di Luigi Trapazzo
Il Dubbio, 1 maggio 2020
Caro Direttore, sono un magistrato ordinario in pensione. Sono attento lettore de Il Dubbio anche in ragione della mia storia professionale. Ho fatto il giudice fino al luglio del 2000, quando, ad appena 60 anni, decisi di lasciare l'Ordine giudiziario per andare a cercare altrove lo spazio in cui meglio esercitare le mie pulsioni nel sociale.
Ma sono rimasto sull'arena, fino al 2019, sotto la veste di avvocato cassazionista, dedito, tuttavia, più che alla libera attività forense (esercitata rare volte e sempre pro bono) a quella di tipo manageriale, in posizione di vertice in alcune rilevanti strutture pubbliche tra le quali l'allora Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma, l'Enav SpA, e da ultimo, fino all'agosto del 2018, a titolo assolutamente gratuito, l'Ater Roma.
Soltanto dopo lunga esitazione, ho infine deciso di portare all'attenzione pubblica, attraverso il Suo giornale, le molteplici falle che a mio avviso stanno per determinare l'esplosione del Corona virus nelle carceri italiane ed in tutte le altre strutture, pubbliche e private, nelle quali per ragioni istituzionali, sono obbligatoriamente riunite miriadi di persone. Mi riferisco, quindi, anche a tutti gli altri luoghi (ospedali, luoghi di cura, ospizi, conventi, seminari, RSA, accademie militari, convitti, caserme) la cui specificità non consente a quanti vi si trovano (costretti dai loro rispettivi ruoli, di amministrati e di amministratori, di sorvegliati e sorveglianti, a vivere gomito a gomito, in assoluta promiscuità) di potersene andare a casa, per esercitare da remoto il proprio ruolo.
Sul fenomeno del sovraffollamento carcerario - in superamento delle violente proteste inizialmente espresse dai detenuti di alcuni istituti carcerari (e represse con modalità che hanno comportato la morte di diversi rivoltosi) e ad onta delle puntuali posizioni espresse al riguardo dal Cnf, da buona parte della magistratura di sorveglianza, ed anche dall'emerito Presidente emerito della Corte Costituzionale Professor Flick, già Ministro della Giustizia in anni per più versi bui - la voce più alta ed imperiosa finora udita appare soltanto quella di Papa Francesco.
Ma finora, a parte l'incessante riproposizione, da più parti, della richiesta di ridurre il fenomeno del sovraffollamento carcerario attraverso la sostanziale liberazione di un gran numero dei reclusi, nessuno ha finora indicato quella che a mio avviso parrebbe la via maestra. Cioè lo smistamento di gran parte della popolazione carceraria nei numerosi spazi, sparsi in ogni parte d'Italia, isole e isolette comprese, dei quali l'amministrazione penitenziaria parrebbe essersi nel tempo spogliata e che oggi dovrebbe/potrebbe invece recuperare con un'azione rapida e incisiva. Allo scopo, appunto, di smistare in essi, senza celle a più letti, con ampia possibilità di movimento, tutte le persone che a vario titolo sono costrette a vivere l'una accanto alle altre, in obbligatoria contiguità.
Accompagnato, tale esodo, da una profonda rivisitazione dell'intero sistema penitenziario, tra le cui pecche vi è anche quella di essersi privata di un proprio dedicato sistema di assistenza sanitaria in favore dei detenuti e degli internati.
Siffatta missione, invece di essere potenziata ed estesa anche a favore della polizia penitenziaria, tuttora incomprensibilmente priva di propri medici competenti, venne stupidamente devoluta al Ssn e quindi alle aziende sanitarie locali nel cui ambito insiste ciascun Istituto, con inevitabili conseguenze negative. Non vi è più, ormai, una sanità penitenziaria interna, eguale in ogni Istituto carcerario, ma tante diverse sanità, affidate alla sensibilità, spesso carente, dei direttori generali delle tante aziende sanitarie locali nelle quali è suddivisa l'Italia, quasi tutti più attenti a curare buoni rapporti con il potere politico regionale da cui ciascuno di essi trae la propria legittimazione ad agire che a darsi da fare per rendere sempre più efficiente ed efficace l'azione complessiva delle loro aziende anche a vantaggio della popolazione carceraria.
Non ho la veste per chiedere le dimissioni di chicchessia. E tuttavia mi sia consentito nutrire rilevanti perplessità sulle effettive capacità manageriali degli attuali vertici politici e amministrativi del sistema carcerario. Non conosco né il Ministro della Giustizia né il Capo del Dap. Conosco invece, personalmente, soltanto l'attuale direttore generale dei detenuti e del trattamento, chiamato a questo incarico soltanto da poco, già giudice di sorveglianza oltre che ex componente del Csm.
Ma ho il timore, nonostante la sua assoluta bravura, che l'attuale contesto interno (e quello dell'intero governo) non saprà fornirgli il necessario sostegno. Ho lavorato nell'universo della Giustizia svolgendovi molteplici e non irrilevanti funzioni. Immediatamente giudiziarie quelle di Pubblico Ministero, di Giudice di sorveglianza, di Giudice d'appello penale.
Di alta dirigenza amministrativa - negli anni di piombo e fino alla restaurazione del sistema del bastone e della carota attraverso la legge Gozzini, al quale mi opposi, nel 1983, con le mie volontarie dimissioni dall'incarico fino ad allora svolto e con il mio successivo rientro, poco dopo, in funzioni giudiziarie come Presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano - come Direttore del Servizio sociale penitenziario e dell'assistenza ai detenuti, in breve della struttura centrale deputata al trattamento dei detenuti, dovunque ristretti.
Venni così ad assicurare a tutta la popolazione carceraria (a fondamento del processo di rieducazione e nel contempo come strumento di maggiore ordine e sicurezza, volto a mettere al bando la violenza del manganello ed il prepotere dei capi bastone) la tutela dei loro fondamentali diritti allo studio, al lavoro, alla salute. Naturalmente accompagnato, tale processo, dall'avvio di un'estesa opera di formazione della polizia penitenziaria, purtroppo ancora insufficiente, come da tempo inutilmente rileva questa benemerita quanto misconosciuta categoria di operatori penitenziari in divisa.
Credo da sempre nella rieducazione, a condizione che tutto il sistema vi creda, a partire proprio dal Personale della Polizia penitenziaria. Appare necessaria, insisto, una profonda rivisitazione del sistema sanitario in generale, ma anche della stessa organizzazione penitenziaria, volta a consentire che il personale del già Corpo degli Agenti di Custodia venga finalmente educato ad esercitare, con assoluta pienezza, il nuovo ruolo che ad essi spetta, di primi attori del processo di rieducazione dei detenuti e non più, come ancora oggi accade, di meri secondini.
L'Amministrazione Penitenziaria ha saputo assicurare, nonostante quei tempi oscuri e sia pure con molteplici défaillances, il trattamento della popolazione carceraria, dando ampio riconoscimento al diritto allo studio, al lavoro, all'assistenza sanitaria, sia intramurale che extra murale, all'epoca organizzata in ben cinque Centri Clinici penitenziari super attrezzati, molto noto quello di Pisa. Che fine hanno fatto questi Centri? Chi ne ha tratto non consentito vantaggio? Qualcuno risponda! Grazie per l'attenzione.
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 1 maggio 2020
C'è da aspettarselo: anche davanti a numeri tanto allarmanti, i manettari di turno faranno spallucce e magari si abbandoneranno a refrain del tipo "buttate la chiave", "requisite i conventi" o "ripristiniamo la pena di morte". Eppure, in un Paese civile, la relazione annuale stilata dal garante campano dei detenuti imporrebbe una riflessione seria su quell'inferno in cui, tra celle strapiene e atti di autolesionismo crescenti, si sono trasformate le carceri.
I dati sul sovraffollamento parlano chiaro: nel 2018 la popolazione carceraria campana superava la capienza regolamentare del 14 per cento, mentre nel 2019 si è arrivati al 17. Certo, nelle ultime settimane la pandemia ha ridotto il numero degli ingressi negli istituti di pena, ma la situazione resta angosciante.
"Il problema non è stato arginato, ma tende ad aumentare - sottolinea il garante Samuele Ciambriello - e se la situazione appare meno grave nei penitenziari dell'Avellinese e del Beneventano, a Poggioreale e Pozzuoli si registra un sovraffollamento da record". Non bisogna dimenticare, inoltre, che il 22 per cento delle celle non dispone di docce e al 37 manca il bidet. Diversi penitenziari sono privi di spazi per gli incontri con i minori e per il lavoro artigianale, attività ridotte negli ultimi tempi per evitare assembramenti capaci di agevolare la diffusione del Coronavirus. E il personale? Anche quello è carente: il rapporto tra detenuti e agenti di polizia penitenziaria si attesta al 51 per cento, quello tra detenuti ed educatori supera di poco l'1,25.
E allora non deve meravigliare il fatto che gli atti di autolesionismo siano aumentati del 32 per cento nel 2019, mentre gli scioperi della fame o della sete hanno fatto un balzo in avanti del addirittura del 55 rispetto all'anno precedente. Se si osserva che il 21 per cento delle visite specialistiche non può essere effettuato a causa di difficoltà del nucleo traduzioni, si comprende come la vita in carcere sia ancora lontana da quel senso di umanità sancito dall'articolo 27 della Costituzione. "Il carcere, questo grande rimosso sociale, resta l'unica vera cartina di tornasole della nostra civiltà - conclude Samuele Ciambriello - Ecco la prospettiva che ci deve guidare: non abbandonare le persone che vivono una condizione di emarginazione e di reclusione. E continuare a credere che in quel luogo distanziato dalla società civile che è il carcere ci sia la possibilità di migliorare e di emanciparsi".
di Adolfo Ferraro*
Ristretti Orizzonti, 1 maggio 2020
Se è veritiera la comunicazione del Dap ripresa dal Garante Mauro Palma il 26 aprile 2020 che i detenuti che risultano al momento positivi al Coronavirus sono 138 su tutto il territorio nazionale (0,2% della popolazione detenuta), 13 dei quali ricoverati in ospedale, e sono 230 invece i soggetti positivi al tampone fra le quasi 38mila unità di Polizia Penitenziaria (di cui sedici ricoverati e tutti dispensati dal servizio) significa che l'infezione da coronavirus in carcere non ci è entrata
o, in proporzione alla sua diffusione all'esterno, ha mantenuto un inatteso ridotto standard di crescita e di presenza controllato e controllabile. Ovviamente non può che essere una buona notizia. Che le carceri fossero una polveriera lo sapevano già tutti, anche prima della pandemia. E il virus improvviso, così come nella comunità esterna, ha spinto verso soluzioni indirizzate a limitare il danno, vista la assoluta comune mancanza di conoscenza della dinamica di crescita e di contagio dell'infezione. Nel carcere ovviamente il distacco sociale, uno dei metodi per limitare il danno, è stato solo quello con i parenti all'esterno, essendo impraticabile in una struttura che di per sé non rispetta le distanze minime anche senza il sovraffollamento. In questo senso le preoccupazioni dei detenuti e dei loro familiari sono più che comprensibili anche se meno accettabili sono stati i disordini nelle carceri del mese scorso, che hanno dato una idea di un disegno fondamentalmente eversivo e di una prova di forza di cui non c'era assolutamente bisogno, finalizzato ad esasperare gli animi e produrre reazioni sempre più violente. Assolutamente non giustificabili da qualunque parte provengano, come i presunti pestaggi dei giorni scorsi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.
E certamente un momento di emergenza produce reazioni di emergenza per cui è evidente che, per limitare il danno, sfoltire la popolazione carceraria è stata ed è un obiettivo e una richiesta praticabile. Sempre secondo i dati forniti dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, le presenze sono passate da 61.230 del 29 febbraio ai 53.658 del 26 aprile. Un calo di oltre ottomila detenuti, che sono usciti dagli istituti di pena nel giro di un mese, da quando è scoppiata la crisi sanitaria. Ed altri nei giorni successivi hanno usufruito di benefici che hanno parzialmente snellito la popolazione carceraria, che comunque rimane ancora numerosa e potenzialmente contagiabile.
Una osservazione però dovrebbero farci riflettere: i ridotti numeri dei detenuti positivi sono anche di molto inferiori in rapporto e proporzione al numero complessivo dei contagi della popolazione libera. Significa evidentemente che l'infezione nel carcere si è propagata con modalità diverse e più controllate di quelle avvenute nel mondo libero.
Il paradosso, finora attuale, è che a due mesi dall'inizio della pandemia il tanto temuto contagio nelle carceri, ritenute (e comunque ancora da ritenere) potenzialmente esplosive, non si è venuto a verificare, grazie a Dio, forse proprio per l'isolamento che la detenzione impone, e non solo per la riduzione della popolazione detenuta. Queste considerazioni non hanno naturalmente interrotto le richieste finalizzate allo sfoltimento ulteriore degli istituti di pena.
La sensazione che le richieste dell'esecuzione e delle modalità dello sfollamento produce è però quella, magari errata nella sua sostanza, di volere sfruttare un momento di emergenza per ottenere benefici che in altri momenti non si sarebbero potuti ottenere. E questo amplificando le pur concrete esigenze di salute e prevenzione e alzando i toni del pericolo, producendo infine una tensione che si alimenta da sola.
I risultati sono quelli della sospensione della detenzione (almeno in carcere) di molti detenuti comuni, ma anche di soggetti vicini alle attività criminali, organizzate o meno, come Francesco Bonura o Pasquale Zagaria, e altri ancora, con tutte le polemiche, poco chiare in verità, tra il Dap, i Magistrati di sorveglianza, la Direzione Antimafia e altri ancora.
Questo rischia di spostare tutto il senso del garantismo verso l'aspetto manipolatorio dell'emergenza, che non propone strade definitive e stabili, come quella di una seria riflessione sulle pene e sul loro significato, che dovrebbe essere un lavoro costante sul carcere e i suoi ospiti. Ma piuttosto un "libera tutti" poco accettabile dalla opinione pubblica e che non consentirà che delle variazioni temporanee, senza un preciso progetto di organizzazione giudiziaria e di prevenzione futura.
*Psichiatra, Operatore penitenziario volontario
di Valentina Marsella
Il Riformista, 1 maggio 2020
Mio padre è morto da solo, senza potersi difendere e senza il nostro abbraccio". A parlare, in una accorata lettera, è Domenico Ribecco, figlio di Antonio, morto a 58 anni di Covid-19 mentre era detenuto nel carcere di Voghera. Come una macabra premonizione, un nome impresso nella sorte, l'operazione "infectio" della Dda di Catanzaro del dicembre scorso lo aveva fatto finire in manette insieme ad altre 22 persone, accusate a vario titolo di essere i volti del mosaico delle infiltrazioni criminali della 'ndrangheta in Umbria.
Di "infectio" viene arrestato, di "infectio" muore a tre mesi di distanza. Antonio Ribecco è originario di Cutro ma vive da oltre 25 anni a Perugia, dove fa l'imbianchino. Il 12 dicembre, racconta il figlio 28enne, "finisce in isolamento nel carcere di Capanne per 9 giorni, poi viene trasferito a Voghera. Lo abbiamo rivisto il 3 gennaio. Ci ha detto che aveva chiesto di essere trasferito di nuovo in Umbria, per essere più vicino a noi e a mia sorella non vedente. Ma così non è stato".
L'ultima volta che Domenico ha visto suo padre vivo è stato il 15 febbraio. Due settimane dopo, Antonio ha la febbre ma nessuno immagina che si tratti di Coronavirus. "Anche se il virus continua ad aggredirlo - racconta Domenico - ci dice di stare meglio per tranquillizzarci anche se nessuno lo ha ancora visitato. Tanto che una guardia penitenziaria fa una lettera di richiamo al medico. Tutti fatti raccontati da mio padre, prima al telefono e poi in una lettera che dice di averci spedito che però non ci è mai arrivata".
La situazione precipita: Ribecco viene ricoverato il 21 marzo in terapia intensiva al San Paolo di Milano e poi al San Carlo. Il 9 aprile la notizia della sua morte. Dall'aggressione del Covid-19 al decesso c'è un tempo sospeso di venti giorni, fatto di silenzi e angoscia. "Solo dopo ripetute telefonate riusciamo a sapere cosa sta accadendo - prosegue il figlio del 58enne - anche se non abbiamo mai capito se mio padre abbia ricevuto le cure adeguate.
Vogliamo sapere solo la verità sulla sua morte". Intanto, i legali del detenuto calabrese, Gaetano Figoli del foro di Roma e Giuseppe Alfì del foro di Perugia, hanno sporto una denuncia alla Procura di Pavia perché accerti le condotte tenute dal personale del carcere lombardo e verifichi se vi siano stati comportamenti colposi e omissivi.
Quello che è certo è che la furia distruttrice del Covid in carcere fa ancora più paura e che la scelta di fare i tamponi è stata fatta solo in alcuni penitenziari. "Per fronteggiare l'emergenza Coronavirus non c'è stata una procedura comune negli istituti di pena, o comunque un piano sanitario per effettuare i tamponi - fa notare l'avvocato Gianpaolo Catanzariti, responsabile dell'Osservatorio carcere dell'Unione camere penali italiane - ma solo iniziative singole".
Finora i morti accertati di Covid-19 in carcere sono stati due, entrambi sottoposti a misura cautelare ed entrambi accusati di reati ostativi: Ribecco e un 76enne siciliano che era detenuto alla "Dozza" di Bologna. Due storie che "portano a fare delle riflessioni - aggiunge Catanzariti; la prima: il Coronavirus non fa distinzione tra soggetti in espiazione pena e quelli in misura cautelare. La sua furia distruttrice non fa nemmeno differenze tra reati ostativi e reati comuni. Un terzo della popolazione carceraria è in attesa di giudizio.
Ma la riflessione più importante è che la privazione della libertà, giusta o sbagliata che sia, impone un dovere di tutela specifica in chi l'ha disposta. Se lo Stato non protegge il diritto alla salute di chi è in sua custodia, il passo verso la tortura ed i trattamenti inumani è davvero breve".
E il carcere è una "Istituzione totale", fa notare il professor Francisco Mele, psicanalista e criminologo, "perché l'individuo dorme, lavora, mangia, vive in un unico spazio. Tutti noi nasciamo, viviamo e moriamo nelle Istituzioni, che ci forniscono una identità. Il Coronavirus ha messo in discussione tutto il sistema che riguarda la disciplina attraverso la quale una persona entra e vive nelle Istituzioni. In quella Istituzione totale e anonima che è il carcere, il limbo dell'attesa di giudizio si è trasformato in morte". Una morte, conclude Mele, "di fronte alla quale tutti siamo soli, ancor di più quando non c'è una mano o un volto di conforto. Anche in carcere".
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 1 maggio 2020
Inchiodati a una foto di quindici o venti o trent'anni fa. La foto che scattò all'imputato il pubblico ministero. E che lo rende sospettabile per sempre. Oltre che detenuto per sempre. Come vuole Travaglio, per il quale "certezza della pena" equivale a certezza del carcere.
Questo è il senso del decreto legge approvato dal governo due sere fa per condizionare l'autonomia dei giudici di sorveglianza al parere (pur se non vincolante, ma sicuramente invadente e ritardante) innanzi tutto di quel Pubblico ministero che in aula, anni e anni prima, chiese e poi ottenne la condanna. Che cosa vuol dire, concretamente, il fatto che il giudice e il tribunale di sorveglianza prima di decidere per un permesso o detenzione domiciliare nei riguardi di un condannato per mafia o terrorismo debbono consultare il pubblico ministero del processo che lo ha giudicato? Qui non si parla del tribunale o del presidente, cioè di organi giurisdizionali, ma di una parte processuale, quella dell'accusa che dovrebbe equivalere alla difesa.
E siamo alle solite, quando al ministro della giustizia che ha ispirato il decreto mancano i fondamentali. Nell'aula dove si celebra il processo c'è l'imputato, non il "mafioso". L'imputato che al termine del dibattimento può essere assolto o condannato, e lo stesso accade in tre gradi di giudizio. Che a volte sono anche più di tre. Saranno dunque consultati tutti i rappresentanti dell'accusa di ogni processo o non sarà invece sentito solo il primo, cioè il pm che per primo ha indagato, quello che ha conosciuto una persona per come era molti anni prima del momento in cui avrà diritto ad avere per esempio un permesso?
Tanto per fare un esempio, avrebbe dovuto essere il pm Catello Maresca a sussurrare nell'orecchio dei giudici di sorveglianza di Sassari un parere sulla detenzione domiciliare di Pasquale Zagaria? Stiamo parlando del magistrato che ha aggredito in una trasmissione televisiva il capo del Dap Francesco Basentini per i ritardi del suo ufficio e che considera i domiciliari concessi al detenuto la certezza che si stia "ricostituendo uno dei clan più pericolosi del Paese", cioè il gruppo camorristico dei Casalesi.
Su questo giornale Angela Stella ha ripetutamente raccontato la storia di Pasquale Zagaria, considerato la mente economica del gruppo camorristico che faceva capo a suo fratello, ma che non si era mai macchiato di fatti di sangue, si era costituito spontaneamente nel 2007 e aveva ammesso le sue responsabilità. Gravemente malato di tumore è ora detenuto al domicilio per i prossimi cinque mesi e si potrà curare.
Ma se i giudici di sorveglianza avessero dovuto consultare il dottor Catella, magari lo avrebbero condannato a morte. Non ci sarebbero stati i ritardi del Dap, ma l'immediato pollice verso contro il "camorrista". Senza bisogno di leggere le carte, le diagnosi dei medici. Diverso sarebbe stato se invece il decreto Buonafede avesse stabilito di sentire un organo giudicante, come per esempio la Corte d'appello di Napoli che nel 2015 aveva tolto a Zagaria la misura di prevenzione della sorveglianza speciale e che aveva escluso, quanto meno a partire dal 2001, la sua "appartenenza all'associazione camorristica".
Ma il pubblico ministero Maresca, che non può ignorare il cursus del detenuto, visto che non solo lo aveva inquisito una quindicina di anni fa, ma ancora oggi ne parla in numerose interviste, lo vuole inchiodare alla sua prima foto. Tutto quello che è successo dopo non rileva. Tutto quello che scrive nell'ordinanza che ha disposto la detenzione domiciliare il dottor Riccardo De Vito, che purtroppo per il nostro ordinamento è collega di Catello Maresca, cioè lui che è un giudice ha fatto lo stesso concorso di un pubblico accusatore, è carta straccia.
Per l'uno Pasquale Zagaria è un anziano detenuto gravemente malato e da tempo non più legato al suo passato, per l'altro è solo un camorrista. Punto. Questo è il senso di un decreto legge sollecitato a gran voce da un'associazione di stampo forcaiolo che va dai soliti travaglisti fino a al Pd e a Renzi e ai partiti dell'opposizione, nel silenzio dell'ufficialità di Forza Italia. Che si prepara come al solito, immaginiamo, alla consueta e un po' ipocrita "libertà di coscienza" in sede di conversione. Forse non è chiaro a tutti che stiamo assistendo all'ennesimo rafforzamento del ruolo del pubblico ministero, persino di quello del passato.
Se a questo aggiungiamo, per detenuti al 41bis, anche la necessità di consultare il Procuratore nazionale antimafia che deve attestare la pericolosità del detenuto e l'attualità del suo collegamento con la criminalità organizzata, vediamo con chiarezza l'oggettivo svuotamento del ruolo dei giudici e tribunali di sorveglianza. È come se all'improvviso stessero entrando nelle carceri degli squadroni della morte con i lanciafiamme e ne stesse uscendo il Diritto. Alla faccia della Costituzione, che considera fondamentale il diritto alla salute e indica come rieducativa la funzione della pena.
di Iuri Maria Prado
linkiesta.it, 1 maggio 2020
Secondo Gian Carlo Caselli, i boss "negano" i principi dell'articolo 3 della Costituzione, quindi "se vogliono accedere ai benefici che la Carta prevede, devono dimostrare di essere davvero rientrati nella Costituzione". Dei benefici condizionati, insomma. Ma la nostra legge non dice questo.
Scrive il dottor Gian Carlo Caselli su HuffPost che "il mafioso è la negazione assoluta del fondamentale articolo 3 della Costituzione e di ogni suo principio". L'articolo 3, perdonerà il dottor Caselli se riassumiamo, prevede che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e che la Repubblica è impegnata a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che ne limitano la libertà e l'uguaglianza.
Poiché, spiega il dottor Caselli, il mafioso "nega" questi principi, "se vuole accedere ai benefici che la Carta prevede, deve dimostrare di essere davvero rientrato nella Costituzione".
Curiosa interpretazione. Secondo la quale, in pratica, l'imputato di delitti di mafia che sia sottratto al carcere duro è un ostacolo frapposto all'uguaglianza dei cittadini: e compito della Repubblica è dunque di rimuovere l'ostacolo mandandolo al carcere duro e lasciandocelo. Il 41bis come strumento di uguaglianza sociale.
Il corollario di questa teoria - lo abbiamo visto - è che se il detenuto vuole fruire dei "benefici" costituzionali, allora deve "rientrare" nella Costituzione. Come? Pentendosi. Si apprende così che le tutele costituzionali non rappresentano diritti uguali per tutti ma benefici in favore di alcuni, e che obbligo del condannato non è di non violare la legge ma di impegnarsi in una specie di trasfigurazione morale.
Quest'idea sbagliata, secondo cui il cittadino - qualunque cittadino - non ha il dovere di rispettare l'ordinamento ma quello diverso di riconoscerne la bontà, così come il condannato non ha il dovere di sopportare la pena ma quello di ammettere che essa è giusta e meritata, è purtroppo tipica di certo approccio moraleggiante e inquisitorio alle questioni di giustizia.
E non appare meglio che una formula stereotipata l'avvertenza, che pure il dottor Caselli ha cura di anteporre alle sue considerazioni, secondo cui "lo Stato deve tutelare la salute di tutti i detenuti, mafiosi compresi". Perché guarda caso l'urgenza di difendere l'intangibilità del carcere duro insorge quando è palese che quel dovere di tutela della salute di tutti, "mafiosi compresi", non è assolto: e quando è chiaro che la sacrosanta pretesa che sia assolto è contrastata appunto con la denuncia che per quel tramite si voglia attentare alla sacralità antimafia del regime speciale.
Ma semmai c'è un altro rischio. Che sia quel regime, col manto lugubre della sua irrevocabilità, a farsi strumento di quest'ingiustizia più grave: la negazione dei diritti uguali per tutti degradati a benefici da riconoscersi a chi si inchina alla maestà dell'inquisitore. La figura del carcerato che ottiene favori facendosi amico il secondino appartiene alla stessa cultura.
di Ezio Menzione
Il Dubbio, 1 maggio 2020
I due musicisti arrestati per "terrorismo". Mustafà Kogiak era un chitarrista di 28 anni del gruppo Grup Yorum, popolarissimo in Turchia, che fin dal 1985 si caratterizza per la militanza antifascista e contro ogni forma di autoritarismo. Inviso ad Erdogan fin da quando era primo ministro, il gruppo è stato a perseguitato, dal 2018 i loro concerti vietati e sono andati in carcere 30 componenti del, di cui 6 tuttora detenuti.
Mustafà era in una prigione vicino a Smirne dal 2017 con l'accusa di terrorismo e attentato alla costituzione che lo aveva portato ad una sentenza di ergastolo, confermata dalla Suprema Corte, nonostante che durante il processo davanti ad essa il principale teste di accusa, il solito pentito più o meno anonimo, avesse ritrattato completamente le accuse contro di lui.
Mustafà era stato torturato, come tutti i prigionieri politici, soprattutto prima della detenzione: braccia ammanettate dietro la schiena, come in un quadro seicentesco del Magnasco; con un cappuccio di carta in testa e sopra un barattolo di latta, veniva percosso regolarmente per un quarto d'ora ogni mezz'ora.
Sotto queste torture a Mustafà era stata estorta una confessione. Da 297 giorni era in sciopero della fame per chiedere un processo equo e perché il suo gruppo potesse tornare a tenere concerti. Da 40 giorni aveva cessato anche di prendere gli integratori, abbracciando così la protesta cosiddetta "death fast", "fino alla morte, velocemente": così velocemente che si è spento il 23 aprile, nonostante negli ultimi giorni gli fosse stata praticata una specie di tortura, chiamata alimentazione forzata con 73 contenitori di soluzione. Lui la rifiutava, staccandosi gli aghi con le mani e con i denti, e loro lo hanno legato testa, braccia e gambe, senza farlo più accedere al bagno. All'ultimo aveva perso la sensibilità e l'intero sistema nervoso non rispondeva più. Pesava 29 chili.
Con lui era in sciopero anche una cantante del Grup Yorum, Helin Bolek, morta il 9 di aprile: era stata rimessa in libertà a dicembre, ma aveva continuato la protesta. Il regime di Erdogan, che ha emanato un provvedimento di indulto riguardante 90.000 detenuti (su 286.000) per fronteggiare il Covid 19, ha escluso gli oppositori politici, giornalisti, avvocati, magistrati, blogger ecc.
Mustafà era difeso da una coppia di avvocati, appartenenti a un'associazione radicale, e finiti in carcere: Dedim Baydar Uysal e Aytac Uysal, suo marito, detenuto in Anatolia dal 2017, in sciopero della fame nel gennaio scorso. Hanno seguito la protesta altri 8 colleghi dell'associazione CHD. Dopo quasi cento giorni di protesta, però, sette di loro hanno interrotto lo sciopero per via dell'incombere del coronavirus. Una di questi, però, Ebru Timtik (una fantastica collega, lasciatemelo dire, per averla conosciuta personalmente in un colloquio nel supercarcere di Silivri!), detenuta con vari pretesti da sei anni e già condannata a 15 anni nel marzo scorso (si aspetta la Cassazione), ha iniziato il 5 aprile, assieme ad Aytac, la drammatica "death fast".
Ebru ed Aytac sono in fin di vita ed è tragico pensare che in pochi giorni arriverà la notizia della loro morte. I due colleghi sono la punta tragica di una situazione drammatica in cui in tre anni 1500 avvocati sono stati indagati, 605 arrestati e 345 condannati per una pena totale di 2158 anni. Di fronte al venir meno del diritto alla difesa e alla stessa vita, è giusto domandarsi perché mai il governo italiano non faccia nulla, magari attraverso la sua rappresentanza diplomatica in Turchia, per far cessare simili abusi.
giornaledicalabria.it, 1 maggio 2020
Sulla falsariga di quanto riportato dal Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Mauro Palma, in un comunicato datato 26 aprile - in cui viene smentita la notizia secondo cui in alcune carceri si registrerebbe uno stato di allarme per la positività al Coronavirus di centinaia di persone detenute - il Garante regionale, Agostino Siviglia, fornisce ulteriori rassicurazioni al riguardo.
Contattato telefonicamente dal Csv di Catanzaro, esprime viva soddisfazione per il senso di responsabilità dimostrato dai detenuti e dagli agenti penitenziari calabresi, che ha portato a non registrare alcun caso di positività al Covid 19 nelle carceri della nostra regione.
"Nessuna rivolta, nessuna criticità di rilievo ha accompagnato la sospensione di tutte le attività all'interno delle carceri, all'indomani delle restrizioni imposte dall'emergenza sanitaria - ha chiarito il Garante - Non è stato facile per i detenuti accettare ulteriori limitazioni, soprattutto non godere più delle visite dei parenti, ma essi hanno compreso la gravità della situazione e si sono riadattati alle nuove disposizioni, così come hanno fatto gli agenti, gli educatori, i cappellani, i medici e gli infermieri, e tutti coloro che operano nelle carceri".
I dati della realtà carceraria ricalcano, quindi, la diffusione geografica del virus, essendo i casi di positività (138 i detenuti, 13 dei quali ricoverati in ospedale, e 230 gli agenti penitenziari) concentrati nelle regioni in cui è maggiormente estesa la pandemia, ovvero la Lombardia, il Piemonte e il Veneto. Sono, invece, dieci le regioni in cui non si registra alcun caso di positività (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Lazio, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia), oltre alla Provincia autonoma di Bolzano.
Ma lo stesso Garante nazionale, nel comunicato diffuso qualche giorno addietro, fa riferimento all'opportunità di non abbassare il livello di guardia per tutelare chi vive in carcere, chi vi lavora, e la comunità esterna a cui le persone detenute torneranno una volta scontata la loro pena. E nell'attività di monitoraggio costante delle condizioni di tutela della salute in carcere e di rispetto dei diritti di tutti, il Garante continuerà ad avvalersi della collaborazione dell'Amministrazione penitenziaria, della rete del Garanti territoriali e delle realtà del Terzo Settore: "Tutte le attività laboratoriali e sportive portate avanti con gli operatori di enti e associazioni di volontariato sono state, ovviamente, sospese - chiarisce Siviglia - Rimangono in piedi, invece, le ore di didattica online per quanti devono conseguire il diploma o superare un esame universitario. Possono disporre, infatti, di tablet e smartphone per lo studio, ed anche i colloqui con i parenti si svolgono ormai via Skype".
di Dario Di Vico
Corriere della Sera, 1 maggio 2020
La domanda che dobbiamo porci in un Primo Maggio senza piazze è la seguente: la caduta del Pil fornirà benzina per una rivolta sociale? L'ultimo in ordine di tempo è stato Luigi Brugnaro, il sindaco di Venezia, che ci ha avvisato sui rischi che la crisi verticale del turismo in Laguna inneschi "una bomba sociale". Prima di lui il presidente della Camera di commercio di Crotone Aldo Pugliese ci ha ammonito sullo stesso registro: lo scoppio di una rivolta sociale. Idem Gino Scotto, capo della Federazione autonoma piccole imprese della Sicilia, seguito a ruota dal finanziere Ernesto Preatoni.
Questa però è solo una rassegna degli ultimi giorni, allargando lo spettro temporale si possono trovare molte altre dichiarazioni dello stesso tenore anche da parte di politici e opinion maker di maggior vaglia. Volendo catalogarle, seppur sommariamente, si possono individuare due tendenze: alla prima appartiene chi è sinceramente preoccupato della disoccupazione di massa e ricorre all'iperbole della "bomba" solo per bucare l'attenzione dei media; alla seconda chi evoca l'Armageddon sociale con metodo levantino e con lo scopo di tirarsi fuori dal cerchio della responsabilità. "Penso che non riuscirò a fermarli".
Ma per uscire dalle angustie della cronaca, e nel contempo evitare di sfornare oroscopi socio-economici, sarà utile partire da ciò che conosciamo. La Grande Crisi iniziata nel 2008 che pure ha distrutto quasi 10 punti di Pil e ha decimato le piccole imprese italiane (e relativa occupazione) non ha generato rivolte sociali. Il tasso di conflittualità sindacale di quegli anni è rimasto più basso che in passato e non abbiamo avuto autunni o altre stagioni bollenti. Neppure si può dire che la protesta ribelle abbia frequentato altri circuiti: il fenomeno dei Forconi è durato lo spazio di un giro nei talk show.
La verità è che il rancore non ha preso la via delle barricate, la mediazione dell'odio è passata prima dai social network con la nascita della figura dell'hater e, successivamente, ha avuto come veicolo il Movimento 5 Stelle. Determinando un terremoto politico all'insegna della caccia all'élite e del disprezzo della mediazione politica tradizionale.
Rievocare questo precedente ci serve ad evitare semplificazioni: il malessere sociale può prendere diverse strade e molto dipende dai soggetti o dalle occasioni che incontra sul suo cammino. Storicamente in Italia è stato il Pci a produrre la migliore "seconda lavorazione" delle fratture sociali sia per la lunghezza del ciclo sia per la ricca plusvalenza politica che ha saputo estrarne. Ma possiamo anche ricordare l'attitudine del sindacalismo metalmeccanico degli anni 70 e concludere che in fondo il populismo grillino non ha fatto altro che espugnare, nel nuovo secolo, la fortezza delle sinistre conquistando il diritto di sventolare la bandiera dei diseguali.
E allora, senza voler sottovalutare la profondità della crisi sociale che ci troveremo davanti nel post-pandemia, la domanda che dobbiamo porci in un Primo Maggio senza piazze è la seguente: la caduta del Pil che già in questo primo trimestre ha segnato -4,7% fornirà benzina per una rivolta sociale? Un indizio per rispondere ce lo fornisce un dato di Prometeia, sottolineato dal professor Enrico Giovannini, secondo il quale nell'intero 2020 il Pil cadrà fino a -6,5% (stima prudenziale) mentre il reddito delle famiglie scenderà dello 0,8%.
Aggiungiamo che per ora non si vedono all'opera soggetti capaci di offrire al malcontento un format di successo. I sindacati e l'associazionismo dei Piccoli avrebbero bisogno di una rifondazione in corsa per candidarsi a cotanto compito e oggi non pare credibile. Le Sardine hanno proposto di recente di attivare il Var della pandemia, un'idea che ci racconta di più dell'astinenza da Serie A dei suoi leader che della loro capacità progettuale.
I leghisti continuano a cavalcare un ronzino come l'Italexit ma soprattutto non hanno più da giocare la carta di contrapporre la condizione dei penultimi a quella dei migranti. I Cinque Stelle, poi, si sono insediati al potere: controllano il Lavoro, l'Industria, l'Inps e i navigator e soprattutto hanno sostituito l'odio con il sussidio.
E proprio in questa parola "sussidio" sta la chiave del confronto con il 2008. Allora la comunicazione che arrivava dall'alto seguiva la metrica dei sacrifici, oggi la narrazione è all'insegna del "nessuno verrà lasciato indietro". Non si sta promettendo austerità ma protezione. Al punto che il governo, che pure dispone del Reddito di cittadinanza, ha intenzione di costruire un nuovo veicolo di welfare, il reddito di emergenza, che ne dovrebbe essere il fratello minore ma di cui prima si è scelto il nome e poi verrà individuata la platea dei beneficiari. È dunque la trappola del sussidio, del bonus ritagliato per ogni segmento sociale, la mediazione che la politica offre al disagio. Reddito e debito invece di Pil.
La seconda strada verrà dagli aggiustamenti dell'economia dei servizi. Già mi era capitato di sottolineare come il terziario italiano negli ultimi anni si fosse incamminato pericolosamente lungo la strada del low cost, come avesse scelto il massimo ribasso contro la creazione di valore. È probabile - e qualche segno lo si trova negli accorgimenti escogitati sotto lockdown - che questi settori vengano spinti a scendere più di qualche gradino e inabissarsi creando un popolo di Senza Ricevuta non solo nell'ambito delle attività artigianali ma anche dei servizi professionali di prima e seconda generazione.
Così come va messa in conto, come mi segnala Giuseppe De Rita, l'eventualità che gli spazi che sono stati conquistati dalla piccola imprenditoria straniera, e che hanno la loro dimostrazione plastica nei mille minimarket presenti nelle città turistiche, possano contrarsi ed essere occupati da operatori italiani.
È lungo queste traiettorie "adattive" che nei prossimi trimestri è facile che vada a riposizionarsi il sistema Italia ed è fin banale sottolineare i rischi che la trappola del sussidio e il revival del sommerso rappresentano per le ambizioni di un grande Paese. Ma è con questa agenda che bisogna confrontarsi ed evitare di chiamare alla rivolta sociale appena si accendono le telecamere.
corrieredellacalabria.it, 1 maggio 2020
L'iniziativa di una serie di associazioni di fornire generi alimentari e altri beni alla casa circondariale "Sergio Cosmai" è stata accolta con commozione dai reclusi che hanno ringraziato con una lettera. "Solidarietà inaspettata che guarda ad una parte di popolazione spesso dimenticata" Ci sono gesti che, a maggior ragione in momento come questo, possono assumere un significato molto più profondo e importante.
Gesti come quello, ad esempio, delle associazioni "La terra di Piero", "Prendocasa Cosenza", "Fem.In.", "Anni Ottanta", "Cosenza Vecchia", "Cooperativa Soccorso Speranza" che hanno guardato al carcere fornendo generi alimentari e prodotti sanitari necessari in questo periodo di pandemia. La drammatica situazione delle carceri italiane, tra sovraffollamento e mancanza di strutture e personale rende ancor più importante qualsiasi iniziativa proiettata al miglioramento delle condizioni delle persone private dalla libertà personale.
Con l'inizio dell'emergenza sono stati vietati i colloqui in carcere e il solo contatto col mondo esterno è permesso tramite dispositivi elettronici. Alle proteste nelle carceri di tutta Italia, a Cosenza era seguita una "battitura" da parte dei detenuti che chiedevano rispetto e considerazione per la loro condizione.
Il garante regionale, Agostino Siviglia, all'indomani dello sciopero della fame dei detenuti di Crotone (per il sovraffollamento carcerario e la mancanza di Dpi all'interno degli istituti), aveva sottolineato che "un contagio nelle carceri potrebbe diventare un moltiplicatore di drammatica gestione" e che per questo sia le Istituzioni che la società civile hanno il dovere non dimenticare questo mondo che spesso appare parallelo e distante.
E mentre a Crotone la protesta era stata "sedata" dall'iniziativa di otto donne locali che avevano donato ai detenuti delle mascherine fatte a mano, in questo caso è stata l'iniziativa spontanea delle associazioni a suscitare il ringraziamento da parte dei detenuti della casa circondariale "Sergio Cosmai" di Cosenza, positivamente travolti da questa "inaspettata" solidarietà: "Con immensa gioia sentiamo il dovere morale ed infinito senso di gratitudine nell'estendere i nostri più cari e sentiti ringraziamenti alle associazioni sopra menzionate per il loro pensiero".
Scrivono in una lettera dicendosi "allietati nell'aver ricevuto un sostegno di tipo alimentare, prodotti vari indispensabili e beni di prima necessità". Un gesto che guarda "ad una parte di popolazione molto spesso dimenticata ed alienata" ma che ha necessità "di essere tenuta presente in un particolare drammatico momento che ci vede intenti a fronteggiare un'epidemia che ha dilaniato una parte della popolazione mettendo tutti a dura prova".
"Il miglior attestato di stima e affetto ricevuto in questi giorni. Grazie per aver compreso e apprezzato il nostro gesto" è stato il commento dell'associazione "La terra di Piero" che ha postato la lettera dei detenuti sui propri profili social. E a questo coro si sono aggiunti anche i commenti delle altre associazioni, come Fem.In. che sempre dai propri profili social ha sottolineato: "La parola intersezionalità per noi significa esattamente questo: solidarizzare e lottare insieme a tutte le persone che si trovano ai margini della società, oppresse, sfruttate e abbandonate a sé stesse".
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