di Rossella Grasso
Il Riformista, 27 maggio 2020
Detenuto fa sciopero della fame: "Tanto vale lasciarsi morire". È questo quello che ha pensato A.G., condannato all'ergastolo dal 1996. Privato della libertà, del diritto allo studio, di curarsi e anche di vedere i propri familiari che vivono in un'altra regione ha deciso di lasciarsi morire iniziando lo sciopero della fame, rifiutando di assumere anche i suoi farmaci salvavita. Succede nel carcere di Secondigliano dove A.G. è stato trasferito lo scorso settembre da Voghera. A denunciarlo è Pietro Ioia, Garante dei Detenuti di Napoli e Sandra Berardi dell'Associazione per i diritti dei detenuti Yairaiha Onlus.
A.G. è detenuto ininterrottamente dal 1996, il suo ultimo reato risale al 1994, quando aveva appena 21 anni. "Oggi è una persona completamente diversa - si legge nella nota inviata da Sandra Berardi alle autorità penitenziarie - che ha effettuato una revisione critica del proprio passato, priva di qualsiasi collegamento e relazioni con le dinamiche criminali. A conferma di ciò anche la relazione della Dda di Catania del 5/7/2017 alla quale non risulta nessuna attualità di collegamenti". A.G. ha iniziato il 25 maggio lo sciopero della fame e ha sospeso l'assunzione di medicine salvavita per combattere contro la cardiopatia e la sindrome delle apnee ostruttive di cui è affetto.
Ha iniziato lo sciopero della fame in risposta al rifiuto da pare dell'amministrazione del carcere di Secondigliano dell'utilizzo del Pc per poter studiare e del ventilatore che gli consente di sopportare il caldo e riuscire a sopravvivere per la sua cardiopatia. Proprio con lo studio infatti G.A. ha creduto fortemente di potersi riscattare da una vita piena di errori. Fin da subito ha cercato di portare avanti i percorsi formativi intrapresi negli istituti precedenti. Nell'istituto di Catanzaro ha infatti conseguito il diploma di istruzione superiore e diversi attestati di formazione; mentre a Voghera si era già iscritto all'università e, con il trasferimento, ha confermato questa volontà iscrivendosi alla facoltà di Sociologia presso la Federico II. "Un percorso personale volto all'affermazione del proprio cambiamento interiore, di allontanamento e presa di distanze delle dinamiche devianti che hanno caratterizzato la sua gioventù", ha scritto Berardi.
La rappresentante dell'associazione Yairaiha Onlus spiega che gli è stata negata l'autorizzazione all'uso del computer, acquistato previa autorizzazione della CC di Secondigliano stessa, dai familiari e modificato per come indicato dalla stessa direzione ovvero la chiusura delle porte usb e l'installazione dei programmi consentiti. Un pc è legato alle attività di studio e alla fruizione del materiale universitario che l'università ha fornito su cd-Rom. "Essendo impossibilitato a consultare il materiale didattico, viene, di fatto, preclusa la possibilità di studiare - continua Berardi - Infatti, alla data odierna, non ha potuto ancora sostenere nessun esame e ciò costituisce una pregiudiziale ed un elemento demotivante che allontanano la persona dal personale progetto di crescita intellettuale e morale".
luccaindiretta.it, 27 maggio 2020
Delibera approvata in giunta con gli obiettivi prioritari per il 2020. Implementazione dell'assistenza psicologica, monitoraggio delle azioni per prevenire il suicidio in carcere, recupero e reinserimento sociale, miglioramento delle condizioni di benessere psicofisico, intensificazione della rete dei servizi e della qualità delle prestazioni, consolidamento dell'utilizzo della cartella clinica informatizzata, interventi appropriati a favore dei bisogni di salute dei minori, monitoraggio e azioni a sostegno della popolazione detenuta con problemi di tossicodipendenza e/o salute mentale, formazione professionale.
Sono questi gli obiettivi prioritari per la tutela della salute in carcere per il 2020, individuati dalla delibera approvata dalla giunta nella seduta di ieri pomeriggio, dando continuità alle precedenti delibere di programmazione relativa agli anni 2017-2019.
La delibera assegna anche 314.716,80 euro, per definire e realizzare progetti annuali finalizzati a rafforzare l'assistenza psicologica nelle carceri, così suddivisi: 201.216,00 per l'Asl Centro; 83.751,00 per l'Asl Nord Ovest; 29.749,80 per l'Asl Sud Est.
"La nostra Regione è sempre stata molto attenta a queste problematiche, garantendo l'assistenza sanitaria a tutti i cittadini, sia liberi che detenuti - spiega l'assessore per il diritto alla salute, Stefania Saccardi - È per questo motivo che abbiamo voluto dare continuità a obiettivi e a progetti individuati negli anni precedenti e che, nell'anno in corso, potranno essere perfezionati e monitorati, per valutare il loro impatto sullo stato di salute della popolazione carceraria, adulta e minorile.
Abbiamo sempre creduto nella promozione della salute in ambito penitenziario, nell'inclusione sociale senza distinzione di provenienza o di condizione di malattia, e nel reinserimento lavorativo, così come abbiamo sempre investito nella prevenzione primaria, secondaria e terziaria e nell'individuazione dei fattori di rischio, che possono causare disagio psico-fisico.
Questo è stato possibile grazie al dialogo continuo con gli organi della magistratura e dell'amministrazione penitenziaria, sia in seno all'osservatorio regionale permanente sulla sanità penitenziaria, sede di momenti programmazione, sia attraverso specifici tavoli interistituzionali, che hanno portato alla stesura di appositi protocolli, utili alla costruzione di progetti, che tendono a conciliare le esigenze di tutela della sicurezza sociale con quelle di cura e riabilitazione del paziente".
I beneficiari delle azioni, indicate dalla delibera, sono detenuti senza distinzione di provenienza o di condizione di malattia, adulti e minori, pazienti psichiatrici destinatari di misure di sicurezza, persone condannate in misura alternativa presenti sul territorio regionale, minori interessati da provvedimenti giudiziari, operatori sanitari e sociali operanti negli istituti penitenziari e nei servizi territoriali, personale penitenziario, personale delle strutture di accoglienza e di cura e riabilitazione.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 27 maggio 2020
Italia Viva si astiene sulla richiesta di processare Salvini. In aiuto dell'ex ministro anche una senatrice 5 Stelle e un ex del Movimento. Che l'ex 5 Stelle Michele Giarrusso avrebbe potuto dare una mano a Matteo Salvini era nell'aria. Così come la possibilità che un aiuto all'ex ministro dell'Interno potesse arrivare anche dai pentastellati, nonostante il richiamo all'unità fatto lunedì sera dal ministro per i rapporti con il parlamento Federico D'Incà. E infatti ieri la senatrice Alessandra Riccardi ha votato no all'autorizzazione a procedere per il leghista diversamente da quanto fatto dal suo gruppo.
La vera sorpresa, semmai, è arrivata da Italia Viva. Giunti al dunque, al momento in cui la Giunta per le immunità di Palazzo Madama doveva decidere se autorizzare o meno il processo a Salvini per aver lasciato 19 giorni 164 migranti a bordo della nave Open Arms, i tre senatori renziani hanno preferito astenersi lasciando da soli Pd, Leu e 5 Stelle. Risultato: 13 voti a favore della relazione presentata dal presidente Maurizio Gasparri nella quale si chiedeva di negare l'autorizzazione, e appena 7 contrari.
Numeri che fanno scattare l'allarme a Palazzo Chigi, tanto che il premier Conte avrebbe chiesto spiegazioni ai vertici di Italia Viva del perché di una simile scelta. Ma numeri più che sufficienti anche per innescare l'ennesima fibrillazione nella maggioranza. "Così non si può andare avanti", sbotta infatti il senatore di LeU Francesco Laforgia accusando il partito di Renzi di volersi lasciare una porta aperta con la Lega. Preferisce invece fare ricorso all'ironia e a Nanni Moretti l'ex 5 Stelle Gregorio De Falco: "L'astensione di oggi fa pensare alla famosa battuta del regista: mi si nota di più se vengo o se non vengo, che trasposta alla situazione attuale evoca interessi ulteriori rispetto al caso Salvini".
Almeno per ora, comunque, Salvini può esultare. Per ora, perché la parola definitiva sulla vicenda della ong spagnola dovrà dirla l'aula del Senato entro un mese e allora bisognerà vedere come andranno le cose. Ma intanto il leghista - che vanta anche un messaggio di congratulazioni ricevuto dall'ungherese Viktor Orbán - può cantare vittoria: "La giunta ha stabilito che ho fatto il mio dovere da ministro stabilendo che tutto il governo era d'accordo - dice -. Io non ho cambiato idea rispetto all'anno scorso, altri sì".
Giarrusso, che ha anche votato la sfiducia al ministro della Giustizia Bonafede, smentisce le voci di un suo passaggio al Carroccio: "Sono tentato da tante cose, la Lega mi manca", assicura. Poi spiega il perché del voto in Giunta: "Ho espresso la mia posizione, che è la stessa di quando ero capogruppo all'epoca del caso Diciotti, decisione ratificata dagli iscritti su Rousseau". Alla nave della Guardia costiera italiana fa riferimento anche la pentastellata Riccardi: "Come nel caso della Diciotti - afferma la senatrice - la linea politica del governo sui flussi non era venuta meno". La necessità di maggiori approfondimenti avrebbe dettato invece la decisione dei senatori renziani di astenersi, che non mancano prò i sottolineare la "non esclusiva" responsabilità di Salvini nella vicenda. Parole che, nonostante le rassicurazioni fatte in serata da Maria Elena Boschi, appaiono come un messaggio diretto al premier.
Con Italia Viva lo strappo comunque è consumato e inevitabilmente l'irritazione per l'esito del voto finisce con l'intrecciarsi con i sospetti di Pd e M5S circa un presunto "scambio" con l'elezione in Regione Lombardia di una renziana a presidente della Commissione di inchiesta sulla gestione dell'emergenza coronavirus. "Questa - dice il capo politico dei 5 Stelle Vito Crimi - non è una commissione d'inchiesta: è un paravento, un tappeto sotto il quale cercheranno di nascondere gli errori e l'incapacità di gestione del duo Fontana-Gallera".
A farsi sentire c'è anche LeU. La scelta dell'astensione "è un fatto molto grave" avverte la capogruppo del Misto Loredana De Petris, per la quale Iv "si sta assumendo una responsabilità molto pesante". "Chi ha responsabilità politiche deve sempre rispondere delle proprie azioni, senza scappare dei processi", sostiene invece il deputato Erasmo Palazzotto che invita Salvini a presentarsi davanti ai giudici.
Preoccupazione per l'esito del voto in Giunta è stata espressa infine anche da Open Arms. "Esistono diritti inalienabili che non possono essere messi in discussione" afferma la ong spagnola, per la quale il voto di ieri "segna una battuta d'arresto verso l'accertamento della verità e verso l'affermazione di un principio inderogabile, quello che stabilisce l'inviolabilità della vita e della dignità delle persone".
lametino.it, 27 maggio 2020
Persone, volti dietro ai quali, come dietro i volti di tutte le donne e di tutti gli uomini, si nasconde il desiderio di relazioni e di affettività. Un mondo che spesso oltre le sbarre non si conosce e che ha bisogno di attenzione e sostegno da parte di tutta la comunità. Nasce così "Dietro le sbarre" (Santelli Editore), il saggio della giovane lametina Angela Sara De Sensi che, proprio nei mesi in cui tutta l'Italia si è trovata in un certo senso a dover fare i conti con una "privazione di libertà" determinata da ragioni sanitarie, ha voluto puntare l'attenzione su chi quella la realtà la vive ogni giorno: i milioni di detenuti delle carceri italiane che portano avanti percorsi di recupero.
Il saggio di Angela Sara De Sensi nasce a partire da una tesi del master di specializzazione in criminologia e soprattutto alla luce dell'esperienza realizzata a contatto con le persone detenute nella casa circondariale di Paola, dove la De Sensi ha svolto un periodo di tirocinio e dove è attualmente volontaria. "Un saggio - dichiara Angela Sara De Sensi - che nasce per sensibilizzare e far conoscere a chi non è a stretto contatto con questo mondo, la problematica dei cosiddetti affetti "s-prigionati", le cause e le conseguenze di una condizione di restrizione affettiva e di deprivazione sessuale. Soprattutto in questa fase di emergenza legata al Covid - 19, è fondamentale per un detenuto mantenere vivi i contatti con i propri familiari grazie alle chiamate e videochiamate che hanno momentaneamente sostituito i colloqui fisici. Con questo lavoro, vorrei provare a dare voce a chi non ce l'ha, ai bambini e alle famiglie che sono le prime vittime invisibili a pagare gli errori dei propri cari con l'abbandono da parte della società e l'esclusione e l'emarginazione delle istituzioni."
Il saggio si avvale dei contribuiti scientifici di Sergio Caruso, psicologo e criminologo nonché direttore del master "Criminologia Calabria", Graziella Mazza, psicologa e psicoterapeuta strategica motivazionale presidente "FormAzione Promethes" e direttore del master "Criminologia Calabria", Franca Garreffa docente di Sociologia della Devianza all'Università della Calabria e responsabile didattica del Polo Universitario Penitenziario. Sergio Caruso firma la prefazione del saggio, Graziella Mazza la postfazione mentre la docente Garreffa ha curato un ampio e dettagliato focus di approfondimento sul tema facendo riferimento anche alla situazione attuale nelle carceri con l'arrivo del Covid-19
Tra le proposte contenute nel saggio della De Sensi, l'istituzione delle love rooms, luoghi dove coltivare i propri affetti lontano da sguardi indiscreti, tornate all'attenzione pubblica con una proposta ispirata alla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo secondo cui "il comportamento sessuale è considerato un aspetto intimo della vita privata".
Il Consiglio dei Ministri europeo raccomanda agli Stati membri un'attenzione al quesito che in Italia rimane ancora totalmente ignorato. Angela Sara De Sensi, 26 anni, è educatrice, pedagogista specializzata in criminologia. Ha svolto tirocini formativi presso istituti penitenziari per minori e adulti e comunità terapeutica per il recupero da dipendenze quali sostanze stupefacenti, psicotrope, alcolismo e Gap (gioco d'azzardo patologico). Volontaria presso la Casa Circondariale di Paola su autorizzazione del magistrato di sorveglianza, si occupa in particolare di seguire nel percorso universitario i detenuti iscritti presso l'Università della Calabria.
toscanaeventinews.it, 27 maggio 2020
Il Garante De Peppo: "Un dono estremamente importante per coloro che studiano in carcere". La Camera Penale di Livorno ha donato quattro stampanti alla Casa Circondariale delle Sughere.
La consegna è stata fatta nella mattinata di martedì 26 maggio 2020 a Palazzo Comunale, dal presidente Nando Bartolemei e dalla vicepresidente Aurora Matteucci, al Garante dei Detenuti del Comune di Livorno Giovanni De Peppo (in rappresentanza anche del direttore del carcere Carlo Mazzerbo) e alla presenza dell'assessore alle Politiche Sociali Andrea Raspanti.
"È un dono estremamente importante - ha rilevato De Peppo - per chi deve sostenere gli esami scolastici e si è trovato penalizzato dalle restrizioni per il Covid che hanno impedito agli insegnanti di svolgere le loro lezioni in carcere. I detenuti potranno stampare e fascicolare materiali inviati a distanza o compiti svolti, e avranno in questo modo una facilitazione negli studi".
"I detenuti di Livorno - ha ricordato l'assessore Raspanti - hanno fatto nei mesi scorsi una donazione al Reparto di Rianimazione dell'Ospedale di Livorno e hanno inviato alla città una bellissima lettera di solidarietà ai cittadini liberi che in questi mesi hanno dovuto sperimentare, se non la reclusione, comunque limitazioni importanti alla libertà personale. Fa piacere che la Camera Penale abbia voluto in questo modo ricambiare ai detenuti il dono che hanno fatto alla comunità cittadina".
"Questo - ha confermato Bartolomei - vuol essere un ringraziamento se pur piccolo alla popolazione carceraria, che a causa dell'emergenza sanitaria ha dovuto subire limitazioni in più. I detenuti da mesi non possono vedere familiari, partecipare a lezioni scolastiche e quindi hanno visto venire meno la funzione anche riabilitativa della detenzione".
"In più - come ha sottolineato Aurora Matteucci - sono esposti ancora di più al rischio sanitario, in quanto la situazione di sovraffollamento delle carceri, non ha consentito di rispettare il distanziamento sociale richiesto a tutti.
Il rammarico - ha concluso Bartolomei - è che il Governo non abbia accolto l'appello delle Camere Penali per l'adozione di misure quali l'amnistia e soprattutto l'indulto oltre che la limitazione di nuovi ingressi in carcere fino al termine dell'emergenza sanitaria".
di Sonia Grieco
Il Manifesto, 27 maggio 2020
Coprifuoco dalle 19 alle 5 e una sola via di accesso per chi in Libano vive di lavori saltuari. Il Covid accelera la crisi dei profughi.L'Unrwa manda aiuti in denaro: pochi e in ritardo. Negli ultimi 72 anni i campi profughi palestinesi in Libano sono stati teatro di lotte, guerre, assedi, massacri, ma questa è forse la prima volta che nei vicoli di questi insediamenti angusti e sovraffollati si aggira la paura della fame.
"Qui a Shatila non avevo mai visto tanto spavento sui volti delle persone, e non è il virus a far paura, ma la crisi economica, la povertà in cui stiamo sprofondando già da tempo e che il Covid-19 ha accelerato", dice Abu Mujahed del Children and Youth Center (Cyc).
Il campo di Shatila a Beirut è quello messo peggio in termini di condizioni igienico sanitarie, spazi (circa 12mila abitanti in neanche due chilometri quadrati), povertà, tra i 12 campi rifugiati del Libano, in cui vive circa il 45 per cento dei palestinesi (470mila registrati di cui 180mila residenti nel paese). "Il paese è nel caos e per i palestinesi, come per i rifugiati siriani, i migranti e i libanesi poveri, la paura ora è patire la fame", conclude Abu Mujahed.
Il Libano è in bancarotta, la lira libanese è deprezzata (scambiata a oltre 3mila lire con il dollaro) e la crisi sanitaria causata dal Covid-19, con il conseguente lockdown più o meno rigido da metà marzo, ha esarcebato la crisi economica. Ai palestinesi che non sono considerati cittadini in Libano, che sono esclusi da molte professioni e cui sono negati molti diritti, la pandemia sta costando cara.
Per molti di loro la sopravvivenza dipende da lavori saltuari e con il blocco imposto per contrastare la diffusione del virus hanno perso le proprie fonti di sostentamento. "Oggi è difficile anche trovare il latte nei negozi e i prezzi sono aumentati tantissimo - racconta Mohammed del campo di Burj el Shemali (Tiro) - Siamo bloccati nel campo, è rimasta aperta soltanto una via di accesso ed è stato imposto il coprifuoco dalle 19 alle 5. Ogni campo ha adottato le sue misure, a El Buss e Rashidieh sono più liberi di muoversi, altrove si segue il coprifuoco deciso dal governo libanese, dalle 21 alle 5".
"Il campo è sempre stato un mondo chiuso - continua - I nostri movimenti sono sempre stati limitati, ma adesso ci sentiamo sotto assedio. È lo stesso campo che ci fa pressione". Nei campi la vita prosegue come al solito, raccontano Lina da Ein el Hilweh (Sidone) e Imad da Burj el Shemali. La gente è per strada, non indossa sempre mascherine, i negozi sono aperti, si fanno partite di calcetto e non tutti prendono sul serio la minaccia del virus.
In effetti, il Covid-19 ha sinora risparmiato i campi palestinesi. È stato registrato il primo caso un mese fa a Wavel, nella valle della Bekaa: una persona è ricoverata a Beirut e quattro suoi famigliari sono in isolamento. In Libano, però, giovedì scorso c'è stato un picco dei contagi (+63) arrivati ieri a 1.140 (26 morti) e il governo ha reintrodotto le restrizioni ed esteso la quarantena, per la quinta volta, fino al 7 giugno. "A Burj El Barajneh (Beirut) al momento la situazione è sotto controllo - spiega Ahmad Einein - ma se avessimo casi, penso che rischieremmo il panico e mi aspetto anche una chiusura del campo, come a Wavel. Punteranno il dito contro di noi, diventeremo bersaglio di discriminazione".
È anche il timore di Mahmoud al Jooma, dell'associazione palestinese Beit Atfal Assumoud, che però teme ancora di più la povertà che si sta diffondendo tra i palestinesi: "Se il Libano resta in queste condizioni non ci sarà un futuro. Noi distribuiamo viveri, informiamo, ma non basta e abbiamo bisogno di azioni più incisive da parte delle Nazioni unite e dell'Unrwa".
L'agenzia dell'Onu che si occupa dell'assistenza ai rifugiati palestinesi da qualche giorno ha iniziato la distribuzione di un sostegno economico, 112mila lire libanesi, ma le immagini degli assembramenti e le notizie di disservizi hanno destato indignazione. Ed è comunque poca cosa se non si lavora, dicono i palestinesi. Sin dall'inizio dell'emergenza Covid-19, l'Unrwa è stata oggetto di critiche, insieme con l'Olp, le altre fazioni palestinesi, l'Autorità palestinese, l'Europa e le altre organizzazioni internazionali. In una nota, il direttore generale di Assumoud, Kassem Aina, parla di "carenze" e "ritardi" nella risposta all'emergenza. Le casse dell'Unrwa, però, sono sempre più vuote da quando, nel 2018, l'amministrazione Trump, il suo maggiore finanziatore, ha tagliato gli aiuti. Per far fronte alla crisi Covid-19, l'agenzia ha chiesto 93,4 milioni di dollari che basterebbero fino a luglio, ma i palestinesi temono che la crisi del coronavirus cambi le priorità dei donatori.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 27 maggio 2020
L'attore Giulio Scarpati e le attrici Manuela Mandracchia e Pamela Villoresi sono stati i primi "ospiti d'eccezione" del progetto "Vorrei una voce - Con il teatro ai tempi del Covid-19", video incontri con le detenute del "Piccolo Shakespeare", teatro della casa circondariale di Messina. Un progetto nato per ristabilire un punto di contatto con la "Libera Compagnia del Teatro per Sognare" in modo da poter rendere meno pesante ai detenuti questo periodo di lontananza dai propri cari e anche permettere di tenere viva la creatività di chi era impegnato nell'allestimento del prossimo spettacolo "E allora sono tornata", dedicato agli ottant'anni di Mina.
"Con Giulio Scarpati - racconta la direttrice artistica del progetto Daniela Ursino - si è trattato più che altro di un 'incontro-prova', un'anteprima simbolica perché Giulio è stato il primo maestro di teatro del nostro regista Tindaro Granata che lo ha voluto per sbirciare dalle pieghe di un sipario che di lì a poco si è aperto ufficialmente a tutti gli ospiti esterni. Scarpati, è molto atteso per un secondo incontro, per raccontare la sua vita di uomo e artista".
Generosi e intensi i contributi di Manuela Mandracchia e Pamela Villoresi che, continua Daniela Ursino, "sono riuscite a superare la barriera della tecnologia, portando nuove emozioni, leggerezza, allegria, ma anche tanti spunti di riflessione e tante risposte alle domande delle detenute-attrici".
Al centro della riflessione di Manuela Mandracchia un lungo sodalizio teatrale con Luca Ronconi e i film con Nanni Moretti, Marco Bellocchio e Cristina Comencini. Spazio anche alla scelta di dedicare la vita alla professione di attrice: "Ho continuato anche dopo l'accademia a studiare - ha raccontato - perché il mondo del teatro è fatto di passione, desiderio ma anche studio, applicazione, serietà e fatica. Ho anche deciso di dare vita a una compagnia fatta da tutte donne, per mettere in scena qualcosa che parli delle donne, troppo spesso vittime degli stereotipi che vengono da fuori. Sono spesso solo madri, figlie, mogli, non hanno un'autonomia di racconto e non vengono narrate nella loro complessità".
Pamela Villoresi ha parlato della sua esperienza attuale di direttrice del Teatro Biondo di Palermo, un teatro al femminile, che ha voluto aprire alle donne, ai giovani, alle culture e alle differenze. "Per me - ha detto - un modo di finire in bellezza una carriera che è stata faticosa e costruita mattoncino su mattoncino, senza mai cedere a compromessi e mantenendo sempre autonomia e autenticità nelle scelte". Molti gli aneddoti di una carriera ricca di interpretazioni di grande complessità, spesso di donne dalle molte sfaccettature: "Nel dar corpo ai personaggi bisogna entrare nelle pieghe più profonde della vita, nel bene e nel male e spesso questo non è facile", ha concluso l'attrice.
"Vorrei una Voce - Con il teatro ai tempi del Covid-19" è realizzato con il sostegno della Caritas diocesana di Messina-Lipari ed è un progetto che, tiene a sottolineare la direttrice artistica, "vede il coinvolgimento di tutto l'istituto penitenziario di Gazzi in ogni sua componente ed è fortemente voluto dalla direttrice Angela Sciavicco, dal comandante della Polizia Penitenziaria, Antonella Machì, e dal presidente del Tribunale di Sorveglianza, Nicola Mazzamuto". "Vorremmo che la nostra voce - concludono Daniela Ursino e Tindaro Granata - quella dei detenuti e di tutti coloro che lavorano al progetto, sia d'auspicio, per una rinascita generale e per una rinascita per tutto il mondo dell'arte e degli operatori dello spettacolo".
di Maria Grazia Rutigliano
sicurezzainternazionale.luiss.it, 27 maggio 2020
Il governo afghano ha concordato il rilascio di circa 900 prigionieri talebani dalle carceri di tutto l'Afghanistan, il 26 maggio, a seguito della tregua annunciata dai militanti islamisti. Già il 25 maggio, il governo afghano ha rilasciato 100 prigionieri talebani come parte di uno sforzo verso la pace nel Paese, secondo quanto ha riferito Javid Faisal, un portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale afghano.
In risposta alla decisione del governo, Suhail Shaheen, portavoce dell'ufficio politico dei talebani in Qatar, ha dichiarato che l'impegno a concludere la liberazione complessiva di 2000 prigionieri, da parte del governo afghano, è un buon passo. Tuttavia, solo con il rilascio di 5.000 prigionieri si potrà creare un ambiente adatto per il rafforzamento della fiducia. Tale numero era quelle previsto dall'accordo tra Stati Uniti e talebani firmato a Doha, il 29 febbraio.
I nuovi progressi verso il dialogo intra-afghano arrivano dopo che i talebani hanno annunciato un cessate il fuoco di 3 giorni in occasione della festa dell'Eid, il 23 maggio. In una mossa reciproca, Ghani ha a sua volta dichiarato un cessate il fuoco. Tuttavia, una fonte di sicurezza ha affermato che 2 incidenti si sono verificati nelle 20 ore successive all'annuncio del cessate il fuoco. Uno è avvenuto nel distretto di Raghistan, nella provincia di Badakhshan, durante il quale sono stati uccisi due militanti, e l'altro si è verificato a Parwan, dove sono stati lanciati due missili sull'aerodromo di Bagram, senza causare vittime. In tale contesto, è necessario ricordare che uno scenario di instabilità caratterizza l'Afghanistan da decenni. I talebani si sono affermati come gruppo dominante in seguito al crollo del regime sovietico, per poi porsi alla guida di gran parte del Paese dal 1996, dopo la fine di una sanguinosa guerra civile tra gruppi militanti locali.
Le truppe statunitensi, nel 2001, sono poi giunte Paese, con l'obiettivo di ribaltare le autorità di Kabul, allora sostenute dai talebani, che avevano fornito asilo ad al-Qaeda durante la pianificazione degli attentati dell'11 settembre 2001. Con l'invasione di Washington e l'intervento della NATO nell'agosto 2003, i talebani sono tornati a essere attivi e a compiere numerose offensive per destabilizzare il Paese. Il 29 febbraio 2020, gli Stati Uniti e i talebani hanno firmato uno "storico" accordo di pace a Doha, in Qatar. Tuttavia, tale intesa non ha portato ancora la stabilità nel Paese, sconvolto dalle violenze e fortemente diviso. Nonostante ciò, Washington rimane impegnata a ritirare buona parte delle truppe dall'Afghanistan, entro 14 mesi dall'accordo di Doha.
La Repubblica, 27 maggio 2020
"Una generazione ormai perduta". Il rapporto di Amnesty International. Migliaia di minori sottratti alle famiglie e alla scuola per farne soldati o spose. I militari torturano i minori detenuti illegalmente. L'UE finanzia una riabilitazione inadeguata. Con un nuovo agghiacciante rapporto, Amnesty International punta il suo sguardo verso la Nigeria dove è sempre più urgente prendere atto e affrontare il fallimento nel proteggere e garantire l'istruzione a un'intera generazione di bambini nel Nord-Est del Paese, una regione devastata da anni di atrocità perpetrate da Boko haram e da enormi violazioni delle forze militari.
Il rapporto di 91 pagine "Ci siamo asciugati le lacrime: occupiamoci dei bambini vittime del conflitto della Nigeria nord-orientale", analizza le pratiche diffuse della detenzione illegittima e della tortura a opera delle forze militari, che hanno aggravato le sofferenze dei bambini degli stati di Borno e Adamawa, che hanno affrontato crimini di guerra e crimini contro l'umanità per mano di Boko haram che - ricordiamolo - è un'organizzazione terroristica jihadista diffusa nel Nord della Nigeria, alleata con i "tagliagole" del cosiddetto stato islamico.
Le donazioni che di fatto hanno aiutato il fallimento. Il rapporto svela anche come i donatori internazionali abbiano foraggiato un programma fallimentare che pretende di reinserire ex presunti combattenti, ma che perlopiù equivale a una detenzione illegale di minori e adulti. "Gli ultimi dieci anni di aspro conflitto tra le forze militari nigeriane e Boko haram - dice Joanne Mariner, direttrice per le risposte alle crisi di Amnesty International - hanno costituito un attacco all'infanzia stessa nella Nigeria Nord-Orientale. Le autorità nigeriane rischiano di dar vita a una generazione perduta se non affrontano con urgenza la questione di migliaia di minori che sono stati presi di mira e traumatizzati dalla guerra".
Bambine e bambini rapiti per farne soldati o spose. "Tra le varie atrocità - ha proseguito Joanne Mariner - Boko haram ha più volte attaccato scuole e rapito moltissimi minori per farne soldati o 'sposè. Il trattamento delle forze militari nigeriane per coloro che sfuggono a tale brutalità è stato altrettanto atroce. Dalla detenzione illegittima e di massa in condizioni disumane a pestaggi e torture, fino a consentire abusi sessuali da parte di detenuti adulti: è difficile immaginare - ha concluso - un altro luogo al mondo in cui ai minori possano essere arrecati danni così gravi dalle stesse autorità deputate alla loro protezione". Tra novembre 2019 e aprile 2020, Amnesty International ha intervistato oltre 230 persone colpite dal conflitto, tra le quali 119 che, quando hanno subito gravi crimini da parte di Boko haram, delle forze militari nigeriane o di entrambi, erano minori. Il gruppo includeva anche 48 minori che erano stati in regime di detenzione militare per mesi o anni, oltre a 22 adulti che erano stati arrestati insieme ai loro figli.
La brutalità di Boko Haram. I minori sono uno dei gruppi più colpiti dalle atrocità di Boko Haram, perpetrate su grandi aree della Nigeria Nord-Orientale per circa un decennio. Il gruppo armato ha fatto ampio ricorso ad attacchi a scuole, rapimenti di massa, reclutamento e utilizzo di bambini soldato, matrimoni forzati di ragazze e giovani donne, che per il diritto internazionale sono tutti crimini. Questo modello di crimini è ben noto per via di casi di grande rilievo come il rapimento di centinaia di studentesse a Chibok nel 2014. Tuttavia, la portata dei rapimenti è stata ampiamente sottovalutata e con grande probabilità raggiunge le migliaia. Boko Haram continua a costringere genitori a consegnare ragazzi e ragazze, sotto minaccia di morte. Continua a "sposare" dietro costrizione bambine e giovani donne. E continua a uccidere le persone che cercano di scappare.
Bambini frustati e lapidati. I minori nelle aree sotto il controllo di Boko haram sono stati sottoposti a torture, come fustigazioni e altre violenze, oltre a essere costretti ad assistere a esecuzioni pubbliche e ad altre brutali punizioni. Una ragazza di 17 anni che è fuggita da Boko haram dopo essere stata rapita e tenuta in prigionia per quattro anni ha descritto la vita nella foresta di Sambisa: "Il [mio] perfido 'marito' mi picchiava sempre... Le mie attività giornaliere comprendevano la preghiera, cucinare se c'era del cibo, [e] andare a lezione di Corano. Non era permesso nessuno spostamento e non si poteva andare a trovare gli amici. È stata un'esperienza terribile e ho assistito a diverse punizioni: fucilazioni, lapidazioni o fustigazioni". La ragazza e la maggior parte delle altre ex "spose" bambine intervistate, tra le quali alcune che erano tornate con dei bambini nati durante la prigionia, hanno ricevuto poca o nessuna assistenza nel rientrare a scuola, procurarsi i mezzi di sostentamento o accedere a un sostegno di natura psicosociale. "Vorrei andare a scuola ma non ci sono soldi", ha detto la diciassettenne. "Il più grande aiuto per me sarebbe andare a scuola".
Detenzione militare: dati sottostimati. I minori che scappano dal territorio di Boko Haram affrontano moltissime violazioni a opera delle autorità nigeriane, tra le quali anche crimini di diritto internazionale. Se va bene, finiscono sfollati a combattere per la sopravvivenza con uno scarso o nessun accesso all'istruzione. Se va male, sono tenuti in regime di detenzione arbitraria per anni in caserme militari, in condizioni che equivalgono a tortura e altri maltrattamenti. L'Onu ha comunicato ad Amnesty International di aver verificato il rilascio di 2879 minori dal regime di detenzione militare a partire dal 2015, sebbene avesse precedentemente menzionato un numero maggiore di minori detenuti tra il 2013 e il 2019. È molto probabile che questi dati siano ampiamente sottostimati. L'Onu ha riferito di avere accesso limitato alle strutture di detenzione militare e quindi non è in grado di fornire il numero reale dei minori detenuti nell'ambito del conflitto.
Le torture fino a quando non si confessa. La maggior parte di queste detenzioni sono illegali; i minori non sono mai accusati o perseguiti per un reato ed è loro negato il diritto di accesso a un avvocato, di comparire davanti a un giudice o di comunicare con le famiglie. Le detenzioni illegali diffuse possono configurarsi come crimine contro l'umanità. Quasi tutti coloro che scappano dal territorio di Boko Haram, anche i minori, sono "controllati" dalle forze militari e dalla Task force civile congiunta attraverso un processo che per molti comporta la tortura fino a quando si "confessa" l'affiliazione a Boko haram. I presunti membri e sostenitori di Boko haram vengono trasferiti e detenuti, spesso per mesi o anni, in condizioni misere in centri di detenzione come la caserma di Giwa a Maiduguri e la base militare di Kainji nello stato del Niger.
Condizioni di detenzione bestiali. Ogni ex detenuto intervistato ha descritto le condizioni in maniera coerente e molto dettagliata: grande sovraffollamento, mancanza di aerazione in un clima di caldo asfissiante, parassiti ovunque, urine e feci sul pavimento a causa della mancanza di servizi igienici. Nonostante vi siano stati alcuni miglioramenti negli ultimi anni, molti ex detenuti, tra i quali alcuni minori, hanno anche dovuto affrontare uno scarsissimo accesso ad acqua, cibo e assistenza sanitaria. Decine di migliaia di detenuti sono stati tenuti in queste condizioni, talmente estreme da costituire il crimine di guerra di tortura, e molti minori continuano a esserlo, persino dopo i rilasci di massa alla fine del 2019 e all'inizio del 2020.
La scomparsa di almeno 10 mila persone. Amnesty International calcola che almeno 10.000 persone, tra cui molti minori, siano deceduti in regime di detenzione durante il conflitto. Un ragazzo di 14 anni che Boko haram aveva rapito da piccolo prima che potesse scappare ed era stato posto in regime di detenzione dalle forze militari nigeriane ha dichiarato: "Le condizioni a Giwa sono così terribili da morirci. Non c'è un posto dove stendersi... Fa caldo, hai tutti i vestiti bagnati come se ti avessero messo in un fiume... Finora, nessuno mi ha detto perché sono stato portato qui, cosa ho fatto e il motivo per cui mi hanno arrestato. Mi chiedo, perché sono scappato via [da Boko haram]?"
L'operazione Corridoio sicuro. Amnesty International ha anche documentato violazioni nell'operazione Corridoio sicuro, un programma di aiuto di milioni di dollari elargiti da Unione europea, Regno Unito, Usa e altri partner. Il centro di detenzione fuori Gombe gestito dalle forze militari è stato istituito nel 2016 con lo scopo di deradicalizzare e riabilitare presunti combattenti o sostenitori di Boko haram. Ci sono stati circa 270 "diplomati" in molti gruppi da allora. Le condizioni sono migliori in Corridoio sicuro rispetto a qualsiasi altro contesto di detenzione militare e gli ex detenuti si sono espressi in maniera positiva in merito al sostegno psicologico e all'istruzione per adulti ricevuti lì.
Nessuna spiegazione a chi è detenuto. Tuttavia, alla maggior parte degli uomini e dei ragazzi presenti nel centro non è stata comunicata alcuna motivazione legale per la loro detenzione e ancora non hanno accesso ad avvocati o tribunali per presentare ricorso. Era stato loro promessa una permanenza di sei mesi, che in alcuni casi è stata prolungata a 19 mesi, periodo durante il quale sono stati privati della libertà e sono stati costantemente sotto vigilanza armata. Gli ex detenuti hanno riferito ad Amnesty International che l'assistenza medica era profondamente carente. Sono morti sette detenuti, molti, se non tutti, dopo aver ricevuto un'assistenza medica inadeguata. Le autorità nigeriane non lo hanno neanche comunicato alle famiglie, che sono invece state informate dai detenuti rilasciati.
Il lavoro mai retribuito. Un programma di formazione professionale che fa parte di Corridoio sicuro potrebbe corrispondere a lavoro forzato, considerato che la maggior parte dei detenuti, se non tutti, non è mai stato condannato per nessun reato e fabbrica di tutto, dalle calzature ai saponi e ai mobili senza ricevere alcun corrispettivo. Il programma costringe anche alcuni detenuti a lavorare in condizioni non sicure. Alcuni di essi hanno subito dei gravi incidenti alle mani per aver dovuto lavorare a contatto con la soda caustica, sostanza altamente corrosiva, senza dispositivi di protezione. "La soda caustica è pericolosa. A contatto con il corpo, toglie la pelle", ha detto un ex detenuto sessantunenne.
"Le forze armate rilascino i minori". "Nessuno dei maggiori donatori del programma Corridoio sicuro approverebbe un tale sistema di detenzione prolungata e illegale per i propri cittadini, quindi perché lo fanno in Nigeria?", ha dichiarato Osai Ojigho, direttrice di Amnesty International Nigeria. "Le forze armate nigeriane devono rilasciare tutti i minori in detenzione arbitraria e mettere fine alle altre violazioni che sembrano avere l'obiettivo di punire migliaia di minori, molti dei quali sono stati anche vittime delle atrocità di Boko Haram. Un impegno nell'istruzione dei minori e nel loro recupero psicologico potrebbe aprire la strada a un nuovo percorso per il nord-est del paese", ha concluso Osai Ojigho.
di Lara Ricci
Il Sole 24 Ore, 27 maggio 2020
Lo scrittore curdo iraniano è stato detenuto insieme a migliaia di richiedenti asilo senza un'accusa né una condanna: "Un crimine contro l'umanità e nessuno se ne cura".
Il racconto in un potente memoir. "I media si stupiscono di come abbia potuto scrivere un intero libro inviando di nascosto dai miei carcerieri messaggi whatsapp. Ma questo non è niente di straordinario, ciò che è incredibile è che in questo mondo una democrazia liberale come l'Australia possa commettere crimini contro l'umanità e nessuno se ne curi!".
Il poeta, giornalista, documentarista curdo iraniano Behrouz Boochani ha 37 anni, sei passati in prigione. O meglio, in quello che gli australiani chiamano Manus Island regional processing centre (centro di smistamento regionale di Manus Island). Un luogo di tortura dove fame, sete, insonnia, calore, condizioni igieniche rivoltanti e violenza psicologica sono usati per controllare i detenuti, pardon, i richiedenti asilo, qui trattenuti per 7-8 anni senza un'accusa, una sentenza, una condanna. Solo in attesa che venga vagliata la loro domanda.
Un sistema spietato e kafkiano studiato per annichilire gli individui, farli sbranare tra loro e al loro interno, svilendoli e inducendo comportamenti masochistici, distruggendone ogni ambizione e speranza, come Boochani descrive con maestria in Nessun amico se non le montagne. Prigioniero nell'isola di Manus (tradotto dal persiano all'inglese da Omid Tofighian e dall'inglese all'italiano da Alessandra Maestrini, Add editore, pagg. 432, € 18).
"Almeno 16 persone sono state uccise dalle guardie mentre ero a Manus, più di cento si sono suicidate" racconta, durante una videointervista. Dopo la pubblicazione del libro, nel 2018, lo scrittore ha ricevuto numerosi premi letterari, tra cui il Victorian Prize, e a novembre scorso ha potuto lasciare la Papua Nuova Guinea con un visto di un mese per tenere alcune conferenze in Nuova Zelanda, dove è rimasto per via della pandemia, in attesa che un Paese gli conceda asilo.
"In Australia non c'è una legge che protegga i rifugiati di fronte al ministero dell'Immigrazione, che fa tutto ciò che vuole. Esilia innocenti per anche 10 anni e non lo deve giustificare a nessuno. Imprigiona bambini per 3-4 anni. E ancora non c'è un'inchiesta indipendente". Nemmeno dopo il successo mondiale del suo libro di denuncia? "No".
Laureato in scienze politiche e geopolitica, Boochani ha cofondato la rivista in lingua curda "Weyra", che gli è costata la messa al bando del regime. "Volevo andare in un posto dove sentirmi al sicuro. E invece sono finito in quella situazione terribile".
Il libro si apre con la descrizione del viaggio che lo porta alla spiaggia indonesiana dove si imbarcherà alla volta dell'Australia. Una tempesta li investe e nelle onde altissime che travolgono il barcone si trova l'unica descrizione dell'oppressione del Kurdistan: le onde sono montagne su montagne, che si susseguono all'infinito come nel suo Paese natale, sempre più minacciose, finché compaiono "file di carri armati, ed elicotteri, armi e corpi morti. Cumuli di morti e il pianto delle donne".
Al naufragio seguirà il salvataggio, ma la marina australiana non lo porterà sul continente, ma a Manus, un'isola della Papua Nuova Guinea. "Il 19 luglio 2013 il governo australiano aveva deciso che avrebbe esiliato lì chiunque cercasse di arrivare in Australia via nave. A Nauru mandavano i bambini, le donne, le famiglie, erano detenute circa 1.600 persone, a Manus gli uomini soli. Io sono stato imprigionato lì il 27 agosto 2013 con altri mille". Dovevano "essere un avvertimento, una lezione per chi intendeva cercare protezione in Australia".
Nella prigione, pardon, nel Centro di smistamento impacchettato nelle sbarre, i rifugiati sono trattati da pericolosi criminali. La giornata è scandita da lunghissime code sotto il sole rovente per avere colazione, pranzo e cena, gli antimalarici, le sigarette, i rasoi. E poiché le scorte sono razionate le conquistano solo i primi e i più furbi e le risse sono frequenti. Lunghissime code anche per andare in bagni sempre pieni di "piscio fino alle caviglie".
Gli escrementi degli altri si attaccano addosso, gli altri che sono ovunque, tanto che i fetidi gabinetti "sono un deposito segreto per tutte le sofferenze generate in altre aree della prigione", il rifugio, dove gli uomini vanno a tagliarsi. Il petto, i polsi, "il collo delicato". "Camere di devastazione".
Misure disciplinari di macro e micro controllo pensate per creare animosità governano ogni cosa. Anche giocare è vietato. "L'odio scorre nelle vene di tutti". E isola ancora di più i detenuti. Spesso, poi, il generatore che aziona i ventilatori nelle bollenti baracche di metallo si ferma. Allora "La prigione impazzisce e collassa".
Nei detenuti avviene un'immediata metamorfosi: scossi a tutti i livelli, sono "in preda a una rabbia feroce. Una massiccia carica di uomini nudi si riversa con urgenza fuori dalle camere e dai container...La prigione diventa un alveare di api assassine... e l'inezia più banale può scatenare un attacco contro un fisico mingherlino". Il generatore manipola le menti, i prigionieri non possono mai prevedere quanto resteranno senza acqua né elettricità. Cosi come le regole del campo sono arbitrarie e cambiano in continuazione, gettando i detenuti nella disperazione. Inutile cercare di capirle: "Come in una ragnatela, più combatti più rimani intrappolato".
"Il sistema tritura e disorienta il prigioniero al punto da alienarlo dalla percezione che ha di sé stesso". E così mentre inorriditi si prosegue nella lettura di questa galleria di abusi si comincia ad avvertire un certo senso di familiarità. Vengono per esempio in testa le parole di Giorgio Manganelli sulle nostre menti, costrette a un'"obbedienza sempre più minuta", sul controllo capillare dello spazio e la coercizione del tempo nelle società occidentali.
Per alcuni aspetti ricorda l'Italia, certi luoghi di lavoro. Boochani conferma: "Il sistema che governa Manus e Nauru ha molti gemelli, esiste oggi in modi diversi nelle nostre società. Sono sistemi disegnati per sottrarci la libertà, la nostra identità e umanità, per creare competizione e fare odiare le persone e così controllarle. Torturano e alienano la gente attraverso la burocrazia. Con questo libro ho voluto condividere la mia comprensione della politica, delle strutture di potere, dell'eredità coloniale e della situazione in cui si trovano a vivere le minoranze.
Il modo in cui gli australiani trattano i rifugiati è simile a come trattano gli aborigeni, che ancora non fanno parte della loro storia ufficiale e che ancora cercano di privare della loro identità". Gli chiediamo se ha letto Primo Levi: "solo dopo aver finito il libro, ma avevo letto Memorie dalla casa dei morti di Dostoevskij e conoscevo il pensiero di Focault e Agamben".
E ora? "Avere la libertà è una cosa, capirla è un'altra. Cerco di adattarmi alla nuova vita facendo cose semplici". Nel libro un personaggio decide che deve accettare che non può fare altro che essere testimone. "Non lo ricordo. Non lo rileggo da molto tempo, non lo leggerò più. Non voglio vivere a Manus, nel passato. Scriverò fiction, ma continuerò a impegnarmi per la causa dei rifugiati".
- Migranti. Caso Open Arms: il reato manca, di strumentalità ce n'è fin troppa
- Le troppe libertà violate per forza maggiore. Per le eccezioni serve una nuova Carta
- Roma. I "non eroi" della pandemia si raccontano per aiutare il carcere di Rebibbia
- Uruguay, rischio di passi indietro sui diritti umani
- "Chi ferma la Giustizia ferma i diritti"










