di Francesca Sabella
Il Riformista, 22 maggio 2020
Finisce il lockdown e aumentano nuovamente i reati e gli arresti, mentre per decine di detenuti arriva il braccialetto elettronico indispensabile per scontare la pena a casa e riprendono i colloqui nei penitenziari. Inizia così la fase 2 per le carceri della Campania. Le strade deserte, la paura di contrarre il virus e l'incremento delle forze dell'ordine sul territorio, avevano tenuto a casa anche i delinquenti. Ma è bastato un timido inizio di ritorno alla routine per far aumentare di colpo i reati e gli ingressi dietro le sbarre, con il rischio di sovraffollare nuovamente i penitenziari e far salire i numeri dei contagiati da Covid-19.
"Durante il lockdown - spiega Antonio Fullone, provveditore dell'amministrazione penitenziaria campana - Nel carcere di Poggioreale ci sono stati giorni nei quali abbiamo registrato zero ingressi o al massimo due. Da quando le misure adottate per il contenimento del virus sono state allentate - continua - abbiamo notato subito l'aumento dei reati con il conseguente trasferimento nel penitenziario. Anche 20 detenuti in un giorno, praticamente sfioriamo i picchi del periodo pre-Covid". Il dato è una bomba ad orologeria che potrebbe scoppiare da un momento all'altro, mandando all'aria mesi di sacrifici e provvedimenti che avevano tentato di ovviare al problema dell'impossibilità del distanziamento sociale tra i detenuti. La preoccupazione per l'esplosione del contagio nelle carceri aveva portato il governo a emanare il decreto Cura Italia. Il provvedimento aveva concesso la detenzione domiciliare ai reclusi che dovevano scontare una pena o un residuo fino a 18 mesi, il tutto grazie a una procedura semplificata. Una volta lasciata la cella, i detenuti con una pena da scontare tra i sette e i 18 mesi avrebbero dovuto indossare il braccialetto elettronico. "Al momento dell'ok ai domiciliari - ha dichiarato Fullone - 62 detenuti su 80 hanno ricevuto, in tempi brevi, il dispositivo di controllo".
Con il decreto svuota carceri, i detenuti all'interno degli istituti penitenziari della Regione sono passati da 7mila e 500 a 6mila e 300. Con il Cura Italia sono usciti dal carcere 400 detenuti e altri 600 circa hanno ottenuto maggiori concessioni proprio in relazione al particolare momento di emergenza. Tutto questo ha consentito una buona gestione dell'epidemia. "In tutta la Campania - precisa Fullone - abbiamo registrato sette casi di positività tra gli agenti di polizia penitenziaria e quattro tra i detenuti, tutti del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Oggi non abbiamo casi di Covid-19 all'interno delle prigioni della Regione".
Per chi entra in carcere in questo momento così delicato, nel quale si tenta di convivere con il virus, ci sono una serie di passaggi obbligatori. "Per i nuovi detenuti - dice Fullone - è stato istituito un isolamento preventivo di 15 giorni, il monitoraggio della temperatura e la verifica di eventuali sintomi sospetti". Tra le novità della fase 2 anche la ripresa dei colloqui tra detenuti e familiari. Lo ha comunicato Samuele Ciambriello, garante campano dei detenuti, durante una diretta su Facebook. "In particolare - ha spiegato Ciambriello - i detenuti potranno effettuare un colloquio entro fine maggio e due colloqui a giugno e in queste occasioni, contestualmente, si consegneranno i pacchi". Via libera, quindi, ma con obbligo di guanti e mascherina, autocertificazione e misurazione della temperatura. I colloqui avverranno in spazi dedicati e separati in modo tale da consentire il distanziamento, ancora fondamentale in questa fase 2 della pandemia.
di Rita Bernardini*
huffingtonpost.it, 22 maggio 2020
Lo Stato nega loro 20 euro al giorno. Anche la Regione Calabria si è dotata di una legge sull'affido prevedendo un contributo giornaliero per il mantenimento di un minore da rimettere direttamente alla famiglia. Ma questo non avviene.
Da quando avevano 13 e 11 anni, fratello e sorella sono stati affidati ai nonni materni con un provvedimento del Tribunale dei minori di Reggio Calabria datato 11 febbraio 2015. I genitori di Anna & Marco (nomi di fantasia) sono infatti finiti in carcere, fatto non certo raro in terra di Calabria se è vero come è vero che, pur rappresentando questa regione il 3,2% dell'intera popolazione italiana, i detenuti nativi calabresi sono, invece, il 6,3% dell'intera popolazione detenuta (dati 2018).
Ma torniamo ai due ragazzini e ai nonni che li hanno avuti in affidamento perché c'è un aspetto che fa venire la nausea, ed è il modo in cui le istituzioni calabresi hanno gestito la vicenda in questione disconoscendo la normativa in vigore ed esasperando la già impegnativa quotidianità di questa realtà familiare costretta a fare i conti con la dolorosa esperienza del carcere.
La legge italiana sull'affido (n.184/83 e art. 5 n. 149/2001) prevede che la famiglia affidataria (in questo caso, i nonni) accolgano presso di loro i minori provvedendo al loro mantenimento, alla loro educazione e alla loro istruzione; e prevede ciò espressamente quando accade che i genitori finiscono in carcere. Stabilisce altresì che lo Stato, le regioni e gli enti locali intervengano con misure di sostegno e di aiuto economico in favore della famiglia affidataria.
Anche la Regione Calabria si è dotata di una legge sull'affido prevedendo un contributo giornaliero di 20 euro per il mantenimento di un minore da rimettere direttamente alla famiglia. Ecco, tutto ciò non è avvenuto nel caso in questione, nonostante l'impegno del nonno che si è trovato di fronte ad un vero e proprio muro di gomma rappresentato dai servizi sociali del Comune di Rosarno i quali, anziché aiutarlo a sbrigare le incombenze burocratiche, lo hanno sottoposto negli anni (quasi sei, visto che i genitori di Anna & Marco sono stati arrestati il 30 luglio del 2014) ad un vero e proprio tour de force che di rimando in rimando (sempre immotivato e irragionevole), lo ha portato ad alzare la cornetta del telefono per raggiungere la sottoscritta e chiedere aiuto.
Il nonno di Anna e di Marco è impiegato amministrativo presso un consultorio e già per due volte ha dovuto impegnare parte del suo non certo lauto stipendio per affrontare le spese del mantenimento dei due ragazzi, ivi compresi gli spostamenti per portarli a trovare i genitori in carcere. Anna & Marco - così come i nonni - sono stati davvero bravi e ora sono due liceali con ottimo profitto scolastico benché abbiano dovuto affrontare la difficile fase adolescenziale con un grande cruccio nel cuore.
Ora di questa incresciosa vicenda sono sicuramente a conoscenza non solo i servizi sociali del Comune di Rosarno al quale il Tribunale dei Minori fin dal 2014 ha trasmesso il provvedimento di affido (mai revocato) raccomandando "attività di vigilanza e sostegno" in favore dei nonni dei due minori, ma anche - per le lettere scritte dal nonno - il Garante dell'Infanzia della Calabria, il Dipartimento 10 della Regione Calabria (Politiche sociali - Ufficio Affidi ed Adozioni), l'Ufficio Economico e finanziario del Comune di Rosarno, il Sindaco di Rosarno, i Carabinieri di Rosarno e la Procura della Repubblica di Reggio Calabria. Tutti sanno, ma nessuno muove un dito.
Possibile che dopo tanto tempo ancora non si dia una risposta certa a questo provato nucleo familiare? Mi viene un dubbio: quello di cui stiamo parlando è un caso isolato in Calabria o altre persone affidatarie di minori devono affrontare la medesima corsa a ostacoli insuperabili che sacrifica i diritti dell'Infanzia? Che fine ha fatto la Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 1989?
È necessaria un'iniziativa nonviolenta di sciopero della fame perché sia garantito un diritto scritto nero su bianco sia sulla legge nazionale che su quella regionale della Calabria? Io sono pronta, anche se mi auguro che non sia necessario.
P.S. - Anna & Marco sono i protagonisti di una bellissima canzone di Lucio Dalla. Nel testo non sono fratello e sorella, ma mi piace ricordarne il finale "Marco voleva andarsene lontano, qualcuno li ha visti tornare tenendosi per mano". La mia speranza è che dalla terra di Calabria il sogno di due adolescenti non debba più essere quello di dover emigrare.
*Membro del Consiglio Generale del Partito Radicale.
L'Unione Sarda, 22 maggio 2020
L'annuncio dell'associazione Socialismo, Diritti, Riforme dopo i tamponi e i test nella casa circondariale. "I test sierologici rapidi e qualche tampone per i quattro casi sospetti tra i detenuti del carcere di Uta hanno dato riscontro negativo". A darne notizia è stata Maria Grazia Caligaris, referente dell'associazione Socialismo Diritti Riforme.
"Nella Casa circondariale Ettore Scalas si può parlare di carcere Covid free - spiega l'ex consigliera regionale - un respiro di sollievo per operatori penitenziari, sanitari, detenuti e familiari. Non si può però dimenticare che permangono problematiche sanitarie a cui occorre sempre rivolgere particolare attenzione. L'emergenza covid19 - prosegue - ha fatto passare in secondo piano una complessa realtà sanitaria in cui convivono persone affette da problemi cardiocircolatori, psicologici, psichiatrici, patologie respiratorie, diabetici e con insufficienza renale".
"Il programma di screening - ha evidenziato Luciano Fei, responsabile dell'area sanitaria del carcere e dell'Istituto Penale Minorile - si è concluso positivamente offrendoci garanzie importanti sulla mancata circolazione del coronavirus all'interno della Casa Circondariale. Paradossalmente il timore di poter contrarre un virus così aggressivo e pericoloso ha rivelato un grande senso di responsabilità tra i detenuti, oltre che di tutti gli operatori.
Il clima è stato infatti di grande collaborazione e ha permesso di svolgere i test in assoluta sicurezza e serenità. I dati positivi, che abbiamo riscontrato anche nel carcere minorile di Quartucciu, non ci faranno abbassare la guardia, anzi - ha concluso Fei - ma sono uno stimolo ulteriore a fare di più e meglio con il contributo di tutti".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 22 maggio 2020
Epidemia colposa è l'ipotesi di reato al centro della denuncia presentata dall'avvocato Gaetano Aufiero per un detenuto napoletano che in carcere si è ammalato di Covid-19. Il fascicolo è al vaglio della Procura di Cuneo perché i fatti si sono svolti nel carcere di Saluzzo. Per esporli, invitando la magistratura a svolgere indagini e dare risposta agli interrogativi aperti da questa storia, l'avvocato Aufiero ha presentato un lungo e dettagliato esposto.
Il tema attorno a cui ruota la storia è uno degli argomenti più attuali e delicati degli ultimi mesi perché affonda le radici nella gestione dell'emergenza sanitaria all'interno degli istituti di pena ai tempi del Coronavirus. L'indagine dovrà chiarire se il trasferimento dal carcere di Bologna di detenuti, poi risultati positivi al Covid, sia stato all'origine del contagio nel carcere di Saluzzo dove il detenuto napoletano, protagonista di questa vicenda, ha contratto l'infezione che da mesi spaventa il mondo. È proprio il trasferimento di detenuti da un carcere all'altro il nodo centrale del caso sottoposto all'attenzione dei magistrati della Procura di Cuneo. Ma ricapitoliamo i fatti. È il 26 aprile quando il detenuto napoletano scopre di essere positivo al Covid-19.
È uno dei reclusi della sezione di alta sicurezza del carcere piemontese, e, a parte la perdita del gusto, non ha sintomi gravi, ma viene messo in isolamento come prevede la procedura di sicurezza e tenuto sotto osservazione medica. In quegli stessi giorni, come lui altri detenuti risultano positivi al virus, mentre prima di allora non risultava alcun contagio nelle celle.
E si fa caso a una circostanza: qualche settimana prima, proprio in quella sezione di alta sicurezza, erano arrivati alcuni detenuti provenienti dalla casa circondariale di Bologna dove agli inizi di aprile si era verificato il primo caso di detenuto morto per Covid-19. Quel detenuto si chiamava Vincenzo Sucato e la sua morte accese il dibattito sul rischio di focolai all'interno dei penitenziari italiani. Potrebbe esserci un nesso tra i contagi nel carcere di Saluzzo e l'arrivo dei detenuti da Bologna? È questa la domanda a cui la Procura di Cuneo dovrà dare risposta. Ricostruendo la sequenza dei fatti, l'esposto ha sollevato l'interrogativo.
"All'indomani del decesso del detenuto nel carcere di Bologna - si sostiene nell'esposto - veniva disposto il trasferimento di decine di detenuti sospettati di essere entrati in contatto con lui in quanto allocati nella medesima sezione di alta sicurezza. Tuttavia - si legge ancora - il predetto trasferimento non veniva eseguito per tutti, alcuni rimanevano in attesa di trasferimento a stretto contatto tra di loro e senza alcuna misura di prevenzione idonea a scongiurare la diffusione del virus Covid-19": ecco l'ipotesi da verificare attraverso le indagini.
"Di tali circa 20 detenuti rimasti a Bologna ben dieci risultavano positivi al test per il Coronavirus. E positivi sono risultati alcuni detenuti della casa di reclusione di Saluzzo ristretti nella stessa sezione dove sono stati reclusi quelli provenienti da Bologna. Prima dell'arrivo dei detenuti da Bologna la casa di reclusione di Saluzzo non aveva registrato casi di contagio tra detenuti", prosegue l'esposto che l'avvocato Aufiero spiega di aver presentato alla luce delle informazioni raccolte parlando con il suo assistito recluso nel carcere piemontese e con altri detenuti nei diversi istituti penitenziari sparsi sul territorio nazionale: "La gravità delle informazioni apprese ha fatto sorgere nello scrivente l'obbligo, morale prima ancora che giuridico, di rappresentare all'autorità giudiziaria competente tutti i fatti al fine di verificare se corrispondano a verità e possano configurare ipotesi di reato gravi come l'epidemia colposa". Ora si attende l'esito delle indagini.
ilfaroonline.it, 22 maggio 2020
Sono stati assegnati otto operatori sociosanitari, quattro per ogni sede penitenziaria, dal 4 maggio fino al 31 luglio per il contenimento dell'emergenza. Dal giorno 30 marzo presso la medicina penitenziaria Casa Circondariale è stato assegnato un nuovo ausiliario per un totale di 20 ore settimanali. Successivamente, la Protezione Civile ha istituito un'unità sociosanitaria nazionale per il contenimento e contrasto dell'emergenza epidemiologica Covid-19 presso gli istituti penitenziari. Gli operatori sociosanitari sono stati assegnati a ciascun istituto penitenziario del Lazio su indicazione del Ministero Grazia e Giustizia. Sono stati assegnati otto operatori sociosanitari (quattro per ogni sede penitenziaria) dal 4 maggio fino al 31 luglio per il contenimento e contrasto dell'emergenza Covid. Degli otto operatori sociosanitari reclutati hanno aderito cinque persone. Dal 20 maggio 2020, presso i due istituti penitenziari afferenti alla Asl Roma 4, hanno preso servizio cinque operatori degli otto assegnati a seguito dell'ordinanza della Protezione Civile n. 665 del 22/04/2020.
Il Dapss (Dipartimento delle Professioni Sanitarie e Sociali), in collaborazione con la Direzione del Distretto 1 e il Direttore degli istituiti penitenziari, ha individuato specifiche attività di supporto per ottimizzare la presenza dei volontari che si sono dimostrati da subito entusiasti di sostenere e collaborare con la nostra Asl per il benessere della popolazione detenuta. Il setting della medicina penitenziaria è particolarmente complesso, poiché è necessario individuare i diversi approcci alla salute, decodificarli ed offrire contestualmente una chiara chiave di lettura per l'assistenza al detenuto.
L'orientamento è sicuramente quello di porre maggiore attenzione per i bisogni espressi dai detenuti rispetto a quelli della popolazione libera, visto che il detenuto, privato della libertà, si trova in una oggettiva posizione di svantaggio rispetto al cittadino comune. L'operatore sociosanitario, sotto la guida dell'infermiere, garantisce l'attuazione della pianificazione individualizzata dei bisogni. Altro aspetto da considerare è rivolto al fatto che la popolazione detenuta è multietnica e multiculturale, di conseguenza spesso è difficile condividere con qualcuno di altra cultura/etnia la nostra concezione di salute/malattia. In questo scenario, la presenza dell'operatore facilita il percorso assistenziale, soprattutto in questa "fase due" dell'emergenza, coadiuvando tutte le attività infermieristiche e finalizzate al raggiungimento del benessere psico fisico della persona in detenzione.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 22 maggio 2020
Anche a Napoli, grazie alla collaborazione tra il Centro Provinciale per l'Istruzione degli Adulti Napoli Città 2 e la Casa Circondariale "G. Salvia" di Poggioreale, è stato possibile riattivare i corsi della scuola dell'obbligo in modalità interattiva da remoto. In particolare, sono ripresi in questa modalità i corsi di 400 ore per studenti di scuola media che erano stati interrotti ad inizio marzo a causa dell'emergenza sanitaria. I detenuti impegnati in tale attività provengono dai reparti Firenze, Genova e Torino.
È stato inoltre possibile riattivare il corso di 825 ore nato dalla collaborazione tra il Cpia e l'Istituto Professionale A. Casanova. Gli idonei avranno l'opportunità di iscriversi il prossimo anno al secondo biennio del corso per odontotecnici organizzato dall'Istituto. I detenuti partecipanti, tutti condannati definitivi con fine pena non breve, sono ubicati al reparto di reclusione denominato Genova.
Nel mese di giugno è anche prevista la ripresa, sempre da remoto, del Programma Operativo Nazionale (Pon) iniziato ed interrotto qualche mese fa, sempre a cura del Cpia. Il 17 giugno, infine, sarà assicurato l'esame di maturità "in presenza" di coloro che hanno frequentato il quinto anno dell'Istituto Tecnico Fermi-Gadda. I detenuti maturandi sono inseriti nel circuito Alta Sicurezza ed ubicati al reparto Avellino.
di Nicoletta Masetto
messaggerosantantonio.it, 22 maggio 2020
Durante l'emergenza Covid-19 ha ascoltato rabbia, paura e voglia di futuro dei detenuti. Facendo i conti, già in mezzo a tanto dolore, con la perdita del padre. Inaugurato nel 1992, Ca' del Ferro, il carcere cittadino, ha visto, nel 2013, l'aggiunta di un padiglione detentivo più moderno dal punto di vista ingegneristico-architettonico. Da queste mura si vede la città ma, di più, la si sente, avvertendone quasi il respiro. Il carcere si trova proprio dietro l'ospedale.
Per settimane i 484 detenuti hanno potuto vedere, e ancor più sentire, l'andirivieni di autoambulanze che, a sirene spiegate, trasportavano i malati più gravi. Anche a Cremona si scatena la protesta contro le misure di restrizione introdotte, agli inizi di marzo, per circoscrivere il contagio. Sono momenti di grande tensione.
Sul posto arriva, tra gli altri, don Roberto Musa. È il cappellano del carcere insieme a don Graziano Ghisolfi. Quarantotto anni, nato e cresciuto a Cremona, don Roberto inizia a prestare il suo servizio tra i detenuti nel 2010. In carcere si reca tutte le mattine, neanche il Covid-19 lo ha fermato.
Don Roberto, chi può entrare in un carcere?
Musa. Dall'inizio è stato vietato l'accesso a qualsiasi persona proveniente dall'esterno. Un
cordone sanitario che, almeno qui a Cremona, è scattato da subito, evitando il peggio.
Lei è tra i pochi, se non l'unico, che può accedere...
Noi cappellani, facendo parte dell'amministrazione penitenziaria, siamo in effetti gli unici che possono entrare, ma chiaramente sono sospese le attività di catechesi e le celebrazioni. Non accedono, poi, i volontari e gli insegnanti, ma il personale ha continuato fedelmente il suo lavoro.
Anche il cappellano del carcere è sottoposto a controlli?
Tutte le mattine effettuo un pre-triage nella tenda sanitaria montata all'esterno. Viene misurata la temperatura corporea e accertato che indossi tutti i dispositivi di protezione previsti.
L'emergenza sanitaria ha finito per isolare, più di prima, chi isolato lo era già...
Purtroppo è un momento difficile che ha reso necessario vietare qualsiasi contatto con l'esterno per evitare lo scoppio di un focolaio. Una probabilità non così remota entro realtà promiscue come il carcere o le case di riposo.
Cosa è stato vietato?
Prima di tutto i colloqui con i parenti. E poi, tutte le attività scolastiche e culturali.
Divieti che hanno scatenato la protesta anche a Cremona...
Era l'8 marzo, una domenica tranquilla. Avevo finito le mie attività a San Daniele Po, Isola Pescaroli e Sommo con Porto, le tre comunità di cui sono parroco, quando, nel tardo pomeriggio, mi è arrivata una telefonata: alcuni detenuti avevano iniziato a distruggere tutto in segno di protesta contro le restrizioni. In pochi minuti ho raggiunto il carcere. Ingenti i danni provocati, ma per fortuna nessun morto o ferito.
Cosa ha evitato il peggio?
Di sicuro la tempestività di chi ha preso in mano la situazione con determinazione e pazienza, vale a dire il direttore del carcere, il comandante della polizia penitenziaria e gli agenti. Appena prima della rivolta erano già state messe in atto alcune disposizioni per alleviare l'isolamento (come le telefonate con la famiglia e le videochiamate). Subito dopo sono state potenziate, aumentando le postazioni di videochiamata, riaprendo anche il servizio mail che era stato interrotto nei primi giorni dell'emergenza per problemi tecnici.
Qual è stato il suo ruolo?
Ho cercato la strada del dialogo: ascoltando le ragioni di chi si è visto privare delle libertà concesse, cercando di far capire il perché si è arrivati a certe misure. Come capita, poi, per fatti simili, c'è sempre qualcuno che tenta di insinuare motivazioni che c'entrano poco o nulla: da queste abbiamo subito sgombrato il campo. In ogni caso, tutto quello che si fa in carcere per i detenuti, lo si fa grazie alla collaborazione e alla condivisione di ideali e passione. È sempre un lavoro di squadra.
"Hanno blindato tutto, hanno tolto le speranze a chi le aveva e ora la situazione è destinata a esplodere", ha detto un detenuto. Quali emozioni ha raccolto in queste settimane?
All'inizio tanta rabbia per il fatto di non poter più godere di quelle libertà con cui erano abituati a scandire le giornate, dal colloquio con i famigliari al corso di italiano (gli stranieri sono oltre il 60 per cento), al laboratorio di teatro o all'attività di orticoltura. Poi la paura: per il contagio, la malattia, il futuro.
Un momento decisivo?
Oltre all'intervento di direttore e comandante, una grande mano l'ha data il professor Angelo Pan direttore di Malattie infettive all'Asst di Cremona. In piena emergenza ha lasciato il suo reparto ed è venuto in carcere. Ha voluto spiegare, in maniera chiara, come ci si contagia, in che modo ci si protegge e si fa prevenzione. Alla fine i detenuti lo hanno ringraziato, applaudendolo a lungo.
Come vivono l'emergenza?
Nella speranza che tutto finisca. Si sono, poi, autotassati raccogliendo 1.300 euro per l'Ospedale Maggiore, un fronte caldo con centinaia di contagi. Dopo l'emergenza iniziale, i servizi sono stati ripristinati. Anche gli insegnanti hanno ripreso le lezioni online.
Cremona è tra le province più colpite. Una tragedia che l'ha toccata da vicino...
In questi mesi sono venuti a mancare anche molti parrocchiani. Purtroppo, per nessuno di loro c'è stato il tempo di una carezza, un saluto, un segno di croce. Il 17 marzo ho perso mio padre, anche lui risultato positivo. In mezzo a tanto dolore, ho avuto una piccola fortuna: con mia sorella abbiamo potuto vederlo, seppure da lontano e per un attimo, poco prima della morte avvenuta in casa di riposo.
Ci vorrà tempo per curare le ferite. Che cosa rimane, intanto?
Quasi tutti qui abbiamo avuto lutti, malati gravi, chi ce l'ha fatta e chi no. Eppure, nella sofferenza profonda, nessuno si è fermato. Lo dico con orgoglio perché, anche nel momento del lutto e della preoccupazione, abbiamo continuato a fare tutto ciò che si poteva. Tutti, senza distinzione: da noi cappellani agli agenti, al direttore. Questa fedeltà, insieme al fatto di mettersi totalmente a disposizione, sono stati attimi di bellezza nei giorni brutti che non sono ancora del tutto passati. Rimane, allora, il coraggio di non essersi mai arresi, nonostante il dolore.
Il Papa, anche nella Via Crucis di aprile, ha rivolto il proprio pensiero ai detenuti. Le carceri, ha detto, abbiano sempre una finestra e un orizzonte. Nessuno può cambiare la propria vita se non vede un orizzonte...
È quello che, ogni giorno, come cappellani cerchiamo di fare. Tra i nostri detenuti ci sono anziani preoccupati per la propria salute, per quella dei famigliari e, soprattutto, dei nipoti. E ci sono giovani, ognuno con una storia di disagio e di sofferenza alle spalle. Ma proprio come accade per qualsiasi ragazzo di questa età, sia egli dentro o fuori le mura di un carcere, i pensieri, i desideri, le speranze sono ostinatamente proiettati al futuro. I giovani che ascolto hanno voglia di cambiare per poter cambiare il mondo, di fare progetti e mettersi in gioco. La parola d'ordine è "costruire". Una tessitura lenta, paziente eppure entusiasta e fiduciosa. Come chi, dal proprio balcone guarda fuori e vede, finalmente, l'orizzonte.
di Desirèe di Marco
eastjournal.net, 22 maggio 2020
In Turchia, la legge svuota-carceri adottata a seguito della diffusione del coronavirus esclude dal provvedimento le centinaia di giornalisti, attivisti per i diritti umani, filantropi e avvocati in carcere ormai da anni con accuse di terrorismo e diffusione di informazioni false.
Il provvedimento - Il 14 aprile il Parlamento turco, con il voto favorevole del partito Giustizia e Sviluppo (Akp) del presidente Erdogan e del Movimento Nazionalista (MHP) ha adottato un provvedimento che permette il rilascio di tutti quei detenuti che abbiano scontato anche solo metà della pena, e non due terzi come previsto fino ad allora. I detenuti coinvolti dall'amnistia sono circa novantamila, dai quali però restano esclusi gli over 65, quelli affetti da patologie, le detenute con figli di età superiore ai 6 anni e centinaia di giornalisti, avvocati, attivisti per i diritti umani, scrittori, oppositori politici, filantropi e artisti che da anni si battono dal carcere per la difesa dei diritti umani, della libertà di stampa e per i principi democratici.
La situazione dei giornalisti - Nonostante le ripetute sentenze della Corte europea dei diritti umani che condannano queste detenzioni, numerosi attivisti e filantropi continuano a rimanere in carcere, come nel caso di Osman Kavala accusato di aver tentato di rovesciare il governo nel 2013 e di essere stato il mandante del tentato golpe del 2016. Dal fallito colpo di stato del 15 luglio 2016 il governo turco - tramite pratiche illegali come lunghe detenzioni preventive o arresti lampo, violando sistematicamente il principio fondamentale della presunzione di innocenza - ha arrestato 152 giornalisti, revocato il tesserino ad altrettanti 800 e ha chiuso 173 agenzie di stampa.
I giornalisti che vengono arrestati sono accusati di far parte di organizzazioni terroristiche o di denigrare le istituzioni dello stato. Anche "insultare Erdogan" è diventato, dal 2019, un atto punibile penalmente. E Wikipedia è di nuovo consultabile solo da inizio 2020, dopo tre anni di oscuramento per aver rifiutato di piegarsi alle direttive del governo sull'informazione. Il noto indice delle libertà politiche e civili di Freedom House per il 2020 ha confermato la Turchia in zona rossa, come "paese non libero".
Coronavirus e "fake news" - L'avvento della pandemia ha aggiunto un ulteriore livello alla repressione della libertà di stampa. Con la diffusione del coronavirus i giornalisti, gli attivisti, gli esponenti della cultura vengono accusati di alimentare "fake news", in contrasto con i dati e con le notizie ufficiali rilasciate dal governo. Le autorità turche oggi paragonano l'informazione e le idee libere a un nuovo virus, la cui circolazione potrebbe mettere a rischio l'intero sistema.
In questo contesto, sono sette i giornalisti arrestati nelle scorse settimane con l'accusa di avere "diffuso il panico" tra la popolazione riportando notizie false sulla pandemia, mentre 380 persone sono state indagate per la pubblicazione, su social media, di contenuti critici sulla risposta al virus. Alcuni esponenti del mondo della cultura sono anche andati incontro alla morte per protestare contro le misure repressive del governo. I tre musicisti della band Grup Yorum, punto di riferimento della sinistra rivoluzionaria turca, Mustafa Kocak, Helin Bolek e Ibrahim Gokcek, sono morti uno dopo l'altro nelle scorse settimane a seguito di uno sciopero della fame.
Secondo il Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Dunja Mijatovic, i problemi sanitari globali richiedono misure efficaci per proteggere vite umane e la lotta alla disinformazione non dovrebbe essere usata come pretesto per introdurre restrizioni alla libertà di stampa. E' proprio in tempi di crisi infatti, che i cittadini necessitano, più che mai di una stampa libera e della forza delle idee.
leccoonline.com, 22 maggio 2020
A fine aprile erano stati 14 i casi di Covid 19 registrati nella casa circondariale lecchese. I detenuti contagiati sono poi stati trasferiti a San Vittore a Milano. Altri casi si sono registrati successivamente. I dati di qualche giorno fa parlavano di 21 detenuti positivi.
Il carcere di via Beccaria a Lecco non ha fatto registrare le rivolte che hanno, anche tragicamente, interessato altri reclusori italiani, per i quali tra l'altro vi è il forte sospetto che ad alimentare la ribellione siano state le organizzazioni criminali mafiose. Ciononostante anche la casa circondariale cittadina ha fatto registrare momenti di tensione per il diffondersi del virus e per le inevitabili restrizioni alla vita sociale dei reclusi. Abbiamo chiesto al garante lecchese dei detenuti, Marco Bellotto, in carica dallo scorso anno, quale sia stata e sia oggi la situazione a Pescarenico.
Una percentuale alta (35%) di positivi, considerata la popolazione carceraria lecchese (una sessantina di reclusi). Come si spiega?
Non risulta al momento siano state individuate ragioni specifiche alla base dell'avvio e dell'incremento del contagio interno, se non connesse all'intrinseca maggiore vicinanza e frequenza di contatti interpersonali interni, inevitabile in una situazione imposta di condivisione ristretta. D'altra parte - per quanto anche condiviso con la direzione e con il medico interno - l'attenzione alle misure di prevenzione risulterebbe esser sempre stata coerente con le disposizioni previste.
Trasferiti a San Vittore perché la casa circondariale non è attrezzata?
Dalla fine di aprile, l'amministrazione penitenziaria - con Regione Lombardia - ha creato a San Vittore un reparto sanitario avanzato per la gestione e la cura delle persone in Covid-19 provenienti dai diversi Istituti penitenziari lombardi. Insieme all'offrire personale di polizia e sanitario specializzato, una funzione strategica dell'iniziativa è certamente anche quella di depotenziare al massimo il rischio di contagio interno negli istituti di provenienza. Ma le ragioni specifiche - quantomeno dei trasferimenti dall'istituto di Lecco - non rifletterebbero un'eventuale inadeguatezza interna della gestione sanitaria, quanto il fatto - comunque serio e da riconsiderarsi anche in prospettiva - che nella casa circondariale esiste una copertura medico-sanitaria unicamente attiva sulle dodici ore, non sulle ventiquattro.
E' anche importante la sottolineatura del responsabile-medico dell'Istituto di Lecco, il quale fa presente come le situazioni Covid-positive, trasferite nel reparto specialistico di San Vittore, non presentassero quadri di salute critici. Condizione che ha lasciato una certa serenità relativa anche nei compagni di detenzione rimasti in sede.
Gli agenti di Polizia penitenziaria e il resto del personale come stanno?
È chiaro che una situazione di emergenza come l'attuale alimenta fatica, preoccupazione e tensione, in tutte le componenti umane chiamate a viverla e a gestirla nel quotidiano. Al riguardo appare comunque un dato confortante quello secondo cui a tutt'oggi risulterebbe un riscontro di assenza di positività (Covid-19) quantomeno registrabile tra tutto il personale penitenziario: il che - tra l'altro - renderebbe più probabile che il contagio ai detenuti possa essersi avviato in istituto per contatto con materiale proveniente dall'esterno piuttosto che da contatti interpersonali.
Dopo la sospensione dei colloqui c'è stata agitazione anche a Lecco, alcuni detenuti hanno minacciato lo sciopero della fame.
A quanto risulta non ci sarebbero al momento situazioni attive di sciopero della fame, quantomeno collegate a problematiche di gestione della risposta all'emergenza Covid.
Come si sta a dispositivi di protezione individuale?
Stando in primis al parere del medico, il quantitativo e la gestione dei dispositivi/presidi sanitari internamente a disposizione (mascherine, guanti, prodotti di sanificazione...) risponderebbero adeguatamente alle esigenze e alle indicazioni.
Quanti detenuti hanno ottenuto i domiciliari?
Ad oggi le persone detenute uscite ai domiciliari, usufruendo delle specifiche misure introdotte dal cosiddetto decreto "svuota-carceri", risulterebbero al di sotto della decina di unità; altre sarebbero in attesa di risposta dal Tribunale di sorveglianza. La pandemia ha aggravato la situazione anche a Lecco che, per quando sia una piccola struttura, fa registrare problemi analoghi a quelli degli altri reclusori italiani. Tanti detenuti, spazi ridotti anche per lo svago. Quantomeno in riferimento all'ultima annualità, anche di esperienza personale come garante, ritengo si possa positivamente affermare che le naturali dimensioni di problematicità e di conflittualità, tipicamente rintracciabili nella convivenza detentiva, si siano complessivamente mantenute entro forme d'espressione prevalentemente contenute.
Quali sono i problemi di convivenza tra i detenuti? Per ragioni di reati e di abitudini con l'arrivo di altre religioni?
Risulterebbero minimi anche i contrasti eventualmente ascrivibili alle specifiche distanze culturali e religiose presenti tra i detenuti; al proposito, sembrerebbe emblematicamente significativo richiamare quanto fatto presente dallo stesso cappellano don Marco Tenderini, il quale racconta come diverse persone di credo musulmano abbiano nel tempo scelto di partecipare alla Messa domenicale, per poi confrontarsi sulle diversità confessionali in successivi momenti interni di scambio.
In passato anche gli agenti di custodia si sono lamentati per i problemi di organico. Com'è ora la situazione?
Dalle informazioni raccolte, per lo più nell'ultimo paio d'anni l'organico penitenziario sarebbe stato via via numericamente rafforzato, per quanto a tutt'oggi non ancora a regime. Con qualche venatura d'amarezza, ma anche d'orgoglio di corpo, lo stesso personale interno fa talora presente come - "dovendo nel tempo fare di questa necessità virtù" - si sia man mano irrobustito adattandosi nell'ottimizzare forze e risorse sempre relativamente sottodimensionate.
Le condizioni strutturali?
Le condizioni strutturali dello stabile sono - "da sempre" - una delle maggiori condizioni di debolezza delle possibilità gestionali e progettuali della Casa Circondariale. Basti dire che esiste praticamente un unico salone - non a caso definito 'polifunzionale' - in grado di accogliere attività che coinvolgano trasversalmente l'intero gruppo detenuti, in primis a scapito della possibilità stessa che le iniziative progettuali in campo (formative, scolastiche, ricreative...) possano essere espresse e utilizzate in reciproca concomitanza. Come inoltre è storicamente noto, non esiste un locale-palestra, potendosi dedurre quanto anche questa specifica carenza ambientale solleciti e disattenda quei bisogni di 'decompressione' psico-fisica, tanto più vitali in un contesto costrittivo come la detenzione carceraria. Contribuendo tra l'altro a renderne ulteriormente 'faticosa' la permanenza, la conduzione e la gestione.
agenzianova.com, 22 maggio 2020
Le autorità del Burkina Faso dovrebbero condurre un'indagine "credibile" e "indipendente" sulle accuse di uccisioni extragiudiziali di 12 detenuti che sono state fatte ad alcuni agenti di polizia nel quadro di un'operazione antiterrorismo condotta lo scorso 11 maggio vicino alla città di Fada N'Gourma, nella parte orientale del paese.
Lo ha chiesto in un comunicato l'ong Human Rights Watch (Hrw), affermando che testimoni hanno visto gli uomini colpiti alla testa. Il 13 maggio, la procura di Fada N'Gourma, nella regione orientale, ha annunciato l'apertura di un'inchiesta sugli omicidi. Per maggiore indipendenza e imparzialità e per garantire la sicurezza dei testimoni, questa indagine dovrebbe secondo Hrw essere trasferita nella capitale, Ouagadougou, e le sue conclusioni rese pubbliche. Il comandante della stazione di gendarmeria di Tanwalbougou, dove morirono i detenuti, dovrebbe essere immediatamente posto in congedo amministrativo in attesa dell'esito dell'indagine.
Secondo Corinne Dufka, direttrice di Hrw per l'Africa occidentale, il decesso dei detenuti sopravvenuto poche ore dopo la loro presa in custodia "è chiaramente un segno di un atto criminale". "Uccidere i detenuti in nome della sicurezza è sia illegale che controproducente. Coloro che sono stati ritenuti responsabili di questi decessi in custodia dovrebbero essere perseguiti in modo equo", ha aggiunto.
Hrw ha parlato al telefono con 13 persone di questo incidente. Sono residenti di Fada N'Gourma e della zona circostante, nonché di Ouagadougou, tra cui quattro testimoni degli arresti e cinque testimoni del recupero dei corpi e della loro sepoltura. I testimoni hanno fornito un elenco di 12 vittime, tutti membri dell'etnia dei fulani, inclusi due fratelli e un uomo di 70 anni.
Le presunte uccisioni sono state perpetrate sullo sfondo del deterioramento della sicurezza e di una crisi umanitaria in Burkina Faso, un paese che, dal 2016, ha affrontato la violenza dei gruppi armati islamisti affiliati ad al Qaeda e allo Stato islamico nel Grande Sahara.










