di Marco Conti
Il Messaggero, 27 maggio 2020
Sospetti sull'asse Renzi-centrodestra. Conte e il Pd: Italia viva deve chiarire. Mentre Luca Palamara, il magistrato al centro dell'inchiesta che ha terremotato prima il Csm e poi l'Anm, cita Dante, i partiti si posizionano in vista dell'ennesimo tentativo di riformare la giustizia. E lo fanno sfruttando il voto al Senato sul processo a Salvini per la vicenda dell'Open Arms. La Commissione presieduta da Maurizio Gasparri vota no alla richiesta di processare Salvini, e ora il giudizio toccherà all'aula del Senato dove per salvare il leader del Carroccio dal processo serviranno 161 voti.
Nel frattempo c'è da fare i conti con l'astensione in giunta dei tre senatori di Italia Viva e due grillini che votano con il centrodestra. Più precisamente si tratta di un ex 5S come Giarrusso, e della grillina Riccardi che vota contro avvertendo prima il reggente del Movimento Crimi che - approfittando forse della disattenzione di alcune toghe - non si arrabbia.
Anzi, ricambia la gentilezza dicendo che la senatrice non verrà deferita ai probiviri. Anche se i renziani Ettore Rosato e Gennaro Migliore si danno da fare per spiegare che il risultato in Giunta di 13 a 7 dimostra "che Iv non ha salvato il leader della Lega, il Pd accusa il colpo e attacca l'alleato che ancora una volta si è messo in posizione di attesa, pronto a far pesare i diciassette senatori che i renziani hanno a palazzo Madama.
Un problema in più per Giuseppe Conte che tra un mesetto si troverà costretto anche ad affrontare il rischio che un pezzo della sua maggioranza possa andare altrove. Ed è per questo che il premier chiede a Renzi un "chiarimento" su quanto avvenuto ieri in Senato. I renziani ripropongono lo schema già collaudato in occasione della mozione di sfiducia a Bonafede, costringendo Conte a nuovi e concreti riconoscimenti.
Tatticismi a parte, l'appuntamento per capire cosa intende proporre il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede è invece per oggi pomeriggio. I responsabili, in materia, dei partiti di maggioranza si attendono dal ministro un'accelerazione, visto che per ora l'unico intervento sul sistema è stata la cancellazione della prescrizione e la possibilità di inserire un trojan nei telefonini di chiunque.
Sul resto, ovvero sulle riforme complessive, è da tempo buio pesto, anche se dem e grillini sostengono che non ci sono distanze insanabili dimenticandosi lo scontro che ci fu qualche settimana prima della pandemia sui tentativi di modifica della prescrizione. Il problema sarà capire da che parte si intende iniziare. Sulla necessità di riformare il Csm sono ormai tutti d'accordo e pronti a sfruttare la momentanea difficoltà delle toghe ancora alle prese con un selvaggio scontro interno.
Se si considera che lo scandalo-Palamara, che ha svelato aberranti logiche correntizie, risale ad un anno fa si capisce perché nessuno si fa ora illusioni sul tentativo in atto. Limitarsi ad un po' di maquillage, ovvero alla sola riforma dei meccanismi di elezione del Consiglio Superiore della Magistratura, può sembrare riduttivo, senza contare che, procedendo con legge ordinaria, si potrebbe arrivare in tempi brevi ad una delegittimazione dell'attuale Csm, che non piace al Pd.
I dem, che oggi saranno rappresentati da Walter Verini, vorrebbero modifiche più sostanziali, anche sull'aspetto dei meccanismi disciplinari, che richiederanno interventi sulla carta costituzionale.
Le proposte per riformare la legge elettorale di Palazzo dei Marescialli sono molte, anche se ieri FI e la Lega hanno fatto proprio un vecchio cavallo di battaglia del ministro Bonafede: il sorteggio. Un'idea che il Guardasigilli aveva messo da parte per l'opposizione del Pd, ma che potrebbe tornare ad aprire il dibattito dentro il Movimento.
Con l'Anm a pezzi e le correnti che continuano a darsele di santa ragione, il momento sembra però per alcuni propizio per un tentativo di intervento anche più ampio. Ci prova Forza Italia che con Enrico Costa si prepara a presentare in aula un testo per la separazione delle carriere frutto della raccolta di firme delle camere penali, dove Iv potrebbe di nuovo inserirsi. Magari per scambiarlo con una nuova riforma della prescrizione.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 27 maggio 2020
Toghe nella bufera. Salvini chiede lo scioglimento del Consiglio superiore. Magistratura indipendente, la corrente di destra dell'Anm, abbandona anche il parlamentino dell'associazione. Si terrà oggi pomeriggio in via Arenula il vertice sulla giustizia di maggioranza che ha all'ordine del giorno la riforma del Csm. Il ministro Bonafede l'ha convocato dopo che il "terremoto" delle chat di Palamara si è abbattuto sulla magistratura. Provocando nel fine settimana la crisi della giunta dell'Anm e da ieri anche del parlamentino dell'Associazione nazionale magistrati, visto che la corrente di destra (Magistratura indipendente) ha annunciato l'intenzione di lasciare l'organismo.
Ieri Salvini - evocato nelle chat di Palamara, dove l'ex leader di Unicost invitava i colleghi ad attaccarlo - è tornato a chiedere lo scioglimento del Csm. Richiesta rivolta al Quirinale, ma il Consiglio è attualmente in grado di funzionare ed è stato rinnovato in circa un terzo dei rappresentanti togati dopo le dimissioni di chi era rimasto coinvolto nello scandalo. Un anno fa Mattarella aveva usato parole molto dure contro quello che era emerso dagli atti dell'inchiesta di Perugia sulle nomine pilotate dei magistrati. Ed è assai probabile che il capo dello stato tornerà a farlo quando - come ha annunciato il vicepresidente Ermini - molto presto il presidente tornerà a guidare un plenum dell'organo di autogoverno dei magistrati.
Sciogliere il Csm, come ha fatto notare ieri il Pd, significherebbe oltretutto interrompere i procedimenti disciplinari già avviati a carico dei sei magistrati: cinque sono ex componenti del Consiglio poi dimessisi, uno è il deputato di Italia viva Cosimo Ferri mentre Palamara è stato già sospeso dall'incarico. In Cassazione, dove il procuratore generale Salvi ha il potere di iniziare l'azione disciplinare, è stato costituito un gruppo di lavoro per passare al setaccio la mole di conversazioni captate dal cellulare di Palamara inviate da Perugia. Dovrà decidere se ci sono gli estremi per l'incolpazione.
di Giuseppe Santalucia*
Il Foglio Quotidiano, 27 maggio 2020
Molto probabile che, questa volta, di una riforma del Consiglio superiore della magistratura non si possa fare a meno. Nella passata legislatura il governo l'aveva messa in cantiere e ne aveva approfondito, con apposite commissioni di studio, impalcatura e contenuti. Il Csm di allora, pur non sottraendosi al confronto con i testi elaborati dalle commissioni ministeriali, scovò nell'autoriforma la parola d'ordine per indurre il legislatore a soprassedere.
Quindi modificò il Regolamento interno ma, come era ampiamente prevedibile, lo sforzo non produsse i risultati sperati, e necessari. Oggi il tema della riforma è tornato alla ribalta, grazie a indagini penali e campagne di stampa che rivelano, in dosi quotidiane, spezzoni di corrispondenza privata di un componente del Csm di allora, di cui ancora non si sa se, e in che misura, siano rilevanti per l'accertamento delle penali responsabilità.
Ma questa è un'altra storia. La tutela della riservatezza delle comunicazioni dei terzi estranei alle indagini, e dell'indagato per fatti non collegati all'imputazione, non ha mai appassionato gli addetti ai lavori. Quando il legislatore ha affrontato il problema si è paventato ed enfatizzato il rischio che cautele e prudenza selettiva, necessarie per non mettere in piazza - inutilmente e con danno per i diritti fondamentali delle persone - le vite degli altri potessero tradursi in un depotenziamento delle indagini e quindi del principio di obbligatorietà dell'azione penale. Ad ogni modo, per questa via tortuosa l'affaire Csm ha riconquistato priorità: lo ha annunciato qualche giorno fa il Ministro della Giustizia che, sembra di capire, tornerà con forza e determinazione al progetto messo da parte per l'emergenza pandemica.
Una gran parte di quel progetto, è noto, attiene alla modifica del sistema elettorale. Il ministro si era detto in un primo tempo favorevole a meccanismi di sorteggio, poi aveva abbandonato il proposito dopo le numerose critiche e i seri dubbi di costituzionalità da più voci sollevati. Ora, con l'acuirsi della crisi consiliare, o meglio: della visibilità della crisi, non è detto che non riprenda quel disegno. La radicalità brutale della proposta potrebbe apparire una soluzione adeguata alla gravità della situazione.
C'è però un altro sentiero da imboccare che rimane spesso in ombra, muovendo sempre dalla stessa premessa. Il Csm rischia di perdere credibilità, sia tra i magistrati che nella collettività. Fu pensato per presidiare autonomia e indipendenza dei magistrati, ma il timore è che venga visto e vissuto come un'istituzione da cui difendersi. Un ribaltamento di prospettiva da superare rapidamente. Il nodo è la scarsa fiducia che circonda la sua azione: tra i magistrati è un costante dibattito sul se aumentare e di quanto e come i vincoli per la discrezionalità del Csm, le cui delibere a volte sono assai poco comprensibili. Altri avvertono un pericolo non da poco: che nel proliferare di regole e regolette, nel ginepraio di disposizioni si possa con più facilità annidare l'arbitrio. Cosa fare?
Sconfiggere il carrierismo dei magistrati, si è detto. La voglia di carriera guasta gli animi e inquina l'attività consiliare. Ottimo progetto, ma che richiede tempo perché si recuperi un diverso diffuso sentire, e il tempo è la risorsa di cui non si dispone. Il compito del Csm, del resto, è proprio di governare le ambizioni di carriera dei magistrati, di contenerle e reprimerle quando meritano di essere conculcate, e di premiarle quando è giusto farlo, il tutto nell'esclusivo interesse di assicurare alla collettività il miglior servizio giudiziario possibile. Da dove, allora, il soccorso? La risposta è semplice. In una democrazia è la politica che deve intervenire, con lo strumento di maggiore garanzia: la legge. Nei momenti di maggiore difficoltà conviene tornare alla Costituzione. Lì è scritto che il Consiglio svolge i suoi rilevanti compiti - assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, promozioni, ecc. - secondo le norme dell'ordinamento giudiziario. La formula è stata storicamente intesa in modo da riconoscere in capo al Csm un robusto potere di così detta normazione secondaria: non solo esecutore delle previsioni di legge ma facitore concorrente delle regole da applicare.
Questa idea maturò in anni lontani, nella stagione del fervore costituzionale, in cui la magistratura e il Csm furono impegnati a realizzare l'ambizioso progetto della Carta. Ciò avvenne in un contesto di forte vitalità politica, in cui le correnti erano motore di elaborazione culturale sul modo in cui interpretare il ruolo di magistrato. Lo scontro, allora, era molto più sulle idee che sui posti. Quel circolo virtuoso si è interrotto.
La crisi della politica ha investito anche e soprattutto il Csm, figlio di quegli anni e a disagio in un presente che dell'antipolitica ha fatto una bandiera, anche tra i magistrati. In questo delicato e pericoloso frangente bisogna recuperare il significato di garanzia del dominio della legge voluto in materia dalla Costituzione, e in un certo senso irrigidirla. Essa è garanzia per i magistrati ma, in fin dei conti, anche per il Csm e, quindi, per la vita democratica della comunità.
Che l'assoluto dominio della legge possa cedere in parte, lasciando spazi al Csm per integrare e completare le regole, è una possibilità, non una necessità costituzionale. Tornando alle carriere dei magistrati, che si scopre essere il fronte debole dell'azione consiliare, sarebbe bene che fosse la legge a dire quali profili professionali siano da valorizzare per l'uno o per l'altro o per l'altro ancora degli incarichi e dei posti da conferire, senza limitarsi a dettare la cornice riempibile con i più mutevoli contenuti, inevitabilmente condizionati dalle contingenti necessità di recuperare consensi effimeri dentro la cd. base della magistratura.
Si potrà così evitare di leggere in una delibera consiliare che la pluralità di esperienze professionali è una qualità decisiva per far vincere un candidato e in un'altra, di poco precedente o successiva, che la permanenza in una stessa funzione o posto è valore da premiare per far vincere tal altro candidato: o, ancora, che la conoscenza del territorio in cui opera un ufficio giudiziario è il valore aggiunto che quel candidato esprime rispetto ad altri, decisivo per farlo prevalere, e in altra competizione concorsuale di qualche settimana successiva veder premiato altro candidato proprio perché ha sempre svolto la sua attività lontano dal territorio in cui opera l'ufficio che gli viene affidato. In questi esempi non si coglie un confronto tra culture diverse su come intendere ruolo e funzione dell'essere giudice: si avverte soltanto un pericoloso disorientamento, che crea lontananza e diffidenza.
*Magistrato della Corte di cassazione
Il Secolo XIX, 27 maggio 2020
Il voto spacca la maggioranza in Regione. La proposta di legge approvata dal Consiglio regionale ha ottenuto 21 voti a favore. Per la prima volta dalla sua istituzione la Regione Liguria entro tre mesi da oggi avrà un garante esclusivo dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, come i detenuti, gli stranieri nei centri di prima accoglienza o le persone sottoposte a Tso (Trattamento Sanitario Obbligatorio).
La proposta di legge approvata dal Consiglio regionale ha spaccato la maggioranza: 21 i voti a favore, l'intero centrosinistra, M5S, il Buonsenso e il centrodestra esclusa la Lega, che ha espresso i 7 voti contro. "In carcere bisogna andarci, lì dentro deve esserci il diritto, chi garantisce i diritti non sbaglia mai", interviene il capogruppo di Cambiamo! Angelo Vaccarezza.
"Il nostro Paese ha cassetti pieni di diritti, ma bisogna anche fare - interviene il consigliere della Lega Paolo Ardenti - Il carcere in cui si trovano i detenuti oggi probabilmente sarà lo stesso in cui si troveranno fra dieci anni, del carcere nuovo di Savona se ne parla da vent'anni, sono quarant'anni che non si fa".
Il garante durerà in carica cinque anni e non sarà rieleggibile. Sarà eletto dall'assemblea legislativa ligure a scrutinio segreto a maggioranza dei due terzi dei consiglieri. Gli spetterà un'indennità di funzione pari al 40 per cento dell'indennità mensile lorda spettante ai consiglieri regionali, nonché i rimborsi spese e trattamenti di missione previsti per i dirigenti della Regione.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 27 maggio 2020
Lo stop alla prescrizione penale nel periodo dell'emergenza sanitaria è in contrasto con la Costituzione. Innanzitutto sotto il profilo del rispetto del principio di legalità e poi per contrasto con il sotto-principio di irretroattività della legge penale sfavorevole.
A non convincere il giudice unico di Siena, che con ordinanza del 21 maggio ha rinviato la questione alla Corte costituzionale, è la previsione (articolo 83 quarto comma del decreto legge 18/20, convertito dalla legge 27/20) per cui il corso della prescrizione dei reati commessi prima del 9 marzo 2020 è sospeso per un periodo di tempo pari a quello in cui sono sospesi i termini per il compimento di qualsiasi atto dei procedimenti penali.
Cominciano così a diffondersi le questioni di legittimità sulla disciplina dell'amministrazione della giustizia nell'emergenza sanitaria, dopo che la scorsa settimana era stata rinviata alla Consulta la legittimità dell'obbligo di presenza in ufficio del giudice nelle udienze civili. Ora, nel penale, lo stop della prescrizione, ha di fatto impedito nel caso esaminato dal giudice monocratico di Siena che si prescrivessero una serie di reati edilizi commessi prima del 9 marzo, con data di prescrizione ordinaria al 20 aprile.
L'ordinanza, nel sottolineare come la prescrizione deve essere considerata un istituto di diritto penale sostanziale, nello smentire la possibilità di un'interpretazione della norma coerente con la Costituzione, confuta anche le obiezioni centrate sulla natura eccezionale della misura. È infatti, puntualizza l'ordinanza, la stessa logica dello Stato di diritto "a frapporre un argine invalicabile alla possibilità di individuare spazi di deroga o ambiti di non applicabilità" a quei principi che rappresentano "elementi identificativi dell'ordinamento costituzionali". e tra questi non può non essere annoverato il principio di legalità; nessuna deroga può quindi essere ammessa all'irettroattività della legge penale sfavorevole.
di Errico Novi
Il Dubbio, 27 maggio 2020
Intervista all'ex presidente dell'Anm: "Adesso serve una Commissione Verità", "Sapete cos'è avvenuto? Che i magistrati, i magistrati normali che lavorano tutti i giorni e sono i garanti dei diritti dei cittadini, hanno visto che comportamenti inappropriati li avevano commessi anche alcune delle persone che lo scorso anno, in Csm e Anm, tuonavano e condannavano. Si è disvelata la follia e l'egoismo di quel modo di ragionare. Ora niente processi di piazza o vendette. Serve un'azione simile a quella della commissione per la Verità nel Sud Africa post apartheid".
Pasquale Grasso non è uno che cerca la ola. Anche se spesso finisce per riscuotere consensi. Fatto sta che nella primavera dell'anno scorso gli è capitato di essere eletto presidente della Anm. Indicato dal suo gruppo, dal suo gruppo di allora, Magistratura indipendente. Non si trova nel periodo più comodo, diciamo, perché nel giro di poche settimane arriva l'uragano del caso Palamara. Visto che dice quello che pensa, Grasso rompe prima con i suoi, con "Mi" e poi con gli altri, e viene sostituito da Luca Poniz, ora dimissionario a propria volta. Punto di caduta: dopo essersi dimesso anche da semplice componente del direttivo, il "parlamentino" della Anm, può permettersi di dire quello che pensa senza sembrare un venditore di slogan, anche se nel frattempo si è riavvicinato alla sua vecchia componente e sostiene tesi evidentemente vicine alle posizioni di quel gruppo.
Un anno fa la vulgata attribuì a "Mi", ancor più che a Unicost, il marchio di corrente incline alla gestione reticolare del potere. Oggi si scopre che le pratiche disinvolte erano trasversali. Se fin dall'inizio si fosse fatta distinzione fra illeciti personali e presunta superiorità morale di gruppo, oggi la stessa magistratura apparirebbe meno sfilacciata e ne uscirebbe con le ossa meno rotte?
Lo scorso anno i dirigenti dell'Anm di oggi scelsero di "indirizzare" lo scandalo, e utilizzarlo per un mutamento dei rapporti di forza interni alla magistratura. Manifestando così la propria distanza dai magistrati di tutti i giorni, scelsero questa strada invece di imboccare la direzione di un patto rifondativo dell'associazionismo, con nuovi modi di valutazione e selezione dei magistrati apicali e più sensati rapporti con la politica.
Lei descrive un'operazione condotta a freddo, come se fosse stata ispirata da un lucido e calcolato cinismo. Davvero crede che sia andata così?
Guardi che non è una cosa che mi sto inventando adesso, furono le mie dichiarazioni di quei giorni. Mi fu risposto che non era possibile, che una parte, una sola, della magistratura andava posta in quarantena, e pochi secondi dopo erano lì con il bilancino a suddividere gli incarichi in Anm. Ripeto, nel fare ciò hanno trascurato di dare una risposta di verità ai magistrati normali. Solo che adesso i magistrati normali hanno visto che comportamenti, vogliamo dire, inappropriati li avevano commessi anche alcune delle persone che lo scorso anno tuonavano e condannavano, sia in Anm che al Csm. Si è disvelata la follia e l'egoismo di quel modo di ragionare.
Intanto ora la magistratura, pur sempre fra le ultime élites intellettuali del Paese, rischia anche di non essere più considerata nel dibattito pubblico, con le altre classi dirigenti già in crisi nera. È così?
In questi giorni come lo scorso anno, penso che dobbiamo avere ancora la forza di fare qualcosa di simile alla Commissione per la Riconciliazione e la Verità del Sud Africa post apartheid. Qualcosa che ci permetta di ricordare che siamo cittadini italiani, che la nostra società è fatta delle interconnessioni di politica, giurisdizione, imprenditoria, cultura. Ricorda l'apologo di Menenio Agrippa, che spiegò l'ordinamento sociale romano paragonandolo a un corpo umano?
In pratica un precursore della sociologia moderna...
Bene, e secondo una visione sistemica è chiarissimo come gli elementi di una società da soli muoiono, e solo insieme rendono vincente una Nazione. Dunque non processi di piazza o vendette, ma riconoscimento e disvelamento di quanto accaduto e un percorso di rinnovamento insieme, senza insensatezze e aporie logiche motivate da reazioni di pancia.
Basta moralismi, d'accordo. Ma come si spiega lo scivolamento di parte della magistratura nella gestione frenetica e disinvolta del potere?
Perché si è giunti alla degenerazione del correntismo? È semplicistico immaginare che la causa di quel che leggiamo siano le mele marce della magistratura, o la inesistente casta dei magistrati.
E allora di che si tratta? Un paio d'anni fa in un'intervista a questo giornale Piergiorgio Morosini mise all'indice il carrierismo indotto dalla gerarchizzazione degli uffici: condivide?
C'è una risalente concatenazione di fattori, tra i quali non hanno certo avuto un ruolo trascurabile riforme normative che troppo tendevano a inserire elementi, del tutto impropri, di gerarchizzazione negli uffici giudiziari, e conseguente maggiore appeal dei ruoli direttivi. Non sarebbe male pensare quale fosse lo scopo di una maggiore gerarchizzazione e se fosse, e sia stata, utile alla società.
Si tratta di una riforma voluta dalla politica una quindicina d'anni fa...
L'illusione di aumentare la discrezionalità nelle scelte del Csm per premiare il cosiddetto merito ha fatto forse il resto. Dico sempre che, per l'illusione di selezionare pochissimi "primi della classe", forse inesistenti, abbiamo creato un sistema debole.
Si tratta di una visione molto interessante, anche considerato che per la nostra Carta i magistrati sono tutti uguali. Ma ora c'è il rischio di un Csm annichilito da una controriforma?
Adesso serietà impone di riconsiderare il sistema di selezione dei direttivi, con un preponderante ruolo dell'anzianità. Vedo benissimo anche la rotazione degli incarichi e la loro non reiterabilità. Sono assolutamente contrario a forme di sorteggio per il Csm.
Lei crede che la magistratura riuscirà davvero a scrollarsi di dosso le macerie di quest'ultimo anno?
Lavorino comunque insieme, politica e magistrati perbene, l'assoluta maggioranza. Se si avrà la forza, nella magistratura e con la politica, di coltivare interlocuzioni che non si basino sui rapporti di forza ma sul bene comune e sul dialogo, soprattutto sul dialogo con i "giudici di tutti i giorni", quelli che lavorando tutti i giorni sono i garanti del rispetto dei diritti individuali e pubblici dei cittadini, parte sana del Paese che si ritrova ancora una volta incolpevolmente sporcata da questi schizzi di fango, politica e magistratura avranno reso un grande servizio di speranza e verità ai cittadini.
di Errico Novi
Il Dubbio, 27 maggio 2020
Neppure ora l'Anm rinnega le intercettazioni. Ventitré marzo 2018. Aula magna della Corte d'appello di Roma. Un grande convegno, uno dei più importanti incontri sulla giustizia degli ultimi anni, vede discutere insieme i capi delle maggiori Procure del Paese con gli avvocati dell'Unione Camere penali.
È la giunta presieduta da Beniamino Migliucci ad aver convocato l'adunanza. Si discute di intercettazioni. Alcuni dei procuratori, per esempio il numero uno dei pm palermitani Franco Lo Voi, difendono con energia persino il diritto dell'imputato "che sa di essere colpevole" di "cercare senza problemi, nel materiale captato, una comunicazione che autorizzi un dubbio" e di "utilizzarla nel processo".
Il testo destinato all'epoca a entrare in vigore, la riforma Orlando, limita parecchio l'accesso del difensore all'archivio segreto. Di fatto lo costringe a passare alcune migliaia di ore in una stanzetta del palazzo di giustizia, munito di auricolari ma senza poter copiare i file, nella speranza di imbattersi prima o poi in un passaggio, una frase, una battuta del proprio assistito che porti conforto alla tesi difensiva.
Una follia. Come una follia è la previsione, sempre inserita in quel testo di riforma, per cui è la polizia giudiziaria a selezionare le intercettazioni rilevanti. Quelle che ritiene trascurabili non le trascrive. Al massimo annota in una sorta di registro che l'intercettazione c'è stata e descrive in un titolo secco il contenuto, in modo che il pm, se proprio gli salta la mosca al naso, può chiedere di ascoltare il file e vederci più chiaro.
Quella riforma, due anni dopo, cioè a fine febbraio scorso, cambia in profondità, restituisce il controllo delle operazioni ai pm e la possibilità conoscitiva all'avvocato. Il dialogo di istituzioni e associazioni forensi con la magistratura, insomma, si rivela prezioso. Di fatto sono proprio le osservazioni dell'élite della magistratura inquirente - all'epoca del convegno con l'Ucpi nobilitata dalla presenza di figure del calibro di Spataro e Pignatone, oltre che degli ancora "in ruolo" Lo Voi, appunto, Creazzo, Greco e Melillo - a indirizzare l'edizione finale della riforma targata Bonafede.
Non solo, perché sempre i capi delle grandi Procure, nel dicembre scorso, segnalano al guardasigilli la necessità di rinviare l'entrata in vigore del decreto, in un incontro a via Arenula in cui fanno sentire tutta la loro indiscutibile autorevolezza.
Basti la ricostruzione per ricordare che le intercettazioni sono roba da pm. Sono l'espressione più estrema del loro legittimo potere. Giusto così. Si tratta dello strumento investigativo più penetrante, ovvio che sia l'arma letale dei pubblici ministeri. Ma la circostanza rende ancora più clamorosa la parabola del boomerang tornato addosso alla magistratura col sequel del caso Palamara. Anche perché a essere colpiti non sono tanto i singoli pm chiamati in causa dalle intercettazioni perugine, ma l'Anm nel suo complesso. E l'Anm, altro aspetto notevole, da anni è presieduta quasi solo da pm: Luca Palamara, Rodolfo Sabelli, Piercamillo Davigo, Eugenio Albamonte, Francesco Minisci, Luca Poniz: tutti pm. Ha fatto eccezione solo Pasquale Grasso, giudice del Tribunale di Genova, non a caso quello che è stato in carica meno di tutti.
Ora l'Anm, l'associazione presieduta quasi sempre da inquirenti, è in crisi. E c'è da crederlo. Avete però sentito per caso in queste ore un pm, magari con ruolo di peso nell'Anm o al Csm, magari tra coloro che sono stati "mascariati" dalla sputtanopoli togata, dire che si deve smetterla con l'uso strabordante dei trojan? Qualcuno che abbia aderito alla lezione di Giovanna Maria Flick, intervenuto con un'intervista a questo giornale per ricordare che se è sacra la libertà di manifestare pubblicamente il proprio pensiero, articolo 21, lo è pure quella di esprimerlo in privato, articolo 15, giacché nel diritto di "poter comunicare privatamente con chi vuole, in condizioni di segretezza" è "consacrato il diritto alla diversità e all'identità della persona"?
Nessuno: non c'è alcun cedimento. Togliete loro tutto, ma non le intercettazioni. E nessuno si sognerà di togliergliele, d'altronde, nessuno attenuerà la libertà d'uso dei trojan introdotta da Bonafede con la sua riforma a fine febbraio (ora la riforma è congelata fino al 31 agosto, ma certo nel merito nessuno ha pensato di toccarla).
Nessuno tra i partiti si permette di condurre campagne per corregere quelle norme, tranne, va riconosciuto, la sorprendente Giorgia Meloni che ieri, su La Verità, ha chiesto di rivederle, considerata "l'enorme portata del tema" emersa anche col "caso Salvini-pm". Ma a parte simili, rare eccezioni, non ci pensa alcuno, a fare passi indietro.
Due sere fa, nella riunione del direttivo Anm, è stato non a caso un magistrato giudicante, Marcello Basilico, persona appassionata e intellettuale progressista autentico, a prendersela proprio con il quotidiano di Maurizio Belpietro, che ha diffuso le "propalazioni" nefaste per l'Anm. I colleghi in ascolto non lo hanno seguito, hanno lasciato cadere la cosa.
E se i colleghi della Verità sono gli unici, in questi giorni, a spiattellare le primizie da Perugia, non è che noi altri ci siamo stracciati le vesti per la nuova ordalia. Al massimo li abbiamo invidiati. Le intercettazioni sopravvivranno a tutto. Alla distruzione di qualsiasi classe dirigente italiana. Dopo quella politica, anche di quella togata. Pronta come un plotone di kamikaze a farsi saltare per aria e a morire per la gloria del captatore informatico. Toglieteci tutto, anche l'Anm, ma non le intercettazioni.
di Silvia Camisasca
L'Osservatore Romano, 27 maggio 2020
Il Centro Padre Nostro e l'attenzione ai detenuti. Mai come negli ultimi due mesi abbiamo sentito forte l'esigenza di "restare a casa": nella situazione di emergenza, dovuta alla pandemia che ha così duramente colpito le nostre comunità, l'invito, la disposizione, l'impegno a "restare a casa" puntano, inevitabilmente, i riflettori su piaghe e contraddizioni sociali, già note, palesemente stridenti con la necessità di dover stare nelle proprie abitazioni.
Vale per i senzatetto, che un'abitazione non l'hanno. Vale per tanti detenuti, costretti, a causa del sovraffollamento carcerario, a condividere spazi in condizioni ai limiti della sopravvivenza. Contraddizioni queste che la pandemia ha fatto riesplodere in tutto il mondo, riportando alla luce un'altra emergenza, da tempo inevasa, legata a quale casa possano fare ritorno le tante persone detenute con pena non superiore ai diciotto mesi, quando, oltre a non disporre di un domicilio effettivo, vivono gravi situazioni di indigenza economica, socio-familiare e culturale.
I dati forniti dal ministero della Giustizia, aggiornati allo scorso marzo, parlano di una popolazione carceraria di 61.230 persone, di cui 19.889 stranieri, 2.072 donne, quasi un terzo in attesa di giudizio. A fronte di tali numeri e in considerazione di una capienza regolamentare pari a 50.931 posti, emerge l'ampiezza del fenomeno, non solo quantitativamente, ma in quanto indicativo del degrado "ambientale" di tante realtà "di frontiera" coinvolte.
n una delle realtà più esposte - il quartiere di Brancaccio a Palermo - opera da ventisette anni il Centro Padre Nostro, fondato dal beato Giuseppe Puglisi, la cui missione ruota proprio attorno al mondo penitenziario, con particolare attenzione ai temi del compimento della pena e del recupero e reinserimento sociale dei soggetti che hanno commesso dei reati e scontato la detenzione.
Qui prendersi cura e farsi carico di chi ha un trascorso particolarmente difficile è il compito ereditato direttamente da padre Puglisi, il cui messaggio è stato lasciato scritto nella lettera ai detenuti del carcere Ucciardone di Palermo, assunto come linea programmatica tesa a indirizzarne l'operato del centro.
"Abbiamo voluto esprimere la nostra esperienza trentennale nel recupero dei detenuti, oltre che concretamente nell'azione quotidiana, da un punto di vista normativo, presentando al ministero della Giustizia il decreto legge "Certezza del recupero", teso ad accendere i riflettori sul fondamentale aspetto del recupero degli ex detenuti, spesso taciuto rispetto al tema della certezza della pena, che è l'accezione più comune in relazione alla questione delle carceri", sottolinea Maurizio Artale, responsabile del Centro Padre Nostro.
Tali dimensioni trovano accoglienza in veri e propri spazi in cui si coniuga evangelizzazione, sostegno e promozione della persona. Su questi presupposti da oltre due anni si regge l'opera della Casa del figliol prodigo, contrassegnata dal simbolo del Giubileo della misericordia e dislocata al piano terra del centro, riservato al servizio di accoglienza e alle attività dei detenuti senza dimora, che già possono usufruire dei permessi premio. "Pur essendo uno spazio limitato, destinato al più all'ospitalità di due detenuti, intendiamo rispondere metaforicamente alla parabola del figliol prodigo di ritorno alla casa del Padre, trasmettendo, con un piccolo gesto, il nostro spirito di vicinanza e condivisione", racconta Artale.
Ispirandosi a questa esperienza, proprio sull'immagine del dipinto di Rembrandt raffigurante il ritorno del figliol prodigo alla casa delle origini, il Centro di accoglienza Padre Nostro, insieme all'arcidiocesi di Palermo apre, oggi, in questa difficile fase, le porte della seconda Casa del figliol prodigo: un immobile di proprietà della stessa diocesi, nel cuore di un'altra periferia esistenziale della città di Palermo.
Qui, il centro e la diocesi, insieme alla Fondazione Giovanni Paolo II e al Circolo Acli padre Pino Puglisi, accoglieranno dieci persone senza fissa dimora in misura alternativa. Un progetto, già pianificato nell'ottica della missione, ma che trova pieno compimento sotto la spinta della straordinarietà degli eventi: "In questo momento, contribuire a ridurre il numero di persone ristrette in carcere rappresenta un atto di cura e salvaguardia della dignità dell'essere umano", sottolinea Artale.
In seguito alle esigenze dovute all'emergenza sanitaria, i senza dimora ai quali il centro, sempre a fianco della diocesi, della Fondazione Giovanni Paolo II e del Circolo Acli padre Pino Puglisi, offriranno ospitalità, saranno individuati dall'Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna per la Sicilia, e, a costoro, verrà garantito non soltanto un alloggio ma anche un Progetto di inclusione sociale.
"La Casa del figliol prodigo 2 non è solo una struttura abitativa, un bene immobile che funge come alloggio: vogliamo piuttosto creare l'occasione per un cammino di rinascita", racconta il direttore, descrivendo come è stato organizzato il percorso di recupero: "Per costruire con gli ospiti un vero e proprio progetto di vita, abbiamo elaborato specifici programmi educativi di concerto con assistenti sociali, psicologi, educatori, tutor, mediatori culturali, consulenti legali, nonché in stretta sinergia con il personale degli istituti penitenziari e degli Uffici di esecuzione penale esterna".
In tale ambito sono previste molteplici attività, pensate in funzione della specifica situazione del singolo individuo: azioni di accompagnamento per la presentazione e fruizione delle misure a sostegno del reddito, come di accompagnamento educativo e sociale alla vita autonoma durante la residenzialità.
Gli ospiti sono pienamente coinvolti nella scelta dei servizi di cui usufruire, siano essi inerenti a educazione, istruzione e formazione professionale, siano essi volti all'inserimento o al reinserimento nel mercato del lavoro, compatibilmente con le disposizioni governative dovute all'emergenza sanitaria e sociale data dall'epidemia di codiv-19.
La strategia d'intervento poggia sul sostegno di una fitta rete che, negli anni, il centro, e gli enti che collaborano a questo progetto, hanno tessuto e consolidato formalmente (attraverso accordi, convenzioni, protocolli), a livello locale e nazionale: ciò nella consapevolezza che non sia possibile una vera presa in carico dei soggetti in esecuzione penale se non attraverso un'integrazione tra istituzioni, soggetti privati e le migliori risorse della comunità.
Non si tratta, dunque, solo di una risposta all'emergenza del momento, e neppure solo dell'ospitalità garantita a dieci persone senza fissa dimora in regime di detenzione domiciliare: "Vogliamo dare una buona notizia di misericordia, che racconta la parabola di una porta che si apre alla vita, alla rinascita, per ricordare a tutti noi che il Padre ama ogni suo figlio e ognuno ha il proprio unico posto alla sua mensa", conclude Artale.
di Paolo Grassi
Corriere del Mezzogiorno, 27 maggio 2020
Invitalia: la struttura potrebbe mandare in tilt l'intero programma di "rigenerazione". Alzi la mano chi ricorda che nell'area di Bagnoli-Coroglio - tra le tante iniziative previste e annunciate negli anni (un quarto di secolo più o meno...) - c'è anche la realizzazione di un carcere. Un secondo carcere, per la precisione, oltre a quello minorile di Nisida.
La notizia fu resa nota il 13 giugno del 2019: "la Caserma Cesare Battisti a Napoli, adiacente all'area delle ex acciaierie di Bagnoli, sarà la prima struttura dismessa dal ministero della Difesa ad essere trasferita alla Giustizia per essere riconvertita in istituto penitenziario. Dopo il passaggio, curato dal Demanio, saranno avviati i necessari interventi edilizi per la realizzazione delle sezioni detentive e delle camere di pernottamento, nonché quelli di recinzione e videosorveglianza relativi alla sicurezza".
E ancora: "Un finanziamento di 5 milioni di euro finalizzato al recupero conservativo degli edifici esistenti, è già stato inserito nel programma di edilizia penitenziaria 2019". La decisione, "frutto di un accurato lavoro di concertazione fra i due ministeri, è stata formalizzata oggi a Napoli (il 13 giugno 2019, appunto, dai titolari della Difesa e della Giustizia, Elisabetta Trenta e Alfonso Bonafede, e dal Direttore regionale dell'Agenzia del Demanio Edoardo Maggini, che hanno sottoscritto il Protocollo d'intesa per la razionalizzazione di immobili militari presenti sul territorio nazionale ai fini della realizzazione di strutture carcerarie".
Nel corso della conferenza stampa di presentazione dell'intesa e del progetto da essa scaturito, fu spiegato anche che nella struttura potrebbero essere ospitati minori o detenute madri.
Il documento - Ma questo salto indietro nel tempo, direte, a cosa serve? Semplice, a comprendere meglio quello che è successo pochi giorni prima che il Paese entrasse in lockdown, ma di cui non si era saputo nulla sinora.
A febbraio scorso, infatti, Invitalia, l'Agenzia nazionale per lo sviluppo (di proprietà del ministero dell'Economia) che su incarico del Governo è diventata il soggetto attuatore del programma di bonifica e rilancio dell'ex area industriale di Bagnoli-Coroglio, elaborava un documento dal significativo titolo: "Progetto di trasformazione della Caserma Cesare Battisti in struttura carceraria - Rischi per l'attuazione sostenibile del programma".
Dossier evidentemente collegato all'incontro convocato dall'Agenzia del Demanio il giorno 26 febbraio con ministeri e istituzioni interessate proprio per avviare il confronto tecnico - da tradurre poi in un protocollo d'intesa - necessario per la realizzazione del nuovo carcere nella zona di via Leonardo Cattolica.
Ebbene, senza troppi giri di parole, l'Agenzia guidata da Domenico Arcuri, nel documento di cui prima, elencava tutta una serie di criticità rispetto all'iniziativa. "Il carcere sarebbe collocato a ridosso dell'area di proprietà di Invitalia oggetto della maggiore quota di edificazione prevista nel Programma di Risanamento Ambientale e di Rigenerazione Urbana (438.801 metri cubi di 1,6 milioni complessivi, pari a poco meno del 30%)".
Esiste, dunque, "il concreto rischio che le aree perdano attrattività e che diventi difficile trovare investitori disponibili ad acquistarle per la realizzazione degli edifici previsti".
E non è finita: "La mancata realizzazione dei volumi previsti dall'Accordo interistituzionale del 2017 nell'area connessa con il Praru, inoltre, metterebbe in discussione il dimensionamento delle infrastrutture esterne ipotizzate per raggiungere l'area (es. prolungamento della Linea 6 con fermata prevista proprio in prossimità della caserma)".
I numeri - Per la precisione, il Praru prevede di realizzare 1,6 milioni di metri cubi di edifici nel Sin (sito d'interesse nazionale Bagnoli-Coroglio) sui 2,11 milioni totali del Pua (piano urbanistico attuativo). Nello specifico, il programma di rigenerazione urbana - che si pone come obiettivo 13,5 milioni di presenze annue grazie ai vari attrattori immaginati - stabilisce la nascita di 2 alberghi da 4/5 stelle (700 camere) e uno "student hotel" (300 camere); di 500 appartamenti (incluso la riqualificazione del Borgo Coroglio); di 150 negozi fino a 150 mq, 10 fino a 1.500 mq, 25 ristoranti fino a 400 mq; una spiaggia lunga 2 chilometri; un porto turistico (900 posti barca) e poli di ricerca per Anton Dohrn e Federico II, oltre a 200 uffici/laboratori capaci di dare impiego a 2.000 addetti.
di Giulio Cavalli
Il Riformista, 27 maggio 2020
Rimasto solo nel nido. Non è il titolo di un romanzo o di una gustosa serie televisiva, solo nel nido ci è rimasto Edward che ha 2 anni e da settembre dell'anno scorso passa la giornata dentro il nido del carcere di Rebibbia, considerato modello nazionale eppure sempre spazio contornato di sbarre e con una libertà centellinata.
Solo che il nido, dopo che sono risultati positivi al Covid-19 due medici e due infermiere che prestavano servizio nel complesso femminile del carcere di Rebibbia, è stato completamente svuotato accedendo a misure alternative di tutti i 14 bambini che c'erano all'inizio dell'emergenza Coronavirus, tutti tranne Edward e sua madre Naza. Lei ha 42 anni e per un cumulo di condanne deve scontare 18 anni di carcere.
Naza non ha commesso nessun reato contro la persona, qui siamo lontani dai boss di mafia su cui si è fatto tanto rumore, ma la sua esistenza difficile di madre di ben 13 figli, il suo cognome non italiano e le condanne per furti aggravati e non l'hanno resa una storia minore, una di quelle vicende laterali che risulta perfino scomodo raccontare in questi tempi in cui buttare via la chiave per i colpevoli è diventata la frase regina del dibattito politico e pubblico.
Il carcere, si sa, lo fanno quelli che non hanno abbastanza voce e abbastanza soldi per potersi fare ascoltare e così a Naza non spetta che attendere l'esito del suo ricorso, l'ultima udienza è stata lo scorso mercoledì, e sperare. Le colpe di Edward invece sono le stesse di tutti i figli di madri carcerate: essere figlio.
Intanto balza agli occhi un dato: in questi due mesi i magistrati competenti, non solo di sorveglianza, hanno usato tutti gli strumenti per scarcerare i bambini del nido di Rebibbia, a dimostrazione del fatto che se esiste la volontà (non solo sanitaria) di garantire un'infanzia dignitosa a bambini reclusi esistono strumenti a disposizione. Bisogna avere il coraggio di usarli e di osarli.
"Non facciamoci anestetizzare perché l'alba della vita in un carcere non ha senso. I primi mille giorni della vita non possono esser privati di tutti gli stimoli: affettivi, cognitivi, relazionali, ambientali, sociali, sensoriali che formano la personalità e l'identità" scriveva Leda Colombini, partigiana, assessore agli enti locali e ai servizi sociali della Regione Lazio e poi deputata.
In Italia esistono 12 nidi nelle carceri, usati per bambini fino al terzo anno di età. C'è una legge, la 62 del 2011, che ha istituito le case famiglia protette che nelle intenzioni dovrebbero garantire ai bambini condizioni il più possibile vicine a quelle dei loro coetanei.
Solo tre anni fa a Roma è stata inaugurata la prima casa protetta intitolata proprio a Leda Colombini. Dal 2006 sono stati creati anche gli Icam, istituti a custodia attenuata per detenute madri in cui le recluse possono tenere i loro figli fino al sesto anno di età. Edward è rimasto solo nel nido e sua madre ha un fine pena che scade nel 2037. Strano Paese questo che si innamora dei bambini quando possono servire per riempire qualche colonnina di siti e giornali con una notiziola curiosa e che invece ritiene normale che possano stare all'interno di un carcere in piena pandemia.
Strana politica quella che si ingegna nella narrazione dei fragili e degli ultimi e che non riesce a buttare un occhio al più fragile degli ultimi che oggi ha il sorriso spento di un bambino. Strana anche questa generalizzata informazione che si azzanna sulla didattica a distanza e che non perde un minuto a pensare a chi, così piccolo, abbia in sottofondo l'ombra delle sbarre, il rumore delle porte blindate e una socialità coltivata dai volontari che girano intorno.
Ci sono sentimenti che non trovano spazio nelle leggi e che non riescono nemmeno a gocciolare nella discussione pubblica: ci dicono da mesi, mentendo e sapendo di mentire, che la pandemia sarebbe una livella che mette tutti sullo stesso piano e invece ancora una volta siamo di fronte a una punta che affligge i deboli che si ritrovano più deboli e perfino dimenticati.
Se c'è una scala di dolori e di valori che riesce a non curarsi di un bambino detenuto con la madre mentre si srotolano protocolli e divieti dappertutto significa che ci si è indurita la coscienza, da qualche parte, e abbiamo molta confusione nelle priorità. È una storia piccola, certo, ma Edward da solo nel nido di Rebibbia è la fotografia di come sia facile, basta poco e niente, rimanere incastrati nella maglia delle regole.
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