di Piero Sansonetti
Il Riformista, 26 maggio 2020
"Autoriforma"? È come se un imputato chiedesse l'autoprocesso... Gian Carlo Caselli spiega: bisogna far presto, prima che siano gli altri a riformarci. Cascini parla di sistema da cambiare. Ma si può cambiare senza togliere potere ai Pm?
Gian Carlo Caselli dice che è "urgente" l'autoriforma della magistratura. Perché? Cito testualmente: "Per evitare o per giocare d'anticipo rispetto a proposte che potrebbero essere non di riforma, ma di vendetta nei confronti della magistratura, da parte di chi non ha troppo gradito la sua attività indipendente".
E come si fa a giocare di anticipo ed evitare che gli "esterni" mettano becco in vicende (cioè il proprio potere) che devono restare di pura competenza della stessa magistratura? Cito ancora testualmente: "Offrendo la massima collaborazione agli organi competenti, a partire dal ministro".
A me pare che in questa dichiarazione, forse appena un po' ingenua, di uno degli esponenti della magistratura (oggi in pensione) che ne ha rappresentato al meglio la storia degli ultimi 25 anni (e cioè l'ex Procuratore di Palermo e di Torino ed ex esponente del Csm) ci sia la chiave di volta per capire bene, senza pregiudizi, cosa sia esattamente questa crisi devastante scoppiata con il caso Palamara.
Caselli in pochissime parole esprime quattro concetti, limpidamente. I primi due sono concetti - diciamo così - tattici. Il terzo è strategico. Il quarto è "di corporazione". Vediamoli. Primo: giochiamo di anticipo se vogliamo evitare una riforma. L'idea è chiarissima, se la riforma ce la facciamo da soli sarà una riforma che ci è congeniale. Vantaggiosa. Se invece lasciamo che sia il Parlamento a mettere le mani sulla Giustizia, rischiamo di restare fuori, e di dover subire una riforma radicale.
Secondo concetto (ancora tattico): per ottenere questo risultato dobbiamo allearci ora ("urgentemente", dice Caselli) con il ministro. Non c'è bisogno di spiegare il perché. Il ministro Bonafede è espressione politica della magistratura e si trova in una condizione di forte condizionamento da parte del partito dei Pm. E in più gode dell'appoggio dei 5 stelle che, anche loro, sono sostanzialmente l'espressione parlamentare dei Pm. Bisogna sfruttare questo momento, perché se cambia la maggioranza, e cambia il ministro, si rischia.
Terzo concetto, strategico. Cosa bisogna salvare? Caselli lo dice: l'indipendenza. Ma quale indipendenza, esattamente? Quella che è emersa dalle tonnellate di intercettazioni realizzare e distribuite dalla Procura di Perugia: l'indipendenza della magistratura da qualunque controllo e da qualunque criterio di selezione al suo interno; e anche dal diritto.
Per indipendenza si intende non "indipendenza" nel giudizio (questa è del tutto smentita dalle intercettazioni) ma indipendenza del proprio potere. E questo è il quarto concetto: evitare la riforma nel senso di evitare una riforma che riduca il potere incontrollato dei Pm e delle correnti.
Del resto è evidente, scorrendo le varie proposte che vengono soprattutto dal duo Travaglio-Bonafede (scherzosamente, ma non tanto, nei giorni scorsi abbiamo ipotizzato che Travaglio sia il ministro e Bonafede il sottosegretario), che nessuna idea di riforma immaginata dal partito dei Pm (e dunque anche dall'attuale maggioranza di governo) intacca minimamente il potere dei Pm né quello delle correnti.
Il partito dei Pm che oggi appare scompaginato dallo scandalo - sebbene sia in buona parte protetto dalla grande stampa - vuole che non siano nemmeno prese in considerazione le proposte di riforma reale della magistratura. Per esempio la separazione delle carriere, per esempio la responsabilità civile, per esempio la fine dell'obbligatorietà dell'azione penale, per esempio la riduzione della possibilità di arresti preventivi, per esempio una ragionevole riforma/riduzione delle intercettazioni che ormai stanno infestando l'Italia e facendola assomigliare sempre di più alla Germania comunista degli anni Settanta o alla stessa Italia di Mussolini.
Caselli in pochissime righe ha sintetizzato la strategia del partito dei Pm. Che è uscito, sì, indebolito dallo scandalo ma, paradossalmente, spostato su posizioni più giustizialiste di prima. Il ritorno di un esponente davighiano al vertice dell'Anm, i nuovi patti tra correnti per evitare il ribaltone, l'alleanza di ferro, omertosa, con i grandi giornali che a questo punto sono diventati una specie di succursale del "Fatto", cioè dell'organo ufficiale del partito dei Pm, tutto questo è un avviso di burrasca, cioè di peggioramento, non di miglioramento, del clima da stato autoritario in mano ai Pm.
Il consigliere di Area, Cascini, che è stato appena sfiorato dalle intercettazioni, anche lui ieri ha parlato, per scongiurare la fine dell'Anm e per spiegare, con toni molto diversi da quelli di Caselli, come sia necessaria una riforma profondissima di tutto il sistema.
Ha ragione Cascini. Non so però se si rende conto di un fatto ovvio, elementare: la degenerazione del sistema è dovuto - come sempre accade - a due fatti molto semplici: l'aumento sconsiderato dei poteri delle Procure e la chiusura in casta della magistratura.
Quando si usa la parola autoriforma, si intende esattamente questo: siamo casta, siamo "bramini", guai se qualcuno immagina di poterci avvicinare. I non magistrati, "i Dalit", o i "Paria" restino lontani. E invece, caro Cascini è esattamente il contrario: o i Dalit si ribellano e dicono basta alla casta, e voi accettate di perdere una parte considerevole del vostro potere incontrollato, che è un potere sulle vite umane, o la magistratura sarà sempre più un luogo di corruzione e di sopraffazione, e l'Italia sempre meno un paese democratico. Autoriforma è una parola insensata. Per farlo capire bene a voi: è come se un imputato chiedesse l'autoprocesso.
di Laura Ambrosi e Antonio Iorio
Il Sole 24 Ore, 26 maggio 2020
Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 25 maggio 2020 n. 15776. Nei reati tributari il sequestro penale e la successiva confisca prevalgono sul fallimento della società anche se intervenuto prima della misura cautelare. Tuttavia, i beni appartenenti alle persone estranee al reato e quelli acquisiti in buona fede non possono essere sottoposti a nessun vincolo. A fornire questa rigorosa interpretazione è la Corte di cassazione con la sentenza 15776 depositata ieri. Il Gip sequestrava in via diretta somme depositate sui conti di una società dichiarata fallita, il cui amministratore era indagato per il reato di indebita compensazione di crediti inesistenti.
Le somme, secondo l'ipotesi accusatoria, rappresentavano il profitto del reato conseguito dalla società, a nulla rilevando il fallimento avvenuto alcuni anni prima. Il curatore impugnava in Cassazione la decisione del tribunale lamentando, tra l'altro, che le somme sequestrate, in realtà, non fossero più nella disponibilità del reo stante l'avvenuto fallimento. Il curatore è l'organo gestore della procedura regolata dalla legge e, quale ausiliario dello Stato, opera sotto la vigilanza del giudice delegato potendo destinare il denaro della procedura a spese autorizzate previste dalla legge ovvero il pagamento dei creditori sotto il controllo giudiziario.
Il sequestro disposto successivamente alla dichiarazione di fallimento, secondo la difesa, non poteva colpire il conto della società, posto che era stato sottratto alla disponibilità del reo. Così la confisca, nell'intento di impedire la restituzione al responsabile degli illeciti dei benefici conseguenti all'attività delittuosa, rischiava di avere effetti illegittimi nei confronti dei creditori in buona fede. La misura cautelare, in concreto, aveva colpito non il patrimonio dell'indagato ma quello della procedura fallimentare (soggetto terzo) totalmente diverso dalla società.
Nel corso della procedura, inoltre, era stata autorizzata l'assistenza di vari professionisti che avevano maturato crediti prededucibili non ancora liquidati dal giudice delegato: il sequestro aveva così privato anche tali professionisti dei loro legittimi compensi.
La Corte di cassazione ha parzialmente accolto il ricorso. I giudici danno innanzitutto atto dell'orientamento di legittimità secondo cui, nei reati tributari, il sequestro preventivo finalizzato alla confisca, non può essere adottato sui beni già assoggettati alla procedura fallimentare, in quanto la dichiarazione di fallimento fa venir meno il potere di disporre, in capo al fallito, del proprio patrimonio.
Secondo, invece, un altro orientamento legittimità, cui aveva aderito il tribunale del riesame, il sequestro penale prevale sui diritti di credito vantati dai terzi stante l'obbligatorietà della misura ablatoria alla cui salvaguardia è finalizzato il sequestro. Le finalità del fallimento, pertanto, non assorbono la funzione prioritaria assolta dal sequestro.
La sentenza, dopo aver manifestato l'adesione a quest'ultimo è più rigoroso orientamento sulla prevalenza del sequestro penale rispetto alle esigenze del fallimento, ha precisato che devono essere comunque garantiti i diritti dei terzi. Ne consegue che il giudice penale, nel disporre il sequestro, deve valutare, se eventuali diritti vantati da terzi, siano o meno stati acquisiti in buona fede. In caso positivo il bene, la cui titolarità sia vantata da un terzo, non può essere sottoposto a sequestro, né a confisca.
Se è vero infatti che il sequestro penale è destinato a prevalere sugli interessi dei creditori alla salvaguardia dell'attivo fallimentare, è tuttavia innegabile che, sul piano pratico, risulti indispensabile circoscrivere compiutamente l'entità di quanto confiscabile, senza arrecare pregiudizio alle concorrenti pretese creditorie. Nel caso specifico la verifica non era stata compiuta dal tribunale del riesame che si era limitato a sostenere la prevalenza assoluta del sequestro penale rispetto al fallimento. Da qui l'accoglimento, almeno sotto questo profilo, del ricorso della curatela.
Il Giorno, 26 maggio 2020
Si occupano dei detenuti che scontano la pena fuori dal carcere, monitorando affidamenti in prova, semilibertà o domiciliari. Chiedono di lavorare in condizioni di sicurezza al rientro negli uffici dopo il lockdown. Lo scontro tra i sindacati e la direzione dell'Ufficio Esecuzione Penale Esterna (Uepe) si è concretizzato in una dura lettera inviata da Fp-Cgil, Cisl Fp e Uil-Pa Milano alla Prefettura di Milano, nella quale diffidano "alla ripresa delle attività in assenza della sottoscrizione del protocollo sulla sicurezza".
Mettono nero su bianco una richiesta di "intervento del prefetto e della commissione territoriale per la verifica del protocollo sulla sicurezza istituita presso la prefettura, affinché gli stessi verifichino la corretta posizione dell'Uepe". Un passo formale preceduto da incontri sulla ripresa delle attività "in presenza" che, per i sindacati, si sono conclusi con una fumata nera.
di Frank Cimini
Il Riformista, 26 maggio 2020
L'accusa è di associazione sovversiva finalizzata ad atti di terrorismo. Ma l'unico atto è quello di aver protestato contro il sovraffollamento negli istituti di pena. Va ricordato che erano stati gli stessi inquirenti nella conferenza stampa relativa all'operazione a sostenere che gli arresti facevano parte di una strategia di tipo preventivo al fine di evitare episodi di violenza nelle manifestazioni di piazza causate dalla crisi economica legata alla vicenda del coronavirus.
Insomma il problema appare essenzialmente politico dal momento che secondo la difesa sarebbero labili gli indizi anche in relazione all'episodio del danneggiamento di due antenne a dicembre del 2018. Non ci sarebbero collegamenti dimostrati tra la frase vergata sul muro ritenuta una sorta di rivendicazione e il fatto che pochi giorni dopo alcuni degli indagati venivano colti a realizzare la scritta "no alla sorveglianza". Le informative utilizzate per emettere l'ordinanza di arresto fanno più volte riferimento a manifestazioni in solidarietà con i detenuti e con gli immigrati trattenuti nei Cpr, con scoppi di petardi utilizzati per far sentire la presenza delle proteste all'interno delle strutture.
L'avvocato Ettore Grenci cita la sentenza della Cassazione cui si ricorda che la semplice idea eversiva non accompagnata da propositi attuali e concreti di violenza non vale a realizzare il reato "ricevendo tutela proprio dall'assetto costituzionale dello Stato che essa mira a travolgere".
La posizione della procura di Bologna fatta propria dal gip in riferimento agli arresti tende a prospettare il terrorismo come una sorta di reato di pericolo. Non è la prima volta che accade. Ci aveva già provato la procura di Torino con la storia del compressore bruciacchiato in occasione di un assalto al cantiere di Chiomonte dell'alta velocità.
La vicenda aveva portato a detenzioni in regime di alta sorveglianza e a durissime polemiche. Alla fine però il cosiddetto teorema Caselli veniva bocciato per ben tre volte dalla Cassazione nonostante il tentativo della procura di trasformare quel marchingegno danneggiato dalle bottiglie molotov in una sorta di caso Moro del terzo millennio.
Giornale di Sicilia, 26 maggio 2020
Da oggi al via i colloqui al carcere Pagliarelli di Palermo, dopo la sosta per il lockdown, ma scoppia subito la protesta da parte degli avvocati in attesa di parlare con i propri detenuti assistiti. La direttrice del carcere, nei giorni scorsi, ha stabilito alcune regole per entrare all'interno dell'istituto penitenziario, quali indossare guanti, mascherine e visiere.
Inoltre, vista la difficoltà di reperire il materiale per creare barriere divisorie, è stata concessa la possibilità di far entrare soltanto due avvocati per volta per effettuare i colloqui con ogni singolo detenuto assistito. Gli avvocati, come si legge nella nota della direzione del Pagliarelli, hanno l'obbligo, inoltre, di prenotare i colloqui tramite email indicando l'orario ma oggi i tempi non sono stati assolutamente rispettati.
I legali, stamattina, sono arrivati puntualmente davanti al carcere ma sono stati lasciati per strada, fuori dalla struttura, in attesa di essere chiamati. Tra i presenti anche professionisti di una certa età che hanno dovuto attendere il proprio turno sotto il sole. "La nota della direttrice non prevede che gli avvocati debbano stare fuori dal carcere sotto il sole in attesa di essere chiamati - dichiara l'avvocato Marco Traina. Peraltro i primi colleghi usciti dal colloquio con i propri assistiti hanno parlato soltanto dieci minuti per non togliere tempo agli altri colleghi che aspettano fuori. Ma anche con questa accortezza tra noi avvocati, i tempi sono biblici".
di Raul Leoni
gnewsonline.it, 26 maggio 2020
Gestire l'emergenza con il contributo di tutti, istituzioni e realtà sociali: una sinergia a sostegno delle attività all'interno delle strutture penitenziarie che si è rivelata fondamentale nelle fasi più difficili della diffusione della pandemia sul territorio nazionale. I primi giorni di marzo, quelli del periodo più complicato dell'emergenza Coronavirus, avevano messo gli istituti di fronte alla necessità di rivedere le modalità dei colloqui, da garantire ai detenuti nel rispetto delle prescrizioni sanitarie dettate da un momento straordinario, con l'obiettivo di evitare la diffusione del contagio.
Anche nel carcere di Bollate la soluzione adottata, quella dei video-colloqui, ha richiesto impegno e spirito di adattamento da parte della direzione e del personale di Polizia Penitenziaria: ma nella gestione dei colloqui a distanza l'istituto milanese ha goduto di un ulteriore supporto grazie alla cooperativa sociale "Bee.4 Altre menti". Con il contributo della fondazione "Peppino Vismara", nell'ambito del progetto "Lavorare ne vale la pena", l'associazione ha reso possibile il potenziamento delle postazioni riservate ai detenuti per i colloqui via Skype con i familiari.
In appena 24 ore il numero di dispositivi è stato portato a sei, per poi arrivare in pochi giorni a otto. La collaborazione con la direzione della struttura detentiva ha permesso di portare a termine un lavoro che si è rivelato prezioso nella gestione dei momenti di socialità dei detenuti, seppur a distanza. Un circolo virtuoso per mettersi alle spalle l'emergenza e ripartire.
Il Gazzettino, 26 maggio 2020
Ieri il sopralluogo in cantiere dopo il colpo di scena del cambio d'impresa. "Se non ci saranno intoppi, in autunno potrà ripartire il cantiere del carcere". L'annuncio dell'accelerazione dell'iter del nuovo istituto penitenziario del Friuli Occidentale arriva dal responsabile della pratica del Provveditorato triveneto alle opere pubbliche, Francesco Sorrentino.
Lo ha comunicato ieri, durante il sopralluogo all'ex caserma Dall'Armi. L'occasione era quella di valutare la consistenza dei lavori del cantiere della struttura da 300 posti nell'ex sito militare di via Divisione Garibaldi. Ieri si è dunque accertato la situazione con l'azienda che aveva originariamente vinto l'appalto, ovvero l'Associazione temporanea d'imprese Kostruttiva-Riccesi. Un passaggio conseguente la sentenza della Corte di Cassazione del 20 gennaio 2020, che ha definitivamente chiarito che è la Pizzarotti di Parma a dover subentrare al contratto per la costruzione che sorgerà al posto dell'ex caserma.
Con il verbale di consistenza lavori, nel concreto si è verificato quanto finora realizzato dall'Ati, per quantificare il dovuto. Nel contempo, il Provveditorato può rientrare in possesso del bene demaniale. Un passaggio necessario prima della futura stipula del contratto con la subentrante Pizzarotti, un colosso con un portafoglio ordini da 13 miliardi di euro, arrivata inizialmente seconda nella gara.
Cosa succederà ora? Sorrentino ieri lo ha spiegato: "Si stanno facendo verifiche dal punto di vista giuridico con l'Avvocatura di Stato sulla modalità di subentro di Pizzarotti perché le condizioni economiche sono completamente differenti. Avevano offerto in gara d'appalto un ribasso dell'1 per cento, mentre l'Ati Kostruttiva-Riccesi aveva presentato un ribasso di circa il 25%. Si parla di un delta economico, compreso di Iva e altro, di circa 8 milioni di euro".
Pertanto, nel caso in cui l'Avvocatura di Stato confermasse l'applicazione del ribasso della gara d'appalto, si dovrà richiedere un'ulteriore tranche di fondi a integrazione, poiché l'importo complessivo dei lavori del nuovo istituto penitenziario passerebbe da 22 a 30 milioni di euro. Il passaggio di verifica dei fondi dovrebbe richiedere tempi stretti, non oltre un paio di mesi.
Durante il sopralluogo di ieri nell'area a lato della strada regionale 463, alle porte della cittadina, è stata usata più volte la parola accelerare parlando dell'iter realizzativo. L'ha usata il sindaco Antonio Di Bisceglie e l'ha ribadita soprattutto il responsabile della pratica, Francesco Sorrentino, confermando che "la volontà è quella di accelerare in questa fase i vari adempimenti per arrivare al più presto alla stipula del contratto con la Pizzarotti. Se non ci saranno intoppi, facendo tutti gli scongiuri, si prevede la consegna dei lavori per l'autunno. Il che ci porta a ipotizzare che la fine dei lavori dell'istituto penitenziario possa avvenire tra la fine del 2022 e l'inizio del 2023".
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 26 maggio 2020
La legge sulla sicurezza non sarà ritirata. Duro scontro con gli Stati Uniti. Domenica scorsa, Wang Yi, ministro degli esteri cinese, ha accusato "alcune forze politiche negli Stati Uniti" di "prendere in ostaggio le relazioni tra Cina e Usa e spingere i due paesi sull'orlo di una nuova guerra fredda". Il casus belli è dato dalla situazione sempre più incandescente di Hong Kong, perché proprio mentre da Pechino arrivavano le parole di Wang, per le strade dell'isola andava in scena una vera e propria guerriglia urbana.
Migliaia di manifestanti infatti si sono ripetutamente scontrati con la polizia antisommossa, il confronto è stato durissimo, da una parte cariche e uso di idranti e lacrimogeni, dall'altra armi improprie e molotov. È stato solo il primo tempo di una battaglia (terminata con almeno 180 arresti) che presumibilmente vedrà altri capitoli. Le ragioni di quello che sta succedendo stanno nell'intenzione della Cina di promulgare una legge sulla "sicurezza nazionale". Un provvedimento proposto giovedì durante l'assise nazionale del Parlamento cinese e che mira a prevenire qualsiasi possibilità di ulteriore autonomia da parte di Hong Kong.
I 9 mesi di scontri lo scorso anno infatti hanno lasciato il segno e da Pechino si tenta di stringere la morsa. Se andasse in vigore la nuova legge le proteste diventerebbero automaticamente "sedizione" e "secessione" e come tali verrebbero sanzionate. Anzi Pechino si riserva la possibilità di installare "agenzie" sul territorio di Hong Kong per bloccare ogni tentativo di rivolta. Non solo repressione ma anche il cambiamento della governance che si basa sul concetto di "un paese, due sistemi" ma la cui autonomia verrebbe fortemente limitata ben prima del ritorno alla sovranità completa cinese nel 2047.
Washington guarda da vicino la situazione e i segnali giunti sono gravidi di tensioni presenti e future. Per il segretario di Stato Mike Pompeo "sembra che con questa legge sulla sicurezza nazionale prenderanno sostanzialmente il controllo di Hong Kong e se lo faranno...", puntini di sospensione sostituiti dalle dichiarazioni del consigliere per la sicurezza nazionale Robert O'Brien: "se ciò dovesse accadere ci saranno sanzioni che verranno imposte a Hong Kong e in Cina". Quanto basta a Pechino per parlare di "guerra fredda" e spingere sulle autorità di Hong Kong per dimostrare la giustezza delle sue posizioni. Non a caso ieri il segretario alla sicurezza dell'ex colonia britannica ha definito la legge "giusta e necessaria".
Per Lee infatti nell'ultimo anno "la violenza a Hong Kong si è intensificata, con molti casi che hanno coinvolto esplosivi e armi da fuoco. Il terrorismo sta crescendo in città e le attività che danneggiano la sicurezza nazionale, come l'indipendenza di Hong Kong, stanno dilagando".
Ma il confronto tra le due superpotenze rimaste sul pianeta si intreccia anche con la pandemia di coronavirus. Le accuse di Trump alla Cina, che sarebbe colpevole di aver mentito sull'origine del virus fino ad affermare che sarebbe sfuggito da un laboratorio di Wuhan, hanno da tempo incendiato le diplomazie. Per questo, sempre il ministero degli Esteri cinese, ha risposto con durezza. "Purtroppo, oltre al furioso coronavirus, negli Stati Uniti si sta diffondendo anche un virus politico hanno cannoneggiato da Pechino. Questo sta sfruttando tutte le opportunità per attaccare e screditare la Cina. Non si può perdere più tempo prezioso ignorando le vita delle persone".
di Marinella Salvi
Il Manifesto, 26 maggio 2020
Nuovo rapporto Oxfam sul Sud globale al tempo della pandemia: "Nessuno si salva da solo: indispensabile sostenere i paesi poveri per la ripresa nei prossimi 12-18 mesi". L'inusuale emergenza in Occidente, dovuta alla diffusione del virus Sars-CoV-2 e alle misure per arginarlo, ha oscurato l'attuale condizione umanitaria ed economica nei paesi a basso reddito - i quali non potrebbero proteggere davvero le rispettive popolazioni qualora forme gravi della patologia dilagassero.
Oxfam sceglie l'Africa Day per lanciare un nuovo rapporto internazionale, Tutto l'aiuto necessario, che fotografa la realtà del Sud globale al tempo della pandemia Covid-19, lanciando a governi e istituzioni un appello affinché, nei prossimi 12-18 mesi, "quelle economie e i sistemi sanitari più fragili siano messi in condizione di affrontare l'emergenza, con lo stanziamento di 300 miliardi di dollari in aiuti, destinati anzitutto alla prevenzione, ai sistemi sanitari, alla tutela sociale e alla sicurezza alimentare". Si chiede troppo, rispetto ai 153 miliardi di dollari del 2019? È pur sempre "meno di quanto possiedono insieme i tre uomini più ricchi del mondo" ed è "pari al 6% circa degli impegni presi dai paesi ad alto reddito per la ripresa interna". Se proprio vogliamo dimenticare le spese per armamenti (o, nel loro piccolo, le frecce tricolori applaudite da assembramenti veri, per celebrare la fase 2).
La cancellazione del debito estero è un'altra richiesta di Oxfam: il recente annuncio del Fondo Monetario Internazionale (di voler cancellare il debito di 25 paesi in considerazione della crisi) è "un primo passo avanti ma troppo esiguo e sostiene un numero limitato di nazioni". Precisa l'organizzazione: "In 46 paesi poveri l'esborso per il pagamento del debito estero è in media il quadruplo della spesa sanitaria - di 70 volte inferiore di quella nei paesi ricchi".
I paesi ricchi non hanno mai onorato l'impegno a versare lo 0,7% del prodotto nazionale lordo alla cooperazione internazionale (una parziale restituzione del maltolto coloniale e post-coloniale). E adesso di fronte a nuove necessità, c'è chi - come la Francia -, ha iniziato a riallocare verso la risposta al Covid-19 le somme prima destinate ad altre malattie mortali o alla malnutrizione infantile.
Le disuguaglianze fra nazioni e gruppi sociali sono esacerbate dal coronavirus. Mezzo miliardo di persone potrebbero essere spinte verso la miseria. E, se contagiata, solo meno della metà della popolazione mondiale potrebbe accedere alle cure di base; gli 880 milioni che vivono in baraccopoli non potrebbero mantenere fisicamente norme di distanziamento. E in tante realtà, per lo più nell'Africa sub-sahariana, dove si trovano molti dei paesi più poveri, dilaniati da conflitti e da spostamenti di popolazioni, per troppe famiglie è un problema anche avere abbastanza acqua e sapone per lavarsi le mani più di prima, un elemento cruciale per prevenire e ridurre il rischio.
Altre malattie infettive colpiscono acutamente tanti contesti: i sistemi sanitari sono già ridotti allo stremo vista la carenza strutturale di forniture, equipaggiamenti e personale medico. Se il Covid-19 prendesse piede, potrebbero essere trascurate le altre cure. Durante l'epidemia di Ebola, in Sierra Leone, il numero delle donne morte durante la gravidanza fu pari a quello delle vittime del virus.
"Ma prevenire è meglio che curare - spiega Francesco Petrelli, consigliere politico di Oxfam Italia su finanza e sviluppo - bisogna concentrare nel breve e nel medio periodo risorse per garantire acqua e igiene, assumere 10 milioni tra medici e infermieri, garantendo assistenza sanitaria di base gratuita per tutti. Il mondo ricco non può pensare di salvarsi da solo".
Le buone misure vanno rese permanenti: nella Repubblica democratica del Congo (Rdc), quando il governo decise di fornire cure gratuite a tutti in risposta all'emergenza Ebola nel 2018, questo migliorò le possibilità di trattare anche altre malattie; tutto perso quando il libero accesso è stato rimosso.
"Quattro miliardi di persone sono prive di protezione sociale": l'insicurezza economica e alimentare da lockdown le sta colpendo in pieno. Quasi 1,3 miliardi di studenti sono penalizzati dalla chiusura delle scuole, che si ripercuote anche sulla loro salute e stato nutrizionale. Il lockdown ha riguardato i due terzi del continente africano. Fughe di capitali, riduzione dei prezzi delle materie prime, azzeramento dei proventi del turismo e delle rimesse avranno effetti devastanti sui mezzi di sussistenza. L'Africa rischia la prima recessione negli ultimi 25 anni. Sostenerne la ripresa è vitale "per non innescare una catastrofe sociale".
Aiutare i sistemi alimentari dei territori: gli interventi devono scongiurare altri milioni di sottonutriti, che rischiano di aggiungersi a quelli pre-pandemia (820 milioni) e alle popolazioni che rischiano la fame a causa degli sciami di locuste. Il sostegno alla produzione agricola è cruciale quanto l'impulso a programmi governativi di acquisto di beni agricoli da piccoli coltivatori per aumentare gli stock, e le misure a favore dei consumatori poveri. Si tratta anche di "riorganizzare gli aiuti" rendendoli più trasparenti ed efficienti, in grado di affrontare le diseguaglianze economiche e di genere e le crisi ambientali. Per una ripresa verde anche a Sud.
di Marco Cremonesi
Corriere della Sera, 26 maggio 2020
Il leader della Lega è anche molto preoccupato per le difficoltà della Regione Lombardia nella gestione dell'emergenza coronavirus. "Ma come è possibile processarmi per una vicenda in cui il presidente del Consiglio era perfettamente al corrente di tutto? In cui è chiaro che lui avrebbe potuto intervenire in qualsiasi momento?".
Matteo Salvini ostenta indifferenza all'esito del voto. Questa mattina la Giunta per le Immunità dovrà votare sul mandarlo a giudizio per i fatti della nave Open arms: "Comunque finisca, poi l'aula mi manderà a processo..." dice il capo leghista a chi gli dice che la giunta potrebbe dire no al giudizio con alcuni voti stellati in libera uscita. Salvini scuote la testa: "Solo me, vogliono processare.
Intendiamoci, io le responsabilità me le assumo tutte e anche di più: una ong spagnola, nonostante un porto sicuro in Spagna, ha portato i migranti in Italia. Io ho difeso la sovranità, la sicurezza, l'onore e la dignità italiane. E rifarei tutto quanto". L'ex ministro dell'Interno non accetta il ragionamento di chi gli dice che il premier Conte era forse frenato dall'essere al governo con la Lega: "Macché, era agosto e il governo già boccheggiava".
Salvini questa mattina non si presenterà in giunta, ma l'atteggiamento non è quello della sfida. Probabile, però, che stia facendo riflessioni amare sulla giustizia. Per questo chiede "giustizia vera" sull'episodio dei due cuginetti di Ragusa falciati da un pirata della strada, che secondo il leader leghista "nonostante il curriculum di alcol, droga e aggressioni tra pochi anni rischia di essere già fuori di galera".
La vicenda è riemersa perché la sentenza è attesa per oggi. Ed ha colpito molto Salvini che ne ha parlato con diverse persone. Insomma: possibile che il segretario della Lega in cuor suo faccia il paragone tra un investitore di bambini che (forse) se la caverà con poco e sé stesso che verrà processato per un reato secondo lui inesistente. Da una magistratura in cui ci sono procuratori, vedasi il caso Palamara, che hanno teorizzato "il darmi in testa senza che nessuno si sia sentito in dovere di dire una parola o alzare il ditino, di solito con me sempre pronto".
Insomma, Salvini si sente in qualche modo isolato. Anche nel centrodestra. Oggi si svolgerà a Roma un consiglio federale in cui, oltre a rinnovare i commissari regionali e nominare i capi dipartimento del partito, la Lega metterà a punto la manifestazione fissata per il 2 giugno. Ma con gli alleati, anche su questo, le difficoltà non sono mancate, soprattutto con i Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni.
Il senso di isolamento riguarda anche le polemiche sulla gestione del Coronavirus da parte della Regione Lombardia a trazione leghista. Ieri il capo leghista si è chiuso in summit con consiglieri e assessori regionali. L'intenzione, è quella di stare sul pezzo personalmente: ai leghisti Savini ha annunciato che sarà in Regione anche la settimana prossima.
Di rimpasti non si parla, non è il momento: "Anche se dopo due anni e mezzo sarebbe fisiologico e senza il virus magari ci sarebbe già stato" osserva un assessore. Malesseri sono emersi sull'opportunità di lanciare una "cabina di regia" per preparare il terreno alle fasi della ripresa post epidemia. Per il momento, l'idea non è ancora matura. Ma Salvini, il punto è questo, non ha alcuna intenzione di mollare la presa sulla "sua" Regione.
Infine c'è la questione delle elezioni regionali amministrative. La data a cui sta pensando la maggioranza, il 13 settembre, viene letta dai leghisti come un deliberato sabotaggio per la campagna elettorale. Sbuffa un salviniano: "Ma l'anno scorso non ci hanno spiegato l'impossibilità di campagne elettorali in agosto? Accampano motivi sanitari, ma le carte non ce le fanno vedere".
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