reteabruzzo.com, 28 maggio 2020
Sul trasferimento di detenuti nel carcere di Sulmona, che non sarebbe avvenuto nel rispetto delle norme anti-coronavirus, i sindacati della polizia penitenziaria proclamano lo stato di agitazione e chiedono per questo caso chiarimenti all'amministrazione penitenziaria.
I rappresentanti di Osapp, Cisl-Fns, Uil-Pa, Uspp-Cnpp, hanno inviato una nota al Provveditore Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria per il Lazio, Abruzzo e Molise, per evidenziare una sorta di discriminazione subita in tempi di Covid dalla Direzione del carcere di Sulmona. I sindacati si dicono "esterrefatti e preoccupati" perché per gli ultimi due detenuti trasferiti nel penitenziario di Sulmona non sarebbero state seguite le indicazioni prescritte dal protocollo anticovid. I sindacati si chiedono ancora stante la caratteristica del detenuto assegnato in preda, tra le altre cose, ad un evidente decadimento psichico e già autore, sia all'interno che all'esterno dell'Istituto sulmonese di gravi disordini se addirittura non sia stata effettuata la richiesta pratica pre triage. Su questi casi i sindacati chiedono chiarimenti all'amministrazione penitenziaria, ritenendo che non sarebbero state osservate le disposizioni anticoronavirus.
novaratoday.it, 28 maggio 2020
Il modello organizzativo adottato nell'Asl per la tutela della salute in carcere è finalizzato a garantire un servizio di qualità e di garanzia adeguato ai variegati bisogni che caratterizzano la popolazione detenuta. Obiettivo essenziale del Servizio di Sanità Penitenziaria è la promozione della salute dei detenuti, attraverso l'integrazione degli interventi rivolti alla prevenzione, cura e riabilitazione, con quelli relativi alle altre aree che interessano la persona detenuta, cioè lavoro, istruzione, cultura, etc. L'attività di prevenzione primaria si espleta attraverso un controllo costante sul sistema igienico e alimentare, mentre quella di prevenzione secondaria avviene attraverso test di screening (test di Mantoux per la tubercolosi e quelli per il riscontro dell'infezione hiv, ecc...) insieme ad accertamenti precoci per la prevenzione del diabete, dell'ipertensione arteriosa e delle malattie mentali.
In tale quadro di riferimento si sono inserite le misure per il contenimento del contagio da Covid 19 sulla base delle direttive dell'Istituto Superiore della Sanità e dell'Assessorato alla Sanità della Regione Piemonte: la situazione emergenziale ha imposto uno stretto confronto con la Direzione dell'Istituto per perseguire l'obiettivo primario di evitare che la pandemia si scatenasse nel carcere, con le conseguenti prevedibili e gravi ripercussioni anche sull'ordine e la sicurezza.
Tra le azioni assunte dall'Asl NO a salvaguardia della salute pubblica e di quella del singolo individuo, d'intesa con la Direzione dell'Istituto, sono stati eseguiti gli esami virologici (tamponi) a tutto il personale della Casa Circondariale (Corpo di Polizia Penitenziaria - Uffici - Cucina) e ai detenuti in semilibertà, presso la tensostruttura messa a disposizione dall' Amministrazione Penitenziaria.
Nello specifico in sei sedute programmate sono stati eseguiti 230 tamponi; la preparazione del materiale, dall'inserimento dei dati sulla piattaforma Covid alla fornitura dei relativi dispositivi di protezione individuale per l'esecuzione dei tamponi è avvenuta a cura del Servizio di Igiene e Sanità Pubblica di Novara. Ogni persona sottoposta a test ha ricevuto (e controfirmato) l'esito in busta chiusa con relativo nome cognome recapitato presso la segreteria della Casa Circondariale.
È prevista l'effettuazione di ulteriori tamponi per i nuovi agenti entrati in servizio da pochi giorni nel corpo di polizia penitenziaria e per alcuni del gruppo di polizia penitenziaria addetti alla sorveglianza dei detenuti soggetti all'art. 41bis.
"È doveroso un ringraziamento al personale dell'Amministrazione Penitenziaria, al Direttore della Casa Circondariale, dott.ssa Rosalia Marino che ci ha messo a disposizione la tensostruttura (dotata di due porte ben separate una per ingresso ed una per uscita con possibilità di un percorso unidirezionale) per l'effettuazione dei tamponi e all'Assistente Capo Coordinatore Roberto Iacono per la convocazione del personale delle polizia penitenziaria - dichiara Gianni Valzer, Medico Responsabile del Servizio Sanità Penitenziaria dell'Asl No - Un grazie di cuore al personale del Servizio Igiene e Sanità Pubblica: alla Capo Sala Rossella Pepe e all'Infermiera Claudia Cavallini per la preparazione del materiale necessario all'esecuzione dei test e alle due Capo Sala Doriana Carimali e Rita Nastasi che hanno collaborato con me all'esecuzione dei tamponi".
In un momento critico ed estremamente difficile come quello vissuto in questi mesi di emergenza per la pandemia da Covid-19, essere riusciti a creare uno spirito unitario e collaborativo con la Direzione della Casa Circondariale ha consentito di ottenere un risultato concreto che dovrà continuare ad essere monitorato e tutelato: il mantenimento di una Comunità libera da Covid 19. Un ringraziamento a tutto il Personale sanitario a quello di polizia penitenziaria che hanno unito il loro impegno e i loro sforzi per affrontare e gestire l'emergenza sanitaria da Covid-19.
di Andrea Marini
Il Sole 24 Ore, 28 maggio 2020
Una raccolta fondi per finanziare le misure di prevenzione anti-coronavirus nel carcere romano di Rebibbia. L'iniziativa è stata organizzata dalla sezione Consulenza, attività professionali e formazione di Unindustria, e avrà il suo punto d'arrivo giovedì 28 maggio con il webinar solidale "La leadership vincente dei Non Eroi". All'evento parteciperà anche Gennaro Arma, comandante della Diamond Princess, la nave che è stata in quarantena per oltre un mese nel porto di Yokoama in Giappone.
Gennaro Arma sarà l'ospite d'onore di "La leadership vincente dei Non Eroi" il webinar solidale a favore del carcere di Rebibbia, promosso dalla sezione Consulenza, attività professionali e formazione di Unindustria, che si svolgerà il prossimo giovedì 28 maggio, alle ore 16, in diretta streaming. Gennaro Arma, è il comandante della Diamond Princess, che è stato nominato dal capo dello Stato Sergio Mattarella Commendatore al Merito della Repubblica per come ha gestito, in piena emergenza Covid, la quarantena della nave da crociera da lui capitanata, ferma per oltre un mese nel porto di Yokoama in Giappone.
Il ricavato dell'iniziativa, che si inserisce nell'ambito del progetto di Unindustria per sostenere la riqualificazione professionale dei detenuti della Casa di Reclusione di Rebibbia, attraverso i corsi di formazione ad hoc patrocinati dal Garante detenuti del Lazio, sarà interamente devoluto al carcere di Rebibbia, per aiutare la struttura a fare fronte alle spese necessarie per l'adeguamento in materia di prevenzione Covid 19. Tema del webinar saranno i "Non Eroi" ovvero coloro che, in piena emergenza sanitaria, hanno svolto al meglio il proprio "dovere".
Il webinar è rivolto ai responsabili delle aziende di tutti i settori, sensibili alle tematiche sociali, che acquistando la partecipazione al seminario on line contribuiranno all'iniziativa di solidarietà. Il webinar, organizzato dal presidente della sezione Consulenza, attività professionali e formazione di Unindustria, Roberto Santori, vedrà la partecipazione anche di Nadia Cersosimo, direttore del carcere di Rebibbia, che chiuderà il pomeriggio di lavori.
di Laura Tedesco
Corriere di Verona, 28 maggio 2020
Cade l'accusa di spaccio a due guardie: "L'hashish era per il loro uso personale". Per due agenti di polizia penitenziaria, chiamati a far rispettare l'ordine e la legalità in un microcosmo estremamente difficile come il carcere, essere arrestati per detenzione e cessione di droga all'interno di Montorio era la più infamante e inaccettabile delle accuse.
Un sospetto pesante come un macigno, "una palese e macroscopica ingiustizia - secondo il loro legale Gilberto Tommasi. Per i miei clienti tutta questa vicenda è stata un vero incubo, personale e professionale". Sono stati necessari 5 anni di indagini per far cadere le contestazioni che pendevano in capo ai due agenti carcerari: ieri, infatti, il giudice dell'udienza preliminare Paola Vacca ha emesso nei confronti di entrambi una sentenza di assoluzione "perché il fatto non sussiste".
Significa che le prove non bastavano a reggere l'ipotesi di spaccio: una linea, questa, condivisa anche dallo stesso pubblico ministero, la dottoressa Maria Diletta Schiaffino, che si è espressa nella sua requisitoria per la non colpevolezza dei poliziotti. Per V. C., 50 anni, e il collega F. S., 42, si è trattato della seconda assoluzione sempre dall'accusa di cessione di stupefacenti all'interno del carcere - dopo quella già pronunciata nei loro riguardi dal giudice Luciano Gorra. Ai due agenti, ieri non presenti in aula, si contestava nel capo d'imputazione di aver "detenuto e ceduto all'interno del carcere di Montorio una quantità indeterminata di hashish". Lo avrebbero fatto "in concorso tra loro in epoca prossima e precedente al 15 giugno 2015".
Al solo F. S., inoltre, si imputava di aver "acquistato da tale Ivan una tavola di hashish al prezzo di 400 euro al fine di cederla a terzi verso corrispettivo". Anche questa seconda accusa risaliva al 2015, ma con il verdetto emesso ieri il giudice Vacca ha sancito che "da tutto il materiale raccolto nel corso delle indagini non si ricava una prova conclusiva a carico degli imputati che essi spacciassero e non si limitassero ad auto-rifornirsi e, cosa ancor più grave, che spacciassero in carcere". In realtà, "gli imputati hanno sostenuto la tesi dell'essere consumatori diretti dello stupefacente, cosa che in effetti sono entrambi".
Per il giudice, "l'unico dato in qualche modo suggestivo di uno spaccio in carcere è costituito a ben vedere" da un'intercettazione in cui uno dei due agenti imputati si ripropone di "usare cautela e non portare niente". Per il magistrato, "una possibile lettura di questa conversazione è che si stessero riferendo a una introduzione nell'unico luogo che fosse comune ai due e che fosse oggetto di investigazioni, vale a dire il carcere".
Ma "si tratta di un elemento che rimane isolato e non appare sufficiente a fondare una sentenza di condanna". A far scattare l'indagine, era stato all'epoca un presunto "giro" di cellulari tra detenuti e guardie a Montorio. Venne disposta una serie di intercettazioni: da lì, emerse anche un sospetto spaccio di droga. Accusa da cui, ieri, i due agenti sono stati assolti. A 5 anni dal loro arresto.
di Massimo Marino
Corriere di Bologna, 28 maggio 2020
L'incontro tra registi, detenuti e studenti sulla piattaforma Zoom. Loro che lavorano ad aprire varchi ideali nelle mura delle prigioni non potevano fermarsi davanti alle chiusure dell'emergenza sanitaria. Dopo un momento di sbandamento, in seguito al divieto di entrare in carcere per fare teatro a causa della pandemia e delle rivolte in alcuni istituti di pena, le compagnie del Coordinamento teatro carcere Emilia Romagna hanno iniziato a ritessere le fila e a continuare, in altri modi, il lavoro con i detenuti.
Oggi alle 15.30 sulla piattaforma Zoom i sei registi del Coordinamento, Horacio Czertok del Teatro Nucleo di Ferrara, Stefano Tè del Teatro dei Venti di Modena, Paolo Billi del Teatro del Pratello di Bologna, Sabina Spazzoli dell'associazione Con...tatto di Forlì, Eugenio Sideri di Lady Godiva Teatri di Ravenna, Corrado Vecchi delle Mani Parlanti di Parma, incontreranno alcune classi di istituti superiori della regione a conclusione di un mese di conversazioni con gli studenti sui temi della detenzione e dei percorsi di mutamento grazie alla cultura e al teatro in carcere.
Saranno circa 150 i giovani coinvolti, dopo un percorso che ha inteso rompere la separazione del carcere dalla società e far comprendere un aspetto importante della nostra società, con un approfondimento sulle azioni messe in atto durante l'emergenza sanitaria. Sembrava non si dovesse più rientrare negli istituti e che tanto lavoro, avviato e sviluppato spesso con fatica, dovesse essere sprecato.
E invece i registi hanno serrato le fila, continuando a dialogare con detenuti e detenute come si poteva. A Ferrara Teatro Nucleo ha avviato un rapporto epistolare per l'elaborazione della drammaturgia di uno spettacolo. Il Teatro dei Venti ha sviluppato collegamenti in remoto con i detenuti di Castelfranco e Modena grazie alle attrezzature informatiche donate da un gruppo di cittadini. Il Teatro del Pratello dialoga con le detenute della Dozza via e-mail con proposte di scrittura riguardo i personaggi, studio del copione, indicazione di esercizi fisici, dando conto dell'attività in una rubrica su Radio Città Fujiko il mercoledì alla 17.30. Ha inoltre inviato un copione ai ragazzi del minorile del Pratello per incominciare il lavoro di memoria, in attesa della ripresa dell'inizio delle prove. Pure a Forlì i lavori stanno continuando in modalità remota.
All'incontro di oggi partecipano Cristina Valenti, docente del Dams e consulente scientifica del Coordinamento, e Marco Bonfiglioli del Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria Emilia Romagna e Marche. Due ex detenuti della casa di reclusione di Castelfranco Emilia e le studentesse del gruppo Le Oltraggiose del liceo Dante di Ravenna, in scena l'anno scorso con i detenuti, dialogheranno con gli studenti di scuole di Castelfranco, Ravenna, Bologna, Ferrara, del corso di Teatro sociale della laurea magistrale in Discipline della musica e dello spettacolo di Bologna e della facoltà di Giurisprudenza di Ferrara.
di Angelo Ferracuti
Il Manifesto, 28 maggio 2020
"Fare fuoco" di Daniele Garbuglia, pubblicato da Sem. Un romanzo dal conio inconfondibile che rivela il mondo chiuso, soprattutto mentale, e le vite disperate di un gruppo di giovani brigatisti negli anni 80. In "Fare fuoco" (Sem, pp. 250, euro 16), Daniele Garbuglia toglie volontariamente all'epica brigatista tutto l'armamentario ideologico, la retorica del linguaggio dottrinario dello scontro frontale, lasciando, con un'asciuttezza di scene e capitoli brevi e serrati, il nudo spazio esistenziale dei personaggi e i loro movimenti tra una provincia di formazione e la metropoli dove colpire al cuore. Quasi come se le azioni atemporali avessero perso il loro contesto, e tutta la mitologia anche dei luoghi simbolo, mai interamente nominati o connotati, che ormai sono un pezzo lacerato della nostra storia.
È un'operazione letteraria, soprattutto di sguardo e di punti di vista, coraggiosa nel trattare una materia ancora incandescente, nel passare dalla prima al tu della seconda persona, e nel fare economia di mezzi nei dialoghi dando maggiormente spazio alle descrizioni degli interni cupi e al pericolo degli spazi aperti.
Questo per creare un clima di isolamento e concentrare l'attenzione solo sulle singole azioni dei personaggi, un po' come avviene nel film La prima linea di Renato De Maria, tratto dal libro Miccia corta di Sergio Segio, e rivelare il mondo chiuso, soprattutto mentale, di chi ha fatto la scelta della lotta armata, e vive da clandestino fuori dal mondo e dalle sue relazioni.
Quindi più che l'interesse storico, il motivo politico di imbracciare le armi, che ha riguardato in Italia migliaia di militanti politici - una pagina di storia nazionale ancora tutta da raccontare, narrata solo dai vincitori e anche un tabù - Garbuglia racconta senza mai spiegare, s'affida ai fatti, alle cose, e si concentra sulla vita quotidiana del gruppo di fuoco, composto da un giovane della provincia italiana, marchigiana, nome di battaglia Orlando come il nonno contadino, e dai suoi compagni Rosso e Anita, tratteggiati a volte con ingenuità, in tutta la sua oggettività e banalità del male, come se l'unico imperativo vitale fosse la "pura azione".
Spogliati di ogni eroismo, o comunque enfasi e partecipazione emotiva, soprattutto nei dispositivi azzerati della fiction, raccontati nell'oggettività attraverso una lingua prestabilitamente ridotta all'essenziale della sua funzionalità, i personaggi incolori di Garbuglia, umani e troppo umani, fanno il bucato, preparano la moka, mentre al ciclostile riproducono i comunicati di rivendicazione degli attentati, tra cui quello che apre il romanzo a un giornalista della stampa borghese, e con lucida disciplina studiano cartine per organizzare nuovi agguati. Le loro sono solo relazioni funzionali, non entrano mai in empatia, condividono da estranei, stanze e servizi, come armi e automobili per le azioni di fuoco.
Dai pochi riferimenti storici appena accennati nel libro, come la condanna a morte di Roberto Peci, l'omicidio di Guido Rossa ("come potevano i paladini della rivoluzione operaia colpire proprio un operaio"?), il punto più basso della storia brigatista, siamo all'inizio degli anni '80 e in quelli del declino e degli arresti dei capi storici come Mario Moretti.
Dopo una telefonata fatta alla madre da una cabina telefonica, Orlando ha i primi cedimenti, è come se improvvisamente prendesse coscienza di aver sparato a un uomo invece che a un obiettivo, adesso "le cose erano le cose, non contavano più le idee", pensa smarrito. L'ultima azione non va come dovrebbe, finisce male, allora entra in un vortice di paura, "possibile che le sue idee lo avessero portato dove non sarebbe mai voluto arrivare?". Ma è troppo tardi, non può tornare indietro, come Dario, il suo compagno arrestato che alla fine si arrende alle torture, e da vittima finisce per essere considerato un traditore. La seconda parte del libro accelera, il ritmo è quello di un romanzo di azione che culmina in un finale doloroso, come è avvenuto molte volte in quelle guerre lontane. Garbuglia in questo romanzo dal conio inconfondibile usa lo stile severo e algido di una condotta rigorosa, per compiere un'operazione di disvelamento, gli serve per mettere a nudo implacabilmente le giovani vite disperate dei suoi personaggi, drammaticamente sospese tra la ribellione rivoluzionaria per un mondo nuovo e liberato, e la cieca scorciatoia delle armi.
di Francesco Verderami
Corriere della Sera, 28 maggio 2020
Per chi segue il dossier è "indispensabile che le risorse stanziate arrivino presto". Il problema è che di fronte a questo virus la politica non sembra possedere gli anti-corpi per combatterlo.
Il lockdown è terminato da nemmeno due settimane e già tre politici sono finiti sotto scorta: il ministro all'Istruzione Azzolina, il vice ministro alla Salute Sileri e il governatore lombardo Fontana. Sono tre storie diverse, come diversi sono i profili "tecnici" che hanno portato alla decisione di tutelarli. Ma le loro vicende sono legate da un denominatore comune: la gestione dell'emergenza da Covid-19. Nelle rispettive funzioni Azzolina, Sileri e Fontana sono diventati "visibili" per le attività istituzionali che svolgono e si sono trasformati in "bersagli".
È vero - come spiegano dal Viminale - che si tratta "soltanto di misure cautelari e precauzionali", ma è altrettanto vero che la gravità delle minacce deve aver largamente travalicato il confine degli insulti se si è disposta la protezione dei tre politici. E nel governo la preoccupazione è forte, tanto che un suo rappresentante con accesso ai dossier della sicurezza si è lasciato sfuggire un "e ancora non abbiamo visto niente": "Il clima non aiuta - ha aggiunto - perciò è indispensabile che le risorse economiche stanziate giungano al più presto a destinazione.
Abbiamo presente il rischio della rabbia sociale". D'altronde le strutture preposte si erano mosse con largo anticipo, come testimoniarono all'inizio della pandemia due esercitazioni anti-sommossa di corpi speciali. Mentre il titolare dell'Interno Lamorgese, con direttive inviate ai prefetti e con interviste, anticipò a più riprese come "alle difficoltà nel mondo delle imprese e del lavoro potrebbero accompagnarsi gravi tensioni".
Busta con intimidazioni - Tensioni che ora si scaricano sulla politica, ma non solo. Se un tempo lo Stato fu chiamato a tutelare i giuslavoristi, ora è chiamato a tutelare gli epidemiologi. Fonti autorevoli raccontano infatti che "nei giorni scorsi" uno dei maggiori dirigenti dell'Istituto superiore di Sanità ha denunciato di aver ricevuto una busta con intimidazioni.
Affiorano molte punte dello stesso iceberg, e il ghiaccio di cui è composto ha una matrice comune: l'emergenza Covid e quanti sono sotto i riflettori mentre operano a vari livelli per contrastarlo. In queste ore si sono susseguiti attestati di solidarietà bipartisan verso chi è finito sotto scorta, e nel Palazzo i partiti si interrogano se si tratti di "violenza politica", di un "moto di rigetto post-ideologico" o di un "germe di ribellismo" che promette di colpire in modo indifferenziato maggioranza e opposizione al grido di "che ci state a fare lì". Il problema è che di fronte a questo virus la politica non sembra possedere gli anti-corpi per combatterlo, perché il linguaggio estremizzato che ha usato negli anni l'ha colta sprovvista di un lessico comune adeguato.
Tensioni per la crisi economica - Le armi verbali usate nella competizione ora si ritorcono contro l'intera comunità, senza eccezioni. Ed è vero che anche ieri sono stati lanciati appelli ad "abbassare i toni", come per esempio ha fatto il ministro degli Esteri Di Maio. Ma le parole rischiano di arrivare svuotate, prive di potenza, persino poco credibili se la tregua tra opposti schieramenti tarda a realizzarsi e nel frattempo scoppiano polemiche lunari com'è accaduto tra il sindaco di Milano e il governatore della Sardegna. Il Palazzo era già sotto pressione, ben prima che scoppiasse l'emergenza. Per dirla con un sottosegretario del Pd, "la tensione è ripresa dal punto in cui si era fermata con l'inizio della quarantena".
Ma il Covid-19 si è rivelato un formidabile acceleratore delle "tensioni" per effetto della crisi economica che ha provocato. Così la politica è finita sotto scorta post-pandemica, facendo scattare gli alert in ogni dove. Ce n'è la prova da quanto risulta al Copasir che riceve comunicazioni dall'intelligence, "impegnata a monitorare tutti i sistemi informativi".
Certo il web è ormai diventato il luogo più "attenzionato", ma Sileri ha trovato un biglietto sulla sua auto e Fontana è stato additato sui muri. Come accadeva in passato. E tutti, maggioranza e opposizione si augurano che questa non diventi la loro "new normal". Ma se il motto era "ne usciremo migliori", i segnali non sono buoni.
di Danilo Taino
Corriere della Sera, 28 maggio 2020
Si può ipotizzare che i governi democratici riscuotano in media maggiore fiducia dai cittadini di quelli autoritari e quindi siano più ascoltati: con il risultato che le loro politiche sono più efficienti. La cosa è ancora più vera - dice lo studio - nei Paesi con cultura poco individualista ma democratici, come Corea del Sud, Taiwan, Giappone.
La propaganda di Pechino sostiene che nella battaglia contro il coronavirus il modello di governo autoritario (il suo) ha funzionato meglio del modello democratico. Vero? Una parola definitiva su quale sistema sia stato più efficiente non si può ancora dare: solo alla fine della pandemia e dopo averne calcolato i costi umani ed economici si potrà forse dare un giudizio fondato.
Si può però già dire che la retorica del governo cinese e del presidente Xi Jinping è piuttosto forzata. Uno studio pubblicato dal Cepr (Center for Economic Policy Research) indica che nelle democrazie i cittadini hanno risposto meglio alle indicazioni dei loro governi di quanto non lo abbia fatto chi vive in regimi totalitari.
Il lavoro - realizzato da Carl Benedikt Frey, Cinchih Chen e Giorgio Presidente - è stato condotto su dati di111Paesi che vanno dagli inizi dei lockdown in febbraio fino a fine aprile e ha misurato le differenti risposte che le popolazioni hanno dato alle decisioni dei governi. Nel periodo, le misure di restringimento sono aumentate del 34% in media nei 111 casi studiati e la mobilità è calata di circa il14%: ma con grandi differenze tra Paese e Paese.
Il primo risultato, che tiene conto delle caratteristiche specifiche di ogni società, indica che per un uguale numero di persone infette le restrizioni al movimento sono state del 17% maggiori nei regimi autocratici. Il secondo risultato dice che, a pari livello di restrizioni, i Paesi democratici hanno registrato una riduzione della mobilità geografica, cioè un rispetto delle indicazioni, del 20% superiore. In altri termini, per avere lo stesso risultato i regimi autoritari hanno dovuto essere molto più restrittivi di quelli democratici. Anche considerando le differenze di numero delle forze di polizia messe in campo, lo studio ha stabilito che "la correlazione negativa tra autocrazia e mobilità declinante rimane statisticamente significativa".
Si può ipotizzare che i governi democratici riscuotano in media maggiore fiducia dai cittadini di quelli autoritari e quindi siano più ascoltati: con il risultato che le loro politiche sono più efficienti. La cosa è ancora più vera - dice lo studio - nei Paesi con cultura poco individualista ma democratici, come Corea del Sud, Taiwan, Giappone. Risultati da approfondire. Ma la narrativa di Pechino zoppica.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 28 maggio 2020
Una ferocia persino a prova di realtà. "Non sono quella Silvia Romano!!!", ha tentato di obiettare su Twitter una omonima della giovane cooperante rapita in Kenya. Si è vista rispondere con un imperturbabile "che tu lo sia o no...", e giù la solita solfa. Contumelie, infamie, minacce. Sui social, l'importante è detestare. Meglio, molto meglio se il bersaglio è donna. Sono tanto sconcertanti da meritare un'attenta riflessione politica i risultati di due ricerche parallele di Amnesty International Italia e di Vox-Osservatorio Italiano sui Diritti.
Nel mondo web, un terzo degli attacchi personali diretti alle donne influencer hanno natura sessista e il tasso di hate speech, di parole d'odio subite, è più del doppio rispetto agli uomini. Nel 2019 le donne hanno conquistato il podio come vittime di questo particolarissimo veleno della modernità, col 39% dei casi tra novembre e dicembre (e con un incremento molto forte: era il 27% tra marzo e maggio 2019). La riserva di furia e rancore che si è riversata su Silvia Romano al suo rientro in Italia si andava accumulando insomma già nei mesi precedenti in misura mai registrata prima.
Nel caso della volontaria milanese il Ros sta cercando di dare un'identità a una quarantina di "odiatori", ma il veleno intossica la popolazione attiva sulle tastiere dei pc senza grandi distinzioni di colore: nel mirino ci sono donne collocabili a sinistra, come Laura Boldrini e Teresa Bellanova, e a destra, come Giorgia Meloni e Daniela Santanché. Un caso a parte, vedremo, pare Liliana Segre, che accumula su di sé un triplo stigma agli occhi di taluni manganellatori digitali: donna-ebrea-antifascista.
Gianni Rufini, direttore di Amnesty International Italia, spiega come ad essere aggredita sia "la donna che si presenta come autonoma e libera nelle proprie scelte". Insomma, oggi come sessant'anni fa. La differenza sta solo in una verniciatina tecnologica al becerume italico. È ciò che emerge dal Barometro dell'odio, cinque settimane di ricerca seguendo 20 influencer (10 donne e 10 uomini di richiamo nella vita pubblica) con un'analisi di 42.143 post e tweet a loro riferiti: il 14% è hate speech.
Il repertorio lessicale contro le donne, rileva Amnesty, è come sempre ampiamente mutuato dalla zoologia: "zecca, scimmia, vacca, zoccola". La trasversalità dell'ignominia è tuttavia uno dei dati più vistosi anche per i ricercatori: "Oggi le carte sembrano essere in parte rimescolate. Non tanto o non solo perché i cosiddetti odiatori non stanno tutti da una parte (frequenti sono le ingiurie, le espressioni d'odio, le minacce rivolte da persone di sinistra a esponenti di destra, a seguito d'un livellamento dei registri d'odio che trasversalmente riguarda un po' tutti nei social media, come la grande produzione per diffusione di hate speech verso la "delatrice" Anna Rita Biagini ha dimostrato)".
Anna Rita Biagini è la bolognese che chiese l'intervento di Matteo Salvini contro presunti pusher al Pilastro da cui derivò l'infelice citofonata del leader leghista a una famiglia tunisina. Il rimescolamento, secondo Amnesty, dipende soprattutto dal fatto che chi "a destra produce linguaggio d'odio attribuisce agli altri la causa del fenomeno", "gli odiatori fanno le vittime accusando le loro vittime di essere i veri odiatori". Tra gli influencer seguiti dalla ricerca, Roberto Saviano subisce un 14,5% di hate speeche un 8,3% di attacchi personali, ma la Santanché lo supera alla voce hate speech (19,2%) e lo incalza come vittima di attacchi personali (6,5%).
Il top dei commenti sessisti (27%) è stato generato da un tweet in cui proprio la Santanché ringraziava la sua personal trainer per gli allenamenti. E tra i primi tweet bersaglio di sessismo ne troviamo un altro della parlamentare di Fratelli d'Italia, contro la violenza islamica sulle donne, uno della Meloni contro un corteo femminista, uno della Boldrini di solidarietà con la famiglia di Silvia Romano a un anno dal sequestro. Nell'avversione alla Boldrini è necessario ricordare però il viatico di leader di primo piano, come Beppe Grillo, che chiedeva ai suoi "cosa fareste in macchina con lei?", e Salvini, che portò su un palco elettorale una bambola gonfiabile "sosia" dell'ex presidente della Camera. I politici dovrebbero meditare: i social ne sono spesso solo un megafono.
Lo dimostra anche la Mappa dell'Intolleranza di Vox che, focalizzandosi su novembre e dicembre 2019, annota come l'odio contro le donne su Twitter "sia cresciuto e si sia ulteriormente polarizzato". Su un totale di 268.433 tweet estratti, 101.796 riguardano donne. Di questi 70.449 hanno polarità negativa. Dunque: una persona su due su Twitter sceglie le donne come argomento di cui parlare ma il 70% lo fa con intenti di odio. Nello stesso periodo in cui le donne arrivavano in cima alla classifica dei bersagli, è cresciuto di molto anche l'odio contro gli ebrei (+15%). A fare da catalizzatore, sostengono gli analisti di Vox, è stata appunto una donna ebrea, assai attaccata da certa narrazione: Liliana Segre. Sono proprio quelli i mesi delle minacce alla senatrice e della sua commissione contro l'odio contestata dalla destra. Difficile anche non vedere una sorta di avallo politico nei pestaggi web a Greta Thunberg, cui persino un paio di quotidiani hanno dedicato l'epiteto di "gretina", e alla "capitana" Carola Rackete.
Forse un po' a sorpresa, epicentro degli insulti Twitter sessisti è il Nord, con Milano e Bologna tra le città maggiori e una crescita di ferocia misogina nel triangolo Novara-Varese-Como. Ma il dato più raggelante è che il picco di odio sessista su Twitter è stato registrato il 25 novembre, nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Tre giorni prima era stata uccisa a Palermo la 95esima vittima di femminicidio del 2019, Ana Maria Di Piazza. Gli analisti di Vox spiegano che da anni la loro Mappa registra la concomitanza tra i femminicidi e l'acuirsi dei discorsi di odio sulle donne nei social. Come un'infame rivendicazione di genere.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 28 maggio 2020
Nuovo giro di vite contro dimostranti e oppositori. Tre anni di reclusione per i trasgressori. Oggi Pechino approva la contestatissima legge sulla sicurezza nazionale, alta tensione con gli Usa. La giornata di ieri e quella di oggi saranno forse ricordate come le più drammatiche e importanti per il futuro di Hong Kong.
Il mercoledì appena trascorso è infatti stato il momento in cui il Consiglio legislativo dell'isola ha completato la seconda lettura di un disegno di legge che rende un reato penale il mancato rispetto dell'inno nazionale cinese. Per i trasgressori, colpevoli di fischi o insulti in occasione di manifestazioni pubbliche, sono previste ammende fino a 5mila euro o, nei casi più gravi, 3 anni di prigione.
Oggi invece il Parlamento di Pechino dovrebbe licenziare la contestatissima legge sulla "sicurezza nazionale" che permetterebbe ai cinesi di intervenire direttamente in caso di proteste ad Hong Kong, svuotando di fatto l'attuale legislazione che consente una discreta autonomia ("un paese, due sistemi").
Verrebbe così represso qualsiasi sommovimento giudicato come secessione o sedizione. Il timore che si tratti della fine del regime speciale di Hong Kong ha già provocato violente proteste di piazza lo scorso fine settimana, un copione che si è ripetuto anche ieri. I manifestanti si sono dati appuntamento presso il palazzo del Consiglio legislativo (Legco) nel distretto centrale. La forte presenza di polizia antisommossa e barriere piene d'acqua hanno bloccato però la protesta che si è spostata in altre parti del centro.
Il traffico è stato bloccato sia nella Central che nella Causeway Bay. L'intervento dei reparti speciali non si è fatto attendere, è stato fatto largo uso di lacrimogeni e spray urticanti. Secondo un comunicato della polizia 180 persone sono state arrestate. Uguale sorte per altri 100 manifestanti che invece si erano radunati nel distretto di Mongkok e a Wan Chai. Per tutti l'accusa è di manifestazione non autorizzata e possesso di armi improprie.
Ma gli scontri di piazza impallidiscono di fronte al confronto sempre più muscolare tra Usa e Cina. Dopo le dichiarazioni dei vertici del Pc cinese che ha parlato di "nuova guerra fredda", martedì scorso è stata la volta di Donald Trump che durante una conferenza stampa alla Casa Bianca ha promesso sorprese per il fine settimana. Uno dei consiglieri per la Sicurezza, Mike O'Brien, si era spinto sul terreno di eventuali sanzioni in risposta all'attivismo cinese a Hong Kong, Trump invece non ha rivelato nulla invitando l'opinione pubblica ad aspettarsi "qualcosa di molto potente".
Il maggior timore di Washington è in realtà quello che Hong Kong cessi di essere un centro finanziario privilegiato nei suoi rapporti con gli Usa. In questo senso potrebbe essere incoraggiato un ritorno delle aziende americane in patria come ritorsione. Un'eventualità confermata dal consigliere economico del presidente, Larry Kudlow.
"Faremo il possibile per le spese totali e pagheremo i costi di trasferimento se riporteranno le loro catene di approvvigionamento e la loro produzione negli Stati Uniti", ha infatti affermato lo stesso Kudlow interrogato dalla stampa. Allo studio ci sarebbero già alcune proposte: agevolazioni fiscali e sussidi tra cui un potenziale "fondo di reintegrazione" per 25 miliardi di dollari, oltre nuove regole che disciplineranno le attività economiche di ritorno.










