di Carmelo Minnella
Ristretti Orizzonti, 20 maggio 2020
Difficile districarsi nella selva normativa attuale, tra decreti legge e Dpcm, tra interpolazioni continue, integrazioni, sostituzioni in parte qua ed errata corrige. In materia penitenziaria sembra poi incanalarsi in direzione opposta a quella (ovvia) di garantire al detenuto a rischio covid-19 misure che possono garantirgli, anche provvisoriamente, la fuoriuscita dal circuito penitenziario, per garantire più in generale la salute pubblica.
di Paolo Borgna
Avvenire, 20 maggio 2020
La spallata della pandemia impone di evitare il blocco del sistema. Difficile amare i provvedimenti di clemenza generale. Perché sia l'amnistia (che cancella i reati meno gravi) sia l'indulto (che opera uno sconto di pena per tutti gli altri reati) rasano il prato in modo indifferenziato: tagliando allo stesso modo il filo d'erba buono e l'erbaccia.
di Alessandro Trocino
Corriere della Sera, 20 maggio 2020
Si votano al Senato le mozioni del centrodestra e di Bonino. Conte vede a Palazzo Chigi la capogruppo di Italia viva Boschi. Bellanova: "Noi non siamo giustizialisti".
Il primo vero intralcio politico alla sopravvivenza del governo Conte II arriva nell'Aula del Senato oggi alle 9.30, quando, in diretta tv, si discuteranno due mozioni di sfiducia contro il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, una presentata dal centrodestra (Lega, FdI e Forza Italia) e l'altra da Emma Bonino di +Europa, appoggiata da Azione e da FI.
Il Guardasigilli dei 5 Stelle era stato accusato nei giorni scorsi dal magistrato Nino Di Matteo. L'attesa è soprattutto per il comportamento dei renziani, che continuano a ostentare un'indecisione - reale o tattica - sul sostegno o meno alla mozione Bonino e che sono determinanti, con i loro 17 senatori. Per Renzi, se cadesse il governo, non si andrebbe al voto. Pd e M5S la pensano diversamente.
Per provare a sventare il rischio, ieri il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha ricevuto a Palazzo Chigi la capogruppo di Italia viva alla Camera, Maria Elena Boschi. Oggetto dell'incontro, l'atteggiamento del gruppo sulla sfiducia e, come probabile moneta di scambio per un via libera a Bonafede, un pacchetto di proposte politiche di Italia viva al governo. A partire dal "piano choc" da 120 miliardi per l'edilizia. Il ministro viene accusato per avere nominato alla direzione del Dap Francesco Basentini, al posto del magistrato Di Matteo, secondo il quale la nomina avvenne dopo le proteste dei boss.
Dal Pd mettono in chiaro la portata della sfida. Lo fa prima il capogruppo alla Camera Graziano Delrio: "Se passa la sfiducia sì che sarebbe una vera crisi". In scia il ministro Francesco Boccia: "La sfiducia a un ministro è una sfiducia a tutto il governo". I renziani restano in una posizione attendista. Il ministro Teresa Bellanova chiede un cambiamento: "È evidente che il giustizialismo non è la nostra cultura. Ascolteremo il ministro e valuteremo". Andrea Marcucci avverte Bonafede: "C'è un problema di metodo che il M5S deve modificare". Michele Anzaldi, intanto, bombarda la Rai: "Tg1 e Tg2 ci oscurano".
Vito Crimi, M5S, non crede in "sorprese" e attacca: "È curioso che veniamo accusati di essere manettari e di aver scarcerato i mafiosi". Per il presidente della Camera, Roberto Fico, Bonafede "ha agito con trasparenza" e "in caso di crisi ci saranno elezioni". E il sindaco di Milano Giuseppe Sala dà un "consiglio" al governo: "Non voglio apparire irrispettoso, ma non è che la compagine ministeriale non possa essere rivista. Non lo chiamerei un rimpasto, ma chiedo a Conte se non ha bisogno di avere i migliori al suo fianco".
di Lirio Abbate
L'Espresso, 20 maggio 2020
Cellulari ai detenuti. Scarcerazioni per motivi di salute. Pochi agenti specializzati. Così il 41bis non regge più. E per questo il terremoto ai vertici del Dap era prevedibile. Un narcotrafficante detenuto a Rebibbia nella sezione "alta sicurezza" in "grave stato di malattia" è andato agli arresti ospedalieri su ordine dei giudici del Tribunale del riesame di Napoli, perché per otto mesi il Dap, il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, non ha indicato ai magistrati una propria struttura in cui trasferire il detenuto per poterlo curare, evitando la scarcerazione. E così, alla fine, i magistrati hanno consentito il ricovero in un ospedale pubblico.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 20 maggio 2020
Giustizia. Oggi in senato il voto sulla sfiducia. Renzi tratta su altro, vuole firmare i prossimi decreti famiglia e cantieri. Il Pd: diciamo no alle mozioni ma lo facciamo per il governo non per il guardasigilli, ora deve cambiare e ricordarsi della coalizione. Le richieste dei dem su Csm e riforma del processo penale.
Non cadrà, ma danni alla maggioranza che lo sostiene ne ha causati parecchi. Soprattutto, il ministro Bonafede, il solo con Conte ad aver mantenuto l'incarico nel passaggio dall'alleanza con la Lega a quella con il Pd (c'è anche Costa all'ambiente, ma non si nota), costringe i partiti a complicate contorsioni per giustificare il voto contrario alle mozioni di sfiducia individuali che lo riguardano e che si votano stamattina al senato. Renzi è riuscito in qualche modo a tenere il governo sulla corda. Una mozione di sfiducia al ministro della giustizia l'aveva annunciata lui stesso. E ne aveva chiesto le dimissioni.
Ma non farà cadere il governo adesso e per questo, votando le mozioni delle opposizioni. Anche se ha convocato un'ultima drammatica riunione dei suoi diciassette e potenzialmente decisivi senatori per stamattina. Il Pd la riunione l'ha fatta ieri sera. Quando ancora non aveva ricevuto risposte precise dal ministro al quale era stata recapitata una richiesta sola: un segnale di cambiamento.
Non è naturalmente mai stata in discussione l'eventualità di un voto suicida contro il governo da parte dei senatori dem, per quanto teso sia stato in questi mesi il rapporto tra il partito di Zingaretti e il guardasigilli. Si è cercato casomai di raccogliere qualcosa da questa scomoda circostanza, condizionando almeno un po' la linea di populismo penale del ministro. Difficilmente il tentativo avrà successo. Per quanto ammaccato dai recenti colpi subiti proprio sul fianco giustizialista, il Bonafede che prenderà la parola stamattina nell'aula del senato non potrà che confermare se stesso.
"Domani voteremo soprattutto per salvare il Governo", dichiara il capogruppo dei senatori democratici alla fine della riunione in cui ha dovuto ascoltare diverse critiche al ministro. E aggiunge: "il Guardasigilli ora deve ricordarsi di essere ministro in un governo di coalizione nella stesura delle riforme del processo penale e civile".
Il piano lo ha esposto qualche giorno fa il vicesegretario Pd Orlando in un'intervista a questo giornale: bisogna accelerare le riforme che erano state messe da parte per non scontrarsi con la magistratura associata (il Csm) e incidere con più forza nelle vecchie regole che agevolano le logiche correntizie. Nel caso in cui il ministro non desse seguito a queste richieste, si è detto nella recente riunione dei parlamentari Pd che seguono la materia, i gruppi potrebbero andare avanti e depositare le loro proposte di legge senza gli alleati. Sapendo di poter contare sui voti di parte dell'opposizione.
Manovre tattiche che è difficile prendano corpo, oltretutto il parlamento è bloccato dalla valanga di decreti anti Covid-19 e riesce appena a immaginare di dedicarsi ad altro. Tutto quello che è successo before Covid, quando la maggioranza giallo-rossa sulla giustizia rischiò la crisi prima di trovare un faticoso accordo a tre, senza Italia viva - è come dimenticato. Il disegno di legge delega di riforma del processo penale, ad esempio, c'è ed è agli atti della camera, consultabile anche dal capogruppo Pd che ne invoca la stesura.
O dalla senatrice Bonino che nella sua acclamatissima mozione attacca Bonafede perché "dopo più di un anno di annunci non ha ancora proposto per la calendarizzazione in parlamento il disegno di legge di riforma del processo penale". Questa mozione, che si affianca a quella di tutto il centrodestra, per le firme necessarie alla presentazione è soprattutto una mozione di Forza Italia. Il suo grado di minaccia per la tenuta di governo va valutato da questo particolare, il partito di Berlusconi essendo in coda alla lista di quelli interessati alla crisi. Ma certo il testo per le posizioni di Italia viva è "perfetto" (insiste sul giustizialismo del ministro e attacca per la linea sulle carceri), per questo la via per non votarlo (magari uscendo dall'aula) è più tortuosa per i renziani.
Passa questa via da altri tavoli e per altre trattative. Con la giustizia hanno poco a che fare. La capogruppo dei deputati Iv Maria Elena Boschi ieri sarebbe stata (non ci sono conferme ufficiali) due volte a palazzo Chigi per negoziare le richieste dei renziani che puntano a intestarsi i prossimi provvedimenti per la famiglia e per la riapertura dei cantieri. Da escludere che la mediazione passi per un posto di sottosegretario di Bonafede che è insieme poco e troppo, visto che porterebbe a condividere la responsabilità della linea politica sulla giustizia. Possibile che al suo ministro, lo stesso che gli ha fatto da apripista nel mondo 5 Stelle, Conte abbia chiesto di dare un segnale proprio sul tema sul quale è stato meno disponibile nei mesi scorsi. Dopo la chiusura dei tribunali imposta dall'epidemia, in fondo, il ragionamento sulla prescrizione deve essere ripreso.
di Giuseppe Sottile
Il Foglio, 20 maggio 2020
Davigo, Di Matteo, la partita al Csm. I giornali si dimenticano di raccontare l'altra battaglia per i pieni poteri. Sono tutti lì, intrepidi e sanguigni, a farsi la guerra, ad armare gli eserciti, a piazzare i propri uomini nelle posizioni strategiche, a fare e disfare alleanze, a sputtanare i rivali, a conquistare peso e potere non solo negli uffici dove si amministra la giustizia ma anche nei palazzi dove si governa la politica.
Stanno lì a definire gli organigrammi, a calibrare promozioni e avanzamenti di carriera, a contrattare gli incarichi più prestigiosi e gli stipendi più remunerativi. Sono i colleghi di Luca Palamara, il pubblico ministero che fu leader dell'Associazione nazionale dei magistrati, e che ora si ritrova nel fondo di un burrone sepolto dal fango che gli ha sparato addosso la procura di Perugia. Muore Sansone con tutti i filistei. A Palamara è toccata la stessa sorte. Stretto all'angolo da un'accusa di corruzione, l'ex presidente di Unicost, la corrente più moderata e più potente dell'Anm, ha trascinato con sé, nel vortice dello scandalo e della gogna, quasi tutti i nomi di quelli che hanno avuto a che fare con lui, che lo fiancheggiavano e lo supportavano, che si vedevano con lui al ristorante o nella hall dell'hotel, che si sentivano al telefono e decidevano insieme la spartizione di tutto ciò che le commissioni e il plenum del Consiglio superiore della magistratura avrebbero formalmente deliberato nei giorni successivi.
Palamara e gli altri leader delle correnti - da Magistratura Indipendente a Magistratura Democratica - erano i triunviri di un governo invisibile che, con la banalissima scusa di garantire l'indipendenza e l'autonomia di chi deve disporre della libertà altrui, in realtà amministravano in proprio la giustizia in Italia: designavano procuratori e presidenti di tribunale, giudici di Cassazione e presidenti di corti di appello. E chi poteva mai contrastarli? Loro erano il potere. Erano il sistema. Erano intoccabili.
Ma la caduta di Palamara ha rovesciato il tavolo e tutti gli equilibri che erano stati costruiti attorno a quel tavolo da Mani pulite in poi. In pratica, negli ultimi trent'anni. La devastazione ha colpito soprattutto Unità per la Costituzione, meglio conosciuta come Unicost, una corrente nella quale per anni si sono riconosciuti giudici e magistrati di idee conservatrici ma non troppo, progressiste quanto basta, senza alcuna vocazione al chiasso e all'estremismo.
La classica corrente di centro, se proprio vogliamo darle una collocazione; con Magistratura Indipendente alla sua destra e Magistratura Democratica a sinistra. Ora Unicost si sta spappolando. Venuta meno la presa di Palamara, il correntone di centro sta per subire lo stesso sfaldamento toccato a Magistratura Democratica dopo la stagione sfolgorante del collateralismo con il Pci, quando il dominio delle cosiddette "toghe rosse" sembrava dettar legge in ogni palazzo di giustizia, in ogni ufficio del pubblico ministero, in ogni aula di tribunale, in ogni sezione della Corte di cassazione.
E naturalmente dentro al Csm e nei sotterranei della politica: ricordate Luciano Violante, presidente della Commissione parlamentare antimafia, che faceva da spalla a quel Gian Carlo Caselli, procuratore di Palermo, che nel frattempo metteva sotto inchiesta Giulio Andreotti, per sette volte presidente del Consiglio? E ricordate Violante che interrogava, a San Macuto, Tommaso Buscetta, il pentito dei due mondi, per convincerlo a saltare l'ostacolo e ad aiutare gli zelanti inquisitori di Palermo più che mai intenzionati a riscrivere la storia d'Italia?
Tempi andati, tempi lontani. Quando il partito di Violante abbandona i furori giustizialisti, Magistratura Democratica si affloscia e alla sua sinistra nasce Area, composta essenzialmente dai più puri scesi puntualmente in campo per epurare quelli che, a loro avviso, avevano ceduto al fascino del potere e avevano dunque perduto smalto e immacolatezza. Dove finiranno invece i reduci di Unicost, terremotati dal ciclone che ha affondato l'ex presidente dell'Associazione magistrati? In quali mani andrà il potere che apparteneva prima a Palamara e agli uomini del suo maleodorante circolo di influenza?
Le guerre che si combattono in questi giorni, anche a mezzo stampa, hanno una posta in gioco molto elevata. Intanto il controllo di Palazzo dei Marescialli, sede del Csm. Ma non solo. Le ostilità più aggressive non vengono da Magistratura Indipendente. Cosimo Ferri, capo della corrente per parecchi anni e per due volte sottosegretario al ministero della Giustizia, non si espone più di tanto e se ne sta guardingo in attesa che passi la tempesta: il suo nome è stato già sfregiato dalle intercettazioni disposte dalla procura di Perugia. Intercettazioni devastanti, come si evince dalle ultime letture.
Nel telefonino di Palamara, come si ricorderà, era stato nascosto il micidiale trojan, un apparecchietto che cattura non solo la conversazione fatta al telefono ma anche tutto ciò che la persona indagata dice o ascolta quando il suo smartphone è chiuso. Grazie a questo strumento di spionaggio - autorizzato, manco a dirlo, da Alfonso Bonafede, ministro manettaro voluto da Luigi Di Maio - la procura di Perugia intercettava ogni movimento di Palamara: seguiva i suoi incontri, registrava parole e opere, monitorava amori e rapporti umani, trascriveva nefandezze deontologiche ma anche insignificanti confidenze.
Guai, comunque, a ritrovarsi in quei brogliacci. Ne hanno pagato le conseguenze Ferri e Luca Lotti, che fu un principe del potere nel governo guidato da Matteo Renzi. Ma ci hanno rimesso le penne anche e soprattutto cinque consiglieri del Csm che, avendo traccheggiato con Palamara nella giostra delle nomine, sono stati costretti alle dimissioni.
Lasciando di fatto campo libero a Piercamillo Davigo e al suo esercito di puri e duri, raggruppati in una corrente di nuovo conio e battezzata con l'impegnativo nome di Autonomia e Indipendenza. Una corrente, va da sé, legata allo spirito del tempo e in particolar modo al giustizialismo di marca grillina.
Non a caso, quando ci sono da sostituire i consiglieri del Csm travolti dallo scandalo Palamara, la corrente di Davigo si accaparra tre posti, uno dei quali tocca a Nino Di Matteo, il pubblico ministero dell'inchiesta sulla fantomatica trattativa fra lo Stato e i boss di Cosa nostra, il più coraggioso fra tutti i magistrati coraggiosi, il più scortato, il più osannato; quello che Beppe Grillo in persona aveva indicato come futuro ministro della Giustizia e che Bonafede voleva in un primo tempo alla guida del Dipartimento delle carceri - quarantamila uomini a disposizione e un bilancio di quasi tre miliardi - ma poi se ne pentì.
Domanda: anche la corrente dei puri e duri è scesa in campo per conquistare il potere sfuggito di mano a Palamara e alla sua Unicost? Certo. Ma nella guerra di tutti contro tutti, Autonomia e Indipendenza ha un programma ben preciso: affermare la priorità assoluta e insindacabile dei pubblici ministeri. Al vertice siedono tre pm, tre stelle del firmamento giudiziario: Davigo, con il suo giustizialismo portato all'estremo, ora è magistrato di Cassazione ma la sua gloria nacque negli anni di Mani pulite, quando era pubblico ministero a Milano; Sebastiano Ardita è il procuratore aggiunto di Catania e Di Matteo è il pm che, negli anni del processo sulla Trattativa ha cucito sulla propria pelle l'immagine del magistrato che non accetta né mezze misure né mezze verità, che scava nelle caverne del potere, che smaschera le trame occulte, che vìola la sacralità di un palazzo come il Quirinale, che interroga Giorgio Napolitano, che incrimina per falsa testimonianza l'ex ministro Nicola Mancino. Un magistrato dell'antipolitica, verrebbe da dire.
E che alla fine, pur di mantenere il suo piedistallo nel piazzale degli eroi, non esita a prendere di petto, in una trasmissione televisiva, il ministro Bonafede. Sì, proprio il ministro grillino che voleva nominarlo al Dap e dopo un giorno se ne pentì. Un attacco pesante, pesantissimo. Congegnato per spiazzare oltre al Guardasigilli anche Francesco Basentini, il capo delle carceri scelto da Bonafede nel giorno della giravolta. Un attacco declinato sul filo di un sospetto inquietante: quello di avere scarcerato, per un sottinteso ricatto della mafia, boss e picciotti che, secondo il credo dei puri e duri, avrebbero dovuto invece marcire in carcere fino all'ultimo respiro.
C'era però un terzo destinatario nell'intervento che Di Matteo ha fatto nella trasmissione di Massimo Giletti per inchiodare Bonafede e Basentini. Era la magistratura di sorveglianza, quella che decide sulle istanze dei detenuti in piena libertà e nel rigoroso rispetto della legge. E che, ovviamente, non sempre è d'accordo con le tesi dell'accusa. Il giudice terzo, si sa, spesso finisce per stare sullo stomaco all'antimafia eroica e chiodata. Diciamolo: a molti pm, soprattutto a quelli che vogliono salvarci dal male, piacciono i pieni poteri. Autonomia e Indipendenza sembra essere la corrente fatta apposta per loro.
di David Allegranti
Il Foglio, 20 maggio 2020
"Il ministro paga lo scontro tra populisti giudiziari, ma la mozione di sfiducia è da respingere", dice Verini. "Il tentativo di sfiduciare il ministro Alfonso Bonafede nasce da uno scontro che ha rappresentato una sorta di nemesi tra populisti giudiziari, che in questi anni hanno praticato una gara all'ultima purezza. Ciò non toglie che sia sbagliato, anche nel merito, e che sia in corso un attacco al governo che va respinto".
Walter Verini, responsabile Giustizia del Pd, spiega al Foglio perché "un eventuale successo delle mozioni di sfiducia contro Bonafede, che è anche il capo della delegazione del M5s, sarebbe un colpo al governo, segnandone la crisi". C'è anche un problema Italia viva per il governo, sottolinea Verini, "anche se non credo che il partito di Renzi arrivi al punto di provocare le dimissioni del ministro della Giustizia, pur con tutte le divaricazioni che ci sono state in questi mesi. Il paese di tutto ha bisogno meno che di una crisi al buio.
Sarebbe semplicemente irresponsabile". Anche perché, dice Verini, "le mozioni sono sbagliate anche nel merito. Di Matteo ha alluso di fatto a una sorta di 'cedimento' di Bonafede nei confronti dei boss mafiosi. E lo ha fatto, lui che è anche membro del Csm, in un dibattito televisivo due anni dopo i presunti fatti. Se avesse ravvisato qualche indulgenza di Bonafede nei confronti dei boss mafiosi avrebbe dovuto esercitare l'azione penale".
Quella di Di Matteo, dice Verini, è "un'allusione spazzata via dai fatti. Bonafede, nel momento in cui si è accorto delle gravi falle del sistema, ha cambiato il capo Dap Basentini mettendoci Tartaglia e Petralia, due magistrati antimafia, dando un segnale forte. In più, nel decreto 'Cura Italia' la parte che riguardava il sovraffollamento escludeva dal ricorso ai domiciliari i detenuti per gravi reati come associazione mafiosa, terrorismo, violenza di genere e contro i minori. Nel decreto del 30 aprile, si stabilisce che i magistrati di sorveglianza per decidere sulle richieste dei domiciliari per motivi di salute devono consultare i procuratori antimafia".
Un terzo decreto "stabilisce di verificare periodicamente se le ragioni di salute legate all'emergenza che hanno portato alla scarcerazione sono ancora valide e se la pandemia è diversamente aggressiva. Come si vede, non c'è stato alcun cedimento del ministro e del governo sul terreno dell'antimafia. Per queste ragioni di merito, ma anche per ragioni politiche, le mozioni di sfiducia vanno respinte".
Detto questo, però, "una volta superato l'attacco politico al governo e superata la fase pandemica, bisogna che il ministro e la maggioranza passino a una fase due se non tre della giustizia. Dobbiamo eliminare gli avvelenamenti più che ventennali della giustizia italiana". E come? "Noi siamo contro gli 'opposti estremismi' di giustizialismo e garantismo". In che senso? "Siamo contro il populismo giustizialista e contro il garantismo a corrente alternata. E l'uso politico di questi. Siamo per una giustizia giusta e per garanzie e diritti per tutti.
Tempi certi e pene certe. Se da un lato dobbiamo essere implacabili contro le mafie e la corruzione dall'altro dobbiamo ribadire che un avviso di garanzia è una garanzia per l'indagato, non è una sentenza di terzo grado, e non possiamo cedere al populismo mediatico-giustizialista". Per questo, dice Verini, "abbiamo proposto una sessione parlamentare dedicata alla giustizia. Sei mesi in cui il Parlamento per due volte alla settimana si dedica a questi temi, per fare alcune riforme essenziali. Anzitutto, una riforma del Csm, che contribuisca anche con meccanismi nuovi di nomina a colpire il correntismo deteriore della magistratura.
E Dio sa quanto ce n'è bisogno per contribuire a restituire piena credibilità alla magistratura". Secondo, "serve una riforma del processo penale, per avere processi rapidi e arrivare in 5-6 anni al terzo grado di giudizio. Così la questione prescrizione esce di scena. Rispettando il diritto del cittadino e il dovere dello stato di avere un esito in un tempo di durata ragionevole. Una persona non può stare imputata a vita. Alcuni reati possono essere depenalizzati, colpendo con sanzioni pecuniarie, che fanno molto male, più di pene mai comminate".
Terzo, dice Verini, serve "una riforma dell'ordinamento penitenziario. Non arriverò ad affermare, come ha detto con suggestiva analisi Gherardo Colombo, che il carcere è da abolire. Ma che sia l'extrema ratio e che servano pene alternative sì.
È una questione sollevata da varie personalità come Luciano Violante, Giovanni Maria Flick, Giuseppe Pignatone. Non siamo per gli svuota-carceri, come ci direbbero i nostri sovranisti alle vongole, ma per applicare davvero l'articolo 27 della Costituzione: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
di Marvin Ceccato
agi.it, 20 maggio 2020
Due le chiame per votare le distinte proposte presentate, da una parte dalla Lega, e dall'altra da +Europa e da Azione di Carlo Calenda, sottoscritta da più di 30 senatori di Forza Italia. Due mozioni di sfiducia nei confronti del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. è questa la partita che si giocherà domani al Senato, con Italia viva a fare la parte del leone, visto che, con 17 eletti, può diventare l'ago della bilancia, nella decisione che dividerà sostenitori e detrattori del Guardasigilli. Agli atti parlamentari ancora non c'è nulla, saranno, infatti, le comunicazioni della presidenza di palazzo Madama, a formalizzare oggi in Aula la decisione assunta dalla capigruppo di calendarizzare la discussione. Due le chiame per votare le distinte proposte presentate, da una parte dalla Lega, e dall'altra da +Europa e da Azione di Carlo Calenda, sottoscritta da più di 30 senatori di Forza Italia.
Questi i testi delle due mozioni.
Mozione Bonino
Bonafede ha manomesso i principi del giusto processo: Il Guardasigilli "si è reso promotore e responsabile di una costante manomissione dell'imparzialità della giustizia, dei diritti dei cittadini e dei principi del giusto processo; la sua azione contro i fondamentali princìpi della civiltà giuridica ha trovato molteplici manifestazioni: dalla violazione del principio di ragionevole durata del processo, allo svilimento delle impugnazioni; dalla negazione costante del fine rieducativo della pena, alla abrogazione di fatto della presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva, fino all'incapacità di individuare soluzioni di tutela e valorizzazione della magistratura onoraria il cui ruolo è preziosissimo per il sistema giustizia;
Bonafede non ha rispettato impegni riforma: "il Ministro si è rivelato altresì inadempiente sugli impegni di riforma assunti: su tutti, dopo più di un anno di annunci, non ha ancora proposto per la calendarizzazione in Parlamento il disegno di legge di riforma del processo penale, che avrebbe dovuto precedere - anche a detta del Guardasigilli stesso - la mai troppo criticata, per metodo e sostanza, soppressione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio;
Intercettazioni e processo inquisitorio: "la riforma sulle intercettazioni presentata per decreto da questo governo, anziché porre un invalicabile argine alla diffusione dei dialoghi al di fuori del contesto processuale, è stata finalizzata a ampliare l'utilizzo di mezzi di ricerca della prova altamente invasivi, quali il captatore informatico, consentendone l'utilizzo indiscriminato oltre i confini del procedimento per cui vengono autorizzati, con ciò comprimendo in modo violento principi costituzionali rilevantissimi; è responsabilità del Ministro aver predisposto una ragnatela di norme per favorire il processo inquisitorio e la gogna mediatica rispetto al processo celebrato nel contraddittorio delle parti e nelle aule di tribunali e l'aver introdotto il processo penale da remoto - ridimensionato solo dopo avere scatenato critiche durissime - in spregio ai principi di concentrazione, oralità e immediatezza che caratterizzano il processo accusatorio"; CSM: "a cio' si aggiunga che, mentre il Ministro Bonafede, incapace di vigilare sulla trasparenza delle nomine, annunciava - ma non presentava - una riforma del sistema elettorale del Csm per sottrarlo allo strapotere delle correnti il suo stesso ministero è divenuto oggetto di scontri e polemiche legate all'influenza delle correnti della magistratura associata nelle nomine di magistrati fuori ruolo, che hanno portato alle dimissioni del suo capo di Gabinetto"
Carceri, degrado e vulnus carta: "le polemiche sulle scarcerazioni dei detenuti più vulnerabili all'infezione del Covid-19 impongono di aprire una discussione vera, non viziata da tanta dimostrata incapacità gestionale, sullo stato delle carceri, sulle condizioni di detenzione e sull'impossibilità di garantire, all'interno degli istituti di pena, gli stessi standard di igiene e sicurezza previsti e imposti nelle altre strutture pubbliche, la responsabilità del Ministro della Giustizia e del Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria è di avere gestito questo delicatissimo problema con la sufficienza e la negligenza derivante da un'idea puramente afflittiva della pena e con un assoluto difetto di progettualità, evidente anche nei settori dell'edilizia carceraria e giudiziaria; le misure adottate a seguito della pandemia non hanno potuto rimediare a una situazione di degrado consolidata; da ultimo, dopo le polemiche seguite alla scarcerazione di alcuni imputati e condannati per reati di criminalità organizzata e mafiosa, la reazione dell'esecutivo è stata confusa e contraddittoria, fino a giungere all'adozione, con decreto legge, di un provvedimento che ha imposto la revisione, con effetto retroattivo, delle decisioni precedentemente adottate dei giudici di sorveglianza, con un vulnus esplicito e dichiarato al principio della divisione dei poteri". Sfiducia: ecco perché, "visto l'articolo 94 della Costituzione", che recita: "il governo deve avere la fiducia delle due Camere" e il regolamento del Senato della Repubblica, si impegna Bonafede "a rassegnare immediatamente le proprie dimissioni".
Mozione Lega
Il caso Di Matteo e le scarcerazioni dei boss: La "nomina" a capo del Dipartimento Affari penitenziari del magistrato Francesco Basentini, "che non poteva vantare specifiche competenze ordinamentali in materia penitenziaria e antimafia", e che si è dimesso dopo le polemiche sulle scarcerazioni dei boss causa Covid-19 "è stata una scelta del ministro Bonafede, di cui il Guardasigilli deve assumersi tutte le responsabilità", si legge nel testo che ricorda la mancata nomina di Nino Di Mattteo, così come riferita dai media.
"I primi di marzo sono scoppiate violentissime e apparentemente coordinate rivolte negli istituti penitenziari italiani", secondo le ricostruzioni di chi ha indagato le rivolte erano "finalizzate ad alimentare la discussione su indulti, amnistie e provvedimenti che avrebbero potuto alleggerire il carcere anche per gli uomini della criminalità organizzata; il ministro Bonafede, viceversa, inizia ad avanzare ipotesi di interventi normativi volti incredibilmente ad accogliere le richieste dei rivoltosi"
Carceri e contagio Covid-19, nesso falso: Bonafede ha iniziato "soprattutto ad accettare il principio, indimostrato e scientificamente falso, del nesso di causalità fra detenzione in carcere e contagio". In seguito "al clamore sollevato dalla scarcerazione di numerosi boss mafiosi dal 41bis, il Dipartimento ha negato, in un comunicato, di aver diramato la circolare con l'obiettivo di scarcerare anche i detenuti più pericolosi, ma di aver chiesto solo un monitoraggio; tale giustificazione è smentita dal testo stesso della circolare che, nei fatti, scaricava sulla magistratura di sorveglianza la responsabilità, imponendo in sostanza la scarcerazione di condannati, tra cui anche quelli incarcerati per mafia; anche questa situazione appare tuttora degna di urgenti approfondimenti, a fronte del fatto che il ministro non ha reso alcuna spiegazione plausibile, né si è assunto alcuna responsabilità, pur tentando goffamente di trovare una via d'uscita, senza riuscirvi".
Nessun piano contro rivolte carceri e no tutela agenti: "da parte del vertice del Dap, a fronte dell'emergenza sanitaria nazionale, non è stata messa a punto alcuna strategia per evitare prevedibili e già noti disordini e rivolte negli istituti penitenziari, che hanno coinvolto seimila detenuti (di cui quattordici deceduti per overdose), una quarantina di agenti feriti, oltre trenta milioni di euro di danni alle strutture carcerarie con interi reparti devastati, oltre ad un'allarmante evasione di massa (settantadue evasi);non sono state predisposte, all'interno degli Istituti, adeguate misure di prevenzione sanitaria e anti-contagio Covid-19 a tutela di detenuti, operatori e visitatori; non sono stati dotati di presidi sanitari adeguati, donne, uomini e operatori degli Istituti penitenziari mettendoli tutti a grave rischio della loro salute; l'inadeguatezza della gestione di questi eventi fa parte di un quadro generale di carenze e insufficienze del sistema che non potevano essere sconosciute al Ministro"
Prescrizione e intercettazioni: durante il governo Conte due "il ministro Bonafede si è contraddistinto per una molteplice serie di provvedimenti ispirati dalla teoria che chiunque è colpevole per il solo fatto di essere indagato; tra questi provvedimenti, si segnala quello del blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado che ha dilatato i tempi del processo rendendo i cittadini ostaggi a vita della giustizia, e soprattutto ha oggettivamente creato i presupposti per l'ulteriore dilatazione della durata dei processi, per i quali l'Italia ha già un triste primato inaccettabile per chi aspira a un giudizio in tempi ragionevoli".
Su questo fronte "durante la fase del primo governo Conte, la Lega, allora in maggioranza, aveva ottenuto il differimento al completamento di una riforma complessiva della giustizia, promessa dal ministro Bonafede ma mai attuata", tale "impegno assunto dallo stesso ministro del M5S è stato tradito".
Tra i provvedimenti "fortemente sostenuti dal ministro Bonafede, come quello sugli 'ascolti' "ci si è avvalsi ancora una volta della decretazione d'urgenza per modificare il codice penale, in una materia che invece obbligherebbe il legislatore a una riflessione ponderata e frutto di una sinergia con i tecnici del diritto, che solo un disegno di iniziativa parlamentare può assicurare, considerato anche che il citato decreto introduce l'utilizzo del trojan nelle intercettazioni ambientali per delitti assai più ampi di quelli connessi alla criminalità organizzata".
di Liana Milella
La Repubblica, 20 maggio 2020
Era a Palermo dal 22 aprile ma la misura è stata revocata dal magistrato di sorveglianza di Milano perché il Dap ha trovato una soluzione ospedaliera in carcere. Anche per Francesco Bonura si riaprono le porte del carcere. Il noto mafioso, libero dal 22 aprile, dovrà tornare in prigione perché il tribunale di sorveglianza di Milano gli ha revocato i domiciliari concessi per ragioni di salute a seguito del decreto legge Antimafia del 9 maggio del guardasigilli Bonafede. Il vice capo del Dap Roberto Tartaglia ha proposto due soluzioni alternative per ospitare Bonura. Il magistrato le ha ritenute entrambe valide. E ha firmato il rientro. Tra tre giorni, il 22 maggio, saranno i giudici di sorveglianza di Sassari a decidere invece su Pasquale Zagaria.
Nelle due pagine firmate stamattina dal magistrato di sorveglianza di Milano Gloria Gambitta si motiva il ritorno in carcere di Bonura per due ragioni. La prima è la disponibilità, data dal Dap, al ricovero del detenuto negli ospedali di Roma, il Sandro Pertini, e di Viterbo, il Belcolle, che hanno reparti attrezzati per chi arriva dalle carceri ed è in una situazione di alta sicurezza. La seconda è il via libera del presidente della giunta della Regione Lazio in merito al rischio Covid.
Il giudice spiega che Bonura, detenuto nel carcere di Opera, aveva ottenuto i domiciliari ad aprile non solo per le sue condizioni di salute, ma anche per la grave emergenza sanitaria in Lombardia. Adesso invece non solo la situazione è migliorata, ma lo stesso Bonura ha svolto degli accertamenti sanitari a Palermo che escludono una sua recidiva oncologica.
Da qui la revisione del provvedimento, che è frutto del decreto legge approvato con grande urgenza il 9 maggio a seguito dell'allarme sulle 498 scarcerazioni di altrettanto detenuti di criminalità organizzata. Un decreto che obbliga le toghe di sorveglianza a rivedere entro 15 giorni le misure dei domiciliari già concessi e poi successivamente con una cadenza mensile.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 20 maggio 2020
Un intervento da 40 milioni di euro per ingaggiare 500 giudici ausiliari con il compito di attaccare, in 4 anni, un arretrato di oltre 260.000 processi penali pendenti in Corte d'appello. E assunzioni a termine, per 24 mesi al massimo, di 1.000 unità di personale amministrativo da utilizzare per tagliare i tempi di durata dei giudizi e per favorire il decollo del processo penale digitale. La bozza del decreto rilancio, tuttora in attesa di pubblicazione in "Gazzetta", interviene anche sul fronte della giustizia e prova a mettere in campo risorse per affrontare alcuni degli endemici punti critici dell'amministrazione giudiziaria.
Mutuandolo dall'intervento del 2013, dedicato però al solo civile, la bozza di decreto affida a un organico di complessivi 850 giudici ausiliari (agli originari 350 se ne aggiungeranno ora 500) il compito di intervenire sull'appello. Potranno esservi inseriti magistrati ordinari, contabili e amministrativi e avvocati dello Stato in pensione; i professori universitari in materie giuridiche di prima e seconda fascia anche a tempo definito o in pensione; i ricercatori universitari in materie giuridiche; gli avvocati e i notai, anche in pensione.
Il decreto interviene anche sulle modalità di svolgimento degli esami in corso per l'accesso alle principali professioni giuridiche. Per la correzione delle prove scritte del concorso da magistrato ordinario, si stabilisce che fino al 31 luglio, lo svolgimento delle correzioni effettuato dalla Commissione potrà essere svolto con la presenza fisica, all'interno degli uffici del ministero della Giustizia, dei presidenti delle sottocommissioni e dei segretari e con la partecipazione degli altri componenti attraverso un collegamento da remoto.
Inoltre, fino al 30 settembre 2020, il Presidente della commissione esaminatrice può autorizzare lo svolgimento delle prove orali del concorso per magistrato ordinario mediante collegamento da remoto con garanzia di pubblicità della seduta. Le novità riguardano anche il concorso per esame a 300 posti per notaio bandito nel 2018, e l'esame di abilitazione all'esercizio della professione di avvocato del 2019. Per quanto riguarda il concorso notarile, la correzione degli elaborati potrà avvenire, attraverso modalità da remoto che saranno autorizzate dal presidente della commissione notarile, mentre per la prova di abilitazione alla professione forense, l'autorizzazione verrà data dal presidente della commissione centrale per l'abilitazione forense su richiesta motivata dei presidenti delle sottocommissioni nominati in ciascun distretto di Corte d'appello. Per entrambe le procedure devono essere rispettate le norme anti-contagio e garantite trasparenza, collegialità, correttezza e riservatezza delle sedute e la par condicio dei candidati. Per lo svolgimento da remoto delle prove orali, previste disposizioni per disciplinare l'accesso del pubblico, sempre con strumentazioni da remoto, all'aula di esame.
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