di Paolo Delgado
Il Dubbio, 23 maggio 2020
Segnale del Colle al leader della Lega dopo la pubblicazione delle intercettazioni del pm che lo attaccano. Potrebbe essere l'occasione per recuperare i consensi persi. L'improvvida conversazione in chat tra magistrati pubblicata due giorni fa dal quotidiano La Verità è la prima buona notizia per Matteo Salvini da 10 mesi a questa parte. Lunedì la giunta per le autorizzazioni del Senato riprenderà la discussione sull'autorizzazione a procedere per il caso della "Open Arms", martedì si arriverà al voto. A ottobre inizierà il processo per la "Gregoretti", già fissato per luglio e poi slittato per la crisi Covid.
Sono processi pericolosi nei quali il leder leghista rischia grosso, sia sul piano penale, se si arrivasse a condanne in terzo grado, sia su quello politico, già nel caso di eventuali condanne in primo grado. L'imputato rischiava di affrontarli nel conteso peggiore, con un'attenzione dell'opinione pubblica concentrata su tutt'altro, il capitolo migranti precipitato in fondo alla lista delle preoccupazioni degli italiani, una Lega in calo di consensi accelerato.
Le parole effettivamente inqualificabili di Palamara, con l'affermazione che l'allora ministro degli Interni dovesse essere attaccato a prescindere dall'effettivo rilievo penale delle sue scelte, aiutano il capo leghista. Gli permetteranno di alzare i toni, rivestire i panni del perseguitato politico, riportare in primo piano un tema, quello dell'immigrazione spodestato dalla crisi sanitaria e dall'ombra crescente di quella economica.
Salvini ha reagito con misura, senza strafare. Si è rivolto al capo dello Stato ma senza chiedere impossibili interventi diretti del presidente. II quale, consentendo a rendere noto il colloquio telefonico e farlo definire "cordiale" ha inviato, con i codici bizantini della diplomazia del Colle, un segnale.Certo i processi restano un grosso pericolo è probabile che il sospetto inevitabilmente destato dalle parole di Palamara suggerisca ai giudici estrema prudenza, tanto più che l'accusa più grave, quella di sequestro di persona, appare anche a molti non sospetti di simpatie salviniane tirata per i capelli e l'idea che il premier Conte non condivida le responsabilità del suo allora ministro degli Interni avendo segnalato le sue opinioni contrarie, come se si trattasse di un privato cittadino dissenziente invece che del capo del governo, è decisamente un po' forte. Va da sé che l'eventuale assoluzione trasformerebbe l'intera vicenda in un boomerang e offrirebbe a Salvini armi preziose e potenti.
Il provvidenziale soccorso offerto dalla Verità e soprattutto da Palamara arriva oltre tutto al momento giusto. Un anno fa Matteo Salvini sembrava inarrestabile, i sondaggi registravano un aumento costante della sua popolarità qualsiasi cosa facesse o dicesse. Aveva di fronte un solo compito: scegliere bene il momento e le modalità per mettere in crisi il governo gialloverde. Non avrebbe potuto assolvere peggio a quel compito e da quel momento in poi non ha più azzeccata una. Nella crisi Covid la situazione è peggiorata, in parte perché l'emergenza sanitaria ha rialzato le quotazioni del premier, in parte per la sua incapacità, a differenza dell'alleata-competitor Giorgia Meloni, di assumere una posizione anche solo riconoscibile.
Il disastro della Sanità lombarda ha completato l'opera e i sondaggi un anno fa sempre confortanti sono diventati puntualmente impietosi. Solo in apparenza paradossalmente, un appiglio è arrivato dagli un tempo alleati e oggi nemici giurati 5S e dallo stesso premier.
Se, accogliendo i suggerimenti del capo dello Stato, avessero aperto uno spiraglio al dialogo e cercato di far funzionare anche solo un po' la "cabina di regia", avrebbero rinsaldato in un momento forse decisivo le posizioni dei "governisti" della Lega, come Giorgetti e Zaia, a scapito di quelle del leader descamisado e comiziante. Al contrario i 5S hanno fatto il possibile per far fallire ogni tentativo di dialogo, nel comprensibile timore di aprire la pista per un futuro governo di semi-unità nazionale.
Lo stesso Conte, a parte le dichiarazioni pubbliche d'obbligo, nel concreto ha fatto ben poco per agevolare un disgelo anche momentaneo in nome dell'emergenza nazionale. L'indisponibilità al dialogo dei 5S, ma in realtà anche dello stesso premier, tarpa le ali alla Lega moderata proprio mentre l'opinione pubblica inizia a mutare di umore nei confronti del governo, di fronte a una crisi economica che comincia a mordere e di fronte ai ritardi e ai limiti del "ristoro" promesso dal governo.
La chat di Palamara amplificherà al massimo, la settimana prossima il voto sulla nuova autorizzazione a procedere e getterà una luce ambigua sull'intera vicenda. Per la prima volta dopo il clamoroso autogoal dello scorso agosto, Salvini ha di fronte un'occasione per recuperare il terreno perso in 10 mesi. Che riesca a coglierla e sfruttarla, però, è tutto da vedere.
tvqui.it, 23 maggio 2020
Due detenuti che erano nel carcere di Sant'Anna il giorno della rivolta dello scorso 8 marzo hanno denunciato le Forze dell'Ordine per maltrattamenti. La Procura ha ottenuto il video del circuito di telecamere del carcere e proverà a fare chiarezza.
La registrazione riguarda però solo le prime quattro ore della sommossa. Ci sono due denunce, in corso di esame in Procura, presentate da due detenuti che sostengono maltrattamenti da parte della polizia penitenziaria durante la rivolta del carcere Sant'Anna avvenuta lo scorso 8 marzo. Uno dei due detenuti sostiene di non aver mai preso parte alla sommossa e di essere stato percosso e bastonato a rivolta finita. L'altro ha affermato di avere assistito al pestaggio di detenuti che sarebbero stati fatti spogliare.
Durante il tragico episodio, esploso quando si sparse la voce che un detenuto in isolamento fosse positivo al coronavirus, persero la vita 9 persone, tutti carcerati. Cinque di loro sono stati trovati morti nelle loro celle per overdose di sostanze saccheggiate dall'ambulatorio dell'infermeria. Quattro sono invece morti durante il viaggio mentre venivano trasferiti in altri carceri.
Con l'ausilio delle telecamere interne del carcere, la Procura tenterà di fare luce sulle dinamiche di una vicenda di cui si sa ancora molto poco. Il circuito interno di sicurezza ha ripreso solo le prime quattro ore della rivolta, dopo con il venir meno della corrente l'impianto di è fermato.
Non tutto quindi sarà chiarito tramite le immagini attraverso cui la Squadra Mobile della Questura e la Polizia penitenziaria proveranno anche ad individuare i gruppi di rivoltosi responsabili dell'incendio e del danneggiamento del carcere.
di Emanuela Ribatti
linkabile.it, 23 maggio 2020
Proposte di prevenzione sulle baby-gang e inviti alla responsabilità. Il Garante dei detenuti della Regione Campania, Samuele Ciambriello, nella sua diretta Facebook affronta diverse tematiche attuali importanti. L'avviso di maggior rilievo è la ripresa dei colloqui in carcere, chiarendo che le modalità, l'organizzazione e i tempi sono stati messi in campo per la completa sicurezza dei detenuti e dei loro parenti e sono state misure decise con il Provveditore Regionale Amministrazione Penitenziaria, i direttori delle carceri, le autorità sanitarie, i medici competenti. In particolare, i detenuti della Campania avranno la possibilità di effettuare un colloquio entro fine maggio e due colloqui a giugno nei quali potrà avvenire la consegna dei pacchi. Inoltre, per chi non effettua i colloqui c'è sempre la possibilità di poter usufruire del servizio adottato sino ad ora, ovvero la videochiamata.
Colloqui fondamentali non sono solo quelli con i parenti, ma anche quelli con psicologi, educatori e una serie di figure sociali. Il garante infatti fa un invito anche alla ripresa di questi cammini, sostenendo fortemente che i detenuti hanno bisogno di essere ascoltati.
Vengono comunicate informazioni ed aggiornamenti anche per i detenuti che non riescono ad ottenere la detenzione domiciliare perché non hanno un luogo fisico dove poter alloggiare: la regione ha chiesto ed ha ottenuto 300.000 mila euro da mettere in campo per trovare luoghi alternativi al carcere.
Il Garante dei detenuti, a proposito di scarcerazione e detenzione domiciliare, esprime la sua solidarietà ai magistrati di sorveglianza che nei giorni scorsi sono stati oggetto di numerose polemiche volte a offendere il loro operato. Cita così una riflessione da lui condivisa a pieno di Marco Puglia, magistrato di sorveglianza del carcere di Santa Maria Capua Vetere: "Pochi hanno capito la delicatezza del nostro ruolo incastrato tra la necessità di tutela della collettività e quella di presidiare, tra l'altro, la salute dei soggetti ristretti che, solo per la loro condizione detentiva, non possono veder ingiustamente compromesso tale fondamentale diritto.
E tale compito è a noi affidato trasversalmente nei confronti di qualsiasi categoria di detenuto e di qualsiasi detenuto, anche se si sia macchiato dei più odiosi reati. Ed invero, la forza della legalità risiede proprio in questo: rimanere sempre uguale a se stessa, inalterata, austera ed umana, immobile ma fluida con lo sguardo alto rivolto alla giustizia e non ricurvo e miope verso il dettaglio".
Il primo invito alla responsabilità di Samuele Ciambriello viene fatto, a tutti coloro che fanno parte del sistema penitenziario, denunciando il ritrovamento di cellulari e droga all'interno delle carceri. Ci sono stati cellulari che hanno ripreso e fotografato le celle pubblicandole sui social e dosi di droga ritrovate all'interno dei pacchi consegnati dall'esterno. Bisogna chiedersi "come" accade ciò.
In seguito al caso di bullismo e cyber-bullismo di qualche giorno fa ai Colli Aminei, Ciambriello affronta anche il tema delle baby-gang. "Adolescenti a metà, con un blackout cognitivo, con totale assenza di aspirazioni valoriali" - così li definisce, aggiungendo "vivono una povertà economica, educativa, affettiva".
In seguito a queste affermazioni, fa precise proposte di prevenzione alla politica, alle forze sociali e al terzo settore: togliere la patria potestà a quelle famiglie che trascurano i figli o che addirittura li istigano alla microcriminalità e mettere in campo l'aggravante di bullismo "da branco", diversificandolo da quello individuale.
Conclude quindi la sua diretta suggerendo di vivere la giornata nazionale della legalità come giornata della responsabilità perché il nostro silenzio, la nostra indifferenza, le nostre omissioni fanno aumentare il potere della violenza e delle mafie. Il 23 maggio sentiamoci più responsabili, facciamolo sempre.
cuneodice.it, 23 maggio 2020
Il commento di Bruno Mellano, garante regionale delle persone detenute, dopo la decisione di rafforzare i controlli sanitari nelle carceri. "Considero assai positivo effettuare controlli sanitari sul personale impegnato nelle carceri piemontesi e auspico un rafforzamento del rapporto di collaborazione tra Regione e Amministrazione penitenziaria".
Lo ha dichiarato il garante regionale delle persone detenute Bruno Mellano all'indomani della decisione della Giunta di somministrare, su base volontaria, i test sierologici agli agenti delle Forze dell'ordine.
"Come chiesto ripetutamente dalle organizzazioni sindacali di Polizia penitenziaria e dai garanti dei detenuti attivi a livello territoriale, solo con una continua attività di monitoraggio si potrà compiere un salto di qualità nella lotta al Covid-19", continua Mellano.
Dei circa 3.000 agenti di Polizia penitenziaria si prevede che ad usufruirne potrebbero essere potenzialmente circa 2.600, dal momento che c'è chi si è già sottoposto al tampone per via dei contagi registrati o delle scelte delle Asl competenti. Circa 200 test, inoltre, saranno disponibili per il personale civile in servizio nelle carceri piemontesi (circa 500 operatori in tutto, che in alcuni casi - come a Saluzzo e a Fossano - hanno già avuto la possibilità di effettuare il tampone).
I rischi di contagio insiti nella vita quotidiana di strutture chiuse sono sotto gli occhi di tutti. Per questo, sottolinea, "solo una continua e proficua interlocuzione tra Amministrazione penitenziaria e Assessorato alla Sanità potrà garantire un vantaggio strategico nella lotta al Coronavirus". Oltre al monitoraggio, conclude, "è necessario insistere con il rigoroso rispetto delle misure di prevenzione e di sicurezza da parte di chi entra e di chi esce dagli Istituti penitenziari anche attraverso un'adeguata fornitura di guanti e mascherine per i detenuti e per i loro parenti in visita".
A questo scopo, anche su suggerimento del Coordinamento piemontese dei garanti delle persone detenute, si sta definendo una collaborazione tra Amministrazione penitenziaria e organizzazione internazionale "Medici senza frontiere" per la verifica delle procedure, la formazione del personale penitenziario e la prevenzione che coinvolgerà in via prioritaria gli Istituti penitenziari di Torino, di Alessandria e di Saluzzo.
Il Dubbio, 23 maggio 2020
Pubblichiamo un estratto del rapporto Antigone, con il racconto sul campo di Luigi Romano. Febbraio sembrava non finire mai. Si rafforzava in ognuno di noi la sensazione di impotenza di fronte al collasso del sistema sanitario, prima in Lombardia e poi in Veneto.
Le incertezze stressavano la linea temporale, come quando il respiro viene interrotto di continuo dagli spasmi. Era difficile immaginare l'impatto del Covid sull'ossatura istituzionale e gli effetti concreti sui rapporti e le dinamiche di potere. Dopo, con l'arrivo di marzo, abbiamo incominciato a immaginare tutte le linee di intervento possibili per proteggere le fragilità dell'universo carcerario, ma il più delle volte siamo rimasti incagliati nelle rappresentazioni di un presente distopico e incomprensibile, che ci sfuggiva tra le mani. Non avevamo ancora visto nulla.
In quegli stessi giorni abbiamo appreso da una circolare interna all'Amministrazione che il Dap avrebbe disposto - a partire dalla seconda settimana del mese - la sospensione dei colloqui con i familiari dei detenuti. Eravamo consapevoli che questa restrizione, imposta senza alcuna mediazione con il corpo detenuto, avrebbe scatenato il panico. Purtroppo avremmo scoperto in fretta di avere ragione.
Il sabato mattina del 7 marzo mi segnalarono che nel carcere di Fuorni si stavano verificando violente proteste. I detenuti avevano ascoltato dai notiziari televisivi le misure emergenziali e i provvedimenti che li riguardavano. Non avevano ricevuto nessuna notifica o avviso, neppure informale, prima.
Il panico era esploso in pochi minuti, perché conservare i rapporti con l'esterno, custodire la sfera affettiva in stato di detenzione, è già di per sé molto difficile: quell'interruzione improvvisa, poi, quando il mondo lì fuori si sgretolava sotto i colpi del contagio, era stata percepita come un atto di abbandono che avrebbe messo ancora più distanza con l'emisfero dei "liberi".
Anche il Garante regionale Samuele Ciambriello mi confermava una situazione di assoluta gravità. Ho cercato a quel punto di riflettere con Antigone nazionale su che tipo di intervento potevamo offrire: non c'era molto da pensare, tuttavia; bisognava correre a Salerno monitorando lo stato delle cose, per evitare una totale compressione dei diritti.
Con il Garante Ciambriello e Dario Stefano Dell'Aquila ci siamo messi in macchina partendo da piazza Carlo III, a Napoli, dopo esserci scambiati poche parole sotto una pioggia violenta che rimbalzava sulla facciata dell'Albergo dei poveri. Durante il viaggio abbiamo cercato di comunicare con l'interno del carcere, ma le telefonate si susseguivano senza risultati, mentre il Vesuvio si allontanava, scompariva alle nostre spalle, e in meno di un'ora gli strapiombi della costiera amalfitana preannunciavano il nostro ingresso in città. Dopo aver oltrepassato il centro di Salerno (l'istituto, come molti del nostro paese, si trova in periferia), all'uscita della tangenziale le luci delle sirene ci hanno segnalato l'epicentro delle tensioni. Un elicottero ha accompagnato lentamente il nostro percorso verso il cancello esterno.
La vista del primo cordone di forze dell'ordine con giubbotti antiproiettile e mitra rivolti verso il carcere anticipava la natura della frattura che si stava generando all'interno. Il piantone all'ingresso, evidentemente nel panico, ci vietava di entrare.
Con qualche difficoltà e dopo non poche insistenze siamo stati messi in contatto con la direzione e con il provveditore, entrambi all'interno dell'area detentiva. Qualche minuto dopo eravamo dentro nel cortile antistante, mentre due autoambulanze si precipitavano all'ingresso e il rumore assordante dell'elicottero non ci abbandonava mai. Attendiamo che il Garante regionale incontri la direzione per comprendere cosa sia accaduto.
Dentro le mura, il personale della polizia penitenziaria si agitava freneticamente: il via vai sulle scale, il su e giù, il continuo varcare il check point smascheravano la tensione del chiudere i conti in fretta. Nel gabbiotto due agenti osservavano la scena.
Nel primo cortile tre squadre in antisommossa presidiavano l'ingresso di una sezione. Ci viene riferito che circa cento detenuti avevano partecipato alle proteste, erano saliti sul tetto e avevano preso il controllo di un padiglione contendendosi per lungo tempo lo spazio fisico con la polizia. Sembra che le agitazioni abbiano interessato solo i detenuti comuni e non abbiano coinvolto il reparto dell'Alta sicurezza.
Non c'era una chiara piattaforma rivendicativa, sembrava che la rabbia e la frustrazione dei singoli si polarizzasse scagliandosi contro lo spazio fisico della reclusione. Per ancora un bel po' gli agenti hanno continuato a spostarsi freneticamente con le loro armi alla mano (destando alcuni dubbi rispetto ai probabili decorsi...), poi gradualmente, con il passare dei minuti, la tensione ha cominciato ad affievolirsi e dopo a sfumare. Del fatto che le operazioni fossero quasi giunte al termine ci siamo resi conto ascoltando le lamentele di chi minacciava di non prendere servizio se non fossero stati trasferiti i protagonisti della rivolta. Il peggio era passato, ma solo in un certo senso.
Siamo usciti dal carcere nelle prime ore della sera circondati dai familiari dei detenuti e dalle loro paure, mentre rientravano anche i reparti speciali. All'uscita ci aspettava lo stesso cordone di sicurezza che avevamo trovato varcando il cancello difensivo, mentre dalla strada di fronte arrivavano alcuni blindo vuoti. Qualche detenuto sarebbe stato trasferito in tutta fretta, la notte stessa, e per questo le ore successive dovevano essere monitorate con attenzione. Lasciavo il carcere con un profondo senso di angoscia. I giorni a seguire non sarebbero stati semplici.
Dopo qualche tempo, sono venuto a conoscenza che una parte dei detenuti veniva trasferito nelle carceri calabresi e ho cercato di ricostruire gli esiti di quella vicenda ma senza alcun risultato. I "fatti di Salerno" nel mio spazio emotivo rimanevano circoscritti in unico frame: senza origine e fine.
Post scriptum. È il 18 di aprile, quando scrivo questo testo. Le rivolte di questa fase emergenziale - l'ennesima - sono cominciate più di un mese fa in Campania e a catena sono dilagate anche in altri istituti del Paese. I decessi tra i detenuti sono stati quattordici. A oggi, ancora non riusciamo a immaginare la fine di questa storia.
Avvenire, 23 maggio 2020
Nell'autobiografia dell'ex terrorista di Prima Linea la difficile riemersione dagli Anni di piombo attraverso alcuni significativi incontri durante la detenzione. Benedetto fu il carcere, per Maurice Bignami. Fra i fondatori di Prima Linea, seconda organizzazione terroristica degli anni di piombo. Prima, anzi, per numero di militanti, ma di durata più breve, avendo trovato presto una via d'uscita comune, tramite la dissociazione maturata in carcere.
Il suo "Addio Rivoluzione: Requiem per gli anni Settanta" (Rubbettino, pagine 406, euro 19) è il racconto di una vita che è stata tante vite. Dall'infanzia a Parigi, con un padre (Torquato) capo partigiano, finito nei guai (assolto anni dopo) in una terra, la "rossa" Emilia, in cui si sono giocati anche i "supplementari" della Guerra di liberazione.
Scappato prima in Cecoslovacchia, per poi stabilirsi in Francia. "Concepito da una parte della cortina di ferro e scodellato nell'altra. Insomma, una famiglia normale", dice con graffiante autoironia Bignami. Una vita quasi da predestinato che lo vede rientrare a Bologna prima che arrivi il Sessantotto. Gli anni giovanili vissuti "nella fantastica (e pericolosissima) condizione di chi non è più sottoposto alle vecchie regole e non è ancora assoggettato a quelle nuove".
Potere operaio, Autonomia, i primi scontri e il primo "assaggio" di carcere nel tumultuoso 1977: "Mi arrestarono a Milano in casa di Toni Negri, dove avevo messo a punto il menabò di un numero speciale della rivista "Rosso" sulle giornate di marzo a Bologna", in cui fu ucciso negli scontri con gli agenti lo studente di Lotta Continua Francesco Lorusso.
Poi il sequestro Moro, spartiacque anche per Prima linea, gli omicidi pianificati ad accelerare la strada verso una rivoluzione che non arrivava. "Sapevamo che il prezzo sarebbe stato altissimo. E non era il carcere, forse nemmeno la morte la parte peggiore della faccenda. Era, comunque la mettessimo, il ritrovarsi con l'umano a brandelli e farci l'abitudine".
Ma all'orrore non ci si abitua: "Si può diventare ex terroristi, ma mai ex assassini", ha detto in più occasioni Bignami. E forse il libro nasce anche per questo, per il bisogno insopprimibile di far pace con sé stessi, oltre che col mondo. "Nel febbraio 1981 fui arrestato anch'io. Finalmente. Non ne potevo più", ricorda. Catturato a Torino durante una rapina aveva con sé delle granate, ma scelse di non farle esplodere.
Così iniziò la lenta risalita: "Non che il carcere non fosse la fogna che conosciamo", ma furono anni di riflessione interiore e di incontri. Tanti sacerdoti. Don Salvatore Bussu, cappellano di Badu e Carros (Nuoro) che col famoso sciopero della messa di Natale aprì la strada al ravvedimento di Alberto Franceschini, Franco Bonisoli e Roberto Ognibene, che avevano iniziato lo sciopero della fame, e di tanti altri.
Ma è padre Ruggero Cipolla, novello Fra Cristoforo, a rompere il ghiaccio del suo cuore, con la complicità di Teresa che, con i buoni uffici del sacerdote, divenne presto sua moglie nonostante le sbarre a dividerli. E poi don Mario (Bignami lo chiama "Marione", trascurando il cognome) padre Adolfo Bachelet (fratello di Vittorio, ucciso dalle Br) che divenne, con suor Teresilla Barillà, zelante ricercatore nelle carceri italiane di ex terroristi da riportare sulla retta via. Infine don Luigi Di Liegro, fondatore della Caritas romana, che gli offrì la prima via d'uscita.
Ma il vero compagno d'avventura di quegli anni fu un uomo che con la Chiesa non c'entrava nulla, il radicale Sergio D'Elia, che con lui condusse tutto il lavoro a Rebibbia che portò prima a consegnare le armi al cardinale Martini e poi alla "resa" vera e propria dell'organizzazione in carcere, con un documento ufficiale letto al congresso del Partito Radicale del marzo 1987.
Documento che aprì le porte, in un virtuoso "do ut des", alla legge della dissociazione e alla "Gozzini" che permise di uscire dal carcere per lavorare. "Con Maurice ci ha unito una parola: amore", dice D'Elia a fotografare il passaggio che li accomunò, dal vortice dell'ideologia alla persona.
Bignami ha avuto così un'altra possibilità, e nella sua famiglia è entrato anche Amin, il figlio della tata che, quando Maurice era ancora ancora in semilibertà, ha aiutato sua moglie Teresa ad accudire i suoi piccoli, venuto in Italia per sottrarlo alla guerra in atto a Mogadiscio. Ma c'è un altro incontro che ha segnato, più di recente la vita di Bignami.
Giuseppe Fidelibus, docente universitario abruzzese riconobbe Maurice nella foto a corredo di un'intervista in cui raccontava la sua conversione al mensile di CI "Tracce". Non credette ai suoi occhi, era proprio quel detenuto per il quale aveva pregato quando era carabiniere di leva a Firenze, nel 1982, durante un processo.
Quella volta, vedendolo andar via pensò che non lo avrebbe più rivisto. Invece i due si sono rincontrati dopo trent'anni e Fidelibus firma la post fazione del libro: "Grazie Maurice, ora mio caro fratellone", sono le ultime parole del libro. Un carcere che ricorda un po' il letame dal quale "nascono i fiori" di Fabrizio De André. "Chissà, forse questa segregazione da cui stiamo uscendo poco a poco, a saperla valorizzare, ci consentirà finalmente di concepire un'idea condivisa di futuro per il nostro Paese".
La Repubblica, 23 maggio 2020
I partiti chiedono un incremento del numero degli agenti e un ripensamento da parte del ministero della Giustizia. Divisi in Parlamento, uniti a Parma nel chiedere all'amministrazione penitenziaria, e quindi al Guardasigilli Alfonso Bonafede, di rinviare l'apertura del nuovo padiglione del carcere di Parma dove arriveranno 200 detenuti in più.
Assume i connotati di una mobilitazione territoriale il no all'ampliamento dell'istituto penitenziario di via Burla: dopo i sindacati, infatti, anche Lega e Pd chiedono un ripensamento. "Un'apertura di cui si parla da tempo, ma che pochi giorni fa il ministro ha annunciato come imminente", afferma il Pd di Parma, "pensiamo sia opportuno posticipare l'apertura, come richiesto anche da molte associazioni di volontariato che operano nel settore, per consentire un confronto con i rappresentanti di tutte gli attori coinvolti, dai sindacati degli agenti alle associazioni di volontariato ed adeguare al meglio la struttura alle nuove esigenze".
"L'arrivo di altri duecento detenuti, in aggiunta agli ottocento già presenti, avrà un impatto su tutto il mondo carcerario e su tutto ciò che gli orbita intorno", prosegue la nota del PD, "è quindi necessario, in primo luogo, un aumento dell'organico di polizia penitenziaria, a tutela della sicurezza degli operatori e degli stessi carcerati, ma anche del personale a vario titolo operante nel penitenziario, nonché delle associazioni di volontariato che operano a contatto con i detenuti".
"Il carcere, per svolgere a pieno la sua finalità rieducativa, non deve limitarsi a reprimere, ma deve consentire gli occupanti una serie di attività, lavorative e di recupero, che consentano loro di avere una vita una volta terminata la pena, ed abbassare il tasso di recidiva. È necessario assicurare una continuità di gestione dell'istituto e mettere in campo attività formative e lavorative dei carcerati, nonché accompagnarli, al momento della loro uscita, nella ricerca di un inserimento nel mondo del lavoro, senza il quale il rischio di recidiva è purtroppo molto alto. Auspichiamo che il progetto della lavanderia, già finanziato e da tempo in itinere, trovi finalmente realizzazione in tempi brevi".
"Vogliamo ringraziare pubblicamente gli operatori della polizia penitenziaria del carcere di Parma per il lavoro straordinario svolto in queste settimane difficili, che ha evitato che si verificassero nel nostro carcere episodi di rivolta, come avvenuto in altri penitenziari vicini - concludono i democratici - il Pd di Parma si è impegnato a tutti i livelli, promuovendo la discussione dentro e fuori il consiglio comunale con il partito e il gruppo consigliare, affinché si affrontassero i gravi problemi organizzativi interni e anche in termini di ricaduta territoriale trovando il sostegno anche di altri partiti".
Il senatore parmigiano della Lega Maurizio Campari ha comunicato di avere presentato una interrogazione a Bonafede: "Senza assunzioni di personale, peggioreranno sovraffollamento e sicurezza. "Tra pochi giorni sarà inaugurato il nuovo padiglione da 200 detenuti del Carcere di Parma: in un Paese normale, sarebbe una buona notizia.
Oggi in Italia non lo è, perché non risolverà nessuno dei problemi dell'Istituto, ma li aggraverà tutti: i 200 nuovi posti saranno occupati da almeno altri 200 nuovi detenuti e il sovraffollamento resterà immutato. Anche i problemi di sicurezza, la ormai decennale mancanza di una direzione stabile, di organizzazione del lavoro e di personale di Polizia Penitenziaria, resteranno immutati", dice il senatore.
"Come denunciato più volte dalla Lega, in particolare dalla deputata Laura Cavandoli, e dai sindacati di Polizia Penitenziaria - prosegue Campari - l'apertura del nuovo padiglione, che ospiterà ulteriori 200 detenuti, porterà la capienza del carcere a più di 800 ospiti, nonostante la preoccupante mancanza di agenti di Polizia Penitenziaria: 76 Sovrintendenti previsti contro i 3 effettivi, 65 Ispettori previsti contro i 18 effettivi. Vogliamo sapere cosa intende fare il ministro, oltre a tagliare il nastro, fare un paio di comunicati stampa e abbandonare di nuovo il carcere di Parma ai suoi irrisolti problemi di sempre".
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 23 maggio 2020
Le polemiche sulla regolarizzazione dei migranti clandestini in Italia, praticamente imposta dalla ministra Bellanova a una alquanto riottosa compagine governativa, consente un rapido aggiornamento sulle attività del Comitato di controllo che si occupa di misurare, con precisione barometrica, il tasso di legalità in Italia. Un Comitato all'opera da qualche anno che cura di emettere con regolarità i propri puntuali bollettini e di lanciare i propri agitati allarmi.
Questa volta nell'occhio del ciclone c'è l'agricoltura italiana e la sua vitale necessità di disporre di braccia. La nuova emersione degli sfruttati e dei diseredati delle campagne italiane, soprattutto di quelle del Sud, pretende che a cooperare siano gli stessi sfruttatori che devono avviare e garantire le procedure di regolarizzazione. I tanti imprenditori agricoli piccoli e medi che, sia pure per reggere l'urto dei costi e la dittatura della distribuzione, hanno distrutto le vite di decine di migliaia di clandestini costringendoli a un'esistenza terribile, proprio quella che traspariva dalla commozione della Bellanova.
Un girone dell'inferno che si dipana da anni e anni sotto gli occhi di tutti e nella cecità colpevole di quasi tutte le istituzioni. In un Mezzogiorno quotidianamente assediato, e da anni, per dare la caccia a mafiosi, 'ndranghetisti e camorristi; in cui si eseguono decine di migliaia di intercettazioni; in cui si cercano implacabilmente i latitanti casa per casa e si denunciano le infiltrazioni nel circuito economico; in un fazzoletto di terra in cui la pressione investigativa è, giustamente, a livelli altissimi e si eseguono centinaia di arresti. Bene in questa società sorvegliata che è il Sud del paese, migliaia di irregolari tutte le mattine si recano sui campi, vengono prelevati dai caporali ai margini delle vie, caricano i Tir, vivono in accampamenti in condizioni indicibili, circolano per le strade e per le piazze senza che mai sia stata messa in campo una strategia risolutiva per debellare lo sfruttamento e ridare dignità a vite spezzate.
Ahimè, evidentemente tutti intenti gli investigatori a dar la caccia al contagio mafioso che appesta la società meridionale e, quindi, purtroppo senza il tempo necessario per andare fino in fondo al più miserabile dei reati, quello che trasforma gli esseri umani in schiavi tutti i giorni e innanzi agli occhi di tutti, bambini compresi. Un olocausto sociale e morale a cielo aperto di cui un giorno la storia potrebbe chiedere conto come ai tedeschi "ignari" dell'eccidio degli ebrei. Ogni tanto qualche ruspa nei campi, qualche incendio tra le tende, qualche spedizione punitiva da reprimere.
Ogni tanto qualche arresto. Una goccia nel mare dell'illegalità palese e diffusa. Talmente diffusa da avere reso indifferibile questa regolarizzazione e talmente strutturale da doversi sanare per garantire il funzionamento e la stessa esistenza della filiera agroalimentare ai tempi della pandemia.
In questo scenario di insopportabile cecità e di epocale inerzia, il Comitato di controllo immagina di approvare l'ennesima legge per inasprire le norme contro il caporalato e, oggi, tuona contro lo scudo penale del decreto Rilancio che dovrebbe consentire agli imprenditori agricoli di regolarizzare gli immigrati al lavoro nei campi.
Quasi che la minaccia delle manette (non le manette, si badi bene, che non scattano quasi mai) e l'assedio verbale delle norme penali dal fortino della Gazzetta ufficiale potessero di per sé impaurire i reprobi e convincere i riottosi. Come se non fosse bastato il fallimento degli inasprimenti di pena per la corruzione, per l'evasione fiscale, per il falso in bilancio, per la mafia, per il voto di scambio, per la violenza sulle donne. Simulacri, spesso pasticciati, che non hanno fatto recedere di un passo malviventi e mascalzoni, trasformando il codice penale in una fortezza di ghiaccio che si scioglie al primo sole.
Ma il Comitato di controllo ha sacerdoti e riti, vittime e carnefici, si nutre di lenzuolate di reati e brandisce feroci aumenti di pena. Non può certo denunciare le inerzie e le amnesie di una parte degli apparati di prevenzione e di repressione che quelle lenzuolate periodicamente invocano - e proprio servendosi del Comitato - per coprire la nudità della propria colpa. Ci sono voluti il coraggio e le lacrime di una donna ministro per dare la dimensione di quanto insopportabile fosse quella situazione che lo Stato ha dovuto sanare solo perché nessuno si è davvero mosso per debellarla o, almeno, arginarla.
di Giuseppe Sarcina
Corriere della Sera, 23 maggio 2020
La verità sull'omicidio del venticinquenne afroamericano in un video rilanciato dalle star. Arrestato un terzo uomo. Per Barack Obama l'omicidio del venticinquenne afroamericano Ahmaud Arbery è la dimostrazione di quanto sia ancora vivo il pregiudizio razziale. Tre mesi di inchiesta tra polemiche e proteste. Giovedì 21 maggio il Georgia Bureau of Investigation, l'autorità di polizia locale, ha arrestato William Roddie Bryan, il cinquantenne che riprese con il telefonino la sequenza della caccia all'uomo, dell'inseguimento e infine dell'uccisione di Ahmaud.
La vicenda risale alla mattina del 23 febbraio. Era domenica e Arbery stava facendo jogging in un quartiere residenziale di Brunswick, cittadina vittoriana dalle querce secolari che si affaccia sull'Atlantico, a sud di Savannah. Nelle settimane precedenti c'era stato qualche furto con scasso nelle case del quartiere. Le voci incontrollate erano già diventate una sentenza: il ladro era un nero. Ma Arbery da quelle parti ci andava solo per correre.
Nell'America profonda la stirpe dei giustizieri bianchi non si è ancora estinta. Eccoli i McMicheal, padre e figlio, Gregory 64 anni e Travis, 34. Stanno gironzolando sul loro pick-up bianco, quando avvistano il giovane afroamericano in maglietta, calzoncini e scarpe da tennis. Non esattamente una tenuta da scassinatore. Ma i due non hanno dubbi. Lo fermano e Gregory, ex agente di polizia locale, lo affronta spianando un fucile. Arbery è più agile e lo blocca. Quindi riesce a divincolarsi e ad allontanarsi. Travis osserva la lotta dal pianale del veicolo. Anche lui è armato, spara e uccide Arbery.
La sequenza è ripresa da un telefonino. Si scoprirà mesi dopo che era quello di un terzo uomo bianco, William Bryan, conoscente dei McMicheal. Il video compare solo il 5 maggio. Un anonimo lo spedisce a Lee Merritt, noto avvocato per la difesa dei diritti civili, che assume le parti della famiglia Arbery. Nel frattempo nelle procure della Georgia si susseguono fatti inquietanti. Le indagini rimbalzano da un pubblico ministero all'altro. C'è chi si chiama fuori perché aveva lavorato con l'ex poliziotto Gregory. Il 3 aprile il procuratore George Barnhill conclude che non c'è ragione di incriminare i McMichael più Bryan, perché i tre "stavano bloccando un sospetto, in attesa dell'arrivo delle forze dell'ordine". Gli spari?"Legittima difesa". Intanto monta la protesta in Georgia.
Il 5 maggio le tv trasmettono la clip dell'assassinio e il caso diventa nazionale. Intervengono le star afroamericane del Paese: il campione di basket LeBron James, la regista Ava DuVernay, l'attrice Gabrielle Union. A loro si aggiungono Kim Kardashian e la cantante Taylor Swift. E la magistratura cambia passo. Esce da un'atmosfera da "buio oltre la siepe" e torna nel pur contraddittorio 2020. Il 7 maggio vengono arrestati Gregory e Travis, con l'accusa di omicidio e aggressione aggravata. Il 21 finisce dentro anche il terzo complice, Bryan: concorso in omicidio e tentata falsificazione delle prove.
amnesty.it, 23 maggio 2020
In seguito all'annuncio da parte del governo ungherese della chiusura delle cosiddette zone di transito al confine meridionale con la Serbia, dove i richiedenti asilo vengono detenuti in attesa che vengano esaminate le loro richieste di asilo, Dávid Vig, direttore di Amnesty International Ungheria ha dichiarato in una nota ufficiale: "Sebbene la chiusura delle zone di transito sia un passo fondamentale nella giusta direzione, il governo non dovrebbe chiudere le proprie frontiere ai richiedenti asilo od ostacolare il loro accesso a forme di protezione".
La dichiarazione del governo ungherese giunge dopo che la Corte di giustizia dell'Unione europea la scorsa settimana ha giudicato illegale la prassi dell'Ungheria di porre in detenzione i richiedenti asilo e i migranti nelle zone di transito. In futuro, coloro che chiedono asilo in Ungheria dovranno fare richiesta alle rappresentanze diplomatiche ungheresi presso gli altri paesi.
"Le autorità ungheresi devono assicurarsi che i richiedenti asilo abbiano accesso al territorio ungherese e che le loro richieste siano esaminate nel merito e non respinte sulla base del passaggio in un cosiddetto Paese Terzo Sicuro", continua Dávid Vig. Il caso è stato trasmesso alla Corte di giustizia dell'Unione europea dai giudici ungheresi, e dall'annuncio emerge anche il ruolo fondamentale che un sistema giudiziario indipendente svolge nella protezione dei diritti umani in Ungheria. Secondo il diritto comunitario, gli stati hanno l'obbligo di garantire ai richiedenti asilo l'accesso al proprio territorio.
Circa 300 persone detenute nelle zone di transito, tra le quali famiglie con bambini piccoli, sono state trasferite ieri mattina in strutture aperte e semi-aperte. "Speriamo che la chiusura della zona di transito sia il segnale che finalmente il governo ungherese ha deciso di modificare le sue politiche e le sue procedure crudeli e illegittime: sono ancora tante le minacce dirette ai diritti umani delle persone che attraversano le frontiere.", conclude Dávid Vig.










