di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 25 maggio 2020
"Sostegno al terrorismo" e "diffusione di notizie false". Le accuse sono sempre le stesse così come lo stesso è il destino cui vanno incontro i giornalisti indipendenti in Egitto: il carcere. Dopo il breve fermo e successivo rilascio su cauzione di Lina Attalah, direttrice del portale Mada Masr, negli ultimi 10 giorni sono stati arrestati almeno altri tre giornalisti: Sameh Hanin, cristiano copto, Haisam Hasan Mahgoub e Moataz Abdul Wahab. La fonte è la Rete araba di informazione sui diritti umani, la stessa che il 21 maggio ha denunciato l'arresto ad Alessandria di una sua ex ricercatrice, Shayma Samy, che collaborava col giornale di un partito socialista. Dopo tre giorni, deve ancora comparire negli uffici della procura. Tecnicamente la sua è l'ennesima sparizione.
di Domenico Quirico
La Stampa, 25 maggio 2020
L'abbiamo già sentita più di una volta, questa storia: è la famosa dottrina detta "lotta al terrorismo", madre di errori, di delitti e di rare, pericolose vittorie. La più recente, in cui stiamo per infilarci anche noi italiani, si chiama con nome in codice "takuba", ovvero la guerra francese per tenersi nelle transalpine saccocce il Sahel.
Un luogo fuori mano, orribile e grandioso come certi paesaggi infernali disegnati da Gustavo Doré. Inesistente, come spesso accade in questo Paese, l'attenzione alle scelte di politica internazionale; si segue come i ciechi incespicanti di Briigel. Alla penombra contribuisce la pratica, di furbizia paesana, di presentare sempre le spedizioni all'estero con accenti pudicamente minimalisti, umanitari, da protezione civile: addestramento di sgangherate polizie, ospedali da difendere.
Nel caso elicotteri e forze speciali servirebbero al soccorso dei feriti sul campo di battaglia. Una croce rossa con le mitragliere, insomma. Ma quelli sono i Paesi dei migranti, ricorda qualcuno. Appunto, si risponde, così li aiutiamo a stare a casa loro. Meglio dirlo subito. La guerra che si combatte in quei luoghi, Niger, Burkina Faso, Mali, e di cui diventeremo automaticamente complici di fronte alle popolazioni che la subiscono, è una guerra francese di pacificazione coloniale, un mosaico di feroci conflitti locali: odi tra contadini e nomadi, avversioni tribali, lotte zoologiche per l'acqua, poveri contro meno poveri, sazi e digiuni, ignudi e vestiti.
I jihadisti ci sguazzano, ne sono diventati una parte, si cuciono addosso queste rivalità, ci gettano sopra il frettoloso mantello di dio. A commettere atrocità, per liquidare oppositori o etnie scomode, ovviamente dietro le spicce necessità della guerra al jihadismo, sono anche i corrotti governi, infeudati alla Francia, che andiamo a puntellare.
Esempio: il Burkina Faso. Chissà se a Roma sanno che è diventato un luogo di esecuzioni di civili sepolti in frettolose fosse comuni nella sabbia, jihadisti del tutto presunti trovati sulla pista con i polsi legati, corpi crivellati dalla mitraglia, senza processo, senza accuse? I militari, i nostri alleati, regolano i conti con i peul, pastori nomadi di pelle chiara come i tuareg, altre vittime designate. La Sicurezza diventa indiscriminata mattanza: già visto, ahimè. Chissà se alla Farnesina hanno mai sentito parlare dei peul, delle loro mandrie di vacche moribonde, dei loro buffi cappelli di paglia. I jihadisti del Sahara, grazie alla miseria, eterno reclutatore, hanno fatto proseliti tra loro. Certo non di massa. Ma qual è il rapporto causa-effetto?
Le "conversioni" vengono prima o dopo i soprusi e le violenze subite? Enigma delicato. E decisivo. Attraversiamo allora questa zona del Sahel dove l'antiterrorismo è diventato una rendita finanziaria e diplomatica per regimi putridi, false indipendenze che saccheggiano i propri popoli sotto l'occhio benevolo della République, eterno padrone di tutto, politica economia, sicurezza.
Lasciamo per favore le capitali dove si fermano le visite dei nostri presidenti e ministri degli Esteri, incantati dai sorrisoni di pittoreschi leader locali in boubou. Sarebbe imbarazzante verificare le loro biografie di democratici impresentabili: elezioni truffaldine, clan dediti al saccheggio, conti in banca alimentati con gli aiuti allo sviluppo, contributi europei per fermare i migranti, per modernizzare gli eserciti contro la jihad.
Sì, anche quelli rubano. Via dai quartieri ricchi dove finiscono le verzure, l'aria condizionata le ambasciate e le banche grandi come cattedrali, ovviamente tutte "per lo sviluppo". Superiamo periferie interminabili di baracche e capanne dove vecchi dagli occhi lacrimosi e bambini in cenci ci osservano, muti, come guardiani dei morti.
Il fiume Niger resta indietro, sembra vacillare su tratti di sabbie chiare, tenendo accanto a sé il verde e la vita. Ci attende un panorama elementare, uno schema di pianori più o meno livellati, sterminate sequenze dell'immane sterrato desertico. Poi si alzano, salendo verso Nord, cordoni di ciglioni rocciosi sempre più alti, montagne buone per scene da giudizio finale, ornate solo di pietre e di cespugli di coriacee piante miserande, coperte di polvere, si direbbe appese a una morte perenne.
La solcano piste deserte, lo punteggiano villaggi abbandonati che sembrano aver spento gli occhi. La guerra la affronteremo qui: l'aria presto rovente, che pare decomporre corpi e anime. Il luccichio grigio salino delle pietraie è vertiginoso, si ha l'impressione di procedere a piccoli vortici di argento vivo. Cosa sono quelle sagome che brillano per poi improvvisamente sparire e poi rifarsi più visibili e minacciose? Pick up dello stato islamico del Grande Sahara? O trafficanti di droga in viaggio verso Nord? Migranti in disperato cabotaggio?
O una colonna dei cercatori d'oro che corrono verso Tchibarakaten e il mito della ricchezza: un chilo di metallo che a Dubai è venduto per 40 mila euro, loro che vivono in un Paese dove il salario è di 45 euro. Nessun drone ti può aiutare in questa immensità. Bisogna andare a vedere. Il luccichio guizza via, impicciolisce, si perde in una risacca di polvere.
La guerra sporca del Sahel: peul tuareg dogon massacri squadre di autodifesa eserciti stracciati e feroci come predoni trafficanti che hanno in tasca il Corano e anche l'adesione al "Gruppo di sostegno all'islam e ai musulmani", ultima reincarnazione di Al-Qaeda nel Sahara. Percepisci lo squallore di un Paese in guerra, una infezione così grave che sembra corrompere la terra e privarla di colore e di suoni. Questo non è un campo di battaglia, semmai un posto dove si commettono omicidi, eccessi di vendetta, traffici sudici. La Francia è qui perché si sente padrona, l'ultimo posto al mondo dove ancora non si sente un Paesucolo di pensionati, aziende decotte e gilet gialli.
L'Africa è nostra, allons enfants! Qui non comandano Hollande o Macron o i diplomatici del Quai d'Orsay. Questa è proprietà dei generali, quelli che napoleone chiamava "les muratiens", tutto braveria e niente testa, che vedono il mondo come una caserma un po' più grande. I generali amano le idee semplici, si ispirano ai romanzetti di Laterguy.
Che molte rivolte nel cortile saheliano nascondano non le fumerie degli odiatori jihadisti ma soprattutto le macerie eloquenti del malgoverno non interessa. Guerra totale e un po' di aiuti, qualche pozzo scavato qua e là, una infermeria affidata ovviamente non a quei pasticcioni della cooperazione ma ai militari: il soldato che cura un bambino, perfetto per la copertina di Paris Match. La Francia qui difende le sue illusioni. Ma noi?
ansa.it, 25 maggio 2020
Tra loro alcuni prigionieri politici compreso noto sindacalista. La Guida suprema iraniana, Ali Khamenei, ha concesso la grazia a 3.721 detenuti per la festività della fine del Ramadan, l'Eid al Fitr. Tra di loro figurano alcuni prigionieri politici, compreso il noto sindacalista Esmail Bakhshi. Il presidente Hassan Rohani ha inviato messaggi di auguri ai capi di Stato dei Paesi islamici, esprimendo l'auspicio che si possano presto "superare i problemi che affliggono l'umanità, particolarmente il coronavirus".
di Davide Dionisi
vaticannews.va, 25 maggio 2020
È allarme Covid nelle carceri colombiane. Gli ultimi dati parlano di 1065 casi positivi, 16 ricoverati e 4 morti. Giovedì scorso si sono aggiunti altri nove casi nell'istituto La Ternera di Cartagena e un altro a Villavicencio, a 67 chilometri a sud di Bogotà, risultando il principale focolaio della malattia nell'ambito dei penitenziari del Paese.
Sovraffollamento oltre il 51% - Il tutto in una situazione di sovraffollamento pari al 51 per cento in eccesso rispetto alla capacità di contenimento delle celle, ovvero una palese violazione dei diritti fondamentali. Profonda preoccupazione, di fronte ad una situazione che non accenna a rientrare nella norma, è stata espressa dal Segretariato Nazionale per la Pastorale Sociale-Caritas Colombia per le ripercussioni che l'aumento dei casi potrebbe avere sul sistema sanitario interno.
Umanizzare gli istituti - Richiamando la solidarietà di tutti nei confronti delle persone private della libertà, delle loro famiglie, del personale amministrativo e delle guardie, l'organismo della Conferenza episcopale ha ricordato "l'urgente necessità di affrontare la crisi umanitaria nelle carceri con misure che rispettino la dignità umana e proteggano la salute dei detenuti". In un comunicato viene anche sollecitato l'immediato intervento per "umanizzare gli istituti", che vuol dire creare le condizioni ottimali di permanenza non solo per gli ospiti, ma anche per il personale che presta servizio in loco. "Garantendo, in primis, le misure di sicurezza e prevenzione".
La situazione delle donne - Si chiede inoltre un programma di ridistribuzione della popolazione carceraria, unita ad una accelerazione dei processi, per superare il sovraffollamento. Inoltre il Segretariato ritiene fondamentale la tutela delle donne ristrette. "Pensiamo soprattutto alle mamme con figli sotto i tre anni, a quelle malate e alle anziane che in questo momento sono ancora più vulnerabili". Lo scritto richiama l'attenzione anche alle forze dell'ordine e agli agenti di polizia penitenziaria che, negli istituti più difficili, corrono maggiori rischi.
Gli scontri all'indomani della diffusione del virus - All'indomani della diffusione del Covid, in 13 case di reclusione si sono verificate numerose proteste da parte dei detenuti. Gli incidenti più gravi a Bogotà, nei centri di detenzione maschili, La Picota e La Modelo, e in quello femminile El Buen Pastor. La rivolta scoppiata nella prigione La Modelo, nella capitale, è stata sedata dall'esercito e dalla polizia carceraria, con un bilancio di almeno 23 detenuti morti. In seguito agli scontri, lo scorso 15 aprile il presidente Ivn Duque ha firmato un decreto che ha consentito la scarcerazione per sei mesi di almeno 4.000 detenuti.
di Carla Chiappini*
Ristretti Orizzonti, 24 maggio 2020
Andrea Giorgis ha recentemente riconosciuto la necessità di dare nuovo impulso all'area penale esterna e alle misure di comunità.
Gentile Dottore, mi permetto dunque di proporle alcune riflessioni, anticipandole subito - per necessità di chiarezza - il punto di osservazione da cui le scrivo. Da cinque anni, insieme a un gruppo di giovani laureate in Scienze dell'Educazione sono impegnata a Piacenza con una piccola ma tenace associazione nell'accoglienza di persone messe alla prova.
di Liana Milella
La Repubblica, 24 maggio 2020
Giulio Romano era al vertice della struttura che si occupa specificatamente del controllo sui detenuti. Si sarebbe dimesso "per ragioni personali". Ancora dimissioni al vertice delle carceri. Mentre arriva la notizia che è stato appena riportato in cella Francesco Barivelo, condannato per l'omicidio dell'agente di polizia penitenziaria Carmelo Magli. Era in Alta sicurezza ed era stato scarcerato poche settimane fa.
di Sergio Nazzaro
ansa.it, 24 maggio 2020
Anche il sistema carcerario italiano è stato messo in crisi dalla pandemia e dalla mafia. Come in tutte le emergenze nazionali, la mafia ha aggravato la situazione e ne ha approfittato: dal 7 al 9 marzo, una crisi ha scosso l'Italia quando il Paese è stato testimone di alcuni scontri in carcere, che in alcuni casi hanno portato allo scoppio di epidemie. La violenza è stata scatenata da due principali catalizzatori: il divieto di visita alle fa
farodiroma.it, 24 maggio 2020
La crisi profonda delle carceri descritta da Emma Bonino in Parlamento. "Le condizioni terribili" delle carceri italiane sono state illustrate dalla leader di +Europa, Emma Bonino, nel dibattito parlamentare sulla sfiducia al ministro Bonafede.
di Lucia Aversano
retisolidali.it, 24 maggio 2020
Presentato il Rapporto Antigone sul carcere: la crisi può trasformarsi in opportunità, se non torniamo al sovraffollamento precedente. "Il Sedicesimo rapporto di Antigone è un rapporto anomalo rispetto a quelli passati: sarà studiato negli anni a venire", esordisce così Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone, nel corso della presentazione del rapporto tenutasi in diretta streaming il 22 maggio 2020.
di Luigi Ciotti
Il Manifesto, 24 maggio 2020
Ventotto anni: 1992-2020. Le cose sono molto cambiate. E sono certo che Giovanni Falcone - se non fosse stato barbaramente ucciso a Capaci con Francesca, Vito, Rocco, Antonio - ci esorterebbe oggi a trovare un nuovo paradigma nella lotta alle mafie. Perché oggi le mafie hanno il loro più potente e attivo alleato in un'economia selettiva che, su scala mondiale, ha prodotto da un lato abnormi concentrazioni di denaro e di potere, dall'altro ingiustizie e povertà mai viste.
Deserti di diritti e democrazia che rappresentano da sempre il terreno su cui prospera il crimine mafioso. Un nuovo paradigma perché, al di là di indagini e arresti - dello straordinario impegno di magistratura, istituzioni, forze di polizia - il contrasto alle mafie deve ripartire oggi dalla consapevolezza che il crimine organizzato è ormai parte organica di un più ampio sistema d'ingiustizie.
Facendo del rintracciamento del denaro - "follow the money" - uno dei cardini del proprio metodo investigativo, Giovanni aveva prefigurato con sguardo profetico lo sviluppo economico e imprenditoriale del crimine mafioso.
Ci aveva messo in guardia dal rischio che, in un mondo piegato all'idolo e alla logica del profitto, le mafie avrebbero trovato sempre più spazio, nascoste nelle pieghe di un tessuto sociale smagliato, avvantaggiate da una politica incurante del bene comune. Previsione che oggi ha trovato agghiacciante conferma: le mafie non solo sono dovunque, in molte parti d'Europa e del mondo, ma possono agire nell'ombra, quasi indisturbate, usando quei soldi che possiedono in quantità smisurata laddove prima usavano le armi.
La corruzione è diventata ormai, come confermano gli analisti più attenti, la cerniera tra noi e loro, la zona grigia che le rende simili a noi e al tempo stesso ci "mafiosizza", ci rende simili a loro. Ecco allora che ricordare oggi Giovanni Falcone significa ripensare la lotta alle mafie e ripensare anche il concetto di legalità.
Non c'è legalità senza giustizia sociale. Se mancano i diritti sociali fondamentali - il lavoro, la casa, l'istruzione, l'assistenza sanitaria - la legalità rischia di diventare un principio che esclude e discrimina.
Uno strumento non di giustizia ma di potere. Mai si è parlato di legalità come in questi ultimi ventottanni, e mai come oggi abbiamo una democrazia debole, malata e diseguale, come la pandemia, impietosamente, sta evidenziando. Prova che, della parola legalità, è stato fatto un abuso retorico, per certi versi "sedativo". Molti dicono "legalità" per mettersi la coscienza in pace, per sentirsi dalla parte giusta. Si esibisce la legalità come una credenziale per poi usarla come lasciapassare, come foglia di fico anche di misfatti e porcherie.
Giovanni sapeva bene che la legalità è un mezzo e non un fine, perché - come Paolo Borsellino e come tutti i magistrati che hanno servito la democrazia lottando contro i poteri criminali ma anche contro i cosiddetti "poteri forti" - aveva come orizzonte la giustizia, cioè la libertà e la dignità di ogni essere umano. Ma Giovanni era anche un utopista vero, di quelli che l'utopia non si limitano a sognarla ma la costruiscono giorno dopo giorno. In tal senso va inteso quell'invito alla speranza che oggi più che mai deve scuotere le nostre coscienze: "le mafie non sono invincibili perché, come ogni fatto umano, hanno un inizio e una fine". Se oggi fosse ancora con noi Giovanni direbbe di nuovo quelle parole, ma con una piccola aggiunta: le mafie non sono invincibili perché sono un fatto umano. Ma per sconfiggerle dobbiamo tornare tutti a essere più giusti e più responsabili. Dunque più umani.
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