di Dino Frambati
Avvenire, 19 maggio 2020
Sta scontando la pena per aver diffamato un giudice. Il Procuratore generale della Corte di Cassazione ha invitato i colleghi delle Corti di appello a chiedere la scarcerazione per tutti i detenuti che devono scontare meno di tre anni, quindi non mi spiego perché Carlo sia ancora in carcere".
Preoccupata per il rischio di contagio da Covid in cella, una madre chiede demenza per il figlio. Carlo Carpi, imprenditore ed ex candidato sindaco di Sanremo, è detenuto a Marassi dal 1° luglio 2019: sta scontando la pena di un anno e 10 mesi per calunnia, diffamazione e stalking nei confronti di un magistrato genovese.
La mamma, Maria Gabriella Tassara, non entra nel merito della vicenda giudiziaria, delicata e complessa, ma si limita a lanciare un appello umanitario dettato dai rischi dell'emergenza sanitaria, che "si manifesta in modo evidente all'interno delle carceri, dove non è possibile mantenere la distanza di un metro tra detenuti prescritta dalla legge".
Per questo chiede che vengano concessi al figlio gli arresti domiciliari. Finora il Tribunale di sorveglianza ha detto no, perché ritiene che Carpi possa reiterare il reato di diffamazione. Non è bastato proporre il divieto di comunicare con terze persone: i giudici ritengono che la prescrizione possa essere facilmente elusa. Ma di fronte a questa obiezione la signora Tassara, assistita dall'avvocato Marco Mensi, sottolinea la volontà "collaborativa" del figlio, che si è costituito dopo la condanna e "pur non condividendola, ha sempre rispettato la sentenza della Corte d'appello di Torino".
La donna definisce quelli commessi dal figlio "reati di opinione", cui si è aggiunta una "forma di stallcing determinata da pochi incontri avvenuti a Genova in zone di pubblico passaggio". Condotte che a suo giudizio non sono tali da impedire la sua scarcerazione in coincidenza con la pandemia. E aggiunge di essere "molto perplessa nel vedere scarcerati e trasferiti ai domiciliari altri detenuti" che si sono macchiati di delitti molto gravi.
Ci sarebbe anche un altro aspetto da chiarire. Il Tribunale di sorveglianza, rileva la madre di Carpi, "continua a attribuire rilevanza alla diagnosi di disturbo bipolare della personalità del detenuto fatta dallo psicologo del ministero della Giustizia, quando invece l'équipe psichiatrica che presta servizio nel penitenziario ha in seguito escluso ogni disturbo di natura psichiatrica, ritenendo che Carlo sia completamente sano e rifiutando la sua presa in carico proposta dalla direzione del carcere". Per la liberazione di Carpi, un anno fa, era stata lanciata una petizione popolare. Ora si è levata anche la voce di una mamma in ansia.
Il Cittadino, 19 maggio 2020
Conosce da vicino la vita segnata da regole e limitazioni della libertà. Perché quando ha deciso di mettersi in proprio e di creare dal nulla la pizzeria con asporto, veniva da dieci anni di lavoro come magazziniere nel carcere di Lodi. Con un'esperienza e professionalità da cuoco e la voglia di mettersi in gioco, ha deciso che doveva tentare di fare di più per garantire alla sua famiglia un futuro diverso, che con il lavoro part-time non poteva garantire.
Lathach Hassen è tra gli imprenditori del settore ristorazione che stanno vivendo la tanto attesa fase due. La sua pizzeria Smeraldo, in viale Italia, è uno dei punti di approdo della geografia del commercio del quartiere di San Bernardo. "Negli ultimi mesi abbiamo provato a dare il nostro contributo - ha spiegato ieri mattina, all'aperto, sul marciapiede davanti all'attività, con mascherina e guanti - e abbiamo portato le pizze, come gesto di solidarietà, a medici e infermieri dell'ospedale Maggiore. Abbiamo ricevuto tanto affetto e apprezzamento in cambio, anche sui social, è stato bello. Lo abbiamo fatto perché volevamo renderci utili e fare qualcosa". E non è stato un caso isolato: in più occasioni, dal forno di viale Italia 88, sono partite decine di pizze per i sanitari impegnati tutto il giorno nella lotta contro il Covid. "Nell'ultimo periodo abbiamo tenuto aperto il venerdì, il sabato e la domenica - spiega Hassen, che ha ideato la ricetta del cous cous lodigiano - da oggi siamo aperti anche la mattina e vediamo come va. La speranza è di tornare alla normalità quanto prima".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 19 maggio 2020
Don Resmini, scomparso a 67 anni il 23 marzo scorso a causa del Covid-19, è stato per oltre trent'anni cappellano della casa circondariale di Bergamo ed è ricordato come un sacerdote in prima linea su tutti i fronti di lotta alla marginalità sociale e alla tossicodipendenza.
Aveva fondato la comunità per minori don Milani di Sorisole, e il suo camper Esodo era una presenza costante alla stazione ferroviaria di Bergamo dove offriva pasti caldi ai poveri e alla senza fissa dimora.
"Non riusciamo a parlarne al passato, era un punto di riferimento per tutti" afferma Teresa Mazzotta, direttrice dell'istituto penitenziario e promotrice, insieme a due parlamentari bergamaschi, Maurizio Martina ed Elena Carnevali, della richiesta al Ministro della Giustizia di intitolare al religioso la casa circondariale.
Proposta accolta con entusiasmo dal ministro Alfonso Bonafede che nella nota di risposta scrive: "Don Fausto Resmini era più che un semplice cappellano, era un punto di riferimento per l'intera comunità di Bergamo e per chi ha avuto la fortuna di incontrarlo sulla propria strada. Una guida morale, un padre spirituale, un uomo sempre pronto all'ascolto e al dialogo".
Il vuoto lasciato dal sacerdote, amato da tutta la comunità carceraria, ha trovato espressione in una lettera scritta, subito dopo la sua morte, dal personale di Polizia Penitenziaria in servizio nel carcere bergamasco e che il Guardasigilli ha voluto riportare nella nota in cui accoglie la proposta: "Caro Don Fausto, per gli anni che hai dedicato a questo istituto penitenziario, per noi sei sempre stato un punto di riferimento: nel quotidiano, nell'emergenza, nei momenti di lutto e di buio, nei momenti di festa e di gioia".
"Non appena la situazione sanitaria lo permetterà - conclude il Guardasigilli - voglio visitare Bergamo e l'istituto che sarà intitolato a don Fausto, per esprimere vicinanza agli agenti e a tutti gli operatori. Mi piace pensare che questo, seppur semplice atto, sia un modo per far continuare a vivere l'esempio di don Fausto".
di Cristin Cappelletti
open.online, 19 maggio 2020
Al-Sisi approfitta del Coronavirus per imporre un altro giro di vite. "Non possiamo riportare indietro Giulio Regeni, ma possiamo far emergere la verità", ha dichiarato Di Maio. Ma su questa verità pesa quasi un miliardo di esportazioni: un business a cui l'Italia non sembra disposta a rinunciare.
Sono passati più di 100 giorni dall'incarcerazione di Patrick Zaki, lo studente dell'università di Bologna prelevato all'aeroporto del Cairo lo scorso 10 febbraio e rinchiuso in una delle prigioni della capitale egiziana. Cento giorni in cui gli appelli delle organizzazioni internazionali sono caduti nel vuoto. Nell'Egitto di al-Sisi è quasi impossibile ricevere una risposta.
Il 17 maggio un altro attacco alla libertà di informazione è arrivato con l'arresto, e poi scarcerazione su cauzione, di Lina Attalah, direttrice del giornale indipendente Mada Masr. L'accusa? Aver condotto inchieste delicate e aver criticato il governo per la gestione dell'emergenza Coronavirus.
In tutto il mondo, dal Brasile all'Ungheria, il diffondersi della pandemia ha offerto un'occasione ai governi autoritari per consolidare il loro controllo sulle strutture politiche e amministrative statali. Lo sa bene il presidente egiziano al-Sisi che il 6 maggio ha approvato una serie di emendamenti che conferiscono a lui e alle agenzie di sicurezza dello Stato pieni poteri aggiuntivi come la sospensione delle lezioni nelle scuole e nelle università e la messa in quarantena di chi torna dall'estero.
Queste modifiche includono anche poteri allargati per vietare incontri pubblici e privati, proteste, celebrazioni e altre forme di riunione. Il governo ha definito le misure necessarie per combattere il vuoto legale portato dalla pandemia. Tuttavia, solo cinque dei 18 emendamenti sono chiaramente correlati alla salute pubblica e i nuovi poteri possono essere utilizzati ogni volta che viene dichiarato uno stato di emergenza, ha chiarito Human Rights Watch.
La legge garantisce alle forze armate il potere giudiziario su tutti i governatori, consegnando di fatto all'esercito le chiavi di un controllo sempre più stretto e severo sulla vita privata e pubblica dei cittadini. Ora l'apparato militare ha il diritto di arrestare e indagare i cittadini, poteri prima limitati alle forze di sicurezza e ai pubblici ministeri.
La crociata del "Faraone" contro giornalisti e attivisti
Arresti, imprigionamenti, sparizioni forzate sono stati inflitti a un numero sempre più crescente di dissidenti politici negli ultimi mesi. Il 15 maggio le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nella casa di Haisam Hasan Mahgoub, giornalista di punta ad Al-Masry Al-Youm. Mahgoub è accusato di terrorismo, come confermato dall'avvocato Karim Abdelrady, che ha denunciato una "campagna brutale" contro i giornalisti nel Paese.
Come Patrick Zaki, il giornalista è stato accusato di sostenere gruppi terroristici nel Paese e di diffondere notizie che minacciano la sicurezza nazionale. Il 14 maggio anche il fotografo Moataz Abdel Wahab è stato arrestato con le stesse accuse. Mentre il 2 maggio scorso lo youtuber e regista di video satirici Shady Habash è morto nella stessa prigione di Patrick Zaki. Era stato arrestato nel 2018 dopo aver girato un video di Ramy Essam, uno dei simboli della rivoluzione di Pazza Tahrir.
Il caso della morte di Giulio Regeni, poi, è ancora aperto: a poco più di quattro anni dall'assassinio, la procura di Roma chiede - ormai da mesi - che il Cairo proceda ad indagare i cinque agenti del Nsa che nel nostro paese sono indagati per omicidio, sulla base degli elementi raccolti in Egitto. Sono state inviate già tre rogatorie e l'ultimo incontro tra le due procure è di gennaio scorso. Ma non ci sono passi avanti.
Il business italiano nella vendita di armi - Il sistema di sorveglianza ulteriormente rafforzato grazie alla pandemia, si tiene in piedi anche con l'espansione dell'apparato militare grazie all'import di materiale proveniente dai Paesi europei. Ed è proprio l'Italia ad aver approfittato della stretta del presidente Morsi, a partire dal colpo di Stato del 2013, sulle libertà individuali. Secondo la relazione governativa annuale sull'export di armamenti presentata al parlamento pochi giorni fa, e ottenuta da Rete Disarmo, è l'Egitto il primo recipiente tra i Paesi non europei e fuori dalla Nato dell'export italiano di armi. Con il regime di al-Sisi, nel solo 2019, l'Italia ha chiuso affari per un valore di 871,7 milioni di euro in armamenti: dagli elicotteri ai carri armati.
Ma l'Egitto non è il solo Paese autoritario a cui l'Italia ha fornito armi. Subito dietro c'è il Turkmenistan, la Nazione del dittatore Gurbanguly Berdimuhamedow con cui il governo italiano nel 2019 ha firmato contratti per un valore di 446,1 milioni. "Su Regeni, non possiamo riportare indietro Giulio ma possiamo far emergere la verità", ha dichiarato il 17 maggio il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ospite della trasmissione Che tempo che fa. Ma su questa verità pesa quasi un miliardo di esportazioni e armamenti e un business che per l'Italia, anche di fronte all'uccisione di un suo connazionale, sembra irrinunciabile.
L'Osservatore Romano, 19 maggio 2020
"I dati sull'avanzare del Covid-19 nelle carceri sono allarmanti. Auspichiamo che vengano prese, al più presto possibile, misure volte a limitare il contagio e i decessi": è quanto chiedono, in un messaggio diffuso in questi giorni, i vescovi brasiliani seriamente preoccupati per le condizioni spesso disumane delle carceri, per la difficile situazione dei detenuti, delle loro famiglie e degli operatori penitenziari, a causa dell'aggravarsi nel Paese della pandemia.
Il Brasile, infatti, secondo gli ultimi dati forniti dalla John Hopkins University, è il Paese sudamericano con il più alto numero di persone contagiate, oltre duecento quarantunomila, e con sedicimila centoventidue decessi. Sin dall'inizio della pandemia, la Commissione pastorale per l'azione sociale della Conferenza episcopale ha richiamato l'attenzione sulla possibilità che il coronavirus trovasse terreno fertile all'interno del sistema carcerario, a causa delle già precarie condizioni igienico-sanitarie, del sovraffollamento, della mancanza di prodotti di pulizia e della precarietà dell'assistenza medica.
Analoga situazione - avverte una nota - si registra all'interno delle carceri femminili, dove "oltre alla precarietà e alla violenza comune nei penitenziari maschili", si moltiplicano le violazioni dei diritti: "La carenza di assistenza sanitaria per le donne incinte e quelle che allattano, la brusca separazione dai figli, l'assenza di biancheria adatta, le restrizioni imposte alle visite dei familiari che suscitano nelle detenute un vero e proprio senso di abbandono".
In Brasile, viene osservato, "la reclusione femminile, in proporzione, ha una percentuale maggiore di quella maschile: secondo il ministero della giustizia, tra il 2000 e il 2016 la popolazione carceraria femminile è cresciuta del 69% per cento", rendendo "sempre più precarie le condizioni di sopravvivenza delle detenute".
Per questa ragione, la pastorale carceraria brasiliana ha lanciato un questionario on line anonimo rivolto ad agenti penitenziari, coordinatori e operatori pastorali, familiari di detenuti sulla condizione delle donne nelle carceri. Il mese scorso circa trentamila detenuti sono stati scarcerati per evitare il rischio di contagio massiccio da coronavirus nelle prigioni, tutte sovraffollate, dopo una serie di denunce ed evasioni.
Attualmente, più di settecentomila persone sono rinchiuse nelle carceri. Il ministro della giustizia ha raccomandato l'isolamento interno dei detenuti contagiati e la sospensione delle uscite per quelli in regime di semi-libertà, per evitare che possano ammalarsi all'esterno.
Secondo la piattaforma di monitoraggio per casi confermati e sospetti del Dipartimento penitenziario nazionale, sono stati registrati, fino al 5 maggio scorso, nel sistema penale brasiliano, 535 casi accertati, 316 sospetti e 22 decessi, alla luce di 2.158 tamponi tra la popolazione carceraria.
Da qui, la richiesta dei vescovi alle autorità affinché facciano proprie le proposte che la pastorale carceraria ha presentato nella sua lettera aperta e, in particolare, che siano prese misure concrete, come l'isolamento di persone arrestate, per prevenire un'epidemia di Covid-19 nelle carceri brasiliane, che venga garantita dignità alle persone, ponendo fine alle condizioni disumane che generano tanta sofferenza e malattie, che siano adottate serie misure clinico-epidemiologiche preventive.
I vescovi brasiliani sono consapevoli del fatto che la pandemia sta peggiorando una situazione già di per sé drammatica, aggravata anche dalla chiusura di oltre 100 carceri all'interno del Paese. Non solo, i presuli elencano una serie di criticità che ruotano attorno al sistema penitenziario brasiliano: il 60 per cento dei detenuti è in attesa di processo per reati di proprietà; difficoltà nel relazionarsi con i familiari; impossibilità a ricevere le visite dei familiari e di sottoporsi a controlli medici; maltrattamenti.
Infine, i presuli sottolineano che nella società brasiliana "circa l'80 per cento delle persone infette presenta sintomi lievi come l'influenza, tuttavia nelle carceri la situazione è piuttosto diversa, a causa del basso livello di immunità, derivante dalle condizioni di vita degradanti dei detenuti".
Giornale di Sicilia, 19 maggio 2020
Si chiama "Chiamata alle Arti" il progetto che vede in campo centinaia di nonne e mamme di Ragusa pronte a cucire a casa propria migliaia di mascherine da dare in dono alla comunità. Insieme a loro anche i detenuti del carcere di Ragusa che ultimano il lavoro fatto da queste donne, grazie alla macchina da cucire donata da un commerciante del posto. E così si "cuciono" le sinergie per diventare un unico pezzo di "stoffa" che avvolge la collettività intera, in un rapporto che riesce anche a coinvolgere da vicino il carcere.
"Questi momenti di vera bellezza ci hanno riempito di gioia e soddisfazione dando ulteriore senso al progetto già carico di scambi sorprendenti, di inaspettate e positive vibrazioni, di genuinità d'animo e di nonne e mamme che si mettono a disposizione per donare mascherine anche al carcere, ricevendo dal carcere la piena disponibilità a realizzarne a loro volta altre da donare alla collettività - evidenza Fabio Ferrito, presidente dell'associazione Ci Ridiamo Sù - La direttrice dell'istituto e gli agenti penitenziari, i vari collaboratori e gli ospiti della struttura ci hanno fin da subito dimostrato come in un istituto di riabilitazione si possa davvero respirare un'aria di comunità attenta ai bisogni di tutti. E quando si mette entusiasmo e cuore tutto accade con semplicità. Uno scambio meravigliosamente umano".
Il comandante responsabile dell'Area Sicurezza della Penitenziaria, dirigente aggiunto Chiara Morales, sottolinea l'importanza dell'interazione con l'esterno: "I detenuti hanno accolto con grande entusiasmo l'idea di confezionare mascherine da donare a chi ha bisogno, c'è stata da subito una naturale intesa tra detenuti, operatori penitenziari ed i ragazzi di Ci Ridiamo Sù, i vari promotori, i volontari. Ci hanno coinvolti, con la loro travolgente voglia di fare, in questo splendido progetto, che diventa un vero e proprio ponte tra il mondo "dentro il carcere" e il mondo "fuori dal carcere".
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 19 maggio 2020
Si chiamerà "governo di unità nazionale" la formula di compromesso per cercare di far fronte al caos. Un esempio di pragmatismo politico che perpetua difficoltà gigantesche, ma almeno per il momento impedisce che la situazione degeneri ulteriormente.
In Afghanistan si chiama "Governo di unità nazionale" la formula di compromesso per cercare di far fronte al caos. Un esempio di pragmatismo politico che perpetua difficoltà gigantesche, ma almeno per il momento impedisce che la situazione degeneri ulteriormente.
Lo scorso 9 marzo, sia Ashraf Ghani che Abdullah Abdullah in due paradossali, separate ma parallele, cerimonie d'investitura a Kabul si erano entrambi auto-proclamati presidenti, lasciando il Paese diviso e nella totale incertezza sul futuro. La mossa seguiva mesi di polemiche furibonde dopo le elezioni di settembre, quando il presidente Ghani veniva accusato di brogli dal suo contendente diretto e partner come capo dell'esecutivo del governo dimissionario Abdullah. I due avevano già trovato una formula compromissoria di convivenza in seguito alle contestate elezioni del 2014. Promettevano di non perpetuarla.
Eppure, proprio l'urgenza generata platealmente dal coronavirus rimarca quanto la politica non possa latitare, specie nei momenti di grave crisi. Occorre scegliere, trovare soluzioni. E in Afghanistan i problemi non mancano. Vanno decise subito le strategie da adottare di fronte all'accordo tra l'amministrazione americana e i Talebani, che da fine febbraio stabilisce il ritiro graduale delle truppe Usa assieme agli alleati Nato.
Kabul è chiamata a negoziare con i Talebani, uno scenario destinato a rimettere radicalmente in discussione gli equilibri post-conflitto 2001. Però la violenza non scema, come dimostra anche l'attentato martedì scorso nel reparto maternità dell'ospedale di Kabul, che ha provocato la morte di 24 tra neonati, madri e infermiere. Oltre il 55% dei 36,6 milioni di afghani vive sotto la soglia di povertà di un dollaro al giorno. E il virus miete vittime senza controllo. Adesso Ghani resterà presidente e Abdullah dirigerà l'Alto Consiglio per la Riconciliazione Nazionale per il dialogo con i Talebani.
di Daniele De Luca
estremeconseguenze.it, 18 maggio 2020
Un colloquio consentito, forse, da qui a fine giugno e volontariato ancora tenuto fuori. Sono 110 i detenuti positivi al Covid-19 e 204 il numero delle persone che lavorano negli istituti penitenziari tra i casi accertati come positivi. Tra questi 28 sono del personale sanitario, sei di quello amministrativo e 170 operatori della Polizia penitenziaria. Sono gli ultimi dati forniti dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Due gli agenti di polizia penitenziaria morti per il virus.
Gazzetta Ufficiale, 18 maggio 2020
Disposizioni attuative del Decreto-legge 25 marzo 2020, n. 19, recante misure urgenti per fronteggiare l'emergenza epidemiologica da Covid-19, e del Decreto-legge 16 maggio 2020, n. 33, recante ulteriori misure urgenti per fronteggiare l'emergenza epidemiologica da Covid-19.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 18 maggio 2020
Come Volontariato nell'ambito della Giustizia abbiamo cercato tempestivamente di avanzare le nostre proposte rispetto alla Fase 2 nelle carceri, e abbiamo ritenuto utile, come primo passo, chiedere al Garante Nazionale di confrontarsi con le associazioni che la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia rappresenta, proprio in considerazione del fatto che l'Ufficio del Garante fin dall'inizio della pandemia ha dato una informazione puntuale e dettagliata sulla situazione nelle carceri e nell'area penale esterna.
- "Andare oltre il carcere è questione di dignità"
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