di Chiara Saraceno
La Repubblica, 4 maggio 2020
Non è vero che siamo tutti uguali di fronte al Covid 19. Non lo siamo rispetto al rischio di contagio, perché alcune professioni e condizioni di vita espongono più alcuni di altri. Riguarda, ovviamente, le professioni sanitarie, ma riguarda anche le commesse, gli addetti alle pulizie delle strade, alla raccolta dei rifiuti, i trasportatori, tutti coloro, con professioni non prestigiose e pagate relativamente poco, che nelle settimane della chiusura hanno continuato a lavorare in "presenza".
Non siamo uguali neppure di fronte all'esperienza del "restiamo in casa", non solo perché qualcuno la casa non ce l'ha, ma anche perché "casa" si declina molto diversamente e per qualcuno significa vivere stretti, talvolta in situazioni precarie. "Stare in casa" significa una costrizione insopportabile per il 41% dei bambini e ragazzi che vive in abitazioni sovraffollate, con disagi che spesso si sommano ad altri.
Non siamo uguali neppure di fronte alla perdita di reddito e al rischio di povertà provocati dalla chiusura di gran parte delle attività produttive. Qui le disuguaglianze sono molteplici. I più a rischio sono i giovani, vuoi perché avevano più spesso contratti temporanei o precari, vuoi perché stavano per entrare nel mercato del lavoro quando tutto si è chiuso.
Come era già successo con la lunga crisi finanziaria iniziata nel 2008 e non ancora conclusa, sono le generazioni più giovani le più colpite e quelle che porteranno più a lungo le ferite. Sono più a rischio di non rientrare al lavoro le donne degli uomini, perché l'apertura selettiva delle attività produttive riguarda settori a prevalenza maschile e perché la persistente chiusura dei servizi sociali, educativi e delle scuole pone molte lavoratrici di fronte alla antica necessità di decidere tra lavorare fuori casa o rimanere a casa senza stipendio.
Ma sono anche più a rischio molte categorie di lavoratori autonomi rispetto ai lavoratori dipendenti (a tempo indeterminato) e, tra questi, più quelli nel settore privato che nel pubblico. A più rischio di tutti sono coloro che lavoravano solo nell'economia informale, non per vocazione all'evasione fiscale, ma per mancanza di alternative.
Il lockdown, lungi dall'aver ridotto le disuguaglianze, le ha allargate, aggiungendovene di nuove come paradossale, ma non inaspettata, conseguenza di scelte pubbliche per fronteggiare la pandemia. Il forte aumento della povertà assoluta - quella che comporta l'impossibilità di mettere insieme il pranzo con la cena, di far fronte alle bollette, all'affitto - e le caratteristiche dei "nuovi poveri", evidenziati da osservatori come la Caritas e altri soggetti che in queste settimane hanno cercato di fronteggiarla, mostrano quanto incidano queste molteplici disuguaglianze.
Rendono ancora più inaccettabile il ritardo con cui gli aiuti sono programmati e ancora di più resi effettivamente disponibili, la loro frammentazione categoriale che continua a distinguere tra più, meno o affatto "meritevoli" di aiuto, nonostante non vi sia alcuna responsabilità individuale in quanto è accaduto e anzi i singoli sono letteralmente impotenti di fronte alle decisioni prese in nome della sicurezza collettiva.
Il vizio tutto italiano di fare graduatorie tra i poveri e di considerarli come persone tendenzialmente inaffidabili, quando non pigre - che ha dato il peggio di sé nel dibattito sul Reddito di cittadinanza - continua a fare danni anche oggi, quando la povertà è chiaramente prodotta da circostanze al di fuori del controllo individuale e per decisione dell'autorità pubblica in nome del bene collettivo.
Emerge nel dibattito attorno al Rem, a chi darlo, a come distinguerne i beneficiari da quelli del Reddito di cittadinanza. Ma riguarda anche la puntigliosa distinzione tra chi ha diritto a quale tipo di sostegno, in base non al bisogno, ma alla categoria di appartenenza. Intanto le file alla Caritas e agli altri centri di aiuto si allungano e, insieme alle disuguaglianze, aumenta il malcontento.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 4 maggio 2020
"Ci hanno lasciato solo i nostri corpi per combattere". Lei, la cantante Bölek, si è spenta il 3 aprile a Istanbul dopo 288 giorni di sciopero della fame. Aveva 28 anni. Lui, Gökç ek, 40 anni, le è sempre stato accanto, condividendone la lotta. Musicisti ridotti a scheletri da un regime che non sopporta le critiche.
"Questa resistenza è la nostra ultima risorsa, non ci hanno lasciato nient'altro da fare. Moriremo per cantare? Sì, perché il nostro è amore per le persone e per la patria". Ibrahim Gökçek, 40 anni, è su una sedia a rotelle, stremato dal "digiuno alla morte" iniziato lo scorso maggio e dal decesso della sua compagna di lotta, la cantante Helin Bölek che si è spenta il 3 aprile a Istanbul dopo 288 giorni senza cibo: "Lei è morta, ora morirò io. E che succederà? Siete contenti adesso?" ha detto con un filo di voce il giorno del funerale.
Le foto della ragazza, 28 anni, ridotta a uno scheletro hanno fatto il giro del mondo e acceso i riflettori sulla band Grup Yorum, punto di riferimento nell'ambito della musica di protesta turca con 20 album realizzati, 2 milioni di dischi venduti, concerti e tournée in diversi Paesi fino a quando, nel 2015, non sono iniziati i guai giudiziari e i raid della polizia nell'Idil Kültür Merkezi, il centro culturale nel quartiere di Okmeydanı, un'area di Istanbul da sempre antigovernativa, dove i musicisti spesso si esibiscono o provano i loro pezzi.
Il gruppo, così, si è ritrovato con le spalle al muro: "Da cinque anni i nostri concerti, piccoli o grandi, sono vietati. Le nostre sale prova chiuse. Ci sono rimasti solo i nostri corpi per combattere" spiega Gökçek a 7. Non a caso l'ultimo disco uscito nel 2017 si intitola Ille Kavga (Lotta ad ogni costo) e mostra sulla copertina una fotografia degli strumenti musicali distrutti dalla polizia durante i blitz. Helin e Ibrahim hanno iniziato lo sciopero della fame il 16 maggio scorso. Lei era stata arrestata il 23 febbraio del 2018, lui il 4 marzo del 2019.
L'accusa per entrambi è di appartenenza o sostegno al Dhkp-C, un'organizzazione armata di estrema sinistra considerata terrorista non solo dalla Turchia, ma anche dagli Stati Uniti e dall'Unione Europea. I due hanno sempre smentito qualsiasi legame: "Non esiste una cosa del genere", dice Gökçek. "Siamo un gruppo con un pensiero marxista-leninista e sappiamo pensare con la nostra testa". Di prove reali della loro colpevolezza non ne sono mai state trovate ma questo non ha impedito una lunga detenzione preventiva.
La protesta dei due artisti è volta ad ottenere la scarcerazione immediata di tutti i membri del gruppo arrestati, l'annullamento del mandato di cattura per gli altri musicisti, la fine delle irruzioni della polizia nel centro culturale Idil e la cancellazione del divieto di esibizione. Richieste che sono rimaste lettera morta. Per questo i due attivisti a gennaio hanno deciso di alzare la posta e convertire lo sciopero della fame in "digiuno alla morte", una forma di resistenza che prevede di non mangiare fino a perdere la vita.
Processo alla musica - Il 14 febbraio 2020 si è svolta la prima udienza del maxi processo che porta il nome del gruppo e che coinvolge circa 30 membri. In carcere ci sono ancora cinque musicisti mentre due sono fuggiti all'estero nel 2018 e gli altri sono in libertà vigilata.
L'11 marzo le condizioni fisiche di Bölek e Gökçek erano diventate critiche e le autorità avevano deciso il trasferimento forzato in ospedale ma i due avevano rifiutato le cure mediche ed erano tornati nelle loro abitazioni, che avevano chiamato "case della Resistenza".
La mamma di Helin, Aygül Bilgi, aveva implorato le autorità: "Mia figlia soffre di dolori indicibili, voglio che possa tornare a cantare. Non volete vedere queste persone brillanti tornare sul palco? Vi prego fate qualcosa". La morte per la ragazza è arrivata il 3 aprile mentre Ibrahim continua a lottare, anche se non si sa per quanto: "Potrebbe morire in qualsiasi momento", dice al telefono il suo avvocato Ezgi Cakir, "vomita in continuazione, ha piaghe da decubito e gli duole tutto il corpo".
"Bella ciao" in turco - Eppure, nonostante i divieti e gli arresti, Grup Yurum, fondato nel 1985 da quattro giovani universitari, continua ad avere un grande seguito. "Perché noi siamo il nostro pubblico", spiega Gökçek che nella band suona il basso. "Negli anni più di 50 musicisti hanno suonato con noi. Anche se i nostri concerti sono proibiti la nostra gente va sul palco e canta. Noi siamo la loro voce". Il genere è quello della musica popolare ispirata dal cantore popolare turco Ruhi Su ma anche dagli Inti-Illimani. I testi, ovviamente, sono politici, parlano di lavoratori sfruttati, di minoranze perseguitate e incitano alla rivolta. Una delle loro canzoni è un rifacimento di Bella ciao in turco. Ibrahim non nasconde che il messaggio sia rivoluzionario e, quindi, inviso a un potere politico che sembra poco incline a dare spazio al dissenso.
"Sì è vero abbiamo incitato alla resistenza, abbiamo sempre voluto mostrare alla nostra gente quanto possiamo essere forti quando siamo insieme ai concerti. Loro si sentono coinvolti in prima persona. Per questo esisteremo sempre, proprio come le poesie di Pir Sultan Abdal (un poeta Alevi vissuto tra il 1450 e il 1550 ndr)".
Funerali senza pace - Per essere più inclusivi nei testi delle canzoni vengono usate le diverse lingue del territorio anatolico, tra cui il kurmancî, l'arabo, il laz, lo zazaki, l'armeno. La morte della cantante, che si era unita al gruppo nel 2015, non poteva non scatenare la polemica politica. A cominciare è stato Özgür Özel, vicepresidente del principale partito di opposizione, il Chp: "Siamo rattristati", ha scritto in un tweet il 4 aprile, "che l'artista Helin Bölek, componente di Grup Yorum, abbia perso la vita digiunando. Oggi è arrivato il momento di agire per tenere in vita Ibrahim Gökçek. Le loro richieste devono essere esaudite, non vogliamo che un'altra persona sia sepolta".
A rispondere sul social network, molto risentito, il ministro dell'Interno Süleyman Soylu: "I vostri rappresentanti, che sono stati portati in ospedale ma a loro il Dhkp-C ha negato ogni trattamento e li ha fatti uscire. Voi, @eczozgurozel (il nome di Özgür Özel su Twitter) siete quelli che santificano la morte e portano decessi al mulino del Dhkp-C. Avete mostrato ancora una volta il vostro vero volto". Accuse pesanti che danno l'idea di quanto la corda sia tesa tra il governo e l'opposizione. Per Bölek non c'è stata pace neanche il giorno dei funerali. La polizia è intervenuta per impedire la sepoltura della cantante nel quartiere di Okmeydani.
In manetta l'autista del carro funebre - Centinaia di persone si erano date appuntamento davanti al centro culturale Idil ma si sono trovate di fronte gli agenti. In manette sono finiti l'autista della vettura che trasportava la salma e quello della vettura con a bordo la famiglia della cantante. Perché tanto accanimento? Ufficialmente l'intervento è stato giustificato sulla base del fatto che non era stata autorizzata una sepoltura pubblica.
Ma dietro c'è la paura che il decesso abbia una risonanza mediatica internazionale e attiri nuove critiche nei confronti di Ankara. D'altra parte la fama del gruppo è talmente grande che nel 2015 la stella del folk di protesta americano Joan Baez aveva partecipato a un concerto davanti al tribunale di Istanbul per protestare contro le incarcerazioni. Alla cantante era stata regalata una chitarra distrutta e lei aveva invitato a ricomporne i pezzi "con amore e gentilezza".
La moglie di Ibrahim - L'occasione per un gesto di clemenza è appena sfumata. Il 15 aprile il Parlamento turco ha approvato una legge per il rilascio di 90 mila detenuti in modo da contrastare la diffusione del coronavirus nelle carceri ma dal provvedimento sono esclusi i detenuti per reati legati al terrorismo, vale a dire centinaia di oppositori politici, intellettuali e giornalisti, tra cui, oltre al leader curdo Selahattin Demirtas, che soffre di problemi cardiaci, i cinque membri di Grup Yorum: Özgürcan Elbiz, Ali Aracı, Emel Ye ilırmak, Bergün Varan e Sultan Gökçek. Quest'ultima è la moglie di Ibrahim e non potrà essere al fianco del marito morente.
di Irene Soave
Corriere della Sera, 4 maggio 2020
Il giornalista ha filmato e documentato manifestazioni: un reato che gli può costare fino a 10 anni. Le Ong: in Algeria i regimi usano il Covid-19 come museruola per la stampa. Giornalisti da tutto il mondo - dall'Italia finora sono 5, su 29 video raccolti da Amnesty International nella giornata mondiale della libertà di stampa - stanno girando appelli video per la liberazione del collega algerino Khaled Drareni, molto celebre in patria e agli arresti da marzo. Il giornalista, corrispondente per il canale francese Tv5 Monde e fondatore del portale di informazione indipendente Casbah Tribune, è stato arrestato il 7 marzo, poi rilasciato e nuovamente arrestato per avere seguito, come di consueto, una manifestazione del movimento antisistema Hirak, che da febbraio 2019 protesta contro la corruzione del governo.
Le accuse, di "incitamento a manifestazione non armata" e "danno all'integrità territoriale della nazione", potrebbero costargli una condanna a 10 anni. Inizialmente incarcerato ad Algeri, è stato da poco tradotto nel carcere di Kolea, nella regione settentrionale di Tipaza, dove peraltro si è acceso un focolaio di Covid-19.
Da molto tempo Amnesty International denuncia le limitazioni alla stampa indipendente in corso in Algeria, dove da gennaio, dopo le dimissioni del ventennale presidente Abdelaziz Bouteflika lo scorso anno e un governo provvisorio, il nuovo capo di stato è Abdelmadjid Tebboune, e il capo del governo Abdelaziz Djerad. Il movimento Hirak era nato proprio a febbraio 2019, chiedendo le dimissioni di Bouteflika e che non si ripresentasse per un quinto mandato: ogni martedì e venerdì studenti e militanti scendevano in strada a manifestare.
Cacciato Bouteflika, il movimento ha seguitato a protestare comunque, contro la corruzione del regime; Drareni è stato tra i giornalisti più attivi nel dare voce alla protesta, che si è fermata solo quest'anno quando, il 17 marzo, il governo ha vietato ogni assembramento o corteo a causa del coronavirus. Pochi giorni dopo, l'arresto preventivo di Drareni, che in Algeria è anche il rappresentante nazionale di Reporters sans Frontieres. Diverse Ong, oltre a Rsf e a Amnesty, si sono mobilitate dopo il suo arresto.
"Il regime usa il Covid-19 per mettere la museruola al giornalismo indipendente", recita un comunicato di Rsf. E un'altra figura chiave del movimento Hirak, Karim Tabbou, è stato condannato in questi giorni a un anno di prigione; altri due militanti sono stati arrestati all'ultima manifestazione di Hirak, il 7 marzo, e sono detenuti ad Algeri, e una giornalista, Sofiane Merakchi, corrispondente di una tv libanese, è in carcerazione preventiva da settembre per avere fornito immagini delle manifestazioni a Al-Jazeera. Infine, il giornalista Belkacem Djir è in carcere "per motivi sconosciuti", riporta Rsf.
di Gianni Santamaria
Avvenire, 3 maggio 2020
Cambio della guardia dopo le dimissioni di Basentini. Il nuovo numero uno è il pg di Reggio Calabria. Subito una circolare ai direttori: "Comunicare al Dipartimento ogni richiesta dei detenuti al 41bis". Cambio della guardia alla direzione del Dap, dopo le polemiche sulle scarcerazioni di mafiosi, che hanno indotto il direttore del Dipartimento, Francesco Basentini, a dare le dimissioni.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 3 maggio 2020
Mentre come Volontariato cerchiamo di raccogliere le nostre proposte rispetto alla Fase 2, ci giunge la notizia che sono stati nominati un nuovo Capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria e un nuovo Vice Capo, tutti e due magistrati esponenti dell'Antimafia.
Non abbiamo nessun pregiudizio sulle persone, siamo un Volontariato che lavora a fianco delle persone detenute per una tutela dei loro diritti, ma anche per stimolare una assunzione di responsabilità nei loro percorsi di risocializzazione, e da anni coinvolgiamo in questi percorsi famigliari delle vittime in un'ottica di Giustizia riparativa.
di Fabio Viglione
agenziaradicale.com, 3 maggio 2020
I recenti fatti di cronaca che hanno riguardato provvedimenti adottati da Tribunali di Sorveglianza in materia di esecuzione con riferimento a detenuti affetti da gravi patologie hanno suscitato molto clamore nell'opinione pubblica, ondate di indignazione e iniziative politiche volte a modificare l'assetto normativo. Permettetemi alcune considerazioni, nella quasi certezza di essere confinato, come molto frequentemente accade, in una minoranza di pensiero, vera e propria nicchia di riflessione non omologata.
E chiedo scusa ai rumorosi maitre a pensier, opinionisti e muscolari demagoghi, abilissimi a tirar fuori dal loro arsenale di retorica, il dolore delle vittime e la frustrazione di tutti i buoni ed onesti cittadini di fronte a queste esecrabili dimostrazioni di inefficienza del sistema giustizia.
Trattandosi di principi alla prova di resistenza rispetto a detenuti condannati per l'appartenenza ad associazioni di tipo mafioso ed in regime di 41bis, risulta inevitabile non mettere in discussione il maggior livello di attenzione e di preoccupazione. Nessuna sottovalutazione nei confronti di rischi concreti da valutare singolarmente, per ogni situazione detentiva. Ciò posto, sento comunque di ribadire alcuni principi che ho l'impressione finiscano talvolta per essere travolti dalle modalità con le quali si affrontano i dibattiti all'indomani di casi rumorosi.
Riflessioni che non suonino affatto come mancanza di rispetto nei confronti del lavoro encomiabile di contrasto alla criminalità che spesso è stato pagato con il sacrificio della vita per l'affermazione dei valori più alti e nobili dello Stato e della Comunità. "Ma da che parte stai allora?". Inevitabile sembra risuonare la domanda, nelle semplificazioni alle quali ci siamo ormai assuefatti. "Dalla parte della Costituzione" è l'unica risposta che ritengo di offrire se proprio mi devo dare una collocazione mentre mi accingo a fare alcune modeste riflessioni.
È vero, il riferimento alla Costituzione è quello più abusato ma mai come in questi tempi occorrerebbe tenerla sul comodino e (ri)leggerla, magari prima di andare a letto. E dire che l'emergenza Covid aveva in qualche modo richiamato l'attenzione sui principi costituzionalmente orientati della umanizzazione della pena e sulla necessità di recuperare la funzione rieducativa mettendo al bando ogni trattamento disumano e degradante.
Ma è durato davvero poco quel momento. Alla prima occasione di acceso dibattito sul tema dell'esecuzione della pena su casi di cronaca che ha riguardato detenuti di certificata caratura criminale, ha preso nuovamente il sopravvento, a mio avviso, il facile ricorso all'attitudine demagogica nell'affrontare le questioni. E forse si sono confuse e omologate, con facili semplificazioni dotate di maggiore appeal comunicativo, situazioni eterogenee e, in ogni caso, molto distinte tra loro.
Ancora una volta, il dibattito è stato soverchiato dalle urla populiste amplificate da una informazione scandalistica e sensazionalistica. Inevitabile il risultato. Vibrate proteste per alcune decisioni della magistratura di sorveglianza con le quali, per esempio, veniva disposto - temporaneamente - il differimento dell'esecuzione della pena in regime di detenzione domiciliare per la cura di gravi patologie nei confronti di reclusi in regime di 41bis.
Per dovere di una corretta informazione, va sottolineato che i provvedimenti discussi sono stati stimolati, naturalmente, dall'assenza della possibilità di eseguire il trattamento sanitario, per la specifica patologia, all'interno dell'istituto o in una diversa struttura penitenziaria. Come sempre, non entro nei singoli casi specifici ma mi fermo alla valutazione della situazione generale con riferimento alla necessità di tornare a riflettere su alcuni principi.
Le reazioni alla notizia dei provvedimenti citati sono state di generalizzata indignazione (anche nei confronti dei magistrati che, applicando la legge, hanno emesso i provvedimenti) ed hanno portato il Governo a mettere immediatamente mano ad una riforma allo scopo di introdurre nel procedimento dinanzi al Tribunale di Sorveglianza il parere della Procura Nazionale Antimafia.
Si tratta dell'ennesima iniziativa adottata sullo slancio emotivo di casi singoli rispetto ai quali si è immediatamente voluta dare una risposta securitaria, tranquillizzante per l'opinione pubblica alla quale era stata data in pasto la notizia, come sovente capita, in modo poco circostanziato nella narrazione dei fatti e non sufficientemente chiara nel rendere conto delle motivazioni giustificative dei provvedimenti.
Temo che questa modifica, concepita sull'onda emotiva, abbia finito per depotenziare il Tribunale di Sorveglianza che ha tutti gli strumenti per verificare il percorso di riabilitazione del detenuto e decide dopo aver condotto un'istruttoria completa con relazioni aggiornate sull'evoluzione della espiazione della pena. Temo che rifletta una visione "carcerocentrica" che si nutre della identificazione della certezza della pena con la esclusività del modello di reclusione inframuraria. Ma questa modifica richiesta a "furor di popolo" porta a rimettere al centro dell'attenzione non il percorso intrapreso dal condannato ma piuttosto il suo passato criminale. Come se fosse un secondo tempo delle indagini o del processo di merito e non una nuova fase, dimensionata soprattutto sull'attualità del percorso intrapreso con l'esecuzione della pena.
Ma qui il punto non è la legittima rivendicazione del fine rieducativo della pena del sempre invocato art. 27 della Costituzione. La modifica, infatti, si inserisce nell'ambito della richiesta di detenzione domiciliare per un detenuto gravemente malato che necessita di cure specifiche non praticabili all'interno della struttura.
Il nous della questione è il riconoscimento del diritto alla salute che non può essere negato né degradato a diritto sbiadito o compresso e trasformato in simulacro di un diritto quando si è in presenza di detenuti. Anche se condannati per reati gravi.
Affermare questi principi e vigilare sulla loro concreta applicazione non ha nulla a che vedere con un perdonismo o con un eccesso di buonismo. Nessuno è disposto ad indebolire il principio della certezza della pena né a sottovalutare i rischi relativi alla pericolosità sociale valutati in concreto. Valutazioni necessarie e doverose. Tuttavia, a nessun detenuto può essere negato il diritto di curarsi soprattutto quando le gravi patologie dalle quali è affetto necessitano di strutture specifiche idonee al trattamento.
Uno Stato non può concepire la pena e tutto ciò che da essa discende come una vendetta consumata con cieco furore solo in ragione delle malefatte del condannato. Nella carta d'identità della nostra democrazia, che è appunto la Costituzione, la pena è concepita con una funzione nient'affatto ancorata ad una volontà vendicativa. In questo senso, poi, non venendo mai meno il rispetto della dignità, ben a prescindere dalla privazione della libertà, non è possibile non salvaguardare quei diritti riconosciuti a ciascun essere umano in quanto tale.
Non si tratta di principi derogabili e, di conseguenza, discostarsi dall'applicazione per tutti e per ciascuno dei detenuti significherebbe tradire la Costituzione che vieta che le pene possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. La Costituzione non è una legge come un'altra e non può essere messa in discussione nei suoi basilari principi sull'onda emotiva di un singolo fatto di cronaca. Un fatto che può aver messo in luce disfunzioni o criticità in singole situazioni.
La Costituzione è il fondamento di ogni altra legge e non uno statico totem! Quando la gravità della patologia non consente una cura all'interno della struttura non si può acconciare il diritto alla salute con un pallido indietreggiamento. O il circuito penitenziario assicura al proprio interno le cure necessarie o il ricorso all'esterno diventa un dovere, non un atto spregiudicato.
L'abbandono di un detenuto nella sostanziale impossibilità di curare gravi patologie equivale alla negazione del diritto alla salute, ovvero ad una pena disumana, ad una condanna a morte anticipata per negazione del diritto al trattamento. È allora bene ribadirlo con forza che il diritto alla salute è un diritto che è riconosciuto a tutti. Si, a tutti. Uno Stato che salvaguarda questi diritti a tutti è tutt'altro che uno Stato debole. Al contrario, è uno Stato forte, uno Stato che sa contrapporre al crimine ed all'illegalità la fermezza dei propri principi, dei propri valori e del proprio livello di coerenza e credibilità nella tutela dei diritti. Lo Stato di Diritto.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 3 maggio 2020
Travolto dalle polemiche si dimette Basentini. Il Guardasigilli nomina Petralia alla guida del Dap. Prima le rivolte, con morti e feriti; poi le scarcerazioni, comprese quelle di qualche famoso boss di mafia e camorra, con annesse polemiche; ora il cambio al vertice dell'amministrazione. Il terremoto coronavirus continua a provocare conseguenze nelle prigioni italiane fino travolgere il capo del Dipartimento Franco Basentini, dimessosi il primo maggio.
di Davide Dionisi
L'Osservatore Romano, 3 maggio 2020
Il coronavirus non ha fermato i laboratori artigianali nelle case di reclusione femminili. Le donne in carcere spesso vivono un doppio dramma: quello della detenzione e quello dell'essere mamme non in grado di svolgere il proprio ruolo. Inoltre hanno per natura un modo differente di vivere la reclusione; per questo le sbarre dovrebbero essere l'ultima risorsa prima di considerare forme di pena alternativa. Sono due i momenti più duri della vita in carcere all'interno degli istituti femminili: il periodo di agosto e quello natalizio.
Comprenderne le ragioni è fin troppo facile. Ma se a questi due appuntamenti segnati in nero sul calendario della cella se ne aggiungesse un terzo? Un tempo inatteso, caratterizzato da ulteriore sofferenza e da nuove restrizioni, scandito da azioni quotidiane mai compiute. Un tempo imposto da un nemico invisibile, chiamato Covid-19, che aumenta le distanze, di per sé già incolmabili, tra carcere e società.
Come reagire? "Lavoro e solidarietà sono state le due carte vincenti per affrontare al meglio questo periodo", spiega Luciana Delle Donne, fondatrice di "Made in carcere", associazione che dal 2007 realizza corsi di taglio e cucito nelle case circondariali di Lecce e Trani.
"Abbiamo subito cercato di coinvolgere le ragazze in un progetto mirato dalla duplice finalità: mantenere l'occupazione e dare una mano a chi ne aveva bisogno. Da qui è nata la riconversione delle nostre sartorie che, in questi giorni, stanno producendo mascherine. È un tassello importante che abbiamo aggiunto alla nostra esperienza", continua Delle Donne.
Dopo un primo momento di disorientamento, "abbiamo subito pensato alla sicurezza e alla dignità della comunità carceraria. Sono emerse tutte le caratteristiche individuali. Abbiamo capito che ci sono tante detenute che hanno voluto essere protagoniste in questo momento di difficoltà nazionale. Papa Francesco dice che non possiamo andare avanti ciascuno per conto proprio, ma solo insieme. Nessuno si salva da solo. Questo le ragazze lo hanno ben capito".
E, al Papa, Luciana Delle Donne ha fatto indossare, in occasione della visita nel penitenziario di Poggioreale (21 marzo 2015), uno dei braccialetti realizzato dalle sue ragazze riportante la frase Non fatevi rubare la speranza.
Stesse dinamiche, con risultati altrettanto sorprendenti, si sono manifestate a Forlì. "Il 24 febbraio sono state sospese tutte le attività. Interrompere la filiera e privare le ospiti dell'abituale occupazione avrebbe aperto la strada a una nuova sofferenza", racconta Manuela Raganini, presidente di "Formula solidale", cooperativa sociale che si pone come obiettivo l'inserimento lavorativo di persone particolarmente svantaggiate e che opera con le ospiti del carcere della città romagnola.
"Ci siamo date subito da fare per realizzare mascherine in cotone lavabile, per noi, per il personale che si occupa delle pulizie, per chi lavora nelle case di riposo e chi consegna i pacchi a domicilio. Abbiamo consegnato le macchine da cucire alle ragazze che lavorano fuori e tessuti ai laboratori interni. Una piccola iniziativa promossa senza tanti clamori, oggi si è estesa anche ad aziende e a privati che ne hanno fatto richiesta. Alla fine, stipendio garantito e impiego di pubblica utilità. Le nostre ragazze hanno subito una trasformazione degna di nota: da assistite ad assistenti del territorio", conclude.
Fermare a Napoli la pizza e il caffè non è certo impresa facile. Lo sanno bene le ragazze delle "Lazzarelle", cooperativa di sole donne nata nel 2010 che produce caffè artigianale, secondo l'antica tradizione napoletana, all'interno del più grande carcere femminile di Pozzuoli. "Fortunatamente l'istituto ci ha consentito di entrare perché la torrefazione è al suo interno. Dato che gli esercizi che abitualmente serviamo - bar e ristoranti su tutti - hanno chiuso, ci siamo, per così dire, reinventate", chiarisce Imma Carpiniello, presidente della cooperativa.
"Visto che possiamo contare su un laboratorio molto grande, siamo riuscite a mantenere le distanze di sicurezza e a rispettare i dettami della prevenzione utilizzando mascherine e gel disinfettante. Abbiamo poi lanciato un post su Facebook e inviato una mail ai nostri contatti dicendo: "Noi siamo tornate", spiega Carpiniello, che aggiunge: "Per abbattere i costi di spedizione abbiamo stretto un accordo con i corrieri e questo ci ha consentito di continuare a lavorare spedendo ovunque il nostro caffè". C'è dunque chi si è rimboccato le maniche e chi, invece, ha giocato d'anticipo puntando sulla solidarietà.
A Venezia, nella casa di reclusione femminile della Giudecca, "il virus ha colto un po' tutti di sorpresa", chiarisce suor Franca Busnelli, religiosa delle Suore di Maria Bambina, che presta servizio da sei anni nel carcere della laguna.
"Questo è stato uno dei primi istituti che si è distinto per gesti molto significativi di solidarietà. Fra tutti, la raccolta fondi (110 euro) poi donati al reparto di terapia intensiva dell'Ospedale dell'Angelo di Mestre. Le ragazze hanno voluto così testimoniare la loro vicinanza agli ammalati, ai loro familiari, ai medici e agli infermieri. Nel contempo hanno inviato una lettera al presidente della Repubblica italiana alla quale lo stesso Mattarella ha risposto, elogiando l'iniziativa delle ospiti", racconta la religiosa.
L'investimento sulla formazione personale e lavorativa è una componente fondamentale e irrinunciabile della proposta trattamentale diretta alle donne detenute. Lo è ancora di più in questo momento anche se le filiere di produzione sono ferme.
"Il lavoro si è bloccato per due settimane", rivela suor Franca. Sartoria chiusa, così come la lavanderia, l'area della cosmesi e perfino l'orto. Ma "da alcuni giorni l'attività è ripresa e le ragazze stanno producendo mascherine sia per l'interno sia per l'esterno". Per la religiosa, "manifestare solidarietà in un momento così difficile le aiuta a sentirsi parte attiva di una comunità, nella speranza che quando giungerà il momento di tornare a casa troveranno una società disposta ad accoglierle e a farle sentire donne e cittadine utili alla società come tutti gli altri".
di Liana Milella e Salvo Palazzolo
La Repubblica, 3 maggio 2020
Il ministro Bonafede: verifiche sui domiciliari già concessi e quelli futuri. Cambio al Dap: al posto dì Basentini ecco il pg di Reggio Calabria Petralia. Sul tavolo del Guardasigilli Alfonso Bonafede c'è una lista con un numero - 376 - che crea allarme.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 3 maggio 2020
Quindi la lezione è che un ministro della Giustizia conferma fiducia al capo delle carceri (riconoscendosi nel suo operato) se 13 detenuti muoiono in rivolte stile anni 70. O se teorizza che l'ereditato sovraffollamento (all'epoca 12.000 reclusi in più) è illusione ottico-aritmetica, ricalcolando la quale ci sarebbe anzi ancora posto. O se a Strasburgo prima si scrive di 6.000 braccialetti disponibili, e poi però che non va interpretato alla lettera.
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