a scaricare sui lavoratori tutto il peso della crisi economica. "Con questa legge tutt'altro che umanitaria torneremo tutti a essere schiavi", ha denunciato il presidente del Frente unitario de Trabajadores, Mesías Tatamuez, esigendo dal governo uno stop al pagamento del debito estero per fronteggiare l'emergenza.
È rimasta ancora alla finestra la Conaie, la potente Confederazione delle nazionalità indigene già protagonista dell'insurrezione dello scorso ottobre. Ha deciso, "por ahora", di concentrarsi sulla protezione delle comunità, ma lanciando un esplicito messaggio al governo: "A tempo debito scenderemo in strada per esigere dal presidente la deroga di questi decreti".
Segnali di ripresa delle mobilitazioni arrivano anche dal Cile, dove il Covid-19 ha messo necessariamente in stand-by la rivolta contro Piñera esplosa il 18 ottobre scorso. Diverse manifestazioni hanno luogo da giorni a Santiago dove, ancora martedì, la gente è scesa in strada per protestare contro l'abbandono delle fasce più vulnerabili e i ritardi degli aiuti promessi dal governo per far fronte alla crisi.
La sola risposta che i manifestanti hanno ottenuto è però l'unica di cui sembra capace Piñera: la repressione dei carabineros a colpi di idranti e di gas lacrimogeni e la condanna del prefetto Felipe Guevara, secondo cui la mancanza di cibo "non giustifica" la violazione della quarantena.
Nel paese con il più alto numero di contagi per milione di abitanti, le cosiddette "proteste per la fame" non sono però destinate a spegnersi: mentre il sistema sanitario è vicino al collasso, la famigerata "Legge di protezione dell'impiego" ha prodotto la sospensione dei contratti di lavoro per almeno 600mila persone. Proteste e blocchi stradali sono ripresi anche in Bolivia dove a La Paz, a Cochabamba, a Santa Cruz e in altri luoghi diventano sempre più frequenti le manifestazioni contro la gestione della pandemia da parte del governo di Jeanine Añez e contro il ritardo nella convocazione delle elezioni generali (che avrebbero dovuto svolgersi il 3 maggio).
Nel braccio di ferro tra il Congresso dominato dal Movimiento al Socialismo, che ha fissato come termine ultimo per la realizzazione delle elezioni il 2 agosto, e il governo golpista, interessato a posticipare quanto più possibile il processo elettorale, il vicepresidente del Mas Gerardo García ha lanciato un chiaro ultimatum: se entro il 31 maggio l'organo elettorale non fisserà la data del voto, "non riusciremo più a contenere la base".
di Claudio Mazzone
ottopagine.it, 27 maggio 2020
I ministeri della Giustizia e dell'Interno di concerto con le Prefetture e gli istituti di pena potranno utilizzare gli uomini dell'esercito impegnati nella missione "strade sicure" per presidiare tutte quelle strutture penitenziari con detenuti di alta sicurezza e 41bis.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 maggio 2020
La corrispondenza è consentita, salvo divieto dell'autorità giudiziaria. Che i boss al 41bis possano scriversi tramite lettere è consentito, salvo un divieto da parte dell'autorità giudiziaria, da sempre. Quando, in alcuni casi, è stato vietato dall'Amministrazione penitenziaria i magistrati di sorveglianza hanno accolto i reclami.
di Samuele Cafasso
wired.it, 27 maggio 2020
Le prigioni italiane hanno problemi endemici da affrontare. Il rischio è che dopo l'emergenza si ritorni al punto di partenza. Quando il primo giugno del 2018 l'esecutivo guidato dall'attuale commissario agli Affari economici dell'Ue, Paolo Gentiloni, concluse la sua corsa, tra le grandi riforme rimaste incompiute c'era anche quella delle carceri che, negli obiettivi dell'allora ministro Andrea Orlando, avrebbe dovuto allargare la possibilità per i condannati di accedere alle pene alternative riducendo così l'affollamento delle case di detenzione italiane.
Meno di due anni dopo, l'emergenza coronavirus rimette al centro dell'opinione pubblica la questione delle detenzioni di massa, ed esattamente come allora spinte riformiste e molto più robuste tentazioni legalitarie si contendono l'arena dell'opinione pubblica: la riduzione della popolazione carceraria - da 61.230 a 52.679 persone in poche settimane - avviata in Italia per far fronte all'emergenza sanitaria, continuerà anche quando quest'ultima sarà finita? E l'Italia saprà costruire un sistema penale e regimi di detenzione che, anche grazie alle tecnologie, siano meno punitivi e pericolosi per la salute delle persone?
Il nostro paese non ha avuto, nelle carceri, quel grande focolaio epidemico che si è invece verificato negli Stati Uniti: 2439 casi accertati nel Marion Correctional Institution, in Ohio, altri 1284 nel Trousdale Turner Correctional Center nel Tennesse, ricorda il New Yorker in un articolo intitolato "Will the Coronavirus Make Us Rethink Mass Incarceration?".
Sette dei dieci grandi centri di diffusione del virus negli Stati Uniti sono istituti di pena. "Per decenni, i gruppi per i diritti civili hanno puntato il dito sui costi sociali della carcerazione di massa", scrive il New Yorker, "il suo fallimento nell'affrontare alla radice il problema della violenza e delle dipendenze, gli alti costi per la finanza pubblica, l'ineguaglianza in campo razziale. La pandemia ha messo in luce un altro pericolo del sistema: i rischi per la salute pubblica".
Anche se l'Italia è riuscita (per ora) a contenere il contagio negli istituti di pena, non può eludere la questione: il nostro paese è da sempre cronicamente incapace (vedi la sentenza Torreggiani) di garantire spazi adeguati a ogni carcerato e questa, oltre a essere una violazione dei diritti umani, è diventata anche una questione di salute pubblica.
Secondo il rapporto annuale dell'Associazione Antigone pubblicato venerdì, prima dell'emergenza Covid-19 l'Italia contava 61.230 detenuti con un affollamento del 130%. Significa 15mila persone di troppo nelle carceri. Al 15 maggio, però, i detenuti sono scesi a 52.579, con un tasso di affollamento al 112,2% e 8.551 persone in meno nei centri di detenzione. Il modo in cui si è arrivata a questa diminuzione, però, ci dice molto del rischio che, finita l'emergenza, si ritorni al punto di partenza.
Vediamo perché: quando scoppia l'emergenza sanitaria in Italia, è subito palese che l'affollamento delle carceri è un grandissimo rischio epidemiologico. Così a legislazione invariata - utilizzando cioè le norme vigenti - da fine febbraio fino al 19 marzo ogni giorno vengono fatte uscire di prigione 95 persone al giorno di media, in molti casi persone in attesa di giudizio che - distorsione tutta italiana - attendevano una sentenza dietro le sbarre. Sono i giorni precedenti e subito seguenti la rivolta negli istituti di pena che il 7,8 e 9 marzo è costata la vita a 13 persone.
Subito dopo si accelera: con l'entrata in vigore del decreto Cura Italia, che dispone la possibilità di scontare la pena detentiva a casa negli ultimi 18 mesi, dal 19 marzo al 16 aprile ogni giorno sono uscite di prigione, mediamente, 158 persone al giorno.
Dopo il 16, però, c'è una nuova frenata. Come si spiega? Nel rapporto dell'Associazione Antigone, Alessio Scandurra scrive: "Il 17 aprile parte, con un articolo di Lirio Abbate su l'Espresso, una campagna portata poi avanti principalmente da Repubblica che mette in relazione il calo della popolazione detenuta, determinatosi per contrastare la diffusione in carcere del Covid-19, con gli interessi della criminalità organizzata, insinuando addirittura atteggiamenti equivoci da parte della politica o dei vertici del Dap". Da quel momento, "le presenze in carcere calano di 77,3 presenti al giorno, meno della metà di prima". Secondo l'associazione, decisivo nella frenata è stato il mutamento di direzione nell'opinione pubblica.
Sono i giorni in cui i giornali pubblicano le liste dei 376 boss che sarebbero usciti di carcere durante l'emergenza coronavirus e che, in realtà, sono solo 3, spiega Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera. A far notizia, però, non è Ferrarella, ma Massimo Giletti che legge in tv la lista incriminata.
Adesso come due anni fa, a prescindere dal caso di cronaca e da possibili errori, qualsiasi tentativo di ripensare l'esecuzione penale in Italia cozza contro un'opinione pubblica manettara che non accetta di ripensare le grandi storture del sistema italiano, ancora tutte sul tavolo. Un terzo degli ospiti delle case di detenzione, oggi, sono persone in custodia cautelare, ovvero in attesa di giudizio: la media europea è del 23%. Un terzo dei carcerati ha violato la legge sugli stupefacenti, che è oggi uno dei grandi motori dell'affollamento carcerario. I morti per suicidio, solo nel 2019, sono stati 53, altri 17 al 14 maggio.
Ridurre il numero di reati punibili rivedendo prima di tutto la legge sulle droghe, investire nelle nuove tecnologie di controllo, come i braccialetti elettronici, superando una visione carcero-centrica della pena sono alcune delle proposte avanzate dall'Associazione Antigone ma che paiono lontanissime dall'agenda dell'opinione pubblica prevalente. Basti un solo dato: ad oggi le persone sottoposte a pene alternative al carcere sono 61mila. Senza questa valvola di sfogo, gli istituti di pena italiani avrebbero un sovraffollamento ben sopra al 200%.
Nell'immaginario pubblico questo significa frotte di delinquenti liberi di commettere nuovi reati. Ma non è così: se guardiamo ai dati del primo semestre del 2019, solo il 3,4% delle misure in esecuzione di pene alternative sono state revocate a causa di abusi, solo una ogni duecento è stata revocata perché il beneficiario aveva commesso nuovi reati.
La Repubblica, 27 maggio 2020
320 detenuti al lavoro sulla produzione di mascherine saranno impegnati nelle carceri di Bollate, Rebibbia e Salerno. È partito così #Ricuciamo, il progetto di inclusione lavorativa del Ministero della Giustizia e del Commissario Straordinario per l'emergenza Covid-19, Domenico Arcuri. Nell'iniziativa sono coinvolti 320 detenuti nei 3 istituti penitenziari di Bollate, Rebibbia e Salerno.
Le prime 2 macchine industriali delle 8 - grazie alle quali i detenuti potranno produrre dispositivi di protezione individuale - sono arrivate presso la II Casa di Reclusione di Milano - Carcere di Bollate. Nella fase di avvio saranno prodotte 400.000 mascherine chirurgiche al giorno che a pieno regime potranno arrivare a 800.000. Una nota di presentazione dell'iniziativa spiega che i dispositivi prodotti nelle case circondariali saranno innanzitutto destinati ai detenuti e al personale carcerario, l'eccedenza verrà utilizzata dal Commissario Straordinario per la distribuzione sul territorio nazionale.
Una risposta concreta al fabbisogno di dispositivi di protezione individuale di chi quotidianamente vive negli istituti penitenziari, con un'importante ricaduta sociale in termini di formazione e impiego dei detenuti, che diventano protagonisti di un progetto di inclusione lavorativa.
"Abbiamo sin dall'inizio fortemente creduto nella rilevanza simbolica e concreta di questo progetto, e abbiamo fortemente lavorato con tutti i partner per la sua realizzazione - dichiara Ernesto Somma, Responsabile riconversione industriale e incentivi della Struttura Commissariale - si tratta di trasformare l'emergenza in opportunità di recupero, di formazione e di riscatto. Nei tre Istituti penitenziari interessati realizzeremo vere e proprie unità produttive organizzate e gestite secondo i migliori standard di efficienza dell'industria".
"La sfida che tutti ci siamo trovati ad affrontare ha richiesto la virtuosa integrazione delle migliori capacità di pubblico e Privato - commenta Stefano Cazzaniga, Partner e Director di Boston Consulting Group - Un'unione che ha visto amalgamarsi competenze provenienti da diversi settori industriali, abilità di progettazione e pianificazione con la visione e l'orientamento all'azione necessarie per dare concretezza all'iniziativa".
"Anche in questo progetto - commenta Pietro Gorlier, Coo della Regione Emea di Fca - abbiamo messo a disposizione le nostre eccellenze italiane sul fronte industriale. Fin dalle prime battute della pandemia, infatti, Fca e Comau si sono fortemente impegnate con molteplici iniziative su più fronti a sostegno del Commissario Straordinario e di altre organizzazioni italiane e internazionali. Siamo orgogliosi essere partecipi di questo progetto che ha una grande valenza sociale".
"È un onore per noi essere promotori di #Ricuciamo - afferma Fabrizio Sammarco, Amministratore Delegato della Società ItaliaCamp - progetto che si inserisce nel nostro impegno sull'Economia Carceraria e mette al centro la dignità della persona e delle sue relazioni sociali, generando nuovo valore per tutti coloro che la crisi sta isolando".
Riccardo Barberis, Amministratore Delegato di ManpowerGroup Italia, dichiara: "Siamo orgogliosi di sostenere il progetto #Ricuciamo. Per questo progetto coniughiamo la nostra esperienza con i profili specializzati, in questo caso nel settore tessile, la nostra capacità e gli strumenti per individuare le soft skills delle figure di coordinamento del programma, con il supporto della Fondazione Human Age. Siamo di fronte ad un modello virtuoso in cui la formazione e la guida in un nuovo lavoro rivestono un ruolo cruciale nella funzione educativa della pena".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 maggio 2020
Nel 2018 la fornitura delle attrezzature alla Polizia penitenziaria ha subito uno stop. Volendo potrebbe esserci la possibilità che un agente penitenziario possa dotarsi di una telecamera per riprendere tutte le operazioni delicate che compie. Dalle perquisizioni, fronteggiare le rivolte o traduzioni di un detenuto. Una trasparenza che serve non solo a tutelare il detenuto, ma soprattutto l'agente stesso. Però tutto questo ha subito inspiegabilmente una battuta di arresto.
di Antonio Maria Mira
Avvenire, 27 maggio 2020
L'ultima Relazione del ministero della Giustizia al Parlamento. Mentre cresce il sovraffollamento chi è impegnato in attività lavorative scende in due anni dal 31 al 27 per cento.
Continua a calare il lavoro in carcere. Un gran brutto segnale, proprio mentre sono invece aumentate le tensioni sia per l'emergenza Covid-19 che per il sovraffollamento. Basti ricordare le proteste violente nei primi giorni di marzo che provocarono 12 morti. Diminuiscono in numero assoluto i detenuti impegnati in attività lavorative e, ancor più grave, in percentuale, visto che le presenze in carcere sono invece aumentate.
di Mario Chiavario
Avvenire, 27 maggio 2020
I temi della giustizia, della pena, del carcere, sono tornati in primo piano. E un lungo e articolato commento meriterebbero gli scritti apparsi su queste pagine di Mauro Palma, apprezzato Garante dei diritti dei detenuti, e di Maurizio Patriciello, protagonista di un impegno esemplare come parroco nella "terra dei fuochi" a sostegno dei più deboli tra gli umili: entrambi, pure in quest'occasione, al cuore di problemi tra i più lancinanti, di lunghissima data ma che la pandemia ha posto sotto gli occhi di tutti con particolare evidenza.
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 27 maggio 2020
Quando, un anno fa, esplose la "vicenda Palamara", noi penalisti scegliemmo la strada del dialogo e del confronto. Niente caccia alle streghe, ripugnanza per il gioco al massacro sulle intercettazioni, soprattutto perché - dicemmo - le intercettazioni sono largamente parziali, e sono selezionate secondo logiche che non conosciamo. Non facciamo decidere ad altri di cosa dovremmo scandalizzarci, ragioneremo ad indagini concluse.
Ma invitammo da subito A.N.M. a non commettere un errore che sarebbe stato fatale innanzitutto per sé stessa: e cioè affrontare la vicenda come un caso di devianza deontologica e addirittura criminale di qualche magistrato, e di uno in particolare. Sapevamo tutti perfettamente che da quelle carte, seppure centellinate dalla (legittima) strategia investigativa, emergeva un sistema, "il" sistema, a tutti ben noto, che un trojan aveva impietosamente registrato nel protagonismo di Luca Palamara, ma che qualche anno prima sarebbe emerso identico, nella interpretazione, magari più elegante o più prudente, del leader di turno.
Perciò alzammo la posta, convocammo "gli Stati Generali dell'Ordinamento Giudiziario", condividendone l'impostazione proprio con A.N.M., per dire: nessun gioco al massacro, ma lavoriamo, pur nelle diversità profonde dei nostri rispettivi punti di vista, ad un ripensamento radicale del sistema. Fu un bel confronto, serrato, importante per qualità e franchezza: ma poi il copione ha inesorabilmente virato nel senso che temevamo.
E via con la retorica del riscatto morale e della eccezionale gravità di quei comportamenti, con la rassicurante narrazione delle mele marce. Oggi, pubblicati gli atti nella loro integralità, si raccolgono i cocci di una implosione devastante. Ripetiamo dunque oggi quello che dicemmo allora. Di cosa si discute nella totale prevalenza di quelle conversazioni? Di capi degli Uffici di Procura e relativi Aggiunti, e di distacchi al Ministero di Giustizia.
Cioè dei luoghi del potere vero, un potere enorme. Il potere di chi, solo iscrivendo o non iscrivendo nel registro degli indagati, decide le sorti di Assessori, Sindaci, Governatori di Regioni, Ministri, Governi, assetti di aziende pubbliche e private, dinamiche industriali colossali. La giurisdizione, cioè le decisioni dei giudici su quelle iniziative delle Procure, le sentenze a conclusione dei processi, non interessano a nessuno, non contano nulla.
Che il potere sia tutto negli Uffici di Procura è reso evidente anche dagli assetti di A.N.M., nella sua storia governata in modo praticamente esclusivo da Pubblici Ministeri, che pure rappresentano il 20% scarso del corpo elettorale. E dunque in questo Paese i Magistrati dell'Accusa letteralmente governano la giurisdizione, i suoi assetti territoriali e gli equilibri dell'organo di autogoverno.
Un potere immenso di condizionamento assoluto della giurisdizione. Come se non bastasse, essi governano altresì i distacchi dei magistrati nell'Esecutivo, e soprattutto nel Ministero di Giustizia, una assurdità esclusiva del nostro Paese, un'autentica sovversione del principio democratico fondamentale della separazione dei poteri. Così immenso essendo il potere in gioco, stupirsi che la Magistratura incontri la Politica nei ristoranti romani a tarda notte è un oltraggio alla intelligenza ed alla onestà intellettuale.
Davvero si pretende che la Politica non chieda conto dell'esercizio di un simile potere? Che non pretenda, con qualche ragionevole legittimità, di metterci bocca? Basta con questa nauseante ipocrisia, non serve davvero a nessuno. Noi proponiamo da molti anni due cose molto semplici, in coerenza con questa analisi: separazione delle carriere, per liberare la giurisdizione dal giogo inconcepibile della magistratura inquirente; divieto di messa fuori ruolo dei magistrati per invadere l'esecutivo, ed il Ministero di Giustizia in particolare (titolare del potere disciplinare, giusto per non dimenticarcelo). Occorre cioè ricondurre il potere della Magistratura inquirente nell'alveo della normalità costituzionale, liberando la giurisdizione e la politica giudiziaria da quell'abnorme potere di controllo. Per quanto tempo ancora la cristallina ragionevolezza di queste proposte potrà essere ignorata?
agensir.it, 27 maggio 2020
"Lo Stato deve investire tutto sui giovani, anche su coloro che sono all'interno degli Istituti minorili, perché sono loro la nostra forza, è lì dove la società può crescere e può creare un mondo migliore". Così il presidente della Camera dei deputati, Roberto Fico, in un videomessaggio indirizzato alle ragazze dell'Istituto penale di Pontremoli in occasione dell'inaugurazione virtuale di una mostra d'arte.
"La nostra Costituzione dice chiaramente che la pena non può essere una mera punizione ma dev'essere un percorso rieducativo", sottolinea la terza carica dello Stato. Lasciata "alle spalle" la pena, "si entra in un nuovo mondo, in un nuovo percorso". Richiamando l'iniziativa che ha portato alla mostra, il presidente della Camera osserva come l'"espressione artistica ci aiuta un po' a trovare quello che siamo, la strada dentro di noi. E quando si riesce a trovare la strada dentro di noi riusciamo anche a percorrere una strada migliore fuori di noi". "Vi auguro di essere in questo percorso, di avere la forza di riuscire a realizzarlo e, soprattutto, di riuscire a realizzare i vostri sogni", conclude Fico, promettendo che quando "questa terribile emergenza" sarà passata andrà a trovarle.
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