di Eraldo Affinati
Il Riformista, 31 maggio 2020
Molti continuano a chiedersi come sia cambiata la scuola dopo la traumatica esperienza del Covid-19 e in quali forme possa tornare alla ripresa settembrina. Stiamo parlando dell'istruzione nazionale, da intendersi in senso esteso, quale sistema complessivo di elaborazione del patrimonio culturale nel passaggio mirato fra le varie generazioni. Insomma il futuro dei nostri figli, la loro coscienza, l'idea che ci facciamo degli altri e di noi stessi. Come spesso si dice: questa dovrebbe essere (il condizionale è d'obbligo) di gran lunga la questione più importante da porre all'attenzione pubblica. Perfino le brillanti insegne del Recovery fund, al suo cospetto, dovrebbero ingiallire. Qui di seguito riassumo dieci nuclei tematici emersi nel dibattito delle ultime settimane a mio avviso meritevoli di analisi e riflessione.
1. L'emergenza ha determinato una radicale modernizzazione tecnologica imponendo per causa di forza maggiore una didattica on line da molti auspicata negli anni scorsi, eppure finora mai realizzata almeno nelle dimensioni che abbiamo adesso conosciuto. Fare lezione a distanza implica nuovi meccanismi logici di trasmissione del pensiero e addirittura una modalità espressiva diversa. Urge una formazione digitale specifica rivolta a docenti e scolari.
2. L'esperienza della scuola a distanza è stata più corale rispetto a quella consueta. In particolare la cosiddetta lezione frontale, che vede il docente da solo al centro dell'aula come uno spartitore di traffico concettuale, croce e delizia di ogni istruzione di stampo classico, non potrà essere abolita, ma dovrà venire integrata con altre forme più laboratoriali in grado di coinvolgere meglio gli studenti nei processi di apprendimento.
3. Pare incontestabile l'insostituibilità della presenza fisica dell'insegnante e degli allievi riuniti in un medesimo luogo: aula o altro. Appena sarà possibile ripristinare questa condizione naturale, nel rispetto delle necessarie misure di sicurezza, la scuola potrà tornare ad essere davvero se stessa. Non l'attrezzato, obbligatorio e provvidenziale suo manichino, come è accaduto da marzo a maggio.
4. La didattica a distanza, quando è stata vissuta nella forma migliore, ha consentito di scoprire gli ingranaggi della valutazione con il risultato di superare la deleteria finzione pedagogica: far finta di spiegare, far finta di ascoltare. Lo spettro del virus, scardinando la struttura scolastica, ha finito per rendere più autentici i rapporti personali fra giovani e adulti, uniti dalla comune, seppur proporzionalmente diversa, vulnerabilità, spingendo il docente a percepirsi come dovrebbe: non il giudice che aspetta al traguardo i concorrenti per registrare chi vince e chi perde, bensì una guida amica ma autorevole impegnata a realizzare l'obiettivo stabilito.
5. La preannunciata esigenza autunnale di creare distanziamenti strategici in funzione anti-contagio porterà a scoprire e provare nuovi spazi didattici, all'interno della struttura scolastica, oppure al di fuori di essa, oltre i confini sempre più asfittici dell'aula ordinaria: ciò, se utilmente sperimentato, potrebbe rappresentare un'ulteriore spinta innovatrice.
6. Lo sconvolgimento del calendario ha talvolta smascherato l'anacronismo e la rigidità di alcuni vecchi schemi di studio: non tutti i contenuti risultano davvero imprescindibili. Da tempo si pensa di dover riscrivere i programmi scolastici anche rimodulandoli secondo ritmi e scansioni calibrate nell'ottica del ventunesimo secolo, lasciandosi alle spalle il concetto di classe chiusa che avanza compatta verso il diploma in tempi fissi. Potrebbe essere venuto il momento di farlo.
7. Il divario digitale emerso durante la pandemia è soltanto la punta di un iceberg, fra scuole e regioni all'avanguardia che marciano veloci su standard europei e altre zone del Bel Paese ancora bisognose di sostegno. In particolare nei mesi del confinamento sono rimasti spesso esclusi dal lavoro scolastico gli alunni disabili e molti ragazzi immigrati che soltanto grazie all'attività delle associazioni hanno potuto fare lezioni on-line.
8. La diseguale diffusione dell'epidemia nel territorio nazionale potrebbe comportare riaperture differenziate in base ai gradi di rischio che verranno accertati con la prevedibile conseguenza di accrescere le già forti autonomie degli istituti: anche questo è a giudizio di molti un fatto positivo.
9. La scuola on-line, oltre a comprimere le iniziative di alcuni alunni, ha incrementato quelle di altri: a volte i ragazzi più timidi, che in classe restavano in disparte, hanno partecipato in modo sorprendente anche agli occhi dei docenti, esprimendo attitudini a loro stessi ignote. Gli episodi di bullismo, a parte certi inediti teppismi informatici, sono diminuiti. Il che aggiunge legna al fuoco della discussione pedagogica.
10. Inutile negare che il periodo di interruzione coatta sia stato traumatico per i bambini e gli adolescenti. Anche i più inquieti e scalmanati, i quali all'inizio avevano festeggiato la chiusura delle scuole, a lungo andare hanno dovuto giocoforza ammettere che, restando a casa da soli di fronte al computer, si stavano annoiando. Il compito degli educatori dovrà quindi ripartire proprio da qui: se non dimenticheremo ciò di cui in molti abbiamo sentito la mancanza, rapporti sociali, promiscuità, animazione, sorrisi, abbracci e pacche sulle spalle, persino dalla tragedia del Covid-19 avremo imparato qualcosa.
Il Riformista, 31 maggio 2020
Aveva già perso quattro chili per il suo sciopero della fame. E oggi ha deciso di interrompere la sua protesta dopo aver ricevuto delle rassicurazioni sul suo caso dal carcere e dal Garante dei detenuti regionale. A. G., detenuto condannato dal 1996, quando aveva 23 anni, aveva detto "tanto vale lasciarsi morire" dopo che nei giorni scorsi le sue richieste non erano state accolte dal carcere di Secondigliano, Napoli.
A far sapere della fine dello sciopero è proprio il Garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello, che ha incontrato l'uomo nel carcere napoletano.
"Nel corridoio, quando stavo andando via, si è sollevato la mascherina e mi ha fatto vedere il suo sorriso", dice Ciambriello, il quale aveva già incontrato l'uomo nei mesi scorsi. A. A. era arrivato a Secondigliano a settembre dal carcere di Voghera. Nel carcere di Catanzato aveva conseguito il diploma di istruzione superiore da Geometra. E nel carcere Lombardo aveva cominciato gli studi in Scienze dell'Educazione. A Napoli aveva optato per continuare il suo percorso di formazione in Sociologia con la Federico II di Napoli. Il 26 maggio aveva così cominciato lo sciopero per due distinte problematiche. Una di tipo più spiccatamente organizzativo; la seconda di tipo sanitario.
"Sono 92 iscritti della Federico II a Secondigliano - ricostruisce Ciambriello - Un gruppo in alta sicurezza, accusati di reati del 416 bis; un'altra trentina detenuti comuni di media sicurezza che stanno nel reparto Mediterraneo. A questi avevamo fornito materiale come cancelleria, sedie, banchi. Essendo ergastolano, ex 41 bis, A. A. continua a stare nell'alta sicurezza e non poteva andare nella sezione dove sono organizzati i detenuti dell'alta sicurezza che studiano. Aveva così chiesto di utilizzare un pc per studiare". L'uomo aveva fatto arrivare il pc, acquistato dalla sua famiglia, che doveva essere modificato dalla stessa direzione per la chiusura delle porte Usb e l'installazione dei programmi consentiti, ma non gli era stato consegnato. Non avendo neanche un tutor era impossibilitato a consultare il materiale didattico.
"Essendo impossibilitato a consultare il materiale didattico, viene, di fatto, preclusa la possibilità di studiare - aveva lamentato Sandra Berardi, dell'Associazione dei diritti dei detenuti Yairaiha Onlus - infatti, alla data odierna, non ha potuto ancora sostenere nessun esame e ciò costituisce pregiudiziale ed un elemento demotivante che allontanano la persona dal personale progetto di crescita intellettuale e morale".
La seconda questione era invece di ordine sanitario. Trattandosi di un detenuto cardiopatico che soffre di una sindrome di apnee, aveva rifiutato anche l'assunzione di medicine salvavita per il divieto di utilizzare un ventilatore, acquistato presso l'istituto di Voghera previa prescrizione medica.
"Ho preso contatti con la delegata della Federico II e l'università si è attivata. Alla direzione del carcere ho chiesto di accelerare la pratica per l'utilizzo del pc e di comprarne altri per i detenuti, qualora fosse necessario", spiega Ciambriello, il quale ha anche sollecitato una verifica sulla eventuale illiceità del ventilatore in oggetto. Visto l'impegno e la visita del Garante, accompagnato dalla vice-direttrice dell'Istituto Masi, il detenuto ha deciso di interrompere lo sciopero della fame. "Ha avuto prova del nostro impegno e così ho comunicato la sua scelta di sospendere la protesta alla tutor Sandra Berardi. È dimagrito quattro chili ma le sue condizioni di salute sono buone". Nei prossimi giorni si continuerà a monitorare la situazione.
Il Garante ha sottolineato come di 796 studenti nelle carceri italiane 92 si trovano a Secondigliano, tutti iscritti alla Federico II, più un'altra ventina negli altri istituti della Regione. Gli iscritti nel carcere di Napoli Nord studiano scienze politiche, lettere, giurisprudenza, economia, scienze gastronomiche e per l'appunto sociologia. "Grazie alla regione, con la sensibilità dell'assessore Fortini, abbiamo speso già circa 10mila euro di materiale, libri, condizionatori, banchi sedie, toner per stampanti e altro materiale", aggiunge Ciambriello, sottolineando il valore della cultura e dell'istruzione nel percorso di riabilitazione carceraria.
"Da due anni, da quando è aperto il Polo Universitario del Mezzogiorno, abbiamo migliorato la situazione. Ringrazio perciò le università sensibili, i docenti che si mettono a disposizione gratuitamente, le direzioni degli istituti come Secondigliano, che ha firmato un protocollo con Federico II, Regione Campania Provveditorato e ufficio del Garante".
di Roberto Saviano
L'Espresso, 31 maggio 2020
Nel Mediterraneo si continua a morire per cercare di sbarcare sulle coste europee. Nell'indifferenza dell'opinione pubblica che prima si indignava.
Quello che accade oggi nel Mediterraneo è preoccupante e le cose non sono cambiate di molto rispetto a quando al Viminale c'era Salvini e il suo umore dettava l'umore del Paese eravamo tutti cani da guardia. Osservavamo attenti, nulla ci sfuggiva, pronti a difendere persone, principi, diritti. Ma quando tutto si normalizza, o quando tutto pare normalizzarsi è proprio lì, in quel momento - in questo momento - che dobbiamo alzare la guardia.
È proprio lì, in quel momento - in questo momento - che, pur se ci sembrerà di lottare contro i mulini a vento, dobbiamo prestare maggiore attenzione a ciò che accade. Mi rendo anche conto che dopo anni passati a schivare e incassare i colpi di una comunicazione schizofrenica e continua, lesiva della dignità di persone la cui unica "colpa" sarebbe stata quella di cercare un luogo dove vivere lontano da persecuzioni e fame, oggi ci sentiamo come graziati, tornati a una sorta di normalità.
Salvini ha ostentato un tale cinismo nell'affrontare male e senza costrutto il dramma dell'immigrazione che non poteva mancare una reazione uguale e contraria, che provasse a portare equilibrio e buonsenso. Ma ora? Come vanno le cose ora? Vanno male, malissimo. Gli sbarchi di migranti provenienti dalla Libia e più in generale dall'Africa continuano ininterrotti. Spesso non ne abbiamo notizia, come non ci arrivano le cifre che riguardano i naufragi e le morti in mare. Ma esiste un modo per capire quando le cose non funzionano: il silenzio. Meno si parla di un argomento, più questioni irrisolte ci sono.
E non c'è spazio per giustificazioni, non è possibile pensare che durante la pandemia i morti in mare siano tollerabili perché non c'è alternativa: una alternativa c'è sempre, solo che non viene mai prospettata. Nel Mediterraneo non ci sono più le imbarcazioni delle Ong che salvavano vite, che testimoniavano e davano informazioni.
Oggi tutto accade nel silenzio generale. E mentre in Libia la situazione è sempre più instabile, sulle coste italiane gli sbarchi continuano, a testimoniare che le imbarcazioni delle Ong non fungevano affatto da pull-factor, da fattore di attrazione, ma al contrario esiste un unico fattore di attrazione che è geografico ed economico.
Sergio Scandura, giornalista di Radio Radicale, continua a informarci ogni giorno su ciò che accade a sud del Sud. Scandura lo considero il corrispondente di Radio Radicale dal Mediterraneo e considero il Mediterraneo zona di guerra perché nel Mediterraneo si muore. Ma è una strana guerra quella che si combatte nel Mediterraneo, è una guerra che viene usata per fare campagna elettorale (fermiamo l'invasione!) o che viene ignorata (con la pandemia in corso, l'Italia ha smesso di essere un Place of Safety) e in mezzo, tra una fazione e l'altra c'è chi prova a fare informazione e si accorge che sulla pelle delle persone, che sulla pelle di persone che non hanno niente, che non hanno mezzi ma solo un pesante carico di disperazione, accade di tutto.
E così, come dice Scandura: chi sarebbero i cattivi, le autorità maltesi? Intendiamoci, buone non sono per niente, ma noi? E le autorità italiane che conoscono la posizione delle imbarcazioni in avaria ma se non entrano nelle aree di competenza non intervengono? Noi cosa saremmo? Noi da quale parte stiamo? Che ruolo ci spetta?
A Pasqua, mentre sui cieli italiani si libravano elicotteri con il compito di dissuadere le grigliate sui terrazzi, mentre monitoravano le spiagge per cacciare quell'unico passante solitario, in mare c'erano quattro gommoni alla deriva. Come lo so? Alarmphone ha dato l'allerta: c'erano 250 persone in mare su imbarcazioni in difficoltà e nessun soccorso. E poi ci sono i migranti costretti alla quarantena su imbarcazioni in mare: possibile che non si riesca a farli sbarcare? Possibile che le risorse che investite per la quarantena in mare non si possano utilizzare a terra?
Dalla Moby Zazà si è buttato a mare un giovane tunisino e nel tentativo di raggiungere la costa è morto; ha abbandonato l'imbarcazione al largo di Porto Empedocle ed è stato trovato senza vita sulla costa agrigentina. Come fa tutto questo a sembrarci normale? Ma com'è l'adagio? Ah sì: noi non dobbiamo parlarne perché se ne parliamo, se ci incazziamo, se denunciamo, portiamo voti ai sovranisti. E se non ne parliamo noi, chi lo fa? Chi se ne occupa? Intanto grazie a Scandura, grazie per la sua cronaca quotidiana dal Mediterraneo, mare in guerra.
di Anna Pozzi
Avvenire, 31 maggio 2020
Inizia domani la presentazione delle istanze per la regolarizzazione dei migranti e l'emersione del lavoro nero. Si andrà avanti poi sino al 15 luglio - come previsto dall'articolo 103 del decreto Rilancio una finestra entro la quale i datori di lavoro possono regolarizzare una situazione lavorativa irregolare (sia con cittadini italiani che con cittadini stranieri), mentre gli stranieri possono richiedere un permesso di soggiorno temporaneo di sei mesi.
"Si tratta di una risposta significativa alle istanze provenienti dalle istituzioni e dalla società civile, seppure con alcuni limiti sostanziali" sostiene il dottor David Mancini, magistrato della Dda dell'Aquila, esperto di tratta, sfruttamento e criminalità organizzata.
Perché questo provvedimento è così importante?
È la prima occasione in cui si accomuna, simbolicamente prima ancora che nei fatti, sotto il concetto di "emersione" dei lavoratori "invisibili" sia i migranti irregolari che gli italiani, gli uni e gli altri ugualmente sfruttati. E questo ha un valore straordinario rispetto alla mera "sanatoria" di migranti irregolari.
E tuttavia riguarda solo alcune categorie di lavoratori, sostanzialmente quelli agricoli e badanti e colf. Non è questo un limite grave?
È un vulnus della norma, una limitazione irragionevole e iniqua. È vero che i lavoratori stranieri stagionali in agricoltura sono le principali vittime di sfruttamento, spesso anche a causa della loro condizione giuridica. Lo stesso vale sovente per chi lavora nell'ambito dei servizi alla persona. Questa istanza però risponde innanzitutto a esigenze economico-produttive e all'interesse dei cittadini di veder soddisfatti alcuni loro bisogni, ma non presta la dovuta attenzione al tema più ampio e complesso dei diritti delle persone e del rispetto della dignità umana.
Insomma, pur partendo da un'esigenza di sanità pubblica, questa normativa sembrerebbe rispondere essenzialmente a un interesse di tipo economico-produttivo...
Infatti. La premessa riguarda l'emergenza coronavirus e la tutela della salute anche di persone che vivono in condizioni di precarietà e irregolarità. L'emersione dall'invisibilità è fondamentale anche per garantire una migliore tutela della salute personale e collettiva. Ma questo non può essere fatto solo attraverso la regolarizzazione della loro posizione lavorativa, se poi li si lascia vivere in ghetti insalubri e non si favoriscono reali processi di integrazione.
Un altro limite in questo senso non potrebbe essere la temporaneità del permesso di soggiorno per gli stranieri?
Questo aspetto mal si concilia con l'affermazione dei diritti fondamentali e con la loro generale valenza, ma anche con le esigenze sanitarie più ampie. O con la possibilità, ad esempio, di trovare un impiego in altri settori non previsti dalla normativa.
Il lavoro nero si traduce talvolta anche in situazioni di assoggettamento e privazione dei diritti fondamentali come la tratta...
Parliamo di persone che spesso si trovano in situazioni di grande vulnerabilità. È importante mettere in evidenza la sproporzione delle forze nel mondo del lavoro, dove c'è chi sfrutta e chi è sfruttato, chi abusa del proprio potere e chi è privato dei diritti più elementari, sino a pervenire a forme di asservimento ricadenti appunto nel fenomeno della tratta a scopo di sfruttamento lavorativo. Certamente dovranno essere garantiti i controlli per evitare tutti i possibili abusi.
Vede il rischio che le organizzazioni criminali ne traggano qualche vantaggio?
Il rischio esiste e anche il procuratore nazionale antimafia lo ha ribadito recentemente. Alle vulnerabilità già esistenti, infatti, se ne potrebbero assommare altre o potrebbero emergere nuovi interessi, con pratiche che sembrano rispondere alla legalità, ma di fatto la aggirano. L'articolo 103 del decreto Rilancio è un'iniziativa importante, ma non risolve il problema del contrasto alla criminalità organizzata. Del resto, è un tassello di un mosaico più complesso in cui dovrebbero combaciare molte altre tesserine.
di Giovanna Maria Fagnani
Corriere della Sera, 31 maggio 2020
Uno su cinque non ha il pc: con il progetto "Nessuno resti indietro" sostegno ai più deboli. Raccolta fondi e collaborazione con gli oratori. Se c'è una povertà particolarmente odiosa, è quella educativa, che trasferisce le disuguagliane sociali da una generazione all'altra. Studiare è una delle basi dell'ascensore sociale, la possibilità di migliorare il proprio stato, di generazione in generazione.
Ma ci sono studenti che, durante il lockdown, hanno sofferto molto più di altri la trasformazione della scuola in didattica a distanza. Nelle classi virtuali alcuni alunni sono rimasti quasi sempre assenti. Sono i figli delle famiglie più fragili economicamente e meno attrezzate culturalmente. Per questi ragazzi il divario digitale rischia di trasformarsi in abbandono scolastico.
A denunciarlo e a cercare di porre rimedio è il progetto "Nessuno resti indietro" lanciato da Caritas Ambrosiana. Durante la quarantena, l'ente ha svolto colloqui con un campione di responsabili dei 302 doposcuola parrocchiali della diocesi. Dalle loro testimonianze è emerso che un allievo su due tra i frequentatori dei servizi di "aiuto compiti" non riesce a seguire le lezioni a distanza. Uno su cinque non possiede un pc, un tablet o una connessione internet. Dagli stessi genitori può arrivare ben poco aiuto. A queste condizioni, imparare in remoto è praticamente impossibile. Stando all'ultimo censimento del 2016, sono circa 10 mila i ragazzi seguiti da oltre 5 mila volontari. La metà frequenta le primarie, il 34,2% le medie, solo il 10 il primo biennio superiori, periodo ad alto rischio di abbandono.
Il 13% soffre di dislessia o di altri disturbi dell'apprendimento. Oltre la metà (il 57,8%) è di origine straniera e proviene da famiglie che vivono la povertà nel 34,6% dei casi o la disoccupazione (26,1%). A inviare i loro figli ai doposcuola sono quasi sempre gli insegnanti (70%), perché fra parrocchie e istituti scolastici c'è stretta collaborazione. Ed è stato proprio dalle famiglie o ancora dagli insegnanti, che i responsabili dei doposcuola hanno scoperto subito la gravità del gap digitale. Tre gli obiettivi del progetto e della raccolta fondi: ridurre il divario tecnologico, prevenire la dispersione scolastica, garantire un supporto educativo oltre alla dotazione tecnologica, con l'aiuto di volontari e educatori sempre più formati anche sulla didattica in remoto.
Il progetto è partito questa settimana con 25 pc portatili forniti in comodato d'uso a giovani di famiglie numerose o mono-genitoriali in povertà. I pc sono stati acquistati grazie a una donazione di 10 mila euro di un'azienda. Ma l'idea è di raccogliere 100 mila euro e donare 200 computer. Questo permetterebbe di raggiungere potenzialmente una platea di mille minorenni, in vista anche del possibile prolungamento a settembre della didattica a distanza. I volontari dei doposcuola lavoreranno anche d'estate, in sinergia con gli oratori. "I responsabili dei doposcuola parrocchiali hanno da subito intuito e segnalato le gravi diseguaglianze che questi ragazzi stavano vivendo, insieme ad altre emergenze, come quella alimentare, che è stata la prima di cui ci siamo occupati", sottolinea il direttore di Caritas Ambrosiana Luciano Gualzetti. Per dare una mano si può consultare il sito caritasambrosiana.it.
di Marina Catucci
Il Manifesto, 31 maggio 2020
Da Minneapolis il movimento si allarga a decine di città. Due morti, un 19enne un agente. Vetrine in frantumi, incendi. La polizia picchia e arresta, gli autobus si rifiutano di portare i fermati in prigione
Minneapolis, manifestanti si inginocchiano davanti alla polizia. Prima Minneapolis, poi Louisville, New York, Los Angeles e Chicago, alla quarta notte di scontri le proteste si sono diffuse in tutti gli Stati uniti, da una costa all'altra e tutto quello che c'è nel mezzo, smettendo di essere proteste e diventando rivolta.
Quello che sta accadendo non si vedeva dagli anni 60, come ripetono i giornalisti e commentatori politici statunitensi ed è molto diverso da altre manifestazioni di Black Lives Matter viste a Ferguson, New York, St Louis e scaturite per la stessa ragione: l'uccisione di un afroamericano disarmato da parte di un poliziotto bianco. Quello che si è visto in tutte le città è stato uno scenario diverso per molti aspetti, non solo per la violenza della protesta che ha portato a incendiare macchine della polizia, cassonetti, innalzare barricate, ma per la non omogeneità razziale di questa protesta.
Questa trasversalità si era vista a New York, qualche anno fa, a seguito dell'uccisione di Eric Gardner che aveva portato migliaia di persone a marciare per le strade della città. "Non c'è bisogno di essere neri per sentirsi oltraggiati da questo omicidio", recitavano i cartelli, ma da una città così interconnessa e multirazziale come New York è difficile aspettarsi qualcosa di diverso.
Ora questo approccio è arrivato ovunque e mostra il cambiamento all'interno del movimento per i diritti civili degli afroamericani e il cambiamento della società americana in sé dove il sentimento di appartenenza di classe sembra essere diventato più forte di quello della divisione razziale. Nella notte durante gli scontri un autista newyorchese si è rifiutato di guidare l'autobus che doveva portare i fermati in questura, come ha fatto anche un suo collega di Minneapolis. Solidarietà alle manifestazioni è arrivata da soggetti inusuali come la comunità Amish, e a Minneapolis, dove tutto è partito, finora l'approccio delle autorità è stato di ascolto e comprensione. Potrebbe cambiare nelle prossime ore.
Durante la notte a Minneapolis l'ordine di coprifuoco è stato ignorato, nuove vetrine sono andate in frantumi, altri stabili sono stati dati alle fiamme. La mattina seguente mentre i cittadini scendevano in strada per ripulire le strade che si presentavano come uno scenario post apocalittico, la senatrice ed ex candidata presidenziale Amy Klobuchar, il governatore Tim Walz e il sindaco di Minneapolis Jacob Frey, hanno tenuto diverse conferenze stampa per chiedere ai cittadini di restare in casa, che l'arresto del poliziotto che ha ucciso George Floyd è solo l'inizio di un processo di giustizia.
Hanno parlato di infiltrati che la senatrice Patricia Torres Ray ha definito "terroristi e suprematisti bianchi infiltrati per creare scontro. Vengono da fuori, vogliono confondere e intossicare gli attivisti. Distribuiscono alcool. Ci sono tattiche, un piano. Noi siamo una città progressista e di attivisti, io lo sono e so riconoscere un agitatore infiltrato".
Per la stessa ragione Walz ha dichiarato che la guardia nazionale verrà impiegata nelle strade per mantenere la calma durante il coprifuoco e ha chiesto agli attivisti locali di non uscire. Pochi minuti dopo il procuratore generale William Barr ha rilasciato una dichiarazione opposta, dicendo che "i facinorosi sono antifascisti di sinistra e non saremo tolleranti". In molte città, anche senza la guardia nazionale, gli scontri fra manifestanti forze dell'ordine ci sono già stati: a New York la polizia ha affrontato brutalmente le manifestazioni di Brooklyn che sono durate tutta la notte spostandosi in zone sempre più residenziali. Atlanta, Detroit, Oakland e Portland sono state tra le piazze più difficili.
A Portland i manifestanti hanno fatto irruzione e devastato il Multnomah County Justice Center, che ospita il carcere e il distretto di polizia. Il sindaco Ted Wheeler ha dichiarato lo stato di emergenza e indetto il coprifuoco dalle 20 di oggi. A Detroit un ragazzo di 19 anni è stato ucciso da colpi di arma da fuoco sparati da una macchina contro la folla. Seguendo la stessa prassi ad Oakland un agente di sicurezza federale è stato ucciso e un altro è rimasto ferito fuori dal tribunale a causa di colpi sparati da una macchina.
Ad Atlanta uno scontro molto brutale tra la polizia e manifestanti è avvenuto alla sede della Cnn, in uno stabile che ospita anche un commissariato di polizia. Una delle maggiori firme legali della città, Lawrence Zimmerman, ha fatto sapere che lo studio difenderà pro bono gli attivisti arrestati durante gli scontri. Le proteste sono arrivate fino alla Casa bianca, entrata in lockdown mentre fuori dai cancelli avvenivano scontri violenti con lanci di transenne tra manifestanti e servizi segreti. Mentre la rivolta si diffonde in decine di città, il Pentagono ha fatto il raro passo di ordinare all'esercito di mettere diverse unità di polizia militare in servizio, pronte a schierarsi a Minneapolis, per cominciare.
di Vittorio Ferla
Il Riformista, 31 maggio 2020
"Essere nero in America non dovrebbe essere una sentenza di morte", ha detto il sindaco democratico di Minneapolis, Jacob Frey, commentando l'assurda violenza razziale che ha ucciso George Floyd. Come lui la pensano centinaia di manifestanti che, ormai da quattro notti, protestano contro la brutalità della polizia. Chiedono giustizia per George Floyd, l'uomo di colore di 46 anni, ucciso a Minneapolis da Derek Chauvin, un ufficiale di polizia bianco che gli ha schiacciato il ginocchio sul collo per diversi minuti, bloccandolo a terra, fino a soffocarlo. Ieri Chauvin è stato arrestato e messo sotto custodia dagli investigatori che seguono il caso. In passato era stato già coinvolto in episodi di violenza gratuiti.
Le proteste si sono diffuse in tutta la città. Migliaia di persone hanno dato fuoco a un distretto di polizia e ad altri edifici. Nella vicina St. Paul, la polizia ha affrontato i manifestanti con i gas lacrimogeni. Più di 170 imprese sono state danneggiate o saccheggiate e la Guardia Nazionale del Minnesota è stata mobilitata in entrambe le città. Una troupe della Cnn, guidata dal giornalista Omar Jimenez, è stata arrestata dalla polizia locale e poi rilasciata ieri mattina con tanto di scuse all'emittente da parte del governatore del Minnesota, Tim Walz. Nel frattempo le manifestazioni riempiono le strade a Denver, in Colorado, a New York City, a Memphis, nel Tennessee, a Phoenix, in Arizona, e a Columbus, in Ohio.
Non è la prima volta per l'America. Perfino l'Alto Commissario dell'Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet, dice basta agli omicidi degli afroamericani e chiede agli Stati Uniti di agire per fermare gli abusi della polizia. Nel 2014 era già toccato a Eric Garner, morto nello stesso modo di Floyd durante un fermo avvenuto a Staten Island, New York. Nel 1992 una rivolta simile era scoppiata a Los Angeles a fine aprile dopo l'assoluzione di quattro agenti della polizia di Los Angeles per il pestaggio di Rodney King, ripreso e diffuso su tutti i canali tv. In quel caso, il presidente George H. W. Bush fu costretto a schierare due divisioni di militari per ristabilire l'ordine. Ma 63 persone restarono uccise, con più di duemila feriti e 12mila arresti.
Circa 25 anni prima, un'altra rivolta era scoppiata a Detroit, dopo che, nella notte del 23 luglio 1967, la polizia locale aveva fatto irruzione in un club senza licenza e aveva arrestato 82 afroamericani. Nei giorni successivi le proteste misero a ferro e fuoco la città, provocando 43 morti, più di mille feriti, oltre 7mila arresti. Per ricordare i fatti di Detroit, nel 2017, la regista Kathryn Bigelow ha realizzato un film che ricostruisce la vicenda di tre giovani afroamericani uccisi dopo una notte di torture da tre agenti della polizia locale.
Negli Stati Uniti, la polizia è gestita a livello statale, non federale: molto spesso gli agenti sono membri di spicco di piccole comunità, un po' sceriffi da far west, un po' guida morale del luogo. E se è vero che il Minneapolis Police Department ha già licenziato gli agenti coinvolti nella morte di Floyd e che Chauvin è stato arrestato, non è affatto detto che, visti i precedenti, la giustizia faccia il suo corso. Ecco perché, dal 2013, il movimento Black Lives Matter - che significa: "le vite dei neri hanno un valore" - con il motto I can't breathe - "non posso respirare", l'ultimo rantolo di supplica pronunciato dal povero Floyd - lotta contro l'oblio che circonda la morte dei cittadini afroamericani e contro l'impunità di cui ancora gode la polizia.
E che fa in tutto questo Donald Trump? Nessun commento agli episodi di brutalità della polizia contro i neri. Viceversa un tweet incendiario contro i manifestanti: "Questi criminali stanno disonorando la memoria di George Floyd - ha scritto - e non lascerò che ciò accada". Infine la minaccia: "Qualsiasi sia la difficoltà assumeremo il controllo ma, quando cominciano i saccheggi, cominciamo a sparare". Twitter ha poco dopo nascosto il post ufficiale della Casa Bianca, perché rappresenta una "glorificazione della violenza" che vìola le regole per la pubblicazione sulla piattaforma. Ma è solo l'ultimo episodio di un conflitto acerrimo.
Proprio giovedì Trump ha emesso un ordine esecutivo che toglie a Twitter e agli altri social media lo scudo penale per i contenuti postati sulle loro piattaforme e che, secondo Trump, servirebbe a tutelare la libertà di parola contro la censura. Ancora una volta, con un tweet che ricorda Floyd e invita a condurre proteste pacifiche, Melania Trump ha cercato di mettere una pezza all'ennesimo eccesso del marito. Ma, come al solito, non basterà.
di Umberto De Giovannangeli
globalist.it, 31 maggio 2020
Il governo italiano si prepara ad approvare la vendita di 6 fregate, di una ventina di pattugliatori navali, di 24 cacciabombardieri Eurofighter e 24 aerei addestratori M346 all'Egitto di al-Sisi.
La "commessa del secolo". La "commessa della vergogna". Altro che fare marcia indietro. Si rilancia, e alla grande. Altro che verità e giustizia per Giulio Regeni e per i tanti giovani come lui fatti fuori dal regime del presidente-generale Abdel Fattah al-Sisi. Il governo italiano si prepara ad approvare la vendita di 6 fregate, di una ventina di pattugliatori navali, di 24 cacciabombardieri Eurofighter e 24 aerei addestratori M346 all'Egitto del presidente al-Sisi.
Una "commessa del secolo" che per l'Italia non ha soltanto un valore commerciale e industriale. L'iniziativa è partita dal Cairo, che ha espresso una manifestazione di interesse per le fregate della Fincantieri. L'azienda ha subito informato il governo italiano per avere l'autorizzazione ad andare avanti. E ha fatto presente di avere due navi già varate, la Spartaco Schergat e la Emilio Bianchi, destinate alla Marina. Potrebbero essere convertite agli standard di approntamento egiziani in tempi rapidi. Media italiani specializzati, come gli italiani Analisidifesa.it e Startmag.it e il libanese Sdarabia.com, hanno ipotizzato la fornitura di altre quattro fregate da costruire, e una ventina di pattugliatori da realizzare in parte in Egitto.
La "commessa della vergogna" - Il Mef ha dato il via libera alla vendita delle Fremm, ma nei partiti che sostengono il governo Conte si levano voci contrarie. Lia Quartapelle, capogruppo Pd nella Commissione Esteri, ha sostenuto che "finché le autorità egiziane non collaboreranno per arrivare a un accertamento processuale regolare su chi ha rapito, torturato e ucciso Giulio e sui mandanti, non si può considerare l'Egitto come un paese con cui intrattenere normali relazioni tra alleati. Qualsiasi iniziativa sensibile, che implichi fiducia, condivisione di valori, comunanza di idee, deve essere attentamente valutata". "Garantire l'approvvigionamento di armi a un paese come l'Egitto ci fa perdere credibilità", ha detto Erasmo Palazzotto, di Leu, il partito del ministro della Salute, Roberto Speranza. E l'eurodeputato M5S, Fabio Massimo Castaldo, ha detto che è "necessario mandare un chiaro segnale: export di armi da bloccare, veramente e immediatamente".
Fincantieri docet - Voci importanti, ma isolate. Perché, a quanto risulta a Globalist, dopo un confronto incrociato di fonti diplomatiche e analisti militari, al di là di "perplessità" espresse dalla Farnesina, l'ok è cosa fatta. Una conferma viene dall'amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono, che in un'audizione al Senato aveva fatto riferimento alla fornitura all'Egitto: "Stiamo definendo gli ultimi dettagli e questo sarà un successo per il Paese".
Tornando alle autorizzazioni per nuove licenze, che costituiscono il dato politico saliente, i numeri evidenziano immediatamente alcune decisioni altamente problematiche. Il Paese destinatario del maggior numero di licenze risulta infatti essere l'Egitto con 871,7 milioni (derivanti in particolare dalla fornitura di 32 elicotteri prodotti da Leonardo spa) seguito dal Turkmenistan con 446,1 milioni (nel 2018 non era stato destinatario di alcuna licenza). Al terzo posto si colloca il Regno Unito con 419,1 milioni complessivi. Fra le prime 10 destinazioni delle autorizzazioni all'export di armi italiane nel 2019 troviamo 4 Paesi Nato (2 dei quali anche nella UE) insieme a 2 dell'Africa Settentrionale (l'Algeria oltre al già menzionato Egitto), 2 asiatici (Corea del Sud insieme al già citato Turkmenistan) ed infine Australia e Brasile. Complessivamente il 62,7% delle autorizzazioni per licenze all'export ha come destinazione Paesi fuori dalla Ue e dalla Nato.
Per quanto riguarda le imprese, ai vertici della classifica delle autorizzazioni ricevute troviamo Leonardo Spa con il 58% seguita da Elettronica spa (5,5%), Calzoni srl (4,3%), Orizzonte Sistemi Navali (4,2%) e Iveco Defence Vehicles (4,1%). Le importazioni totali registrate sono state pari a 214 milioni di euro, per il 68% con origine negli Usa e per il 14% provenienti da Israele (va notato che in queste cifre non compaiono gli import da Ue e area economica europea non più soggetti a controlli Uama).
"Riteniamo gravissimo e offensivo che sia stata autorizzata la vendita di un così ampio arsenale di sistemi militari all'Egitto sia a fronte delle pesanti violazioni dei diritti umani da parte del governo di al-Sisi sia per la sua riluttanza a fare chiarezza sulla terribile uccisione di Giulio Regeni. Chiediamo al Governo di riferire il momento del rilascio di tali autorizzazioni per stabilirne la paternità e comunque di sospendere ogni trattativa di forniture militari in corso finché non sia stata fatta piena luce dalle autorità egiziane sulla morte di Regeni", denunciano Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace.
"In appena quattro anni il valore dell'export militare italiano verso il regime di al-Sisi è centuplicato. Tra le vendite che spiegano l'ultimo valore - rimarca Francesco Vignarca di Rete Disarmo, ci sono 32 elicotteri: Lo scrive la stessa Presidenza del Consiglio. Di questi 24 sarebbero Aw149 e il resto Aw189, elicotteri per operazioni di Search & Rescue, ma che possono anche trasportare truppe ed essere armati. Se sono per uso civile, allora perché chiedere l'autorizzazione militare?
Da tempo l'Egitto si sta riarmando. Il Paese è al centro di una regione instabile. Le sue forze armate devono far fronte alle minacce del terrorismo, soprattutto nel Sinai; alle tensioni nella vicina Libia, dove da anni si combatte una feroce guerra civile; alle mai sopite tensioni con l'Etiopia, con al centro la controversia legata alla Grande diga del Millennio e alla possibile riduzione della portata del Nilo.
In Egitto è però in corso anche una durissima repressione interna. Dopo il colpo di Stato che nel 2013 ha portato al potere il generale al-Sisi, si è assistito a un'azione durissima contro tutte le forze di opposizione, in particolare della Fratellanza Musulmana, partito molto forte che minaccia e ha minacciato il potere dei militari (di cui il presidente è espressione). Ciò ha comportato numerose violazioni dei diritti umani. Il caso Regeni e quello di Zaky ne sono due esempi eclatanti che toccano da vicino il nostro Paese.
Stato di polizia - Elicotteri, fregate, armi leggere. Destinati a nno Stato di polizia in cui i "desaparecidos" si contano ormai a migliaia. E più della metà dei detenuti nelle carceri lo sono per motivi politici. Per contenerli, il governo ha dovuto costruire 19 nuove strutture carcerarie. Il generale-presidente esercita un potere che si ramifica in tutta la società attraverso l'esercito, la polizia, le bande paramilitari e i servizi segreti, i famigerati Mukhabarat, quasi sempre più di uno. Al-Sisi si pone all'apice di un triangolo, quello dello Stato-ombra: esercito, Ministero degli Interni (e l'Nsa, la National Security Agenc.) e Gis (General Intelligence Service, i servizi segreti esterni). Se lo standard di sicurezza si misurasse sul numero degli oppositori incarcerati, l'Egitto di al-Sisi I° sarebbe tra i Paesi più sicuri al mondo: recenti rapporti delle più autorevoli organizzazioni internazionali per i diritti umani, da Human Rights Watch ad Amnesty International, calcolano in oltre 60mila i detenuti politici (un numero pari all'intera popolazione carceraria italiana): membri dei fuorilegge Fratelli musulmani, ma anche blogger, attivisti per i diritti umani, avvocati...Tutti accusati di attentare alla sicurezza dello Stato. Lo Stato di polizia all'ombra delle Piramidi.
Sotto la presidenza al-Sisi e col pretesto di combattere il terrorismo, migliaia di persone sono state arrestate arbitrariamente - centinaia delle quali per aver espresso critiche o manifestato pacificamente - ed è proseguita l'impunità per le amplissime violazioni dei diritti umani quali i maltrattamenti e le torture, le sparizioni forzate di massa, le esecuzioni extragiudiziali e l'uso eccessivo della forza. Dal 2014 sono state emesse oltre 2112 condanne a morte, spesso al termine di processi iniqui, almeno 223 delle quali poi eseguite. La legge del 2017 sulle Ong è stata il primo esempio delle norme draconiane introdotte dalle autorità egiziane per stroncare la libertà di espressione, di associazione e di manifestazione pacifica.
La legge consente alle autorità di negare il riconoscimento delle Ong, di limitarne attività e finanziamenti e di indagare il loro personale per reati definiti in modo del tutto vago. Nel 2018 sono state approvate la legge sui mezzi d'informazione e quella sui crimini informatici, che hanno esteso ulteriormente i poteri di censura sulla stampa cartacea e online e sulle emittenti radio-televisive. Con questo regime della tortura e dell'insabbiamento della verità sull'assassinio di Stato di cui è stato vittima Giulio Regeni, l'Italia si appresta a festeggiare la "commessa del secolo". Una sola parola: Vergogna.
di Vittorio Giacopini
Left, 31 maggio 2020
Kenneth Reams è stato condannato a morte per rapina nel 1993 quando aveva 18 anni. La sentenza arrivò dopo un processo che presentava numerose incongruenze. Da allora non smette di lottare contro le storture di un sistema carcerario e punitivo profondamente razzista.
"Negli ultimi 25 anni, ho sopportato la vita in isolamento, con lo stress mentale ed emotivo di dover affrontare la morte. Nonostante ciò, e contro ogni previsione, sono riuscito a riabilitarmi e a crescere. Ho fatto male da ragazzo, non sono innocente. Ma non ho mai ucciso". Sono le prime righe della lettera aperta di Kenneth Reams detenuto nel braccio della morte di una prigione nordamericana dall'età di 18 anni. È stato il più giovane detenuto in attesa di pena capitale in Arkansas.
Quella che Kenneth e i suoi amici mi hanno raccontato al telefono è una storia di speranza e resilienza, ma anche un esempio delle contraddizioni che affliggono la società americana e il suo sistema carcerario. È una storia che ci pone degli interrogativi, mettendoci di fronte all'inaccettabilità della perdita forzata di una vita umana, che sia per mano di un comune criminale o da parte dello Stato nel suo tentativo di affermarsi e legittimarsi. È una storia che ci costringe anche a riflettere sulla differenza fra pena e vendetta, e sulla nostra capacità di accettare la riabilitazione di un condannato.
Il 5 maggio 1993, a Pine Bluff (Arkansas), piccola cittadina considerata tra le più pericolose degli Stati Uniti, Kenneth, insieme al suo amico Alford, decide di compire una rapina. La loro giovane vita fino a quel giorno era stata definita dalla povertà, dalla violenza e dalla mancanza totale di opportunità. I soldi rubati dovevano servire a comprare il mantello e il tocco per la cerimonia del diploma. Ma gli eventi prendono una strada diversa, Alford spara accidentalmente un colpo ed è così che un furto da 50 dollari si trasforma in un omicidio. Alford Goodwin, autore materiale dell'assassinio, ha accettato un accordo con la procura, si è dichiarato colpevole ed è stato condannato all'ergastolo. Kenneth Reams, in macchina al momento dello sparo, ha scelto di andare a processo ed è stato condannato alla pena di morte tramite iniezione letale.
L'iter giudiziario presentava fin da subito grosse lacune. L'avvocato d'ufficio che seguiva centinaia di casi, tra cui altre cinque sentenze capitali, non ha chiamato alla sbarra né gli esperti né i testimoni chiave. La giuria era composta da undici bianchi su dodici, dopo che tre afroamericani furono ricusati senza che la procura si sia dovuta giustificare, come lo prevede il sistema americano di selezione del collegio di giudici popolari. Nel novembre 2018, infine, è stata revocata la pena di morte perché il caso è stato dichiarato incostituzionale.
La cella dove Kenneth è stato rinchiuso per tutta la sua vita da adulto è una scatola di cemento buia, grande come un posteggio auto, composta da un gabinetto, da una doccia che non riesce a regolare e da un materasso appoggiato su una branda di cemento. Gli è concesso uscire un'ora al giorno all'aria aperta per fare esercizio in uno spazio ancora più angusto della sua cella. Racconta che molti detenuti rifiutano questo loro "diritto" poiché li fa sentire come animali nella gabbia di uno zoo. Non sono permessi contatti umani, se non per l'assistenza sanitaria e le visite. La colazione e il pranzo vengono serviti alle 2 di notte e alle 9 del mattino. La maggior parte dei detenuti, per colpa di questo trattamento disumanizzante e di questo dover "vivere" nell'attesa dell'esecuzione (un quarto dei reclusi nel braccio della morte muore di cause naturali dopo decenni di incarcerazione), cedono psicologicamente, spegnendosi lentamente o dando segni di squilibrio mentale. La sua voce profonda e quieta contrasta con gli echi della prigione. Abbiamo venti minuti cronometrati prima che la sua unica telefonata settimanale si esaurisca.
Puoi raccontarci la quotidianità fra le mura di un carcere di massima sicurezza statunitense?
I miei giorni scorrono come scorre la mia mente. Non c'è un giorno che assomigli all'altro. Ho delle attività quotidiane come l'esercizio fisico, la meditazione, provo anche a leggere il più possibile. Tutte quante servono alla mia crescita personale e spirituale. Certi giorni creo arte, altri scrivo poesie, altri ancora rispondo ad un'intervista come oggi. Vedi, ci sono tanti elementi, ma non ho nessun tipo di routine da portare avanti, come fanno di consueto molte persone nella società civile. Sai, ti alzi ad un'ora precisa ogni mattina, vai al lavoro, torni dal lavoro, dedichi del tempo alla tua famiglia e ai tuoi bambini. La mia vita in isolamento non me lo permette. A volte mi sveglio alle tre del mattino, altre vado a letto alle due.
La tua passione per l'arte è nata fra le mura della cella. Negli ultimi anni, hai realizzato più di cinquanta opere, fra poesie, installazioni, sculture, disegni e pitture. Chi si avvicina alle tue creazioni non può che rimanere colpito dalla loro forza denunciatrice. Mi sovviene l'immagine del tuo dipinto dove le strisce rosse della bandiera americana finiscono con dei cappi ad uno dei quali è stato impiccato un afroamericano e il tuo modellino di sedia elettrica realizzato interamente con bastoncini di gelato. Affermi che la tua arte non riguarda te stesso, ma temi più ampi come la pena di morte, la disumanità della vita in isolamento, i fallimenti del sistema di giustizia penale americano, e le discriminazioni razziali. Qual è il contributo dell'arte alla tua capacità di resilienza?
La mia arte è totalmente centrata sulla libertà. E per libertà intendo che ho impugnato il pennello per sbloccare le porte della mia cella. Riguarda tutte le forme di libertà. La libertà di creare. La libertà di pensare. La libertà di essere semplicemente in movimento. La mia arte non ha una fonte di inspirazione, la mia arte è libertà pura.
L'idea secondo la quale negli Usa le ingiustizie giudiziarie siano strettamente legate alla questione razziale percorre la quasi totalità delle tue opere. Approfondiresti questo concetto per noi.
Negli Stati Uniti, la commedia della morte si è sempre incentrata attorno a due elementi chiave: la vendetta e il razzismo. Questo vale fin dall'inizio della storia degli Stati Uniti e resta valido tutt'ora. Perché il mio è solo uno dei tanti casi di ingiustizia giudiziaria che esistono in questo Paese. Se guardi la composizione razziale della popolazione americana, vedrai che su un totale di 320 milioni di abitanti, ci sono circa il 30% di afroamericani. Però se osservi le statistiche, ti rendi conto che solo un maschio bianco su 17 può aspettarsi di andare in prigione durante la sua vita, a fronte di un afroamericano su tre (come emerge dai dati del Bureau of justice statistics - Bjs - del 2013) Se pensi che questo non sia razzismo o sei ingenuo o sei cieco. Questo si ripercuote sull'intera società. Se sottrai una fetta così importante della popolazione, in prevalenza maschile, di una comunità, ad un certo punto crei degli squilibri enormi, una vera voragine.
Assieme alla piaga del razzismo, le carceri americane si stanno confrontando con il problema del sovraffollamento. Un Paese che rappresenta solo il cinque per cento della popolazione globale, ma che conta quasi un quarto dei detenuti di tutto il mondo, appare chiaro che abbia un sistema giudiziario fondato sulla carcerazione. Cosa si evince dall'interno?
Ho passato più della metà della mia vita in isolamento, intrappolato nel sistema giudiziario. Ho avuto l'opportunità di osservarlo attentamente. Si presume che il carcere serva a punire e a riabilitare. Però, qui, non è quello che io ho visto, non è quello che io ho capito, non è quello che io ho imparato. Ciò che ho constatato io, è che è tutto una mera questione di soldi. Di quanti guadagni loro sono capaci di fare. E quando dico "loro", intendo le corporazioni. Ecco cosa ho imparato durante tutti questi anni. Ciò che stanno facendo non viene regolato e così queste corporazioni sono libere di fare pressioni sui politici per promulgare leggi che permettono di pronunciare sentenze ingiuste, contro persone che vengono ingiustamente rinchiuse, e che devono ingiustamente trascorrere tempo in carcere.
In che modo le corporazioni che evochi lucrano sulla pelle dei carcerati?
Per le corporazioni non c'è un unico modo per fare soldi: più c'è gente incarcerata, più ci sono guadagni. Quando sono arrivato in carcere, nel 1993, era il periodo di attuazione della legge californiana dei Three strikes: commetti tre reati e veni incarcerato per il resto della tua vita. Questo è nient'altro che un modo di rinchiudere più facilmente la gente per fare ancora più soldi. Così le lobby si arricchiscono. Lo fanno in modi diversi. Per esempio, ci sono delle aziende che sono specializzate nella produzione di scarpe per i carcerati: più gente è rinchiusa e più scarpe possono vendere. Stessa cosa per le compagnie telefoniche che fanno soldi con le chiamate dei carcerati ai loro familiari: più gente è rinchiusa e più ci sono chiamate da fatturare. E poi i prezzi non hanno niente a che vedere con quelli praticati nella società civile. Fuori una chiamata di quindici minuti non costa venti dollari, qui in carcere sì. Fuori una caramella non costa un dollaro e cinquanta centesimi, qui in carcere sì. Per farti un esempio, circa un anno fa, ho realizzato un'opera d'arte riciclando imballaggi che avevo accumulato. Confezioni di caramelle, di merendine e buste di patatine. Le ho assemblate tutte assieme per parlare del come queste compagnie esterne fanno soldi sugli indigenti (due terzi della popolazione carceraria americana vive sotto la soglia di povertà, dati Bjs 2013). È un business colossale e non si ferma qui. Prendi il caso dei giubbotti antiproiettile. Non c'è bisogno che le guardie ne siano dotate: non si spara mai a nessuno in carcere. Ciò nonostante, le compagnie sono riuscite a stipulare dei contratti con il sistema penitenziario. Ecco un ennesimo modo in cui fanno soldi. Ed è così che il sistema funziona. C'è un'organizzazione che si chiama Alec (una lobby ultraconservatrice evangelica accusata in più occasioni di suprematismo bianco), è una corporazione che raggruppa diverse aziende che fanno pressioni in modo da incoraggiare la promulgazione di leggi, così da mantenere la gente in carcere e quindi poter fare i maggiori profitti possibili. Così dissezionano la società, ancora e ancora, sempre di più.
Due anni fa, un docu-film che narra la tua storia - Free man, di Anne-Frédérique Widmann - è stato presentato in numerosi festival di cinema per i diritti umani, le tue opere sono state esposte in diverse mostre in giro per l'Europa e gli Stati Uniti, la tua campagna "Who Decide?" contribuisce a sensibilizzare l'opinione pubblica statunitense contro la pena di morte, e il tuo comitato di sostegno "Free Kenneth" moltiplica le iniziative a favore della tua liberazione, quali sono i prossimi passi?
Personalmente, continuerò a sforzarmi ad evolvere ogni giorno per elevare la mia individualità, provando a capire i grandi principi della vita, come la pace, la felicità, l'amore e provando a capire come io mi relaziono al mondo. È un percorso quotidiano per diventare una persona migliore. Riguardo la battaglia giudiziaria, la prossima tappa consiste nel lottare per convincere l'Arkansas ad aprire gli occhi. È un caso molto complicato in cui non si capisce esattamente cosa sia necessario per spingere lo Stato a porre attenzione sulla mia vicenda. Però è allo stesso tempo un caso molto semplice perché è chiaro che non ho ucciso nessuno ed è altrettanto chiaro che ho subito un'ingiustizia, ma che per una ragione o un'altra, il sistema non vuole fare la cosa giusta. È il motivo principale per il quale faccio questa intervista, provare ad attirare l'attenzione sull'ingiustizia del mio caso.
di Fabio Tonacci
La Repubblica, 31 maggio 2020
L'inferno del centro libico di Zintan, documentato da un filmato girato pochi giorni fa da uno dei migranti detenuti. Ci sono circa 500 rifugiati eritrei ed etiopi che vivono in condizioni disperate, con poca acqua, poco cibo e zero protezioni anti-Covid. Non ci sono mascherine, non è possibile il distanziamento sociale (dormono in celle anguste in cui devono stare in 20-25) e non hanno acqua per lavarsi. Di recente si sono aggiunti altri 200 migranti - sudanesi, somali, egiziani e nigeriani - intercettati dalla guardia costiera libica mentre cercavano di attraversare il Mediterraneo.
La drammatica testimonianza di Kidane, uno dei 700 ospiti del campo a sud ovest di Tripoli. "Costretti a dormire in 24 in una cella di sei metri quadrati, è impossibile difenderci dal virus". A 160 chilometri a sud-ovest di Tripoli c'è un non luogo dove Kidane (il nome è di fantasia ndr)e altri cinquecento eritrei ed etiopi sono rinchiusi da un anno e nove mesi. Sono richiedenti asilo con bisogno di protezione internazionale, registrati dall'Alto Commissariato Onu per i rifugiati come tali. Eppure, come tali, incredibilmente abbandonati. Sospesi nel niente. E stanno morendo uno dopo l'altro.
Non sanno quando usciranno, non sanno se usciranno, hanno già visto 25 persone crollare a terra e morire di fame, stenti e tubercolosi. Come se non bastasse, sono assediati dal Covid-19, che non ha risparmiato la Libia precipitata da mesi nella guerra civile. Ma in questo non luogo nel distretto di Al-Jabal al-Gharbi che risponde al nome di "Centro governativo di Zintan" non esiste possibilità di difesa dal virus. Non c'è acqua per lavarsi, non c'è sapone, non ci sono mascherine e il distanziamento sociale è impossibile anche solo da immaginare. "Dormiamo in ventiquattro in una cella due metri per tre", racconta Kidane, eritreo di 30 anni, uno dei pochissimi detenuti che ha il cellulare. Due metri per tre, cioè sei metri quadrati. Ventiquattro persone. "Sì sì, hai capito bene...", ripete. Kidane è anche riuscito a girare un breve filmato nel cortile del Centro di Zintan, dove l'unico riparo dal sole bollente è un coperchio di latta.
Quanti siete precisamente?
"Fino a pochi giorni fa eravamo 442, tra eritrei e somali. Ora sono arrivate altre 200 persone, che avevano tentato di raggiungere l'Europa via mare ma sono state catturate dai libici".
Com'è la situazione?
"Disperata. E siamo terrorizzati dal Covid-19: non sappiamo se qualcuno dei nuovi arrivati è infetto, o se lo siamo noi. Ogni giorno entrano ed escono dal Centro sei guardie libiche, che vengono ad osservarci, non ci dicono niente e non ci danno informazioni".
Personale dell'Organizzazione mondiale per le migrazioni, all'inizio dell'epidemia, è entrato per spiegarvi quali precauzioni prendere.
"Sì, certo. Ci hanno detto di lavarci spesso le mani. Solo che non abbiamo il sapone, e l'acqua per l'igiene personale, che è salata, è scarsa. Mascherine? Non so nemmeno come sono fatte. Siamo talmente tanti, sporchi e abbandonati a noi stessi, che dobbiamo solo pregare che il virus non entri mai. Altrimenti moriremo tutti".
Da quanto è nel centro di Zintan?
"Da un anno e otto mesi, dal settembre del 2018. Sono arrivato in Libia nel giugno del 2017, fuggendo dalle persecuzioni e le torture che avvengono nel mio Paese. Sono finito a Zintan, dove l'Unhcr (l'Alto Commissariato Onu per i rifugiati, ndr), che qui è composto da personale libico, mi ha registrato come richiedente asilo. Pensavo che fosse la fine dell'incubo, perché loro sono l'Onu...".
Non sa quando uscirà? L'Unhcr cosa vi ha comunicato?
"Nessuno ci dice niente, non c'è speranza. L'unico supporto che abbiamo è quello dei ragazzi di Medici Senza Frontiere, che vengono a portarci medicinali e acqua da bere. Senza di loro, avrei visto morire più di 25 persone".
Vi danno da mangiare?
"Le autorità libiche ci portano una piccola porzione di pasta bollita, senza alcun condimento, due volte al giorno. Abbiamo una bottiglia d'acqua dolce che siamo costretti a condividere in dieci".
E dove dormite?
"Ci sono due sezioni: nella prima 8 celle, nella seconda 14 celle. Ma lo spazio è ridottissimo, da soffocare. Dobbiamo dormire avvolti in coperte sudicie e ammassati a gruppi di venti".
Le guardie libiche vi picchiano?
"A volte è capitato, ma non così di frequente come in altri centri di detenzione dove torturano la gente. Ma stiamo lo stesso morendo, di paura e di fame. È come essere all'inferno. Vi prego, fate qualcosa per noi...".
La comunicazione si interrompe, il segnale è debolissimo. Mentre Kidane parlava si sentiva qualcuno che alzava la voce, come se stesse litigando. "Zintan è uno dei centri ufficiali di detenzione più disumani in Libia", chiosa l'avvocato Giulia Tranchina, dello studio legale londinese Wilson Solicitors. "È diretto dalle autorità di Tripoli, che ricevono i finanziamenti dell'Unione Europea, gestiti proprio dall'Italia. Le autorità di Tripoli costringono centinaia di esseri umani a vivere in condizioni disperate, e sono responsabili dei 25 morti di Zintan. Il tutto nell'impotenza delle agenzie Onu".
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