Il Piccolo, 2 maggio 2020
Al carcere Cantiello e Gaeta detenuti positivi. L'Osapp (organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria) chiede con forza che vengano disposti i tamponi per la Polizia penitenziaria e per la popolazione detenuta. Chiede inoltre che si faccia chiarezza su quali disposizioni siano state emanate dal medico competente del lavoro di Torino e degli altri istituti del distretto Piemonte-Liguria e Valle d'Aosta a tutela della salute di tutti in materia di prevenzione al contagio del Coronavirus.
"Come Osapp - interviene Leo Beneduci, segretario generale del sindacati - già dal mese di marzo abbiamo rappresentato più volte, e lo rimarchiamo ora con forza, la necessità di sottoporre con urgenza tutto il personale di Polizia Penitenziaria e la popolazione detenuta al tampone anche in ragione dei numerosi casi positivi che si sono verificati sia nel carcere di Torino, oltre 60 detenuti e 14 Agenti (di cui 7 del carcere e 7 del Provveditorato Regionale), che nel carcere di Saluzzo (di cui circa 15 detenuti alta sicurezza e 4 Agenti), come pure nel carcere di Alessandria, al Cantiello e Gaeta (circa 5 detenuti).
Lo stesso personale di polizia penitenziaria lavora in condizioni difficili e con scarsi dispositivi di protezione: devono essere riconosciuti gli encomiabili sforzi e i sacrifici dei nostri poliziotti che quotidianamente svolgono servizio in condizioni drammatiche, molti dei quali da molto tempo non vedono la propria famiglia e i figli.
Abbiamo scritto ai presidenti e assessori alla Sanità delle Regioni Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta e, ad oggi la nostra richiesta è rimasta inascoltata. Ci piacerebbe conoscere quali disposizioni/direttive siano state assunte sia nel carcere di Torino che negli altri Istituti, dai medici competenti del lavoro in materia di prevenzione al contagio del Coronavirus".
di Pietro Barghigiani
Il Tirreno, 2 maggio 2020
L'avvocato: "Mi hanno avvertito 9 giorni dopo l'udienza in carcere. Il cliente era entrato da poco, ma non gli hanno fatto il test". Lo hanno chiamato di primo mattino dal carcere. "Buongiorno avvocato, purtroppo dobbiamo dirle che il suo cliente è risultato positivo al coronavirus". Fine della comunicazione e inizio di un turbamento che il legale si porta dietro da quando l'amministrazione della casa circondariale lo ha informato delle condizioni sanitarie del suo assistito.
Dopo gli agenti della polizia penitenziaria e alcuni operatori sanitari, ora anche un detenuto è stato contagiato dal Covid-19. Era stato arrestato il 17 aprile in esecuzione di una misura cautelare in cui gli venivano contestati numerosi episodi di spaccio. A quel punto si doveva procedere con l'interrogatorio di garanzia davanti al gip. L'incontro, a distanza, è avvenuto il 20 aprile. Il giudice nel suo ufficio in Tribunale collegato via Skype con il detenuto in carcere. E l'avvocato accanto al cliente. "Premesso che è stata una mia scelta essere presente al Don Bosco - spiega l'avvocato. Avevo necessità di parlare con il mio assistito. Un colloquio era necessario prima di poter rispondere alle domande del gip".
La scena esce dall'ordinario solo per l'emergenza sanitaria che consente le udienze in remoto con l'ausilio di supporti telematici. Le parti nei rispettivi uffici e gli schermi dei pc che offrono audio e video dei protagonisti. Quello che va oltre e segna una novità poco gradevole è l'esito dei controlli, a posteriori, sul detenuto. L'uomo, un albanese, è stato messo in isolamento in attesa che il giudice si pronunci sulla richiesta di arresti domiciliari avanzata dall'avvocato, inconsapevole nell'affrontare il rischio di un potenziale contagio. Una presenza che lo ha reso vulnerabile.
"Al momento non ho alcun sintomo - spiega il difensore. E a questo punto non credo di fare controlli particolari. Sia io che il mio cliente eravamo muniti di protezioni, dai guanti alle mascherine. Eravamo anche a più di un metro e mezzo. Ma in quella stanza dentro il carcere ci sono rimasto per circa un'ora. Un ambiente chiuso e senza finestre". L'incontro risale al 20 aprile, mentre la telefonata con la comunicazione della positività è arrivata mercoledì scorso.
"Il mio assistito è stato arrestato il 17 aprile - prosegue l'avvocato. Mi chiedo per quale motivo in tre giorni nessuno si sia preoccupato di fargli almeno un test sierologico. Veniva da fuori, era a rischio. Va bene che il sierologico a livello scientifico è più grezzo del tampone.
Ma è in grado comunque di dirti se sei entrato in contatto con il virus. Se glielo avessero fatto e me lo avessero comunicato non sarei certo andato in carcere e avrei fatto l'udienza da remoto nel mio studio come il giudice. Quella telefonata dal Don Bosco è stata spiacevole per lo stato d'ansia che ti lascia sapere di essere rimasto un'ora in una stanza senza aria con una persona positiva".
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 2 maggio 2020
Intervista a Mariano Giustino, giornalista inviato ad Ankara. Mariano Giustino è il corrispondente dalla Turchia per Radio Radicale, la sua è una vicenda simbolica del restringimento degli spazi di libertà nel paese. Per il fatto di aver pubblicato la notizia della scarcerazione di un noto criminale, Alaattin Çakici, molto vicino a Receep Erdogan, ha visto oscurare i suoi profili Facebook. Sullo sfondo l'epidemia di coronavirus e la drammatica situazione delle carceri. Il Dubbio ha raggiunto il giornalista in Turchia.
Da quanto tempo sei in Turchia e di che cosa ti stai occupando?
Nel 2010 mi sono trasferito in Turchia e da allora ho iniziato la mia attività di corrispondente per Radio Radicale. Conduco una rubrica settimanale sulla politica interna ed estera intitolata: "Rassegna Stampa Turca", l'unica di questo genere in Europa.
Perché sei stato espulso da Facebook?
È proprio quello che sto cercando di capire avendo chiesto già da due settimane alla sede centrale del social network le ragioni della mia espulsione dalla Community. So solo che nella notte del 15 aprile, grazie alla legge che in Turchia riforma l'esecuzione penale, è stato rilasciato un membro della criminalità turca, Alaattin Çakici, la mattina seguente ne ho dato notizia sui miei account Twitter e Facebook con il seguente post: "Turchia: questa notte, grazie alla legge sull'esecuzione penale è stato rilasciato un membro della criminalità AlaattinÇakici, appartenente ai Lupi Grigi. La legge concede la riduzione di pena per 90 mila prigionieri, ma non per giornalisti, politici di opposizione e attivisti per i diritti umani". È bastato questo. Disabilitato, sparito! Intendo andare fino in fondo in questa grave vicenda per chiedere che il mio diritto umano alla libertà di espressione e al libero esercizio dell'attività giornalistica venga tutelato e garantito e nel mio caso ripristinato, così come recita la nostra Carta costituzionale.
Pensi che ci sia stato un intervento arrivato dall'alto?
È il social a dover chiarire questo punto delicato. Perché, ed eventualmente per conto di chi agisce Facebook? È un mio diritto saperlo e chiederò anche un cospicuo risarcimento.
Il tuo è un caso isolato o ha riguardato altri colleghi?
Non sono certamente l'unica vittima della censura di Facebook, purtroppo non è capitato solo a me, so di persone che da un giorno all'altro, e senza spiegazioni, si sono viste cancellare il loro profilo semplicemente a causa delle loro idee che probabilmente hanno fastidio a qualche potente di turno.
Qual è la situazione delle carceri turche in questo momento di pandemia?
È drammatica! Lo era già da prima dell'insorgenza dell'epidemia. La Turchia ha 385 prigioni, i detenuti sono 286 mila e il sovraffollamento è di oltre il 150%. Le testimonianze e le denunce che giungono da avvocati, organizzazione dei diritti umani e dai familiari dei detenuti sono raccapriccianti. Nella scorsa settimana si sono verificati già tre casi di suicidio. Il sovraffollamento insopportabile e la paura del contagio da Covid-19 hanno fatto salire in quei luoghi la tensione a livelli inimmaginabili. Martedì scorso, il ministro della Giustizia Gül ha reso pubblico un rapporto sulla situazione epidemica nelle carceri turche, sono 120 i prigionieri positivi al Covid-19 registrati in quattro penitenziari diversi e ora in cura presso gli ospedali.
Ma le organizzazioni per i diritti umani sostengono che i casi di contagio e i morti siano molti di più. La riforma dell'esecuzione penale approntata dal governo lo scorso 13 aprile prevede per una serie di reati, la sospensione della pena per tutti i detenuti che abbiano scontato la metà della detenzione. Sono però esclusi dai benefici cinque tipi di reato: quelli legati al terrorismo, agli abusi sessuali, alla violenza sulle donne e sui bambini, agli omicidi premeditati e quelli legati al traffico di droga. Ma escludere dal provvedimento di amnistia coloro che sono accusati di terrorismo comporterà che non beneficeranno della misura i detenuti in attesa di giudizio accusati di reati di sovversione senza alcun fondamento reale, ma per il semplice fatto di essere oppositori del governo.
Pensi che il tuo lavoro dia fastidio a qualcuno?
Penso che il lavoro di un giornalista non debba dar fastidio a nessuno, anzi penso che la sua libera espressione sia una misura della civiltà di un paese.
di Nello Scavo
Avvenire, 2 maggio 2020
E il "mediatore" Neville Gafà, nell'inchiesta per la "Strage di Pasquetta" ammette: "Coordinavo le operazioni per ordine del premier". Altri 57 migranti sono stati intercettati dal solito motopesca libico-maltese dalla tripla identità, stavolta in vista di un trasbordo su una nave quarantena: Malta non vuole rischiare l'ennesimo respingimento illegale. A La Valletta, infatti, c'è stato un colpo di scena. Nell'inchiesta sulla "Strage di Pasquetta" ha fatto le prime ammissioni Neville Gafà, l'uomo che ha rivendicato il negoziato con le fazioni libiche per organizzare la cattura e il respingimento di migranti.
Davanti al giudice Joe Mifsud, Gafà ha dichiarato di avere coordinato personalmente anche il respingimento conclusosi con 12 morti nei giorni seguenti la Pasqua. E di averlo fatto per ordine del primo ministro Robert Abela, a sua volta indagato per l'omissione di soccorso.
Non solo. Rispondendo alle domande di Newsbook, il portale d'informazione di ispirazione cattolica a Malta, Gafà ha precisato di suo pugno: "Confermo che nella notte di Pasqua e nei giorni seguenti sono stato coinvolto in una missione in cui una nave con 51 migranti irregolari tra cui 8 donne e 3 minori è stata portata in porto a Tripoli. Sulla stessa barca c'erano cinque cadaveri". Incalzato dalla giornalista Sylvana Debono, il negoziatore maltese, già noto per la sua dichiarata avversione nei confronti della reporter Daphne Caruana Galizia, uccisa nell'ottobre 2017, ha aggiunto: "Ho fatto tutto questo su istruzioni dell'Ufficio del Primo Ministro, dopo che il suddetto ufficio mi ha chiesto di aiutare attraverso il coordinamento diretto con il ministero degli Affari interni libico e la Guardia costiera libica. Mi è stato chiesto di farlo poiché sono stato coinvolto in queste operazioni negli ultimi tre anni".
Nei giorni scorsi Gafà aveva pubblicamente attaccato pubblicamente Avvenire. Ma ora Newsbook, che ha avuto accesso a fonti investigative, scrive che "questa dichiarazione giurata è arrivata dopo che il giornale Avvenire ha rivelato, con una inchiesta che ha smentito colpo su colpo le dichiarazioni ufficiali de La Valletta ciò che è accaduto nelle fatidiche ore in cui Malta, l'Italia e l'Ue hanno fatto del loro meglio per sottrarsi al loro dovere di salvare vite umane". E ieri il Tribunale della capitale ha voluto ascoltare nei dettagli la ricostruzione e visionare i documenti in possesso del nostro giornale, in vista dell'interrogatorio del primo ministro Abela, atteso per i prossimi giorni.
Sull'isola c'è un certo scetticismo per gli sviluppi di un'inchiesta che rischia di mettere alla sbarra l'intero governo e i vertici delle forze armate. Già nei mesi scorsi Malta aveva visto cadere un intero governo a causa dell'inchiesta sul movente e i responsabili dell'omicidio di Daphne Caruana Galizia. E ora una ventina di organizzazioni della società civile, tra cui il "Jesuit Refugee Service", la "Daphne Caruana Galizia Foundation", l'Ong "Repubblika" e numerose altre, hanno chiesto al premier di "dire la verità" sulle intese segrete con la Libia, e alle autorità di non spegnere i riflettori e indagare sulle responsabilità dei respingimenti vietati dal diritto internazionale e compiuti segretamente in questi tre anni. Non è dato sapere, infatti, quanti episodi siano avvenuti, quanti altri morti e dispersi in mare vi siano stati, e se davvero Malta ha potuto agire indisturbata senza che il principale vicino, l'Italia, si accorgesse di nulla.
Per ore intanto si erano perse notizie di un altro gommone partito dalla Libia con 57 persone. Ieri la motopesca "Mae Yemanje", che viaggia anche con il nome di "Dar al Salam 1", ma è conosciuto anche come "Maria Christina" (una modalità di registrazione navale vietata da tutti i codici) ha raggiunto i naufraghi. Verranno trasbordati su una motonave turistica maltese, che dovrebbe poi sostare a 13 miglia dall'isola per il periodo di quarantena. Il governo di Malta ha già avvisato l'Ue: da ora migranti al largo su "barconi quarantena".
di Rossella Grasso
Il Riformista, 2 maggio 2020
"Ai migranti non spetta nulla, ci pensa la rete di solidarietà dal basso". Tra Forcella, Piazza Garibaldi e il Vasto ci sono centinaia di persone che l'emergenza Coronavirus sta mettendo a dura prova. Pochi sanno che esistono perché spesso si tratta di migranti in attesa di asilo politico o di documenti, o italiani rimasti senza lavoro e a cui lo Stato non ha destinato niente.
Eppure esistono, e come tanti a Napoli, non riescono più a mettere il piatto in tavola. Per questo motivo è partito il progetto "Seeds", l'intervento di emergenza di ActionAid per dare aiuto immediato a circa 200 famiglie italiane e straniere in difficoltà e a rischio esclusione, spesso senza accesso ai sussidi statali.
Una risposta concreta ai bisogni urgenti delle persone più vulnerabili che durante la pandemia Covid19 hanno perso il lavoro e la loro unica fonte di sostentamento. Si tratta di persone straniere e italiane che erano attive nel lavoro di cura (soprattutto donne), nella ristorazione e nel piccolo artigianato con contratti precari o rapporti di lavoro irregolari.
E comprendono famiglie di persone disabili che mancano di assistenza, famiglie precarie o bloccate in casa dalla sospetta infezione di uno dei suoi membri, anziani soli, spesso in famiglie monoparentali. Con Seeds ActionAid lancia una raccolta fondi per finanziare le attività di prima emergenza e continuare a supportare le famiglie nella fase più acuta di crisi economica.
ActionAid a Napoli insieme alle associazioni locali, alle comunità della diaspora, le organizzazioni di cittadini stranieri, attraverso l'impegno dei giovani attivisti e volontari fornirà generi alimentari a domicilio, guide informative multilingua sulla prevenzione dell'epidemia e sui servizi attivi sul territorio.
noltre, il progetto darà sostegno ai piccoli produttori agricoli del territorio napoletano: grazie alla collaborazione con Slow Food frutta e verdura e prodotti alimentari di prima necessità saranno acquistati direttamente dalle aziende agricole messe in crisi dalla pandemia con la chiusura dei mercati rionali. La filiera vedrà i volontari ritirare cibo sano e di qualità dai produttori fino ad un punto di smistamento nei quartieri e poi consegnare a casa delle persone beneficiarie i pacchi spesa.
Nella città di Napoli, l'iniziativa potrà avvalersi dei "Taxi Green Solidali", un progetto avviato da Snam4Mobility, la società di Snam attiva nella mobilità sostenibile, e Wetaxi, la app chiama taxi attiva in 22 città italiane. I Taxi Green Solidali saranno veicoli alimentati a gas naturale, messi a disposizione dal radiotaxi partner locale di Wetaxi e offerti gratuitamente da Snam per il trasporto di beni di prima necessità.
Un circuito di prossimità dal basso che mette in relazione realtà diverse ma accomunate dalle stesse necessità e dalla solidarietà: una rete di persone consapevoli dei bisogni individuali e comunitari, degli ostacoli che incontrano, delle proprie aspirazioni e della propria forza collettiva. Un lavoro che sta preparando la fase di ricostruzione nel post-pandemia: saranno infatti 80 in totale i volontari e i beneficiari che diventeranno protagonisti della fase 2. Grazie alla rete sociale messa in campo da Seeds si svilupperà una voce collettiva per portare le richieste dalla comunità alla politica e orientare le misure economico-sociali di ricostruzione. Partner di Seeds a Napoli sono: Hamef - associazione interculturale napoletana per la promozione dei diritti degli stranieri, Associazione senegalesi di Napoli, Associazione Bellarus, Associazione Vivlaviv, The Italian Gambian Association, Slow Food Napoli ma, prevede l'allargamento della rete (a terzo settore e sindacati) attraverso una call cittadina.
"La crisi economica provocata dall'emergenza Covid19 ha reso ancora più drammatica la realtà di tante famiglie precarie e in condizioni di vulnerabilità. Donne, anziani soli, disabili e bambini che hanno necessità di essere sostenuti ora e nei prossimi mesi per non essere ancora più ai margini nella ricostruzione del post pandemia.
L'impegno di ActionAid non si limita a dare aiuti immediati alla comunità, ma proseguirà nei prossimi mesi per far sì che nessuno venga escluso e che le voci di tutti vengano ascoltate. Per questo è fondamentale il sostegno di tutti in questo momento" spiega Katia Scannavini, Vice Segretaria Generale ActionAid Italia. Ma serve ancora l'aiuto di tutti per continuare a dare una mano alla grande rete di solidarietà di Seeds. Tutti possono fare la loro parte donando e sostenendo il progetto.
di Nicola Galati
fondazioneluigieinaudi.it, 2 maggio 2020
L'emergenza sanitaria dovuta alla diffusione mondiale del nuovo Coronavirus rischia di minare le democrazie liberali, la società aperta e lo Stato di diritto. Come ha insegnato Hayek, da sempre le emergenze sono state il pretesto per erodere la libertà individuale.
La crisi è stata l'occasione per riaprire il confronto tra governi autoritari e governi liberaldemocratici. Da più parti si è levata la lode per le dittature che sarebbero più adatte a contrastare un'epidemia potendo restringere senza limiti le libertà dei cittadini, non dovendo rispettare alcuna formalità e non dovendo sottoporsi ad alcun limite e controllo. La realtà è ben diversa in quanto l'opacità e la corruzione dei regimi autoritari hanno avuto un ruolo determinante nell'errata reazione alla comparsa del virus e nell'inefficiente contrasto alla sua diffusione.
Come meritoriamente denunciato dall'Alde, l'emergenza rischia di essere strumentalizzata per adottare provvedimenti repressivi che nessuna utilità hanno nel contrastare la diffusione del virus.
I Paesi liberi si trovano ad affrontare una sfida cruciale per la loro sopravvivenza: riuscire a superare la crisi gravissima con gli strumenti dello Stato di diritto senza ricorrere a rischiose scorciatoie autoritarie.
In Italia, il Governo ha imposto un lockdown esteso all'intero territorio nazionale. Le varie misure adottate hanno fortemente limitato le libertà ed i diritti fondamentali dei cittadini: la libertà personale, di circolazione, di riunione, religiosa, di iniziativa economica privata, di esercitare la propria fede religiosa, il diritto di proprietà.
Peraltro, tali misure sono state inizialmente adottate mediante Dpcm (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri), un atto amministrativo non avente forza di legge, nonostante le espresse riserve di legge poste dalla Costituzione a tutela dei diritti fondamentali. Vero che i predetti decreti richiamavano un decreto legge (d.l. n. 6/2020) ma la Dottrina ha ugualmente sollevato numerosi dubbi circa la loro legittimità.
Innanzitutto perché il citato decreto prevedeva l'adozione di misure limitatamente ad alcune zone rosse, mentre i Dpcm hanno riguardato l'intero territorio nazionale. Inoltre, perché, contenendo il decreto legge norme eccessivamente generiche, sono stati i Dpcm a disporre tali limitazioni, in violazione della riserva di legge. Con riferimento alle limitazioni della libertà personale (art. 13 della Costituzione), esse sono state adottate senza prevedere un controllo dell'autorità giudiziaria, nonostante l'espressa previsione costituzionale della riserva di giurisdizione. Solo in un secondo momento si è in parte superata tale situazione mediante l'adozione di un nuovo decreto legge.
Le misure adottate devono rispettare il principio di proporzionalità, devono quindi essere quelle maggiormente adatte a raggiungere i risultati perseguiti e non sostituibili con altre misure meno rigide. Dubbi legittimi sono sorti circa l'impossibilità di individuare altre misure ugualmente volte a contrastare e limitare la diffusione del virus ma con minore sacrificio delle libertà personali.
Le restrizioni devono soprattutto essere temporanee. La mancanza di un orizzonte temporale chiaro e preciso, vista l'impossibilità di prevedere la cessazione dell'emergenza sanitaria, rischia di trasformare in definitivo il provvisorio. Purtroppo l'esperienza passata ci ricorda diversi casi di norme eccezionali, adottate in nome di emergenze reali o presunte, poi divenute regole ordinarie.
Sconforta l'impressione che tali imposizioni siano state adottate a causa della sfiducia dei governanti circa le capacità di autocontrollo della popolazione che invece ha mostrato un grande senso di responsabilità. Si deve, inoltre, lamentare la poca trasparenza e chiarezza circa le motivazioni, in particolare scientifiche, poste alla base delle decisioni. I cittadini hanno il diritto di conoscere le ragioni per cui devono rinunciare alle proprie libertà e l'iter seguito per giungere a quelle conclusioni.
A ciò si aggiunge la grande confusione normativa e comunicativa. Si sono sovrapposte norme governative e degli enti locali, spesso contraddittorie, si sono susseguiti annunci, fughe di notizie, smentite, che hanno reso complicato per il cittadino riuscire a districarsi in questo caos. L'emergenza sanitaria rischia, inoltre, di sospendere le basi della democrazia parlamentare. Si è provveduto al rinvio di diverse elezioni e di un referendum costituzionale; non sono permesse, visti i divieti di assembramento, le manifestazioni (di protesta); l'attività parlamentare ha subìto un forte rallentamento.
Nessuno vuole negare la gravità e l'eccezionalità di una crisi senza precedenti o denunciare allarmistiche derive totalitarie, si vuole soltanto porre l'attenzione sui seri rischi per la tenuta delle nostre democrazie liberali e sollecitare a tenere alta la guardia. Le libertà individuali possono subire delle contrazioni (necessarie, non arbitrarie e limitate nel tempo) in momenti di emergenza ma non possono essere negate. Deve essere effettuato un attento bilanciamento tra i beni in gioco, non potendosi sacrificare la libertà sull'altare della sicurezza. Si può ricorrere agli strumenti previsti nei nostri ordinamenti costituzionali senza forzature che snaturerebbero lo Stato di diritto.
L'insegnamento da tenere a mente per le crisi future è che la difesa dei diritti e delle libertà fondamentali non conosce eccezioni, una volta violato un principio è impossibile tornare indietro.
Sarà fondamentale non trarre lezioni errate dalla crisi: non è la fine del liberalismo e della democrazia che nessuna responsabilità hanno circa la nascita e la diffusione dell'emergenza. Lo statalismo, l'accentramento dei poteri, l'interventismo, l'autoritarismo non risolvono i problemi. La limitazione forzata della nostra libertà deve farci apprezzare ancora di più la sua importanza e allarmarci circa la facilità con cui la si può perdere, non deve invece convincerci che ne possiamo fare a meno. Dobbiamo difendere la globalizzazione e la libertà economica, uniche vie per ripartire e superare l'imminente crisi economica, anziché invocare l'intervento dello Stato. L'emergenza può essere superata ed il virus può essere debellato senza sacrificare le nostre libertà e le nostre democrazie.
di Daniele Granara, Alessandra Devetag e Pierumberto Starace*
Il Dubbio, 2 maggio 2020
L'emergenza sanitaria in atto ha dimostrato la fragilità del nostro sistema costituzionale e, in particolare, delle garanzie che i Padri costituenti avevano voluto scrivere a difesa delle libertà civili. Il Governo ha deciso di avocare a sé ogni competenza, utilizzando impropriamente lo strumento del decreto legge. Tutto questo è stato fatto in ragione di uno stato di emergenza dichiarato dal Consiglio dei Ministri il 31 gennaio 2020, pur essendo noto che la nostra Carta costituzionale non prevede l'emergenza quale presupposto per derogare allo Stato di diritto. Ad entrare in crisi è stato innanzitutto il principio di divisione dei Poteri.
La centralità del ruolo del Parlamento è stata sacrificata in forza della necessità ed urgenza dei provvedimenti da adottare. Il Potere esecutivo ha deciso di arrogarsi ogni decisione in materia, adottando decreti legge che hanno attribuito al Presidente del Consiglio il potere di integrarli ed attuarli in vista del fine del contenimento dell'epidemia coronavirus. È stato posto in discussione anche il principio di competenza sia a livello centrale, sia a livello locale. Il Decreto del Presidente del Consiglio è divenuto dunque una fonte strumentalizzata, dotato di un'efficacia tale da poter comprimere diritti costituzionalmente garantiti e da prevalere sui provvedimenti emessi dai singoli Ministri e sulle ordinanze emesse dagli enti territoriali. Non è stato rispettato neppure il principio di gerarchia delle fonti.
La libertà individuale gode di una protezione totale stante la riserva assoluta di legge (rinforzata), che impone al legislatore una descrizione precisa dei "casi" e dei "modi" di qualsiasi restrizione alla stessa. A sua tutela è pure prevista una riserva di giurisdizione. Anche la libertà di circolazione è garantita da una riserva di legge rinforzata; sono diritti soggettivi perfetti poi quelli di riunione, di associazione, di libertà di culto. Solo una legge statale può limitare tali fondamentali libertà, e non certo una fonte secondaria governativa, e addirittura monocratica, quale il Decreto del Presidente del Consiglio.
Ma anche accettando la possibilità dell'utilizzo della decretazione d' urgenza non c'è stato il rispetto del principio di tassatività: i due decreti legge adottati dal Governo hanno solo genericamente descritto i casi di possibile restrizione delle libertà civili, delegando ad un componente del Potere esecutivo, il Presidente del Consiglio dei Ministri, la titolarità di scelta sia del tipo di misura da adottare (i "casi") sia del grado di intensità (i "modi"). L'estrema genericità dei decreti legge contrasta poi con la Legge n. 400/ 1988, che richiede, per il rispetto dell'art. 77 Cost., l'emanazione di misure di immediata applicazione, con contenuto specifico ed omogeneo.
In sintesi, sono state applicate pesanti restrizioni alle libertà individuali (la libertà personale, la libertà di circolazione, la libertà di riunione, la libertà di culto), per il tramite di atti amministrativi (decreti ed ordinanze), in assenza di una puntuale disciplina legislativa e violando il principio di diversificazione delle competenze amministrative. Il fatto poi che le restrizioni in questione siano avvenute appunto sulla base di atti amministrativi, le ha sottratte ad ogni forma di controllo preventivo e successivo.
Tali provvedimenti, infatti, sono stati adottati dal Potere esecutivo in piena autonomia e senza una verifica da parte del Parlamento né un controllo del Presidente della Repubblica (previsto sugli atti aventi forza di legge e sui regolamenti governativi). La necessità che sia un atto avente forza di legge a limitare le libertà civili è del resto coerente con il nostro sistema di garanzie costituzionali: solo le leggi (ed atti equiparati ad esse) e non gli atti amministrativi (quali sono i decreti e le ordinanze) sono sottoponibili a giudizio di costituzionalità di fronte alla Corte Costituzionale, unico organo competente a controllare la conformità alla Costituzione degli atti legislativi, anche sotto il profilo della loro proporzionalità ed adeguatezza.
È mancata dunque qualsiasi verifica della conformità del mezzo (misure restrittive) con il fine (tutela della salute) nell'ottica di un bilanciamento con altri diritti cui la Costituzione riserva invece il grado più elevato di tutela: nessun controllo amministrativo, nessun passaggio parlamentare, nessuna verifica costituzionale.
In conclusione gli scriventi ritengono che il fine non giustifica i mezzi. L'emergenza non può giustificare l'alterazione dei rapporti tra i poteri dello Stato e dello Stato con gli altri enti territoriali. Quando sono in gioco i diritti di libertà, allora l'alterazione delle garanzie costituzionali non riveste solo un aspetto formale, perché incide direttamente sulla tutela sostanziale di quei diritti che la Costituzione vorrebbe inviolabili. A meno che non si voglia incidere sulla forma dello Stato di diritto e infine sulla stessa forma di governo.
*Seguono oltre 80 firme di avvocati, docenti e costituzionalisti
La Stampa, 2 maggio 2020
I detenuti hanno aggredito gli agenti di sicurezza e tentato la fuga dalla prigione di Guanare (450 km da Caracas). Oltre 40 reclusi del carcere venezuelano di Los Llanos a Guanare, nello Stato centrale di Portuguesa, sono morti ieri durante una rivolta che aveva come obiettivo provocare una fuga di massa, sventata dalla sicurezza.
Lo riferisce il quotidiano El Universal. Nella sua pagina online il giornale, citando fonti militari, indica che in mattinata i detenuti hanno creato "una situazione irregolare" che ha richiesto l'intervento del direttore, Carlos Toro, e della comandante delle forze di sicurezza del carcere, Escarlet González Arenas.
Coltelli e bombe a mano - Una volta sul posto, i due sono stati attaccati e feriti con una bomba a mano ed armi da taglio dai reclusi che hanno poi tranciato le reti di protezione, per poter di uscire. È entrato quindi in azione il gruppo "Los Manchados" che si è scontrato senza successo con gli agenti, in un incidente che ha avuto un bilancio di 44 detenuti morti e 50 persone ferite.
Il sovraffollamento - Secondo l'ong Observatorio Venezolano de Prisiones, il carcere di Guanare è stato progettato per ospitare 750 prigionieri ma oggi sono 2500 le persone dietro le sbarre. In tutto il Venezuela ci sono circa 500 carceri con una capacità totale di 110mila detenuti. Più volte Human Rights Watch ha denunciato che gli istituti penitenziari sono sovraffollati e controllati da gang che trafficano droga e armi.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 1 maggio 2020
La poltrona di Francesco Basentini, era finita nell'occhio del ciclone per la vicenda dei domiciliari di alcuni boss detenuti in regime di 41bis. Francesco Basentini ha presentato al ministro della Giustizia le dimissioni da capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. La notizia è stata confermata dal Sappe, il sindacato autonomo della polizia penitenziaria. Per il successore di Basentini il nome al momento più gettonato è quello di un altro pm antimafia, il magistrato napoletano Catello Maresca. Non si escludono, però, colpi di scena come la nomina dello stesso Nino di Matteo, attuale consigliere del Csm, e toga molto stimata negli ambienti del M5S.
Il Riformista, 1 maggio 2020
Francesco Basentini ha presentato ieri le dimissioni da Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap). La notizia, non ancora confermata dal ministro della giustizia Alfonso Bonafede, è iniziata a circolare ieri, in tarda serata, quando, su Facebook, il senatore della Lega Stefano Candiani ha postato un video in cui ha annunciato le dimissioni del capo dell'amministrazione penitenziaria. "Siamo riusciti a ottenere oggi le dimissioni del direttore del Dap. È il primo che paga il conto che ora deve passare a Bonafede", dice il ricordando la vicenda delle scarcerazioni dei boss.
- Rivolte nelle carceri e boss ai domiciliari: il capo del Dap Francesco Basentini si è dimesso
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