reggiosera.it, 22 maggio 2020
Alcuni consiglieri comunali e la famiglia chiedono il ritorno in Italia del giovane Mattia Giberti arrestato oltre un anno fa. "È passato un anno e tre mesi da quando Mattia è stato arrestato in Sri Lanka, con un'accusa di detenzione di sostanze stupefacenti che resta da dimostrare. Mio figlio è in attesa del processo (dal 9 febbraio dell'anno scorso), potrebbe essere innocente a tutti gli effetti, nonostante ciò, con la pandemia in corso, è ancora rinchiuso in un carcere dove le condizioni igieniche sono terribili. Non posso neppure ascoltare la sua voce, chiamarlo per avere notizie sulla sua salute direttamente da lui". A dirlo è Carla Maramotti, madre di Mattia Giberti, trentasettenne di Pieve Modolena, frazione di Reggio Emilia. Mattia è stato condotto dietro alle sbarre nel paese dell'Asia meridionale nel 2019, perché accusato di detenzione di cocaina. Da allora è in prigione in attesa di un processo che dia lui la possibilità di esercitare il diritto di difendersi, ma finora non è stata annunciata alcuna data di inizio.
"L'ultima persona a fargli visita è stata un'amica, alcuni mesi fa. Mi ha raccontato cosa ha visto e sentito: una stanza di circa 50 metri quadri che Mattia condivide con altre decine di detenuti, tra i 40 e i 50 compagni di cella. Quando dormono sono separati dal pavimento solo dalle coperte, non ci sono materassi; topi, scarafaggi e zecche girano tra loro. Il bagno (più che altro un buco) è condiviso da tutti i detenuti presenti in cella, e sono utilizzati anche per lavare i piatti. Il cibo è poco, l'acqua non è potabile. Mi ha fatto sapere nelle celle non c'è pavimento: sono baracche con i tetti di lamiera.
Ho saputo inoltre che è dimagrito di più di 10 chili, e il suo stato psicologico non è in buone condizioni. Soffre di depressione, anche a causa della lontananza con la figlia piccola. Solo grazie alla testimonianza della madre di un altro ragazzo italiano che è stato in prigione con Mattia ho saputo che l'hanno scorso ha avuto un'infezione, dalla quale poi è guarito. Molti detenuti comunque soffrono di infezioni alla pelle, scabbia, e le condizioni igieniche sono precarie, come si può immaginare".
"Sono preoccupata, temo per la salute di mio figlio: non esistono dati relativi alla diffusione del covid-19 nelle carceri in Sri Lanka e le condizioni di detenzione sono spaventose, altroché distanziamento sociale. La Farnesina, soprattutto in questo periodo, dovrebbe tutelare tutti i cittadini all'estero, mentre tutto appare bloccato, nonostante il lavoro portato avanti ogni giorno dall'Ambasciata italiana in Sri Lanka.
La vicenda di Mattia è dubbia: è stato arrestato in un taxi al cui interno hanno trovato 50 grammi di cocaina, era con un ragazzo israeliano che dopo cinque giorni è stato rimesso in libertà e espulso. A Mattia hanno dato la colpa di tutto, senza una prova certa e ad oggi senza un processo, il tutto in circostanze dubbiose. Ad oggi ci sono state solamente delle udienze ogni 15 giorni per confermare l'arresto. La pena, non ci sono dubbi, è la pena di morte che verrà trasformata in carcere a vita. In Italia per lo stesso reato avrebbe scontato due mesi ai domiciliari, è inaccettabile. L'ambasciata sta facendo un grande lavoro: sono stati fatti decine di passi ufficiali, grida, suppliche che però sono rimaste inascoltate".
"Arresti e detenzione arbitrari sono frequenti in Sri Lanka, come verificato e denunciato sia da organizzazioni non governative internazionali che dalle Nazioni Unite. Lo sono anche i casi di maltrattamento in detenzione. Il Governo italiano deve prestare subito attenzione a questo caso: la famiglia e gli amici di Mattia, la cui paura e ansia sono fondate, meritano al più presto una risposta. Notizie certe circa la sua salute e sulla presa in carico della situazione, a partire dalla possibilità di accedere a un processo" dichiara Giulia Crivellini, Tesoriera di Radicali Italiani.
L'appello della famiglia è stato sottoscritto anche da diversi consiglieri comunali di Paolo Burani (immagina Reggio), Palmina Perri (Reggio è), Dario De Lucia (Pd), Fabiana Montanari (Pd), Gianluca Cantergiani (Pd), Lucia Piacentini (Pd), Claudio Pedrazzoli (Pd) e Fabrizio Aguzzoli (M5s). Anche il consigliere regionale di Emilia-Romagna Coraggiosa, Federico Amico esprime preoccupazione per la condizione del reggiano Matia Giberti e auspica un suo ritorno in Italia.
di Guido Santevecchi
Corriere della Sera, 22 maggio 2020
Il Congresso cinese discute le nuove norme sulla Sicurezza Nazionale che dovranno entrare in vigore nella City: saranno vietate manifestazioni "sediziose" e "interferenze dall'estero" e si darà via libera alla censura. Vacilla il principio "Un paese due sistemi".
Hong Kong e la Cina sono legate dal principio "Un Paese due sistemi". Ma è il sistema unico delle leggi sulla "Sicurezza nazionale cinese" quello che Xi Jinping ha deciso di imporre anche nella City, dopo l'ondata di manifestazioni democratiche e anti-Pechino dell'anno scorso. Lo ha annunciato ieri notte il portavoce del Congresso del popolo che si riunisce oggi nel palazzone grigio di piazza Tienanmen. "Alla luce delle nuove circostanze, il Congresso eserciterà il suo potere costituzionale, i delegati del Popolo esamineranno la normativa contro le attività secessioniste e sovversive", ha detto Zhang Yesui.
Il funzionario non dato dettagli sulla bozza. Ma basta ricordare che in Cina la polizia è pronta a reprimere ogni assembramento che non sia organizzato dalle autorità. E che può bastare firmare un documento di critica al Partito per finire in carcere. In più, per mesi Pechino ha accusato il fronte democratico di Hong Kong di mire secessioniste e di collusione con potenze straniere, equivalente di alto tradimento. La Legge sulla sicurezza nazionale cinese applicata a Hong Kong significa che se i giovani contestatori torneranno in strada, dopo il lockdown da coronavirus, rischieranno condanne a vita, non solo le bastonate e i lacrimogeni dei poliziotti.
I magistrati dell'ex colonia britannica restituita alla madrepatria nel 1997, a differenza dei loro colleghi nel resto della Cina, non sono funzionari politici incaricati di difendere l'interesse supremo del Partito, i giudici di Hong Kong applicano la legge con principi garantisti ereditati dal modello britannico. Da anni Pechino voleva che Hong Kong, Regione Amministrativa Speciale, si adeguasse alla "Legge sulla Sicurezza nazionale" in vigore nella Repubblica popolare. La guerriglia urbana del 2019 ha creato frustrazione nel governo centrale.
Hong Kong aveva resistito per 23 anni, aggrappata al suo sistema dove basta presentare regolare richiesta per scendere in strada e manifestare, contestare il governo e le sue scelte politiche o economiche. L'avrebbero dovuta introdurre i deputati del Legislative Council della City, la "National security legislation", perché il principio della sicurezza nazionale è previsto nella "Basic Law", la sua costituzione speciale. Ma la disposizione attuativa non è mai stata votata, per l'opposizione popolare: 500 mila in piazza nel 2003 quando ci fu un tentativo di metterla all'ordine del giorno. E anche ora, pur essendo in netta minoranza rispetto ai deputati filo-Pechino, il fronte democratico presente nell'Assemblea legislativa di Hong Kong darebbe battaglia, farebbe almeno ostruzionismo.
L'anno scorso la meno dirompente legge sull'estradizione aveva acceso la miccia della ribellione. Bisognerà vedere se ora l'opposizione di Hong Kong avrà la forza di uscire dal letargo virale: l'occasione potrebbe essere il 4 giugno, anniversario della repressione sanguinosa di Tienanmen. Hong Kong è l'unica città cinese dove la gente si riunisce in pubblico per ricordare le vittime: quest'anno la Legge sulla sicurezza nazionale minaccia una battaglia.
Perché Xi ha ordinato questa accelerazione dirompente? Il Congresso normalmente vive il momento di massimo (se non unico) interesse nell'annuncio dell'obiettivo di crescita. Quest'anno, con la devastazione causata dal coronavirus, i pianificatori di Pechino sembrano incerti, tentati di soprassedere per timore di indicare una previsione di espansione del Pil troppo bassa e deprimente, o troppo alta e irrealizzabile. Riaccendere il fronte Hong Kong potrebbe anche essere un diversivo. Donald Trump ha già reagito minacciando "una forte reazione" americana. O, forse, Xi ha giocato d'anticipo perché a settembre nella City sono in calendario le elezioni per il rinnovo del Legislative Council e i candidati democratici potrebbero rovesciare la situazione, rendendo impossibile l'introduzione della legge cinese.
di Stefano Anastasia
Il Riformista, 21 maggio 2020
Riprendono le visite dei familiari, pur con il divieto di contatto fisico. Perché non possono entrare anche operatori, volontari e docenti per far ripartire tutte quelle attività che tengono vive le speranze dei detenuti?
Su uno schermo della direttrice, scorrono le immagini delle diciotto postazioni per i colloqui individuali allestite nella Casa circondariale di Rebibbia Nuovo complesso. Una cosa a metà tra le vecchie, chiassose, sale colloqui, con i banconi divisoti e le mani che si toccano, un gruppo familiare accanto all'altro, e le sigillate stanzette per i colloqui dei 41bis, con quel vetro che impedisce ogni contatto fisico.
di Valter Vecellio
lindro.it, 21 maggio 2020
Diciamocelo con franchezza: stupisce che, dopo una vita trascorsa nelle aule di giustizia, due ex pubblici ministeri, magistrati cioè che accusano e cercano le prove che "incastrino" un imputato, e lo condannino, dicano che il carcere così com'è, va superato, va abolito; e che lo dica anche un giudice emerito della Corte Costituzionale: comincia la carriera convinto della necessità dell'ergastolo, poi si convince che va abolito; e che anche il carcere bisogna lasciarlo alle nostre spalle.
di Salvatore Palidda
dirittiglobali.it, 21 maggio 2020
Da quando è cominciata la cosiddetta emergenza Covid-19 e ancor di più da quando s'è avuta la famosa rivolta in diverse carceri il silenzio sulla realtà carceraria sembra diventato legge che nessun media infrange. Un dato di fatto: da quando è cominciata la cosiddetta emergenza Covid-19 e ancor di più da quando s'è avuta la famosa rivolta in diverse carceri il silenzio sulla realtà carceraria sembra diventato legge che nessun media infrange, tranne brevi notizie che trapelano quasi per caso e senza rilanci né conferme e malgrado la tenacia dei militanti più resistenti della causa dei detenuti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 maggio 2020
Franco Cataldo ritornerà nel carcere di opera. Domani ci sarà la decisione del tribunale di sorveglianza di Sassari per il ritorno o meno in carcere di Pasquale Zagaria. Il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) ha mandato una nota al tribunale di sorveglianza di Sassari indicando un posto nel reparto protetto del carcere di Viterbo.
Ieri intanto, dopo Francesco Bonura, Antonino Sacco e Carmine Alvaro, è stata la volta di Franco Cataldo, prelevato dalla sua abitazione e condotto nel carcere Lorusso Pagliarelli a Palermo, per essere trasferito in quello di Opera, dove stava scontando la pena. Franco Cataldo, 85 anni, è stato condannato all'ergastolo per concorso nel sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 maggio 2020
La rivendicazione della morte al 41bis del boss. Nell'ottobre 2018 è stata contestata la violazione dell'art. 3, dopo la proroga del carcere duro qualche mese prima che morisse. "Nel 2016, quando ero presidente del Consiglio, l'allora Guardasigilli, il bravo Andrea Orlando, mi disse: "Abbiamo un problema, sta morendo Bernardo Provenzano. Ci viene chiesto di farlo morire a casa".
di Maurizio Patriciello
Avvenire, 21 maggio 2020
Il popolo italiano non chiede vendetta per i mafiosi, ma chiede di essere tutelato e difeso dalla minaccia che rappresentano. Ho sentito dire da illustri parlamentari, che ai "pentiti" non credono, che le confessioni di questi ultimi sarebbero non solo inutili, ma devianti, dannose. E il pensiero è corso subito al magistrato Giovanni Falcone e Tommaso Buscetta, il mafioso "pentito" che gli permise di entrare nelle viscere della mafia. Le parole vanno pesate sempre, soprattutto in Parlamento. Sarebbe un pessimo affare se a causa del reo, l'ombra del sospetto dovesse cadere sull'innocente.
di Carmelo Lopapa e Liana Milella
La Repubblica, 21 maggio 2020
Respinte al Senato le mozioni di Lega e +Europa contro il ministro della Giustizia. I vertici 5S fanno quadrato ma gli ex Paragone e Giarrusso lo attaccano. Il premier in aula, il pd Marcucci: ora discontinuità. Sulle carceri allusioni alla trattativa Stato-mafia.
Lascia Palazzo Madama col sorriso di chi l'ha scampata. Ancora una volta. "Mi manca il rapporto con gli studenti, coni giovani dell'Università", scherza coi cronisti il premier Giuseppe Conte. Ma è l'ironico bluff di chi non ha alcuna intenzione di mollare la presa e tornare a Firenze. In quei minuti, le votazioni che avrebbero portato da lì a poco alla bocciatura delle due mozioni di sfiducia contro il Guardasigilli Alfonso Bonafede - quella del centrodestra e quella che porta la prima firma di Emma Bonino - sono ancora in corso. L'esito però lo ha già scritto nel suo intervento Matteo Renzi.
"Voteremo contro, ma lei sia ministro della Giustizia e non del giustizialismo", è la conclusione. Al fianco di Bonafede, al banco del governo, c'è il premier e tutto lo stato maggiore del M5S, a conferma della della portata del rischio: Di Maio, D'Incà, Crimi, Fraccaro. Espressioni contratte, che si scioglieranno solo all'esito del voto. Quando il responsabile della Farnesina rompe ogni prescrizione sanitaria e stringe felice la mano di Bonafede. È fatta. Le due mozioni, nate in seguito al caso Di Matteo, alla rivolta delle carceri e alle scarcerazioni dei boss, sono respinte.
Quella del centrodestra incassa 160 no, 131 sì e un astenuto. Quella promossa da Emma Bonino e da una parte di Forza Italia (Renato Schifani in testa), bocciata con 158 no, 124 sì e 19 astenuti. Ma il risultato non spegne il vulcano attivo grillino, tornato anzi in ebollizione.
Chi è già con un piede fuori sputa veleno e minaccia di passare alla Lega portandosi dietro l'ala destra del Movimento. Mario Giarrusso vota per la sfiducia e si distingue per un "vaffa" urlato alla presidenza del Senato, stigmatizzato dalla Casellati, con lui che precisa: "Era rivolto a Faraone" capogruppo di Italia Viva. Gianluigi Paragone è durissimo col "ministro, che deve spiegare: ha tradito Di Matteo, era il nostro faro". Sono già fuori, i due. E a un passo dalla Lega, stando alle voci di Palazzo. Applauditi, in effetti, da quei banchi.
Il capogruppo dem Andrea Marcucci "grazia" il ministro ma invoca a nome del partito, adesso, "un cambio di passo" sulla giustizia. La sensazione è che sia ripreso il circo Barnum di sempre. Solo le mascherine dei senatori a dare una parvenza di connessione con la storia che scorre là fuori. Si torna a scontrarsi sulla giustizia come a inizio anno sulla prescrizione. Come nulla fosse successo. Le urla, i buuh. Pier Ferdinando Casini che interviene per dire quanto sia surreale discutere di due mozioni di sfiducia al ministro che siano l'una l'opposto dell'altra, la prima che lamenta i boss fuori dal carcere, l'altra i troppi carcerati.
C'è la voce tremante di Emma Bonino a far calare il silenzio: "Chiediamo le sue dimissioni perché non vogliamo un ministro del sospetto, la giustizia non può essere un mezzo di lotta politica o di moralizzazione civile". Scoppia soprattutto un caso tra i berlusconiani. Assenti al voto delle mozioni Lonardo, Perosino, Sciascia e Stabile. Presenti non votanti Quagliariello, Romani, Berrutti, Cangini. Un segnale.
"Perché siamo stanchi di ritrovarci appiattiti sulle posizioni della Lega, trascinati a destra dal duo Bernini-Gasparri: sulla mozione come sulla manifestazione del 2 giugno, alla quale la metà di noi non andrà", afferma un ex ministro forzista estraneo agli otto. Anche lì, le voci di nuovi esodi, dopo quello di Francesco Scoma approdato a Iv e di Antonio Germanà, si moltiplicano. Salvini si limita a sparare a pallettoni fuori dall'aula: "Vi ringraziano i 500 boss scarcerati e i 500 mila clandestini sanati".
Dentro, fa parlare Giulia Bongiorno: "Ministro, cosa intende fare dopo la dichiarazione del pentito Mutolo secondo il quale la scelta di non destinare Di Matteo al Dap è stata la ripercussione della trattativa Stato-mafia?" Il ministro, nell'arringa difensiva, taglia netto: "Non ci furono condizionamenti" perché l'idea era di farne il suo Falcone al ministero. Nomina sulla quale irrompe anche Renzi, mandando "espressioni di saluto e stima per Napolitano".
Dando così eco al tam tam che ricondurrebbe il veto a Di Matteo alle intercettazioni (poi distrutte) che, nel processo Stato-mafia, registrarono anche la voce dell'ex presidente della Repubblica. Allusioni, veleni, tutto è tornato come prima.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 21 maggio 2020
Alla fine prevale il pragmatismo politico. Le parole guerriere della vigilia si son trasformate in più miti dichiarazioni di pace e Alfonso Bonafede rimane al proprio posto. "Ho sempre rigettato l'idea di una giustizia divisa tra giustizialismo e garantismo", commenta lo scampato pericolo il ministro. "La stella polare è la Costituzione. Importante che maggioranza abbia trovato sintesi".
Le due mozioni di sfiducia, una presentata dal centrodestra e una da +Europa vengono respinte dall'Aula del Senato: la prima con 160 contrari e 131 favorevoli, la seconda con 158 no e 124 sì. Matteo Renzi cede alla ragion di Sato e pur marcando le differenze tra la sua visione garantista e quella manettara grillina, sceglie la via della prudenza.
"Il presidente del Consiglio ha detto che in caso di sfiducia al ministro Bonafede avrebbe tratto conclusioni politiche", spiega a Palazzo Madama l'ex premier. "In questi casi il presidente del Consiglio si rispetta e si ascolta: presidente, lei si assume la responsabilità e noi la seguiamo", dice Renzi, senza però rinunciare alla polemica: "Se votassimo con il metodo usato da lei nella sua esperienza parlamentare nei confronti dei membri del governo lei oggi dovrebbe andare a casa: Alfano, Guidi, Boschi, Lupi, Lotti, De Vincenti.
Ma noi non siamo come voi", sottolinea il leader di Italia Viva, deludendo probabilmente una parte dell'opposizione che contava sui voti renziani per la spallata definitiva al governo. Renzi opta per una ritirata strategica nella speranza di poter condizionare d'ora in avanti le scelte del governo, in materia di giustizia ed economia, in maniera molto più efficace.
"Bonafede amministri la giustizia, non il giustizialismo e ci avrà al suo fianco", conclude l'ex premier, mettendo di fatto nel mirino uno dei provvedimenti chiave dell'era pentastellata: la riforma della prescrizione. Il ministro della Giustizia e il capo del governo Conte sanno perfettamente che da domani si aprirà un confronto aspro in maggioranza per rimettere mano a una riforma, passata in epoca giallo-verde, che secondo tutti gli alleati lede il principio costituzionale della ragionevole durata del processo. In questa crociata, infatti, Renzi non sarà solo. Anche il Pd, che fin dal primo momento ha assicurato lealtà al ministro della Giustizia, in Aula perde l'occasione di chiede al Guardasigilli un atto di discontinuità rispetto al passato.
"Lei è stato ministro anche nel precedente governo, ha votato con la Lega lo spazza-corrotti, ha abolito la prescrizione dopo il primo grado, ha buttato il lavoro fatto dal ministro precedente sulle carceri e sul processo", mette in chiaro il senatore dem Franco Mirabelli, "Ora è ministro di un governo diverso, la discontinuità con quello precedente deve essere maggiore di quanto è stata finora". Su questo il Pd non solo "è disponibile", ma è anche "esigente". Insomma, la fiducia ha un prezzo.
E il ministro prova ripagarlo, annunciando l'istituzione di una "Commissione ministeriale di approfondimento e monitoraggio dei tempi che permetta di valutare l'efficacia della riforma del nuovo processo penale e civile. La garanzia e la tutela della difesa sono due valori imprescindibili".
Bonafede prova a rispondere, punto per punto, a ogni accusa mossa dalle opposizioni come dagli alleati. A cominciare dalle voci, messe in circolazione da Nino Di Matteo, secondo cui il ministro della Giustizia gli avrebbe negato la guida del Dap su pressioni mafiose. Non ci fu alcun condizionamento nella nomina di Francesco Basentini, ripete per l'ennesima volta l'esponente grillino. "Non sono più disposto a tollerare alcuna allusione o ridicola illazione".
Quanto a Di Matteo, a cui Bonafede aveva offerto la direzione degli Affari penali di via Arenula al posto del Dap, il ministro è convinto che avrebbe potuto dare un segnale forte alla mafia, che "non va a guardare gli organigrammi, ma avrebbe visto Di Matteo lavorare al fianco del ministro della Giustizia". È falsa, per Bonafede, anche "l'immagine di un governo che avrebbe spalancato le porte delle carceri addirittura per i detenuti più pericolosi. I giudici che hanno scarcerato i detenuti in questi ultimi mesi lo hanno fatto in base a leggi in vigore da 50 anni e che nessuno aveva mai cambiato".
Il ministro supera la prova del fuoco e chi ne chiedeva la rimozione accetta la sconfitta. Soprattutto Emma Bonino, autrice di una mozione di sfiducia garantista che aveva indotto in tentazione i renziani. "Chiediamo le sue dimissioni non perché lei è sospettato ma perché non vogliamo un ministro della giustizia che sia il rappresentante della cultura del sospetto", dice Bonino, intervenendo in Aula. "Pensiamo che la giustizia sia una istituzione di garanzia dei diritti dei cittadini, imputati e condannati compresi, non un mezzo di lotta politica, di rivoluzione sociale o di moralizzazione civile", insiste la leader di +Europa.
Di tenore completamente diverso, la mozione bocciata del centrodestra, che puntava l'indice contro le scarcerazioni dei detenuti in fase di emergenza Covid. "Mercato di poltrone fra Pd, Renzi e 5 Stelle", commenta su Twitter Matteo Salvini. "Ringraziano i 500 mafiosi e delinquenti usciti dal carcere e i 500.000 clandestini che aspettano la sanatoria, non ringraziano gli Italiani. Insieme a voi li fermeremo". Ma anche per oggi dovrà aspettare la prossima occasione.










