ladiscussione.com, 3 maggio 2020
Trasformare il tempo "sospeso" della quarantena in un tempo "attivo" grazie alla produzione di mascherine da donare a chi ne ha bisogno. È la risposta alla crisi legata all'emergenza Covid-19 di Made in carcere, il brand dedicato alla produzione di oggetti "sostenibili" che coinvolge le donne detenute di alcune carceri del Sud. Sono già oltre 6 mila le mascherine realizzate e distribuite sul territorio.
Made in Carcere è considerato un modello di impresa sociale e si inserisce nel Progetto BIL (Benessere interno lordo), avviato nell'ambito del bando "E vado a lavorare" della Fondazione con il Sud, che ha l'obiettivo di favorire l'inclusione socio-lavorativa delle persone detenute nel Mezzogiorno, costruendo una rete di relazioni socio-professionali.
Borse, braccialetti, cuscini, presine, accessori e gadget personalizzati, tutti realizzati con materiale da recupero, permettono di dare una seconda possibilità a chi si trova in carcere. Un'iniziativa che crea una catena di solidarietà e risulta utile per il reinserimento successivo al periodo di detenzione. Questi oggetti unici sono realizzati in un vero e proprio "laboratorio sartoriale" organizzato all'interno delle carceri. L'iniziativa, poi, coinvolge anche i minori detenuti rendendoli pasticceri impegnati nella preparazione di biscotti.
La consueta attività, però, anche in questo settore, ha subito un blocco dovuto alla diffusione del virus. I bisogni del territorio hanno determinato la necessità di riconvertire la produzione. Anche le imprese e le attività del Sud dedicate al sociale e fortemente legate alla comunità si stanno, quindi, reinventando per affrontare la crisi. Le restrizioni delle norme anti-contagio hanno inciso sul lavoro ma non hanno frenato la voglia di fare delle imprese sociali del Mezzogiorno. Così anche le detenute del carcere di Lecce, durante il periodo di quarantena, possono usufruire, grazie alle videochiamate, della formazione a distanza, in collegamento diretto con le sarte che continuano a trasmettere l'arte del cucire.
Le mascherine realizzate da circa 13 donne delle carceri di Lecce e Trani sono dotate di filtro in Tnt che può essere sfilato e sostituito, mentre l'involucro può essere lavato e riutilizzato. I prodotti delle detenute pugliesi sono colorati, con stampe fantasiose, ma anche ecologici perché, come riassume all'Italpress la fondatrice di Made in Carcere, Luciana Delle Donne, "il rispetto dell'ambiente ci renderà liberi". Dopo una prima fase di produzione e donazione gratuita, Made in Carcere ha potenziato il commercio delle mascherine online e ha studiato, prodotto e avviato la vendita di un "nuovo modo di protezione" con filtri ecosostenibili. Una soluzione per ripartire dallo stop forzato, dovuto all'emergenza coronavirus.
"Tutte le persone seguite da Made in Carcere hanno acquisito non solo la competenza tecnica delle sartorie ma anche le competenze trasversali per poter affrontare la vita e qualsiasi altro nuovo lavoro", afferma Delle Donne.
"Lo scenario attuale ci obbliga a una ridefinizione delle priorità con buon senso. Al momento ci si sta dedicando principalmente al trasferimento delle competenze, il modello di impresa sociale e così via. Saranno quindi coinvolte le sartorie sociali per recuperare le competenze artigianali. Stiamo ripensando a come ripartire potenzialmente in modo diverso. L'emergenza Covid-19 ci impone di attivare quanti più laboratori possibili per produrre mascherine ad uso civile: Lequile, Lecce, Taranto e Bari. Le carceri di Lecce e Trani sono già attive, mentre Matera e Taranto devono essere avviate".
di Franco Mariani
Il Tempo, 3 maggio 2020
Il Dap: per parlare con i detenuti devono mettere sul sito il telefono. Protesta degli avvocati penalisti del Coa di Roma per la decisione del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria di fargli inserire sul sito dell'Ordine il numero del cellulare per poter avere colloqui con i propri assistiti che sono detenuti.
"Allora mettiamo online anche il numero del telefonino dei loro familiari, è sconcertante e illogico". "Sconcertante" disposizione del Dap in materia di colloqui in carcere fra detenuto e difensore, che in periodo di emergenza Coronavirus si svolgono in videoconferenza da remoto.
Protesta infatti il presidente dell'Ordine degli Avvocati di Roma, Antonino Galletti, spiegando che secondo "le ultime, incredibili disposizioni dell'Amministrazione Penitenziaria", sarà consentito al difensore il video colloquio con l'assistito "solo qualora l'utenza mobile dell'avvocato sia stata preventivamente resa reperibile nell'albo online tenuto dall'Ordine di appartenenza; ciò al fine di consentire la corretta identificazione del richiedente e la riferibilità al professionista della chiamata".
Una decisione che il Coa Roma, in una dura nota indirizzata al Ministro Bonafede e ai vertici del Dap, definisce "del tutto illogica, irrazionale e sproporzionata". La questione "assume rilievi di forte violazione della privacy del professionista, costretto a pubblicare il numero di cellulare online, disponibile alla vista di chiunque, oppure a dotarsi di un'altra utenza telefonica allo scopo", ma diventa ancor più "una pretesa inutile, odiosa e vessatoria se si pensa che per i familiari dei detenuti nessuna verifica viene effettuata in ordine alla rispondenza del numero di cellulare al parente che ha titolo per il esercitare il diritto al colloquio - sottolinea Galletti - per cui i difensori subirebbero controlli ancor più stringenti di quelli imposti ai familiari dei detenuti, a meno che non si voglia fare anche un albo online dove pubblicare i numeri di cellulare dei familiari dei detenuti".
Di qui la proposta del Coa Roma di "ritirare immediatamente la disposizione del Dap" e, allo scopo di identificare il difensore nell'ambito della videochiamata, semplicemente "chiedere all'inizio del colloquio l'esibizione in video, oltre che del volto, anche del tesserino professionale con la foto identificativa, così com'è stato fatto con ottimi risultati dall'inizio dell'emergenza coronavirus fino adesso".
E per il futuro, "l'auspicio in un coinvolgimento diretto degli Ordini professionali in un processo decisionale che altrimenti può portare ad assurdità ed inutili appesantimenti burocratici come questi". Si tratta soltanto dell'ultima presa di posizione degli avvocati, che soltanto alcuni giorni fa hanno contestato il processo telematico, ma allo stesso tempo hanno presentato proposte per poter affrontare la situazione di emergenza Coronavirus nel migliore dei modi e con tutte le garanzie per i detenuti.
Il Gazzettino, 3 maggio 2020
Nessun nuovo contagio, mascherine in arrivo e controlli più stringenti grazie all'assunzione di operatori sanitari. Dopo settimane difficili la situazione nel carcere Due Palazzi sembra ad oggi sotto controllo. É quanto traspare dall'ultima comunicazione ufficiale del Provveditorato regionale per il Triveneto che, dal 28 aprile, diramerà settimanalmente ai 15 penitenziari di competenza gli aggiornamenti sulla situazione del contagio da Covid-19 tra la popolazione carceraria e gli agenti di polizia penitenziaria.
Al Due Palazzi è confermato il contagio dei soli due agenti in servizio al circondariale il cui tampone aveva dato esito positivo quasi due mesi fa. Il 21 aprile un detenuto era finito al pronto soccorso ed era risultato affetto da Coronavirus seppur asintomatico, tuttavia quel tampone non compare tra i casi conteggiati dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e nessun altro ne sarebbe stato riscontrato nella campagna di test eseguita nelle ultime due settimane.
Una buona notizia riguarda l'incremento degli operatori sanitari, con oltre cento assunzioni nelle carceri del Triveneto per incrementare i servizi di triage. Altro dato confortante è l'accordo con la Protezione civile per l'approvvigionamento di mascherine e dispositivi sanitari. Un ingente quantitativo è stato depositato ieri al Due Palazzi.
A chiedere maggiori aiuti erano state le sigle sindacali: "Abbiamo lavorato con mascherine usate per ore e giorni interi, oggi finalmente speriamo che recuperarle non sarà più un problema spiega Mattia Loforese, segretario di Sinappe - Ben venga il supporto della Protezione civile, ma certo è stato strano che ad esempio la cooperativa Giotto che opera dentro il carcere con i detenuti e ha recentemente convertito la produzione dai dolci alle mascherine, non abbia dato alla polizia penitenziaria nemmeno la possibilità di acquistarle".
Il Dubbio, 3 maggio 2020
Ii compagni di cella hanno gridato tutta la notte per chiedere un medico ma nessuno è intervenuto. Il ragazzo, in attesa del processo, è morto a Tora, nella stessa prigione dove è detenuto Patrick Zaki.
"Con i compagni di cella hanno gridato tutta la notte per chiedere un medico ma nessuno è intervenuto. Shady Habash è morto a soli 22 anni, da 26 mesi attendeva il processo. Era a Tora, la stessa prigione dove è detenuto Patrick Zaki". Così all'agenzia Dire Amr Abdelwahab, un amico di Zaki, il ricercatore egiziano arrestato l'8 febbraio scorso con l'accusa di sedizione tramite i social network e da allora in detenzione cautelare nel carcere di massima sicurezza del Cairo. Anche Shady Habash era in attesa del processo: era stato arrestato a marzo del 2018 perché aveva diretto un video clip musicale in cui il cantante Ramy Essam, esule all'estero, faceva della satira sul presidente Abdel Fattah Al-Sisi.
A dare la notizia della morte del giovane regista è stato Ahmed el-Khawaga, il suo avvocato, secondo cui Shady Habash sarebbe morto dopo aver accusato forti dolori allo stomaco, ma né lui ne' i suoi compagni sono riusciti a far intervenire un medico nonostante abbiano gridato per ore attraverso la cella. Dall'istituto carcerario non avrebbero ancora confermato il decesso tuttavia secondo Abdelwahab, diverse voci sarebbero trapelate dopo la sua morte: "Famigliari e amici di Habash- ha detto ancora l'attivista alla Dire- si sono recati a Tora e in qualche modo hanno ottenuto queste informazioni". Quanto alle cause della morte, "potrebbe essere stato avvelenato".
Oltre al regista Shady Habash, la polizia egiziana aveva arrestato anche l'autore della canzone incriminata, Galal El-Behairy, che ad agosto 2018 è stato processato da un tribunale militare e condannato a tre anni di reclusione. "Quanto è accaduto - aggiunge Amr Abdelwahab all'agenzia Dire - la dice lunga sullo stato in cui versano i servizi medico-sanitari all'interno del carcere di Tora, nel bel mezzo di una epidemia poi".
Da tempo difensori per i diritti umani e associazioni egiziane e internazionali denunciano arresti arbitrari e gravi violazioni all'interno delle carceri. Le organizzazioni sostengono che dopo il colpo di stato del 2013, che ha portato al potere il presidente Al-Sisi, decine di migliaia tra manifestanti, intellettuali ed oppositori politici sarebbero finite dietro le sbarre. In Egitto non esistono stime ufficiali sul fenomeno, ma il carcere di Tora è diventato tristemente noto per accogliere i dissidenti che, tramite la legge sul terrorismo promulgata nel 2015, vengono accusati di attività terroristiche anche solo a causa di un post critico contro il governo condiviso sui social network.
Prima della sentenza possono passare degli anni e stando alle associazioni, ai familiari dei detenuti o ai racconti di coloro che sono usciti, dietro le sbarre si subirebbero torture. Le celle sarebbero sovraffollate, il cibo scadente e le cure mediche negate nella maggior parte dei casi. Amr Abdelwahab alla Dire conclude: "Nel suo ultimo messaggio, Shady aveva scritto: "Sostengono che la prigione non possa ucciderti, ma la solitudine può. Per questo ho bisogno del sostegno di ognuno di voi all'esterno affinché io sopravviva". "In pratica - dice l'attivista- ci chiedeva di non essere dimenticato".
di Enzo Scandurra
Il Manifesto, 3 maggio 2020
La pandemia in corso sta creando il desiderio diffuso di allontanarsi (provvisoriamente o no) dalle città, evocando la storica contrapposizione tra città e compagna. L'ideologia anti-urbana, l'odio contro misfatti, si snoda nei secoli, almeno dal Quattrocento ad oggi. I suoi più illustri rappresentanti furono, nel tempo, Torquato Tasso (la città come luogo d'ira), i fisiocratici: Quesnay e Turgot (la città come luogo del lusso e dei consumi), fino a Charles Fourier (che ideò il Falansterio), Jean Batiste Godin, Robert Owen, Etienne Cabet, Owen per arrivare ai nostri giorni, stemperandosi nelle proposte delle città-giardino (Garbatella, Montesacro vecchio) che avrebbe dovuto risolvere il conflitto storico tra città e campagna.
Ne "Il manifesto del Partito comunista" del 1848, Marx ed Engels liquidarono le utopie ottocentesche, attaccandole per le loro caratteristiche radicali e la fondamentale natura antistorica. Il processo di agglomerazione urbana (la nascita delle città industriali) veniva letto da Marx come condizione necessaria, storica e quindi non eterna, della missione "civilizzatrice" del Capitale, per strappare le persone dall'idiotismo della vita rustica e rendere possibile la socializzazione delle esperienze, in pratica la formazione della coscienza di classe. La storia moderna, affermerà Marx nei Grundrisse, è urbanizzazione della campagna e non, come nell'antichità, ruralizzazione della città.
L'utopia anti-urbana, meglio sarebbe dire il desiderio di fuga dalla città, viene riproposta oggi in vari articoli di stampa (vedi l'intervista a Stefano Boeri sulla necessità di "tornare" ai borghi italiani e il conseguente dibattito che ne è scaturito), come ritorno ai luoghi salubri, lontano dalla pandemia che impazza nelle grandi città.
Ciò che la pandemia ha messo in luce in realtà non è la riproposizione di un'utopia anti-urbana con tutta la sua carica ideologica di rifiuto del progresso e delle fabbriche, ma piuttosto un'insopportabilità delle condizioni di vita cui siamo costretti dalle regole della produzione e dello sviluppo ad ogni costo. Il distanziamento sociale adottato non fa altro che aggravare la privatizzazione di spazi pubblici dove è possibile l'incontro delle persone.
L'abitare non si riduce semplicemente ad avere un appartamento (con tutto il rispetto per quelli che nemmeno lo possiedono), abitare significa vivere in un luogo, un paese, una piazza, una strada. Tommaso Montanari riportava la celebrazione di un matrimonio nel quale il sacerdote (David Maria Turoldo) diceva agli sposi: fate una casa non un appartamento e lo scrittore Francesco Piccolo affermava: abito in una città del sud e per questo dimentico gli ombrelli, a conferma che l'abitare si estende ben oltre il perimetro della propria casa.
Le nostre grandi aree metropolitane sono spazi attraversati da flussi di merci, di informazioni, di dati ma nessuno di noi abita i flussi. Adriano Olivetti contestava l'irresponsabilità delle multinazionali, organizzate sul principio della a-territorialità, anziché verso le comunità locali e diceva: "È nella comunità che la gente nasce, vive, lavora, si sposa e muore". Milano è considerata l'esempio della modernizzazione; le sue recenti realizzazioni urbanistiche ed architettoniche. Citylife, piazza Gae Aulenti, il Bosco verticale, sono portati ad esempio di spazi moderni. In realtà sono piazze artificiali contornate (Citylife) da appartamenti lussuosi abitati da fantasmi e circondati di mura di cinta a proteggere la privacy dei loro ricchi abitanti fantasma.
La pandemia, tra le altre cose, dovrebbe metterci in guardia di come l'abitare che significa anche costruire come già ci ricordava Heidegger, può tuttavia trasformarsi in una costruzione distruttiva, la distruzione del mondo naturale.
Perché il nostro abitare, l'abitare dei moderni, è ortogonale alle leggi della natura: distruggiamo ambienti vitali, deforestiamo, cementifichiamo, intubiamo corsi d'acqua, riduciamo la complessità del vivente, la biodiversità. Dovremmo piuttosto abitare nel rispetto della natura: non Grandi Opere, ma foreste di alberi (orizzontali però), strade pedonali, mezzi pubblici, coltivazione di orti anziché parcheggi. Così il desiderio di ritornare alla campagna non sarebbe più così forte e potremmo apprezzare il vivere in città e godere delle sue bellezze.
ansa.it, 3 maggio 2020
Rischio "ecatombe" causa coronavirus nelle prigioni "insalubri e sovrappopolate" della Repubblica democratica del Congo, dove ogni anno già muoiono decine di detenuti. La denuncia è di Human Rights Watch (Hrw) secondo la quale c'è un "grave rischio di diffusione dell'epidemia di Covid-19". Un totale di 43 detenuti è risultato positivi al test negli ultimi due giorni nella prigione militare di Ndolo, nel pieno centro della capitale Kinshasa, che ospita quasi 2 mila persone. Ma i dati potrebbero peggiorare poiché "sono in corso i tamponi per tutti i detenuti", ha precisato il ministro della Sanità Eteni Longondo, secondo il quale il virus è entrato in carcere attraverso "una donna che portava del cibo".
rainews.it, 2 maggio 2020
"Le polemiche di questi giorni sono strumentali e totalmente infondate ma fanno male al Dipartimento". Lo ha detto il capo del Dap, Francesco Basentini, in un incontro avvenuto ieri con il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, manifestando l'intenzione di dimettersi dall'incarico.
Francesco Basentini lascia la guida del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria. Le sue dimissioni, chieste da tempo da più forze politiche, saranno formalizzate domani, quando prenderà servizio Roberto Tartaglia, nominato nei giorni scorsi vicecapo del Dipartimento che amministra le carceri italiane.
Il Sole 24 Ore, 2 maggio 2020
Era finito al centro delle polemiche anche per le rivolte nei penitenziari. Saranno formalizzate oggi, 2 maggio, le dimissioni di Francesco Basentini, capo del Dap, Dipartimento amministrazione penitenziaria. Una decisione, quella delle dimissioni, che era nell'aria, da quando Basentini era finito al centro delle polemiche per le rivolte scoppiate nei penitenziari e per le scarcerazioni di boss mafiosi.
di Alessandra Dal Moro*
Il Riformista, 2 maggio 2020
Voglio esprimere, anche a nome degli altri consiglieri che si riconoscono in AreaDG, la mia preoccupazione per le reazioni e i commenti suscitati dalle scarcerazioni per motivi di salute di alcuni detenuti, esponenti di pericolose associazioni criminali e per questo sottoposti al regime dell'art. 41 bis dell'Ordinamento penitenziario, che, per i toni violenti od impropri, rischiano di alimentare una campagna di delegittimazione nei confronti della magistratura di sorveglianza.
Una magistratura che - con le note difficoltà dovute alla carenza di organico e di personale che la drammatica contingenza non può che aggravare - è oggi impegnata a fronteggiare l'emergenza sanitaria che interessa carceri notoriamente e drammaticamente sovraffollati, valutando con attenzione le istanze dei detenuti che chiedono tutela del diritto alla salute e ai trattamenti sanitari indifferibili.
Si tratta di decisioni difficili che implicano il necessario bilanciamento di interessi di rilevanza costituzionale, che deve avvenire nel rispetto delle norme del codice penale, dell'Ordinamento Penitenziario e, innanzitutto, dell'art. 27 della Costituzione, che, sancendo il principio di umanità della pena ed imponendo che la stessa sia tesa al recupero e alla rieducazione del condannato, ricorda che i detenuti anche i più pericolosi, sono persone, rispetto alle quali in nessuna fase la giurisdizione può abdicare al proprio ruolo di tutela dei diritti, e di quelli fondamentali innanzitutto.
Naturalmente ogni singola decisione deve valutare in concreto, volta per volta, ogni vicenda, e decidere attuando un difficile bilanciamento dei valori in gioco, sentiti tutti gli interlocutori coinvolti. Ed ogni decisione è suscettibile di essere verificate dal Tribunale di sorveglianza e poi nei successivi gradi di giudizio. Perciò, come bene ha sottolineato il Presidente dell'ANM, ogni magistrato sa che le proprie decisioni possono essere discusse, riformate, non condivise e criticate, anche aspramente.
Ma sa anche che in nessun modo il consenso sociale o politico può condizionare l'esercizio della giurisdizione, e che al consenso - così come al dissenso - non può che essere indifferente nell'esercizio delle sue funzioni, perché in ciò si realizza, primariamente, la prerogativa costituzionale della sua indipendenza.
Ogni critica è legittima, quindi. Ma legittimi non sono gli attacchi e le offese o addirittura la richiesta di espulsione dall'ordine giudiziario che pure abbiamo sentito avanzare in questi giorni. Questi costituiscono violente delegittimazioni che ledono l'autonomia e l'indipendenza della giurisdizione ed al contempo la serenità che sempre deve assistere - ed in particolare in un momento così drammatico per l'emergenza sanitaria che ha colpito anche il mondo penitenziario - l'esercizio del compito difficilissimo di giudicare.
Aggiungo, che, come abbiamo spesso ricordato in quest'aula anche in omaggio ad un grande Vicepresidente quale fu Vittorio Bachelet in un contesto per altre ragioni di grande emergenza democratica, lo Stato dimostra la propria forza proprio nel non abdicare mai al rispetto dei principi fondamentali su cui si fonda.
Di fronte all'esecuzione della sanzione penale, che non è una vendetta ma uno strumento per realizzare la sicurezza sociale e tendere alla rieducazione della persona condannata, lo Stato mostra la sua forza proprio nel trattare chi delinque, chiunque egli sia, come un essere umano, rispettandone la dignità ed i diritti inviolabili come valore assoluto anche se si tratti del peggiore degli assassini. Ed in questo sta la sua grandezza. Non la sua debolezza.
*Consigliera all'Anm di Area (corrente di sinistra dei magistrati)
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 2 maggio 2020
Il professore, il più celebre degli avvocati italiani, dice la sua sulla giustizia. E non è molto tenero
né coi governanti, né coi magistrati. Sostiene che occorre una riforma radicale. E che nel frattempo serve anche una amnistia molto ampia.
Per l'enciclopedia Treccani è l'avvocato più famoso d'Italia. Decano dei penalisti italiani, Franco Coppi - che per tutti è "il Professore" - in vita sua ne ha viste tante, assistendo anche Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi, solo per citare due nomi. Raggiunto dal Riformista, attacca con ironia: "Ne ho viste tante, ma non avrei mai immaginato di finire io stesso ai domiciliari".
Iperattivo, abituato a calcare le scene in tribunale, mal digerisce di dover stare chiuso in casa, nell'attesa che passi l'emergenza coronavirus. Classe 1938, lavora attivamente su alcuni dei casi recenti più spinosi, dall'omicidio del carabiniere Cerciello alle due ragazze investite in corso Francia a Roma.
Siamo tutti ai domiciliari, professore...
Mi dicono che ne avremo per un anno o forse più. Per questo studiano misure di lungo corso.
A gestire questa fase, un premier avvocato. Che opinione ha di Conte?
Se la sta cavando abbastanza bene, per uno che non aveva alcuna esperienza precedente in politica. Sta imparando il mestiere giorno per giorno. Ha avuto la fortuna e la sfortuna insieme di vivere questo momento particolarissimo, che comunque sarebbe stata una prima volta per chiunque. Detto questo, non ho mai avuto una predilezione per i politici dalla preparazione giuridica: i giuristi sono formali, l'uomo politico deve avere una elasticità diversa.
E dunque?
Giudizio sospeso, in attesa di poter valutare i risultati.
Veniamo alla riforma del processo penale...
Ecco, su questo un giudizio chiaro vorrei darlo: un disastro. Non si possono improvvisare le grandi riforme, altrimenti si ottengono risultati fallimentari. Chiunque assista a un'udienza si accorge che vengono ripetute le testimonianze e i documenti che tutti già conoscono, a eccezione del giudice, dai verbali investigativi del pm a quelli del dibattimento. Un meccanismo caotico, per di più aggravato dalla pretesa di ridurre la durata processuale complessiva, cosa che la riforma della prescrizione impedisce di fatto.
Tutta colpa del ministro Bonafede?
È un periodo in cui occorrerebbe un ministro della Giustizia con il coraggio di fare un bilancio attuale sul pianeta giustizia. Nuovo processo penale, prescrizione, gestione delle carceri: siamo alla débâcle. Il ministro che vorrei vedere oggi deve saper prendere di petto la situazione. Invece abbiamo trenta udienze per ciascun processo, e per questo ministro non c'è nessun problema.
Glielo ha mai detto?
Non ho mai avuto il piacere di conoscerlo e di parlargli.
La riforma della prescrizione porta il suo nome...
Questa di Bonafede è la peggiore riforma possibile. Renderà i processi eterni, senza fine. Aumenterà la discrezionalità dei processi tra quelli da trattare prima e quelli da trattare dopo. Bisogna rendersi conto che in un Paese dove arrivano a dibattimento tutti i processi, non si possono applicare regole aleatorie. Ma ho la sensazione che certi decisori di cultura giuridica ne abbiano poca.
Tra le ultime decisioni, la rimozione del capo del Dap che aveva mandato a casa due boss mafiosi...
Per me lo Stato forte si dimostra tale nell'amministrare la giustizia con equanimità, senza farsi trascinare dalle grida isteriche della piazza. Espressioni tipo "buttate le chiavi", "marcire in carcere", non devono appartenere a uno Stato di diritto, a una democrazia vera. A una persona anziana e malata deve essere accordata la detenzione domiciliare. I diritti fondamentali vanno garantiti. Non si deve ridurre la persona allo stato di cosa, altrimenti abbiamo dimenticato tutte le lezioni di Beccaria.
Quali soluzioni indicherebbe per l'emergenza carceraria?
Partire dalla base. Mandare a casa chi ha un residuo di pena inferiore a un anno. Ed è il momento di pensare a una vera amnistia. Sarebbe opportuno accordare una amnistia di particolare ampiezza, perché ci sono processi penali che hanno fatto patire già sin troppe sofferenze. E c'è un eccesso di custodia cautelare, troppa gente in attesa di giudizio, con tempi inammissibilmente prolungati.
E per il pianeta carcere?
Costruire carceri moderne, nuove, con la capacità di affrontare la popolazione carceraria. Oggi si vive in condizione disumana nelle carceri. E la popolazione carceraria corre il rischio di subire un supplemento di pena: se vanno evitati gli assembramenti, oggi tutte le celle delle prigioni sono fuorilegge. Qualcuno si assuma la responsabilità: cinque persone stipate in una cella piccola, non è dignitoso.
Magari anche usando i braccialetti elettronici...
È davvero imbarazzante, uno dei simboli di una giustizia imbrigliata. Ci sono, ci sarebbero. Ma non si usano, e si fatica ad averne. Parlo di casi che conosco: ho ottenuto l'ammissione di una persona ai domiciliari, ma è rimasta in carcere perché il braccialetto elettronico non si trova. Siamo davanti a una lesione quotidiana del diritto.
Lei ha capito che fine abbiano fatto?
Che fine abbiano fatto è un mistero. Deve esserci qualcosa dietro. Io so per certo che dal provvedimento alla disponibilità del braccialetto, passa troppo tempo.
Si scontrerebbe con i magistrati duri e puri alla Davigo...
Quando sento un magistrato dire che un imputato assolto è un delinquente che l'ha fatta franca, rabbrividisco: vuol dire che ha giudicato per anni con pregiudizio.
Perché secondo lei certe figure finiscono per piacere così tanto alla pancia del Paese?
Perché canalizzano la rabbia su capri espiatori facili da attaccare, non rendendo un gran servizio alla giustizia. Nella mia carriera mi sono sempre dedicato a far capire quali e quanti sono i rovesci della medaglia. Perché un giovane siciliano diventa mafioso, quali responsabilità ha la collettività. Se un giovane di 15 anni smette di andare a scuola e entra nelle file della malavita, bisogna andare alla radice, capire come avvengono certi processi. Invece siamo alla ricerca spasmodica del nemico, forti dell'idea che la colpa è sempre di qualcun altro.
Succede, se la classe dirigente è debole...
La politica ha grandi responsabilità. Investire nella cultura e nell'educazione, curare i giovani, accogliere la sofferenza: questo bisognerebbe fare, prima di pensare alla repressione e alla punizione. Più musei si fanno visitare, meno reati si compiono.
Se finalmente vi incontraste, cosa suggerirebbe al ministro Bonafede?
Metta mano a una revisione dei disastri cui assistiamo. Ci vuole un programma di riforma immediata, dei ritocchi presto attuabili. Metta insieme una commissione di saggi con pochi giuristi di fama per gli aggiustamenti immediati del processo penale.
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