di Stefano Vespa
formiche.net, 25 maggio 2020
Le dimissioni dei vertici dell'Anm, le inchieste e gli arresti di e fra magistrati, le intercettazioni con protagonista Salvini e il caso Autostrade. Conversazione a tutto tondo con Michele Vietti, ex vice presidente del Csm, sulle riforme di cui ha bisogno la giustizia e non solo: "Serve un grande sforzo collettivo di selezione per accedere alle funzioni di responsabilità, altrimenti diamo l'idea che il treno sia senza guidatore".
"L'Italia ha bisogno di realizzare finalmente le riforme del Csm e della carriera dei magistrati, le proposte ci sono ma restano in un cassetto. E, in generale, c'è bisogno di selezionare una nuova classe dirigente". Michele Vietti, avvocato e docente di Diritto commerciale, è stato tra l'altro sottosegretario alla Giustizia e vicepresidente del Csm. L'inchiesta sul pm Luca Palamara e le tante intercettazioni stanno gettando scompiglio tra le toghe, comprese le dimissioni dei vertici dell'Anm, e imbarazzo nella magistratura e nella politica: in questo quadro Vietti rilancia le proposte di cui si discute da anni.
I nodi vengono al pettine nella magistratura: le intercettazioni dell'inchiesta sul pm Luca Palamara hanno portato alle dimissioni del vertice dell'Anm. Sta venendo meno la credibilità del potere giudiziario. Qual è l'impatto politico e, anche, sulla gente comune?
Per la gente comune è negativo. In verità, per chi conosce il sistema, se le nomine degli uffici direttivi continuano a essere lottizzate tra le correnti e affidate ai giochi di potere, purtroppo non può stupire che ci si affanni a pietire con i capicorrente per indicare tizio o caio per un certo posto. Ma proviamo ad uscire dal pettegolezzo delle intercettazioni, che rappresentano peraltro una nemesi per i magistrati (a proposito: cosa si è fatto per regolare la loro pubblicazione?). Chiediamoci: un anno dopo l'inizio del cosiddetto caso Palamara, che cosa si è fatto? La tragica risposta è che non si è fatto nulla. Questo è il vero scandalo.
Ricordiamo gli interventi di cui si parla inutilmente da anni?
Si dovrebbe intervenire sulla legge elettorale del Csm, sul meccanismo di nomina degli uffici direttivi, su quello della progressione in carriera dei magistrati, sul sistema disciplinare che va assolutamente irrigidito. Se non si fa questo, e non lo si è fatto, la responsabilità è della politica.
È maggiore la responsabilità della politica o la resistenza della magistratura a farsi "toccare"?
Tutti i riformandi oppongono resistenza. La deriva del Csm sta nel fatto che da governo autonomo della magistratura come l'ha disegnato il costituente è diventato una sorta di autogoverno. La magistratura può anche non collaborare e così facendo si dimostra miope, come prova questo ritorno di fiamma, perché avrebbe dovuto anch'essa invocare a gran voce una riforma invece di dire "calati juncu ca passa la china" e attendere il passaggio della piena. Si confida sempre che tutto si risolva all'italiana perché la memoria collettiva si affievolisce e facciamo finta di niente.
Il vicesegretario del Pd ed ex ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha detto che serve una seria riflessione su come riformare il Csm...
Ho letto con piacere le parole di Orlando, bisogna fare questa benedetta riforma e ricondurre le correnti ad aggregazioni culturali e luogo di promozione di idee di politica giudiziaria, spezzando questo cordone ombelicale di voto, potere e nomine. Nel Vangelo è scritto "Oportet ut scandala eveniant", ma è opportuno se poi facciamo tesoro degli scandali per cambiare.
In alcune intercettazioni è stato attaccato Matteo Salvini in modo oggettivamente inaccettabile per l'imparzialità che dovrebbe caratterizzare la magistratura. L'imbarazzo è stato evidente...
È grave. È vero che non si trattava dei magistrati impegnati nelle inchieste su Salvini, ma rappresenta comunque un vulnus al dovere del magistrato di apparire, oltre che essere, imparziale.
Quante speranze ci sono di fare delle vere riforme?
Ho presieduto una commissione nominata dall'allora ministro Orlando che nel 2018 gli consegnò una serie di proposte articolate per intervenire su questi temi. Un'analoga commissione presieduta dall'ex ministro della Giustizia ed ex presidente del tribunale di Roma, Luigi Scotti, aveva formulato varie alternative per cambiare la legge elettorale del Csm. Sono nei cassetti del ministero: si può cominciare a ragionarci?
Nel frattempo avvengono fatti di cronaca come l'arresto del procuratore di Taranto, Carlo Maria Capristo, che alimentano una percezione sempre più negativa delle toghe...
Soprattutto perché l'inchiesta riguarda fatti che risalivano alla procura di Trani e che Trani fosse un ufficio anomalo non è notizia di oggi: basti pensare alla convocazione della Consob e all'inchiesta sulle agenzie di rating. C'era già all'epoca qualcosa che non funzionava.
Allargando il discorso, in questa emergenza cresce la voglia di derogare dalle norme per ottenere dei risultati, dal cosiddetto "modello Genova" alla richiesta di commissariare tutto...
La credibilità di uno Stato dipende anche dalla certezza del diritto che è la condizione per attrarre investimenti nazionali e internazionali. Dove non ci sono certezza del diritto e regole chiare che vengono fatte rispettare non c'è neanche attrattività economica. L'Italia non cresce da decenni perché produce regole confuse che spesso non sono rispettate neanche da quelli che le scrivono. L'ignoranza che di frequente caratterizza la classe dirigente non è una scusante.
Alla base c'è una scarsa preparazione che crea danni...
L'unica cosa buona prodotta dall'epidemia è che la rivalutazione della competenza insieme con il rispetto delle regole. Non ci si può svegliare una mattina e interpretare le norme a proprio uso e consumo: è un atteggiamento che mette in fuga gli imprenditori.
Fa riferimento alla questione Atlantia e alla controllata Autostrade esplosa dopo il crollo del ponte Morandi? Dal Movimento 5 stelle si chiede il commissariamento di un'azienda privata e quotata in Borsa...
È un esempio di scarsa competenza su temi complessi.
Oggi l'Italia vive una straordinaria emergenza, soprattutto economica, con una classe politica debole e una magistratura delegittimata. Una situazione rischiosa...
Credo che bisognerà fare ricorso a tutte le nostre migliori risorse per uscirne, soprattutto selezionando una nuova classe dirigente, non solo politica. Ha ragione Ferruccio de Bortoli quando scrive sul Corriere della Sera dell'esigenza di una grande iniziativa di formazione e di educazione nazionale. I partiti non fanno più selezione e neanche le "agenzie" tradizionali come la Chiesa, il sindacato, la Confindustria. Serve un grande sforzo collettivo di selezione per accedere alle funzioni di responsabilità, altrimenti diamo l'idea che il treno sia senza guidatore.
di Federica Fant
Il Gazzettino, 25 maggio 2020
Uffici di esecuzione penale esterna: sono cambiate le regole. Con impegno si potrebbe farne aprire uno anche a Belluno. Il consigliere comunale di minoranza, Raffaele Addamiano chiede che si lavori per raggiungere l'obiettivo.
"Sono stati creati - esordisce Addamiano (Obiettivo Belluno Fratelli d'Italia) - i primi nuclei di polizia penitenziaria negli uffici di esecuzione penale esterna e ci sono una settantina di funzionari ad hoc pronti a prendere servizio. Queste le novità per quanto riguarda gli Uepe.
A Belluno come siamo messi?", si domanda il consigliere, che lo scorso novembre aveva scritto una mozione in proposito. Era poi passata con successo in Consiglio comunale, proprio sulla necessità che il comune di Belluno si adoperasse per ottenere un ufficio Uepe nell'ambito della giustizia di prossimità.
È un servizio fondamentale, tanto più in un territorio interamente montano, quale la provincia di Belluno. L'ufficio in questione si occupa, tra le altre cose, di monitorare le attività degli uffici di esecuzione esterna e di tenere rapporti con gli enti locali e le organizzazioni di volontariato per l'attività trattamentale e per la stipula di convenzioni per lo svolgimento del lavoro di pubblica utilità ai fini della messa alla prova, ovvero quel beneficio di legge che consente all'imputato di estinguere il reato con lavori socialmente utili. A suo tempo il Garante dei detenuti, Emilio Guerra, espose ai consiglieri comunali la sua relazione annuale, ricordando come nella casa circondariale di Baldenich c'erano, qualche mese fa, 88 detenuti su 87 posti disponibili. Di quelli 61 erano stranieri, con prevalenza albanese e marocchini. Ma al di là dei dati, il dottor Guerra aveva lanciato un appello ai consiglieri: "Muovetevi, ci aveva detto racconta il consigliere Raffaele Addamiano -, occorre una forte sensibilizzazione per costruire un ufficio Uepe. Il Garante ci aveva fornito un altro dato: si pensi che sono 787 i casi in provincia che vengono smaltiti dall'ufficio Uepe, solo nello scorso anno".
A fine novembre Addamiano aveva presentato una mozione in Comune che chiedeva di cercare di far istituire un Uepe a Belluno. Chiedeva, in particolare, due cose: rendere gli uffici a Treviso fruibili al Bellunese, senza dover quindi arrivare fino a Mestre e, seconda questione, impegnarsi per ottenere un ufficio direttamente a Belluno, sempre sulla scorta della giustizia di prossimità, cioè vicina al cittadino.
"Abbiamo lavorato di comune accordo - ha ricordato il consigliere di Obiettivo Belluno con l'onorevole Luca De Carlo di Fratelli d'Italia, che ha presentato al ministro Alfonso Buonafede un'interrogazione, chiedendo si attivasse per l'ufficio Uepe in comune di Belluno. Ora arriviamo al punto che il Governo ha messo a disposizione una settantina di funzionari, che potrebbero ricoprire quell'incarico conclude Addamiano - oltre ad agenti della polizia penitenziaria". Alla luce di queste possibilità il Comune e il Tribunale di Sorveglianza di Venezia, se interpellato, potrebbero arrivare ad un accordo.
di Mario Finocchiaro
Il Sole 24 Ore, 25 maggio 2020
Cassazione - Sezione I civile - Ordinanza 6 marzo 2020 n. 6472. Le situazioni che possono integrare i gravi motivi (connessi con lo sviluppo psicofisico e tenuto conto della età e delle condizioni di salute del minore che si trova nel territorio nazionale) che autorizzano il tribunale per i minorenni ad autorizzare l'ingresso o la permanenza del familiare, per un periodo di tempo determinato, di cui all'articolo 31, comma 3, del decreto legislativo n. 286 del 1998, non si prestano a essere catalogate o standardizzate. Quindi secondo la Cassazione, ordinanza 6 marzo 2020 n. 6472, incombe su chi richiede l'autorizzazione l'onere di allegazione della specifica situazione di grave pregiudizio che potrebbe derivare al minore dall'allontanamento del genitore, non essendo sufficiente la mera indicazione del pericolo di disgregazione familiare, della necessità di entrambe le figure genitoriali, o la allegazione di un disagio in caso di rimpatrio insieme ai genitori o a causa dall'allontanamento di un genitore. Spetta, infine, al giudice del merito, valutare le circostanze del caso concreto, con particolare attenzione.
E il giudice, investito della richiesta di autorizzare l'ingresso o la permanenza del familiare di un minore che si trovi in Italia, per un periodo di tempo determinato, è chiamato, in primo luogo, ad accertare la sussistenza di gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico del minore stesso. Esaurito positivamente tale accertamento, a fronte del compimento da parte del familiare istante di attività incompatibili con la permanenza in Italia, il giudice potrà negare la autorizzazione solo all'esito di un esame complessivo, svolto in concreto e non in astratto, della sua condotta, cui segua un attento giudizio di bilanciamento tra l'interesse statuale alla tutela dell'ordine pubblico o della sicurezza nazionale e il preminente interesse del minore.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 25 maggio 2020
Il paradosso degli eredi di Falcone: accusati di mafia da giovani Pm che di Cosa nostra non sanno nulla. Personalmente ricordo molto bene quel giorno di 28 anni fa. Arrivò la notizia in redazione poco prima del Tg3 e restammo sgomenti. Falcone in fin di vita, Falcone morto, e anche sua moglie, morta, e gli uomini della scorta, e la potenza e la scientificità mostruosa dell'attentato. La Fiat Croma demolita dalla bomba. E poi un'altra cosa: il pensiero di quel che avevamo scritto e fatto nei mesi precedenti. Dico noi dell'Unità. Allora ero vicedirettore dell'Unità. Da qualche giorno il direttore era cambiato ed era venuto a dirigerci un giovane e brillante leader politico: Walter Veltroni. Cosa avevamo fatto e detto noi dell'Unità? Semplicemente avevamo con una certa cocciutaggine dato sponda ad una campagna contro Falcone. Con l'idea che Falcone avesse ceduto alle pressioni di quel pezzo di politica che era compromesso con la mafia e che Falcone volesse nascondere il "terzo livello".
In gergo si chiamava così: terzo livello. Si diceva che la mafia fosse fatta a tre strati: la truppa, poi i capi (cioè la cupola, che allora era guidata da Totò Riina il quale aveva spodestato il vecchio Greco) e infine il terzo livello, e cioè la direzione vera, composta da un certo numero di esponenti altissimi della politica italiana. La suggestione era che nel seggio più alto ci fosse Andreotti. Falcone smentì quell'idea, disse chiaramente che per fare la lotta alla mafia si doveva fare la lotta alla mafia. Cercando i soldi, gli indizi, le prove, i colpevoli. Usando la tecnologia, i pentiti, le proprie capacità di indagine sul terreno. E non inseguendo teorie bislacche scritte a tavolino.
E neppure affidandosi alle speranze che dalla lotta alla mafia potessero venire dei danni per i propri avversari e quindi dei vantaggi per sé. Il terzo livello - disse - non esiste. Poco prima di lasciare la magistratura, costretto dalla guerra che gli facevano i colleghi - e la politica, e i giornali - Falcone aveva incriminato per calunnia un pentito - si chiamava Pellegritti - che voleva tirare in ballo Andreotti. Lo incriminò perché le sue accuse apparivano del tutto infondate e prive di riscontri. Falcone usò in modo molto spregiudicato i pentiti, però sapeva usarli: non andava dietro a chiunque e nemmeno pretendeva di imbeccarli. Li ascoltava, controllava, riscontrava, cercava prove. Dopo di lui nessuno più ha fatto così. I pentiti sono diventati i padroni delle Procure.
Dicevo di quel pensiero: avevamo sbagliato tutto. Avevamo pensato che Falcone fosse un moderato, uno che voleva il compromesso. Che abbaglio. Falcone era semplicemente il più geniale investigatore mai apparso nel nostro paese, conosceva il suo mestiere, talvolta lo esercitava persino in modo spavaldo e forse eccessivamente aggressivo, e facendo così - in pochi anni - aveva inferto alla mafia i colpi più pesanti che mai la mafia avesse ricevuto in tutta la sua storia secolare. Falcone usò persino strumenti discutibili, come il maxiprocesso, e probabilmente lo fece sapendo che quegli strumenti erano discutibili, ma faceva queste cose dentro una visione politica e del diritto, e con la forza di una professionalità che nessun altro si è mai sognato di possedere.
Falcone lavorava con un gruppo ristretto e molto fidato di collaboratori. Quando lasciò la procura di Palermo per andare a Roma con Claudio Martelli al ministero della Giustizia, lasciò in Sicilia alcuni dei suoi uomini più sicuri e combattivi. Volete un nome? Il più forte, il più illustre? Era un colonnello. Si chiamava Mario Mori. Aveva fatto esperienza col generale Dalla Chiesa, prima sulla frontiera del terrorismo e poi su quello di Cosa Nostra. Era abile, determinato, intelligente. Conosceva perfettamente Falcone, i suoi metodi, la struttura delle sue indagini.
Stava lavorando su un dossier che aveva impostato con Falcone. Si chiamava Mafia e Appalti. Aveva messo insieme tutte le informazioni sui rapporti di Cosa Nostra con le imprese del Nord. Falcone fece pressioni perché il dossier fosse preso in mano da Borsellino. Anche Borsellino fece pressioni per averlo. Era un dossier che poteva travolgere la borghesia italiana. La mattina del 19 luglio (del 1992) il Procuratore di Palermo Giammanco telefonò a Borsellino e gli disse che gli avrebbe affidato il dossier. All'ora di pranzo però Borsellino fu ucciso.
E in realtà cinque giorni prima della sua morte due sostituti di Giammanco avevano già firmato la richiesta di archiviazione di quel dossier. La storia del dossier finisce lì, muore con Borsellino tutto il lavoro di Falcone sui rapporti tra mafia e borghesia del Nord. Mori, dopo quel colpo, si ritirò in buon ordine, perché Mori è un carabiniere. E da carabiniere continuò la sua guerra strenua con la mafia. Era una guerra pericolosissima, perché aveva di fronte i corleonesi, quelli che i mafiosi siciliani chiamavano "I viddani", che avevano travolto la mafia di Palermo e ora stavano conducendo una politica da esercito, non da cosca: da falange militare feroce, sparavano più che potevano, attentati, dinamite, morte morte morte. L'hanno persa quella battaglia i "viddani", facendo e lasciando molte vittime sul campo. Mori l'ha vinta. Ma la compagnia dell'antimafia, quella che aveva perseguitato Falcone, gli si rivoltò contro, come aveva fatto con Falcone.
Mori e i suoi uomini, cioè quel pugno di audaci militari combattenti che sconfisse l'esercito di Riina e salvò l'Italia da un bagno di sangue, oggi sono sotto processo. È il più spaventoso e triste paradosso della storia della repubblica.
La mafia se la ride. Il processo "trattativa" quello voluto da Ingroia e Di Matteo è la più clamorosa ingiustizia della storia della Sicilia. Si fonda sulle accuse di un mafioso e del figlio di un mafioso: Brusca e Ciancimino. Gli eroi sono processati dai burocrati. I nemici della mafia messi sotto accusa da un apparato statale di dilettanti. Povero Falcone. Povero Falcone.
P.S. Quel giorno, il 23 maggio, andai dal nuovo direttore e gli dissi che volevo scrivere un articolo per dire quanto e perché noi dell'Unità avevamo sbagliato a schierarci coi dilettanti dell'antimafia contro Falcone. Veltroni me lo fece scrivere e lo pubblicò, mi pare il giorno dopo. Io vado molto fiero di quell'articolo.
di Sergio Lorusso*
Il Sole 24 Ore, 25 maggio 2020
La polarizzazione dell'attenzione dell'opinione pubblica e dei mezzi d'informazione sull'emergenza Covid-19 ha relegato nell'angolo le tante criticità del processo penale, che pure oggi sembra essere scosso da un'onda anomala nata proprio dalle disposizioni straordinarie e temporanee dettate dal legislatore in materia.
Il processo online - Al centro il processo a distanza, ovvero la possibilità di compiere determinati atti o attività "da remoto". Non una novità assoluta, ma che viene estesa a trecentosessanta gradi attraversando fasi e gradi procedimentali.
L'innovazione ha ingenerato il consueto scontro tra magistratura e avvocatura, che invece avrebbe dovuto cedere il passo al dialogo tenuto conto del momento ma anche delle potenzialità che l'occasione offre - nell'ottica più generale della giustizia digitale - per rendere più snello ed efficiente il processo svecchiandolo e depurandolo da incrostazioni ormai inaccettabili (in molti uffici giudiziari gli atti circolano ancora in forma cartacea e le copie richieste dai difensori vengono effettuate con le fotocopiatrici) e, al contempo, dando spazio a modalità di svolgimento "smaterializzate" delle udienze (da graduare in relazione alle loro caratteristiche) che non sono necessariamente in contrasto con le garanzie costituzionali.
Da un lato, la completa digitalizzazione degli atti processuali (che consenta a tutte le parti la loro trasmissione mediante Pec), dall'altro l'utilizzo obbligatorio delle modalità in presenza soltanto per gli atti più delicati, a partire da quelli di formazione della prova (fatta salva la possibilità delle parti di accordarsi per l'utilizzo della modalità a distanza), che coinvolgono in prima battuta contradditorio e diritto di difesa. In mezzo atti e attività di indagine compiuti dalla polizia giudiziaria e dal pubblico ministero - che, se unilaterali, non mettono in crisi le suddette garanzie - e udienze destinate a meri adempimenti formali (a partire da quell'udienza di smistamento non codificata ma elaborata dalla prassi) o, al più, all'esame di questioni processuali.
Occorrerebbe poi distinguere in relazione alla complessità del processo, mediante parametri accuratamente definiti, privilegiando magari le vicende giudiziarie di più facile risoluzione in ragione del numero degli imputati e del "peso" dell'istruttoria dibattimentale o l'urgenza del procedimento. Si tratta solo di input, che necessitano naturalmente di un'attenta valutazione.
Il processo reale cede il passo a quello virtuale? È un approccio sbagliato, che mette in contrapposizione due modalità di per sé non inconciliabili.
La tecnologia riduce le distanze - L'evoluzione tecnologica, del resto, ha ridotto - pur senza annullarle - le distanze anche in questo campo, consentendo la trasmissione di immagini di elevata qualità che consentono di percepire sembianze fisiche, gestualità e linguaggio del corpo in maniera impensabile fino a qualche anno fa. La rivoluzione digitale è un dato di fatto. Non la si può ignorare. E l'emergenza pandemica che ci ha colto all'improvviso, come il cigno nero di Nassim Nicholas Taleb, rappresenta l'occasione non cercata né voluta per far emergere tendenze latenti che non possono essere ignorate da sterili approcci vintage. Il punto non è se debba o meno "contagiare" il processo penale - toccandolo fino alle sue fondamenta - ma come debba farlo.
Il governo è impegnato nella perenne lotta contro i tempi irragionevoli del nostro processo, spesso utilizzando strumenti impropri. Interventi di questo genere potrebbero contribuire a semplificare - e, dunque, ad accelerare - le dinamiche procedimentali senza con questo ledere il diritto di difesa e le garanzie del "giusto processo". A patto, però, che i contendenti processuali riescano a guardarvi senza preconcetti e mettendo da parte fazioni e schieramenti che non fanno bene alla giustizia penale.
*Ordinario di diritto processuale penale Università degli Studi di Foggia
padovaoggi.it, 25 maggio 2020
Il gelato artigianale viene prodotto all'interno del carcere di Padova nel laboratorio della Pasticceria Giotto, conosciuta per l'impegno nel recupero e reinserimento sociale dei detenuti". "È in una giornata di pioggia che vogliamo comunicare che ci trasferiamo. Perché questo periodo, per noi è un po' come una stagione di pioggia in cui nessuno entra per chiedere un gelato, troppo freddo e troppa poca voglia per un cono ghiacciato.
La nuova apertura doveva essere una festa, oggi è ancora di più. Assume i toni rossastri di questo tramonto che ci auguriamo porti il sereno dopo il temporale, del vento tiepido che speriamo spazzi via le nubi nella notte, del sole che ci auguriamo splenda alto, domani. Per festeggiare tutti insieme, mangiando un gelato colorato che avrà #ilgustodellalibertà".
L'annuncio - fatto sulla pagina Facebook - risale al 28 aprile. E ora, meno di un mese dopo, quello speciale cono al "gusto della libertà" si può finalmente mangiare: aperta da venerdì 22 maggio in via Roma a Padova la Gelateria "Giotto". Il nome vi suggerisce qualcosa? Esatto: il gelato artigianale viene prodotto proprio all'interno del carcere di Padova nel laboratorio della Pasticceria Giotto, conosciuta per l'impegno nel recupero e reinserimento sociale dei detenuti. Ecco perché il gelato è "buono 2 volte". Ed ecco perché sa di libertà...
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 25 maggio 2020
Il leader leghista imputato per la vicenda della Gregoretti. Le accuse: sequestro di persona per i migranti trattenuti a bordo della nave militare. Il dibattimento avrebbe dovuto aprirsi il 4 luglio. Il giudice Sarpietro: "Migliaia di cause rinviate, costretti a rimandare". E sulle intercettazioni di Palamara: "Il senatore stia tranquillo, avrà un giudizio equo".
Il caos giustizia provocato dall'emergenza Coronavirus aiuta Matteo Salvini e, alla vigilia del voto del Senato sulla nuova richiesta di rinvio a giudizio per il caso Open Arms, il leader leghista vede allontanarsi lo spettro del processo che è invece già Stato deciso dopo che mesi fa il Parlamento ha concesso l'autorizzazione a procedere nei suoi confronti chiesta dal tribunale dei ministri di Catania, di parere diverso rispetto al procuratore Carmelo Zuccaro che aveva chiesto l'archiviazione. Il processo, che vede Salvini imputato sempre di sequestro di persona per i migranti trattenuti a bordo della nave militare Gregoretti, avrebbe dovuto aprirsi a Catania il 4 luglio, ma è Stato rinviato ad ottobre.
Il presidente dell'ufficio del giudice dell'udienza preliminare Nunzio Sarpietro che si occuperà personalmente del caso è stato costretto al rinvio: "I nostri ruoli sono stati travolti dallo stop per l'emergenza coronavirus, ci sono migliaia di processi rinviati che hanno precedenza e ho dovuto spostare l'inizio del processo che vede imputato il senatore Salvini ad ottobre", spiega.
Salvini in queste ore cavalca la strategia del timore di un giudizio precostituito nei suoi confronti dopo le intercettazioni sulla chat dell'ex consigliere del Csm Palamara. Ma Sarpietro, dopo aver letto le parole scritte da Salvini a Mattarella, lo rassicura: "Stia tranquillo il senatore Salvini, avrà un processo equo giusto e imparziale come tutti i cittadini. Né io né nessun giudice che si è occupato di questo fascicolo abbiamo nulla a che spartire con Palamara. E sono d'accordo con lui: quelle intercettazioni tra magistrati sono una vergogna".
politicamentecorretto.com, 25 maggio 2020
L'europarlamentare M5S Marco Zullo è uno dei firmatari della lettera aperta che denuncia le gravi violazioni dei diritti umani nelle carceri e chiede l'immediato rilascio dei prigionieri politici detenuti nel mondo.
"Durante questa crisi globale, i detenuti appartengono a una delle categorie più vulnerabili rispetto a un possibile contagio - dichiara l'eurodeputato Marco Zullo del Movimento 5 Stelle - per questo motivo nei giorni scorsi mi sono fatto promotore di una lettera aperta firmata da 17 Premi Sakharov (il premio Sakharov è il premio assegnato ogni anno dal Parlamento Europeo a uno o più difensori dei diritti umani che si siano particolarmente distinti per le proprie battaglie) e da numerosi altri eurodeputati. Nella lettera, denunciamo queste gravi violazioni e chiediamo l'immediato rilascio dei prigionieri politici detenuti".
Prosegue Zullo "le carceri sono luoghi in cui spesso il sovraffollamento, la mancanza di ricambio d'aria e la promiscuità rendono particolarmente difficile la rigida applicazione delle prescrizioni sanitarie, quando non anche il mantenimento delle più basilari norme igieniche. Se ciò è tristemente vero per l'Italia - come denuncia il XVI Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione presentato ieri e come abbiamo denunciato più volte anche noi in passato - è ancor più vero per quei Paesi in via di sviluppo in cui le condizioni carcerarie si caratterizzano anche per l'assenza di acqua corrente, di cibo salubre e per condizioni di detenzione spesso inumane e degradanti, quando non anche per il compimento di veri e propri atti di tortura".
"Ho accolto con soddisfazione le notizie relative alle misure deflattive prese da alcuni Paesi - continua l'eurodeputato - in linea con le raccomandazioni delle Nazioni Unite. È tuttavia deprecabile che in molti casi da queste misure siano stati scientemente esclusi gli oppositori politici e i difensori dei diritti umani, a volte con l'intento positivo di esporli a un maggior rischio di contagio.
Ciò avviene in spregio alle disposizioni su "Covid-19 e detenuti" congiuntamente emanate dall'Ufficio dell'Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite e dall'Oms e in violazione della Convenzione Onu contro la tortura e altri trattamenti inumani e degradanti. Oggi più che mai è importante tenere alta l'attenzione dei media e della società su queste gravi violazioni dei diritti umani. Durante una pandemia che colpisce indiscriminatamente uomini e donne di ogni nazionalità ed estrazione sociale, non possiamo rischiare di dimenticarci dei soggetti vulnerabili", così in una nota l'europarlamentare Marco Zullo.
Il Sole 24 Ore, 25 maggio 2020
Reati contro la persona - Delitti contro l'onore - Diffamazione - A mezzo stampa - Diritto di cronaca - Configurabilità. In tema di diffamazione a mezzo stampa e di scriminante del diritto di cronaca, è configurabile una soglia di tolleranza, capace di sottrarre all'area della rilevanza penale le discrasie tra la realtà oggettiva e i fatti così come filtrati e riportati nell'articolo, le quali, alla luce anche del contesto in cui si inseriscono, sono definibili come marginali o secondarie, individuando caso per caso il discrimine nella effettiva capacità offensiva del bene giuridico tutelato dalla fattispecie incriminatrice.
• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 14 maggio 2020 n. 15093.
Reati contro la persona - Delitti contro l'onore - Diffamazione a mezzo stampa - Esimente del diritto di cronaca - Verità della notizia. Non è irrilevante per la reputazione di un soggetto l'attribuzione di un fatto illecito diverso da quello su cui effettivamente si indaga o in relazione al quale viene esercitata l'azione penale e pertanto, in tema di diritto di cronaca giornalistica, la verità della notizia mutuata da un provvedimento giudiziario sussiste solo qualora essa sia fedele al contenuto del provvedimento stesso.
• Corte di cassazione, sezione 5 penale, sentenza 6 maggio 2020 n. 13782.
Diffamazione a mezzo stampa - Circostanze aggravanti - Condanna - Omesso controllo - Responsabilità del direttore del quotidiano - Statuizioni civili - Presupposti - Morte dell'imputato - Estinzione del reato - Sospensione condizionale della pena - Revoca del beneficio - Articolo 190 c.p.p. - Elementi probatori - Art. 51 c.p. - Dichiarazioni testimoniali - Utilizzabilità - Valutazione del giudice di merito - Criteri. In tema di diffamazione a mezzo stampa, l'attribuzione di una condotta intenzionale, che può integrare gli estremi di reato, supera certamente il limite della continenza, ed esclude, pertanto, la scriminante del diritto di critica, la quale non può essere invocata allorché siano attribuite condotte illecite o moralmente disonorevoli.
• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 29 aprile 2020 n. 13268.
Stampa - Cause di giustificazione - Diritto di cronaca - Limiti - Verità del fatto - Contenuto - Rilevanza di marginali inesattezze - Esclusione - Fattispecie. In tema di diffamazione a mezzo stampa, ricorre l'esimente dell'esercizio del diritto di cronaca qualora, nel riportare un evento storicamente vero, siano rappresentate modeste e marginali inesattezze che riguardino semplici modalità del fatto, senza modificarne la struttura essenziale. (In applicazione del principio, la S.C. Corte ha ritenuto immune da censure la decisione che aveva negato la sussistenza dell'esimente di cui all'art. 51 cod. pen.nei confronti del giornalista e direttore di un giornale per la pubblicazione di un articolo che, nel riferirsi all'attività professionale di un medico veterinario, aveva falsamente esposto che questi aveva millantato un intervento chirurgico mai eseguito, laddove invece, in realtà, detto intervento era stato eseguito, pur se in modo errato).
• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 30 settembre 2016 n. 41099.
Reati contro la persona - Delitti contro l'onore - Diffamazione - Col mezzo della stampa - Cronaca giudiziaria - Limiti - Titolo che non trovi alcun riscontro negli atti giudiziari e in specie nell'oggetto dell'imputazione - Integrazione del reato di cui all'art. 595 cod. pen. In tema di diffamazione a mezzo stampa, non sussiste l'esimente dell'esercizio del diritto di cronaca (nella specie giudiziaria) qualora il titolo dell'articolo attribuisca alla persona offesa nei cui confronti penda un procedimento penale - una condotta sostanzialmente diversa da quella avente riscontro negli atti giudiziari e nell'oggetto dell'imputazione; né, a tal fine, rileva l'estraneità del titolo al resoconto giudiziario esposto nell'articolo, in quanto il titolo di un articolo di stampa può assumere carattere diffamatorio non solo per il suo contenuto intrinseco ma anche per la sua efficacia suggestiva rispetto al testo dell'articolo, in specie ove esso ne travisi e amplifichi il contenuto.
(Nella specie il testo dell'articolo riferiva di un procedimento penale relativo a irregolarità verificatesi nella sperimentazione della terapia oncologica Di Bella, avente per oggetto l'ipotesi di reato di cui all'art. 443 cod. pen., per avere somministrato ai pazienti farmaci con composizione diversa da quella indicata nei protocolli della terapia Di Bella mentre il titolo era del seguente tenore "così hanno truffato Di Bella". La S. C. ha ritenuto che il termine 'truffa contenuto nel titolo non trovava alcuna corrispondenza nel procedimento penale di cui riferiva l'articolo in questione).
• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 8 febbraio 2011 n. 4558.
di Graziella Melina
Il Messaggero, 25 maggio 2020
L'Onu: "Possibili 3,3 milioni di vittime" Ieri 400 arrivi in Sicilia, il Viminale alza l'allerta. Vella: tutti sottoposti a screening. L'aumento dei casi da Covid 19 in Africa preoccupa le autorità sanitarie mondiali. I contagiati hanno superato le 100mila unità, mentre i morti sono circa 3200.
Ma vista la mancanza di strutture assistenziali adeguate, il direttore regionale dell'Oms per l'Africa Matshidiso Moeti continua a lanciare l'allarme: "Per ora - mette in guardia - è stato risparmiato al continente un elevato numero di morti che hanno devastato altre aree del mondo". Del resto, l'Onu qualche giorno fa aveva dato un numero impressionante: 3,3 milioni di vittime possibili.
In realtà, almeno in questa fase, l'emergenza africana è tenuta sotto controllo anche dai Paesi più vicini, come l'Italia appunto. Secondo il report pubblicato ieri dall'Istituto Nazionale Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, in Africa finora "l'impatto della pandemia è stato meno grave che in Asia, Europa o Nord-America. Dieci nazioni concentrano il 75% del totale dei casi del continente, ma in 25 nazioni è attiva la trasmissione comunitaria del virus. Circa il 60% dei casi del Sud Africa, pari al 10% dei casi di tutta l'Africa, si concentra nella sola Città del Capo".
La ragione sarebbe da attribuire al "maggiore afflusso di turisti nella città sudafricana rispetto al resto del continente, e in quattro focolai particolarmente importanti, verificatisi in due supermercati, in una industria farmaceutica e una miniera d'oro, che hanno causato una diffusione sostenuta del virus". Anche l'Istituto Superiore di Sanità monitora da tempo l'epidemia e delinea i possibili scenari: "Forse l'Africa - rimarca l'Iss - potrebbe contrastare l'impatto dell'epidemia grazie a un'ipotetica immunità genetica al Sars-CoV-2, o grazie alle temperature più calde che potrebbero rendere il virus meno attivo, oppure grazie alla prevalente giovane età della popolazione africana".
L'età media è infatti di 19,7 anni, il 60% della popolazione ha meno di 25 anni. Ma c'è da tenere in considerazione anche il problema dell'impossibilità di tracciare il reale numero dei contagiati: molti casi, infatti, potrebbero non essere riconosciuti come tali, o perché asintomatici o perché non sottoposti a test specifici. Eppure, l'Ufficio della Regione africana dell'Organizzazione Mondiale della Sanità sostiene che più di 40 Paesi sarebbero ora in grado di utilizzare i test specifici, rispetto agli unici due che erano in grado di farlo all'inizio del 2020, ossia Sud Africa e Senegal. A preoccupare le autorità italiane, in realtà, è la possibilità che il virus arrivi dall'Africa in modo incontrollato.
Ieri erano circa 400 i migranti sbarcati sulla battigia di Palma di Montechiaro, nell'Agrigentino, e poi in fuga lungo le strade e le campagne. Cinquantadue persone provenienti dall'Africa subsahariana, fra cui alcune donne, sono state invece bloccate dai carabinieri della stazione di Linosa, dopo che erano riusciti ad arrivare sugli scogli della più piccola isola delle Pelagie. Un altro barcone sarebbe stato intercettato in acque internazionali mentre si dirigeva verso l'Italia. E l'attenzione del Viminale su questa nuova ondata è alta.
Ma il pericolo che il virus arrivi in Italia portato dai migranti è bassissimo, assicura Stefano Vella, ex direttore del Centro nazionale per la salute globale dell'Istituto Superiore di Sanità e docente di Global Health all'Università Cattolica di Roma. "Queste persone ci mettono talmente tanto ad arrivare che è impossibile che siano contagiati. Il Covid è una malattia acuta, non è come l'Aids.
È più probabile che portino la tubercolosi, e proprio per questo al loro arrivo vengono sottoposti ad uno screening accurato. Nel caso in cui provengano dalla Nigeria, è possibile che abbiano già avuto la malattia e ora abbiano sviluppato gli anticorpi.
Di certo non la portano durante il trasbordo". Intanto, l'epidemia potrebbe mettere a rischio un programma locale sanitario legato invece all'hiv: secondo l'Oms una sospensione anche soltanto di sei mesi nella fornitura di farmaci retro-virali nell'Africa subsahariana potrebbe portare entro il 2021 a mezzo milione di morti aggiuntive.










