di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 maggio 2020
L'accusa principale al capo dimissionario del Dap Basentini è quella di aver risposto in ritardo per trovare un centro clinico adeguato per il detenuto pieno zeppo di patologie. Ma quelli che ora si stracciano le vesti sono gli stessi che si sono disinteressati della mancata assistenza sanitaria per i detenuti della regione Sardegna.
Indignazioni, improbabili programmi come quelli condotti da Massimo Giletti, interrogazioni parlamentari e infine le dimissioni del capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) Francesco Basentini, tutte concentrate sulla detenzione domiciliare concessa a Pasquale Zagaria recluso al 41 bis del carcere di Sassari.
L'accusa principale al capo del Dap è quella di aver risposto in ritardo per trovare un centro clinico adeguato per il detenuto pieno zeppo di patologie. Ma quelli che ora si stracciano le vesti, sono gli stessi che si sono disinteressati del grave problema riguardante l'assistenza sanitaria per i detenuti della regione Sardegna, compreso appunto coloro che sono in regime di alta sicurezza o al 41 bis. Sono reclusi per reati di mafia, in quel caso il diritto alla salute diventa un optional e, tranne questo giornale, a nessuno è interessato. Ma il paradosso è che ora però si ricordano del problema sanitario nelle carceri quando un giudice, per salvare la vita di un detenuto, concede la detenzione domiciliare per curarsi meglio.
Fin dal 2017, il garante nazionale delle persone private della libertà aveva posto l'attenzione proprio sulla Sardegna. Lo ha ricordato oggi tramite il suo bollettino settimanale. Già nel 2017, in un Rapporto inviato all'Amministrazione penitenziaria dopo una visita regionale in Sardegna e successivamente pubblicato sul sito, il Garante aveva evidenziato "l'esigenza di avere nella Regione [Sardegna] almeno un servizio di assistenza intensiva (Sai) in grado, in base alle caratteristiche strutturali, di proporre assistenza sanitaria ospedalizzata, seppure per brevi periodi, alle persone detenute in regime di alta sicurezza o in regime speciale ex articolo 41-bis o.p.".
A tal fine aveva formulato la seguente Raccomandazione (tenendo in conto la presenza nella regione rispettivamente di 520 e 90 persone detenute in AS o in regime speciale): "Il Garante nazionale raccomanda al Provveditorato regionale di provvedere con urgenza ad attivare un Servizio di assistenza intensiva (Sai) in grado di rispondere alle esigenze di tutela della salute di tutte le persone detenute nella Regione, compresi coloro che sono in regime di alta sicurezza o in regime ex articolo 41-bis o.p., attraverso la stipula di un protocollo con l'Azienda per la tutela della salute (Ats) della Regione. Chiede di essere tempestivamente informato sia dell'avvio di tale interlocuzione con le autorità sanitarie sia delle conseguenti scadenze concordate per la risoluzione del problema". Purtroppo, tuttavia, non era seguita risposta alcuna da parte dell'Amministrazione.
Come se non bastasse, in un Rapporto tematico sul 41 bis, il Garante aveva osservato le difficoltà di traduzione di una persona detenuta in alta sicurezza o in tale regime speciale laddove non esistesse un Sai che garantisse tutela della salute e sicurezza. Si legge in quel Rapporto: "è il caso della Sardegna, ove non è disponibile un Sai che possa essere utilizzato a tutela della loro salute, giacché quello dell'Istituto di Sassari - strutturato originariamente per tale popolazione detenuta - è stato recentemente trasformato in un Centro di osservazione psichiatrica e l'unico altro Sai della Regione, che si trova nell'Istituto di Cagliari-Uta, è riservato al circuito della media sicurezza".
Il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria - fa sapere Il garante Mauro Palma tramite il bollettino odierno - aveva risposto relativamente alle traduzioni in termini generali citando l'estrema rarità della ipotesi prospettata dal Garante. Proprio per questo, il tema era stato ribadito nel Rapporto redatto a seguito della visita condotta nel luglio 2019 e il Garante nazionale, richiamando la Raccomandazione già formulata nel 2017, aveva rilevato come la peculiarità della collocazione delle persone detenute in alta sicurezza in Istituti della Sardegna potesse rischiare di determinare la compressione di un diritto fondamentale, quale il diritto alla salute.
Nessuno si è indignato. Anzi, L'Espresso - lo stesso giornale che ha dato l'avvio all'indignazione - ha più volte scritto che il carcere modello per il 41 bis è proprio quello di Sassari. Dimenticandosi probabilmente che, oltre a vivere sotto terra, l'assistenza sanitaria per i reclusi al 41 bis con patologie gravi è inesistente.
rainews.it, 2 maggio 2020
L'affollamento delle carceri si sta riducendo, ma secondo il Garante delle persone private della libertà, ancora non c'è la possibilità di avere spazi di gestione e di tutela della salute in grado di fronteggiare un eventuale aumento del contagio.
Il Dubbio, 2 maggio 2020
Rita Bernadini, Sergio d'Elia ed Elisabetta Zamparutti dopo la notizia delle dimissioni da capo del Dap: "Troppo anche per Francesco Basentini, da sempre antimafioso, ma non abbastanza furioso quanto lo sono quelli in voga oggi, per i quali la lotta alla mafia - sottolineano - deve essere una guerra senza quartiere, da condurre all'insegna della terribilità e anche in deroga a principi costituzionali fondamentali e diritti umani universali, quali il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della persona".
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 2 maggio 2020
L'uomo, 54 anni, da tre settimane era ricoverato all'ospedale San Paolo. È la settima vittima del Covid nelle carceri italiane. Era in custodia cautelare. Non stava espiando una condanna definitiva, ma era in custodia cautelare dal 12 febbraio per l'accusa di tre furti tentati in Liguria, il detenuto del carcere milanese di San Vittore che, da tre settimane ricoverato all'ospedale San Paolo, vi é morto ora a 54 anni per virus Covid-19. È la settima vittima nel mondo delle carceri italiane, il terzo detenuto oltre a due agenti e a due medici penitenziari.
La ricostruzione delle date e della storia del cileno David Antonio Rivera Acosta, che sino ai primi di aprile era asintomatico e che solo dopo ha avuto un rapidissimo peggioramento già in ospedale, se da un lato suggerisce assai probabile che sia stato contagiato nel carcere dove si trovava dal 12 febbraio, dall'altro lato fa invece ritenere che non vi siano ulteriori rischi diretti per gli altri reclusi e per tutta la comunità del penitenziario, perché questo paziente faceva parte di un focolaio di una ventina di detenuti positivi già individuato e isolato per precauzione, con una quarantena ormai conclusa e tale dunque da rassicurare gli altri detenuti rispetto ai timori di un propagarsi del contagio. Anche perché la situazione logistica a San Vittore è molto cambiata dalla rivolta del 9 marzo, accesa - come ha indicato il direttore Giacinto Siciliano pochi giorni fa nell'audizione in Comune - "anche dalla situazione di overbooking, non c'era più una branda dove mettere una persona".
Ora invece le presenze sono scese da 950 a 693 detenuti, il che sta consentendo (in un carcere che per costruzione non ha celle singole ma multiple) di cercare di portare a 2 posti tutte le celle triple, a 4 quelle da 8, a 5 quelle da 11. E anche a San Vittore sembra stare dando frutti il filtro del "triage" all'ingresso su chiunque entra o esca: filtro che del resto a livello di tutti gli istituti lombardi ha controllato sinora (come spiegato dal provveditore Pietro Buffa) ben 84.000 persone, 190 delle quali non fatte entrare per precauzione in presenza di anche lievi rialzi febbrili.
La sfortunata parabola del 54enne cileno inizia a mezzogiorno del 12 febbraio quando viene fermato a Linate per tre tentati furti in abitazioni liguri a Sestri Levante e a Lavagna il 7 febbraio, non riusciti per l'arrivo di un inquilino o di un vicino, e dai carabinieri ricondotti a lui perché risultava aver preso in noleggio un'auto che i filmati mostravano nei paraggi delle tre case.
Il pm milanese di turno, Roberto Fontana, chiede al gip la convalida del fermo e l'emissione di un ordine di custodia in carcere, la gip Maria Vicidomini non convalida il fermo per difetto di prova sull'attualità del pericolo di fuga, ma dispone la custodia in carcere per l'altra esigenza cautelare del rischio di reiterazione del reato. Misura che, quando gli atti vengono restituiti da Milano alla competenza del Tribunale di Genova, la gip ligure Paola Faggioni rinnova il 4 marzo.
Dopo 22 giorni il difensore Massimiliano Migliara avanza una istanza di arresti domiciliari dell'indagato (anche con braccialetto elettronico) presso l'abitazione del fratello a Milano. La richiesta è fondata sulle esigenze di indagine ormai esaurite per il tempo trascorso, sull'incensuratezza dell'uomo, sul pericolo di fuga escluso dalla non convalida del fermo, e sull'"attuale rischio sanitario connesso ad agenti virali trasmissibili", rischio da valutare sia "come fatto non marginale" in sé, sia in prospettiva come ragione del "prevedibile rinvio della fissazione del processo".
La gip genovese Faggioni, acquisito il parere contrario del pm, rileva che "il quadro indiziario non ha subito modificazioni", ritiene sempre "consistente" il "grado di esigenze cautelari", e il 30 marzo conferma gli arresti in carcere. Il 4 aprile, epoca di pieno lockdown e dunque sempre sottoposta al blocco degli incontri di persona tra legali e reclusi, l'avvocato riesce ad avere con il detenuto un colloquio a distanza, al telefono, e in quell'occasione il cileno gli dice per la prima volta due cose: che sta terminando un periodo di prudenziale isolamento adottato dal carcere dopo che un suo compagno di cella era risultato positivo al virus, e che lui soffre seriamente di asma, patologia per la quale è in terapia e che è doppiamente pericolosa in caso di contagio da virus. L'avvocato allora il 6 aprile si affretta a proporre una nuova istanza di arresti domiciliari, che il 10 aprile integra e rafforza con una novità arrivata proprio dal carcere, allorché San Vittore gli comunica che il cileno, sottoposto al secondo tampone, è risultato positivo al virus.
A Genova la gip Alessia Solombrino, in sostituzione della collega titolare, nello stesso 10 aprile raccoglie allora per telefono informazioni d'urgenza da San Vittore, apprende che la direzione ha già trasferito il detenuto il 9 aprile nel reparto Covid dell'ospedale San Paolo "per accertamenti", scrive di "ratificare l'operato della polizia penitenziaria", e ordina di essere informata entro le seguenti 24 ore dell'esito degli accertamenti.
La risposta è che il paziente ha la micidiale polmonite da Covid, e che sono prevedibili un peggioramento e la conseguente necessità di rianimazione. E allora subito l'11 aprile la gip Solombrino, con il parere favorevole della pm Valentina Grosso, ordina la scarcerazione e dispone gli arresti domiciliari presso l'ospedale San Paolo, "stante l'incompatibilità delle restrizioni imposte dalla detenzione carceraria con le attuali critiche condizioni di salute".
Qui l'uomo muore dopo tre settimane. "Spero che vicende come questa facciano riflettere chi in questi giorni ha scompostamente gridato all'indirizzo di magistrati seri che scarceravano detenuti comuni per gravi motivo di salute", commenta l'avvocato Migliara con riferimento a talune polemiche sulle detenzioni domiciliari concesse a boss mafiosi gravemente malati e non curabili in cella: "Si è trattato invece di una presa di consapevolezza, anche della magistratura, rispetto agli oggettivi rischi in carcere di contagiarsi, ammalarsi e morire".
Il Dap-Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia, dal cui vertice proprio oggi si è dimesso l'ex pm Francesco Basentini, e che non ha sinora divulgato la notizia della morte in ospedale del detenuto, ieri aveva invece comunicato la guarigione di 28 detenuti e 53 agenti, indicando attualmente positivi 159 detenuti (di cui 9 in ospedale), e 215 agenti o funzionari penitenziari, di cui 12 ricoverati, 180 in quarantena a casa e 19 in caserma. Come fuori dal carcere, anche dentro le carceri è la Lombardia la Regione più martoriata: l'altro giorno in audizione il provveditore Buffa ha conteggiato 39 detenuti contagiati (ed ora c'é un focolaio a Lecco di 14 persone trasferite), 239 reclusi in quarantena, 116 agenti positivi, 278 agenti in malattia "ordinaria".
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 2 maggio 2020
Posizioni molto diverse da quelle di Di Matteo e degli altri pro-linciaggio, ma ancora non si sente una condanna esplicita per la magistratura reazionaria, né per il ministro.
Qualcosa si muove dentro la magistratura. Timidamente, timidamente. Il discorso pronunciato l'altro giorno al Plenum del Csm da Alessandra Dal Moro a nome di Area (la corrente di sinistra della magistratura) è finalmente una boccata d'aria, dopo giorni e giorni di silenzio asfissiante e di scatti di ira reazionari che ci stavano fornendo un'immagine terrificante del potere giudiziario. Ho scritto potere consapevolmente.
Negli ultimi giorni la magistratura - guidata dai davighiani, da Di Matteo, Gratteri e poi Caselli, Travaglio e tutti gli altri ufficiali di complemento - non si è presentata all'opinione pubblica come un Ordine, qual è, ma come un potere: un potere arrogante e tiranno.
Con l'esclusione, naturalmente, di alcuni suoi settori, come i magistrati di sorveglianza, che sono stati presi a bersaglio dai loro colleghi, vilipesi, insultati e alla fine massacrati e messi fuori gioco da un decreto che il partito dei Pm ha imposto al suo ministro - sempre piuttosto obbediente - il quale mercoledì notte lo ha varato, sebbene sia un decreto irrazionale e del tutto estraneo ai principi della Costituzione (ma anche dello Statuto Albertino del 1848) e a qualunque perimetro democratico.
Il punto debole del discorso di Alessandra Del Moro è l'assenza di un vero e proprio atto d'accusa verso la stessa magistratura. La dottoressa Dal Moro, in modo assai efficace, ha demolito le sparate reazionarie dei politici e dei giornalisti che in questi giorni hanno fatto a gara nel chiedere che i principi della giustizia e i codici fossero messi da parte per dare spazio ai tribunali del popolo e delle Tv e ai linciaggi mediatici, o anche reali. La dottoressa Dal Moro ha spiegato molto bene quali siano i principi del diritto da rispettare e il recinto costituzionale dentro il quale magistratura deve muoversi. Però non ha denunciato esplicitamente due cose.
La prima è la presa di posizione di magistrati, ex magistrati e anche membri autorevoli del Csm (mi riferisco ovviamente a Di Matteo), i quali si sono uniti alla campagna del linciaggio, anzi l'hanno guidata. Di Matteo, in particolare, ha accusato la sua collega del Tribunale di sorveglianza di Milano di collusione con la mafia. Ha detto che la sua collega milanese ha ceduto al ricatto della mafia. Possibile che il Csm non prenda posizione contro questa inaudita e orrenda calunnia lanciata da un suo membro?
Eppure, con la partecipazione attiva proprio dei consiglieri di Area, il Csm aveva messo sotto accusa il consigliere professor Lanzi per molto meno. Solo per avere criticato genericamente la magistratura milanese per le inchieste sul Trivulzio. Come si spiega questa pratica dei due pesi?
Come è possibile che l'incredibile uscita del consigliere Di Matteo resti così, senza che nessuno la censuri, la condanni, che almeno ne prenda le distanze?
La seconda mancata denuncia riguarda il nuovo decreto Bonafede. Quello che prevede la delegittimazione della magistratura di sorveglianza e la concessione dell'onnipotenza alle Procure e ai Pubblici ministeri. È chiaro che è un decreto che viola non solo la Costituzione, ma ogni criterio di legalità. È una guappata, uno spavaldo colpo di maglio al diritto. Mi chiedo come mai il Csm, sempre così attento a giudicare e spesso condannare tutte le iniziative dei passati governi sui temi della giustizia, lasci passare senza obiezioni questa follia che mette in discussione in modo plateale e senza precedenti ogni principio di indipendenza del giudice.
Chi scrive non è un tifoso dell'indipendenza della magistratura. Io penso che non ci sia niente di male nello schema francese o americano che non prevede l'indipendenza del Pubblico ministero ma lo subordina all'esecutivo. Però in quello schema è l'accusa che non è indipendente, non certo il giudice. Nessuno mai ha pensato di poter mettere in discussione l'indipendenza del giudice e addirittura di sottometterlo all'accusa.
È una cosa evidentemente dissennata, dovuta probabilmente a pulsioni illegali e autoritarie, e a scarsa conoscenza della giurisprudenza e del diritto e della logica formale. Succede, quando uno vale uno. Le due cose - mancata denuncia della magistratura e mancata protesta contro il governo - sono in realtà molto legate tra loro.
Per una ragione semplice: questo governo è in grandissima parte subalterno non alla magistratura in quanto tale, ma al cosiddetto partito dei Pm. E questo è un problema molto serio. Perché in questo modo si ferisce l'autorevolezza della magistratura, e la sua autonomia, e si delegittima il governo. Non è autonoma una magistratura che permette a un suo settore (il più visibile, il più attivo, il più televisivo) di adoperare la propria funzione per interferire o per egemonizzare, o per sottomettere, o per ricattare il potere politico.
In queste condizioni non ha più senso parlare di indipendenza della magistratura. Tanto più quando le pressioni politiche della magistratura, paradossalmente - come nel caso dell'intervento contro i tribunali di sorveglianza - avvengono per delegittimare e per far perdere indipendenza a un settore della magistratura stessa.
Su questi temi ci sono settori della magistratura disposti ad alzare la voce? A fermare la deriva autoritaria e reazionaria che oggi sembra inarrestabile? A uscire dal coro, a riprendere in mano le battaglie per il diritto, opponendosi al dilagare del corporativismo che da 30 anni ha preso il sopravvento nella categoria?
di Liana Milella
La Repubblica, 2 maggio 2020
In difficoltà sin dai giorni delle rivolte e per la vicenda dei boss mafiosi. Il vice Tartaglia subito al lavoro. Il Pd Verini parla di "gesto giusto e non inatteso". Salvini e Renzi s'intestano il passo indietro. Un colloquio, giovedì pomeriggio, con il Guardasigilli Alfonso Bonafede, e lì stesso l'annuncio delle dimissioni. Lascia il direttore delle carceri Francesco Basentini. Che allo stesso ministro, durante l'incontro, avrebbe detto: "Le polemiche di questi giorni sono strumentali e totalmente infondate, ma fanno male al dipartimento".
La Provincia di Lecco, 2 maggio 2020
Quattordici detenuti della casa circondariale di Pescarenico sono stati trasferiti a San Vittore: risultati positivi al tampone per il coronavirus, sono stati accolti nell'hub per detenuti Covid realizzato all'interno del carcere milanese. Dall'inizio della pandemia, la Casa circondariale di Lecco si era dotata dei dispositivi di protezione individuale per evitare il contagio, allestendo anche una tenda per il pre-triage dei nuovi ingressi, quindi la decisione di effettuare il tampone a tappeto a tutti i detenuti, che al momento sarebbero un ottantina (la capienza del carcere cittadino è di 90 unità): nelle scorse ore il responso, con i 14 positivi trasportati a Milano, con tutte le precauzioni di sicurezza previste, a bordo di un autobus. Nessun contagio risulterebbe invece tra il personale di Polizia penitenziaria.
di Elisabetta Burla*
Ristretti Orizzonti, 2 maggio 2020
In questo periodo di emergenza sanitaria molte sono state le limitazioni imposte (anche) alle persone detenute tra queste, di non secondaria importanza, è l'impossibilità a frequentare i corsi formativi e i progetti realizzati dai volontari, progetti condivisi con la direzione degli Istituti e con l'area giuridico pedagogica, percorsi tutti che sono parte integrante del progetto di rieducazione del condannato e che permettono una crescita personale volta alla rivalutazione delle scelte che hanno portato alla commissione del reato.
Con importantissime ricadute sulla sicurezza sociale e in termini di diminuzione della recidiva.
Se l'Istituzione scolastica ha trovato lo spazio per poter riprendere - con non poche difficoltà - le lezioni da remoto non così accade per i corsi formativi finanziati dalle Regioni, anche con fondi europei (che andrebbero persi), e non così accade con i progetti pensati e realizzati dal volontariato, progetti che spesso incidono in modo importante e determinante sulla rivalutazione di un percorso di vita che ha portato al reato, che permette di maturare dei percorsi di crescita e di consapevolezza sul proprio ruolo all'interno della società e prima ancora all'interno della famiglia, permettendo alla persona di porre in essere un percorso di concreta e reale rivalutazione critica della propria azione permettendo e aumentando le possibilità di una più consapevole adesione ai percorsi formativi e ai progetti elaborati dai funzionari giuridico pedagogici.
I volontari, assieme ai familiari dei detenuti, sono state le prime persone "sacrificate" in nome della sicurezza sanitaria all'interno degli Istituti penitenziari ma, come sta accadendo per il resto del territorio, anche all'interno delle carceri è necessario pensare ad una fase 2.
Di massima importanza risulta quindi riaprire l'accesso anche ai volontari che attraverso il loro impegno realizzano progetti che costituiscono importanti percorsi di crescita personale.
Se da un lato risulta fondamentale rivedere il D.L. 25 marzo 2020 e i vari Dpcm, l'ultimo dei quali (26.04.20) all'art. 1 lett. k) dispone che "sono sospesi.... e le attività didattiche in presenza nelle scuole di ogni ordine e grado....sospensione delle attività delle scuole di ogni ordine e grado, nonché la frequenza delle attività scolastiche... nonché i corsi professionali e le attività formative svolte da altri enti pubblici, anche territoriali e locali e da soggetti privati, ferma in ogni caso la possibilità di svolgimento di attività formative a distanza....." prevedendo che le attività formative, anche all'interno del carcere, possano proseguire esclusivamente da remoto anche con la finalità esplicitata, sempre all'art. 1 lett. k) del Dpcm 26.04.20, "al fine di mantenere il distanziamento sociale" previsione questa che non è certo, né può essere rispettata.
Dall'altro è un dato di fatto che le attività svolte dal volontariato non rientrano propriamente nell'ambito della citata norma costituendo - meglio - dei percorsi di rieducazione cui mira il fine ultimo della pena. Certamente dovranno essere previste delle corrette procedure di accesso al carcere a tutela dei volontari, degli operatori e dei detenuti tra cui l'utilizzo dei dispositivi individuali di protezione (mascherina, guanti e gel) illogica sarebbe la pretesa del rispetto del distanziamento sociale. È quindi necessario prevedere delle procedure adeguate e adottare delle disposizioni precise per garantire la ripresa degli accessi da parte dei volontari
*Garante dei diritti dei detenuti di Trieste
Gabrielli: "Dal 4 maggio più forte il rischio di tensioni sociali e di un ritorno della criminalità"
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 2 maggio 2020
Il capo della Polizia: "Disagio sociale ed economico e ripresa dell'attività criminale: la fase 2 rischia di essere anche questo". Lo sottolinea il capo della polizia Franco Gabrielli in una circolare con la quale predispone le attività sul territorio proprio in vista del 4 maggio "e della graduale ripresa delle attività ordinarie".
"L'allentamento delle misure di contenimento - sottolinea Gabrielli - e la riapertura delle attività produttive e commerciali determineranno un inevitabile incremento dei traffici, sotto il profilo della mobilità privata e pubblica, e una più intensa fruizione degli spazi pubblici e comuni da parte della cittadinanza. In tale scenario, prevedibilmente, si assisterà a una ripresa delle attività delittuose riconducibili alla c.d. criminalità diffusa, così come al tentativo della criminalità organizzata di infiltrarsi nel tessuto economico, gravemente colpito dalla crisi di liquidità".
Una preoccupazione e un allarme che il capo della polizia in queste ultime settimane ha più volte evidenziato ai questori, affinché alzino le antenne e predispongano le adeguate misure di contrasto. Il timore è anche legato al lavoro che manca, alla situazione di crisi, e di conseguenza a tutte quelle frange eversive, antagoniste ed estremiste che possono avere interesse a soffiare sul fuoco. "Altrettanto verosimilmente - aggiunge il prefetto - le Autorità di pubblica sicurezza e la Polizia di Stato si misureranno con le varie espressioni del disagio socio-economico derivanti dalla congiuntura indotta dall'epidemia, con inevitabili riflessi sotto il profilo dei servizi di ordine pubblico".
La tensione è palpabile, ed è per questo che il Dipartimento di pubblica sicurezza invita a predisporre tutto quello che serve, anche per tutelare la salute del personale di polizia che, "dalla rarefazione massima dei contatti sociali", passerà "all'allentamento delle misure di confinamento". Un passaggio da una fase a un'altra - dettano ancora le disposizioni - che "dovrà essere caratterizzato da coerenza, prudenza e gradualità".
Il Centro, 2 maggio 2020
Trasferire i detenuti in eccesso e aumentare il numero di agenti in forza al carcere di San Donato: sono le richieste che arrivano dalle organizzazioni sindacali in vista dell'apertura di un reparto Covid nell'istituto di pena di Pescara, che potrebbe avvenire già dalla prossima settimana. A sottoscrivere il documento, indirizzato al provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria, sono stati i rappresentanti di Osapp, Uspp-Ugl, Fns-Cisl, Uilpa, Sinappe e Fsa-Cnpp, che lo hanno inviato per conoscenza anche a prefettura, direzione della casa circondariale e rispettive segreterie nazionali.
Al centro della questione c'è l'ordinanza regionale numero 38 del 16 aprile scorso, che sancisce l'apertura di un reparto Covid a San Donato, e le relative problematiche. I rappresentanti della polizia penitenziaria chiedono che, prima dell'attivazione del reparto, venga drasticamente abbassato il numero dei detenuti: a oggi ne sono circa 370, a fronte dei 277 che dovrebbero esserci.
Cento reclusi dovrebbero quindi essere trasferiti in un altro istituto abruzzese quanto prima. Per quanto riguarda, invece, il personale, le sei sigle sindacali chiedono al provveditore "l'aggregazione di 18 unità di polizia penitenziaria per tutte le esigenze legate all'apertura e il servizio del nuovo reparto Covid".
Viene richiesta, ovviamente, anche la fornitura di adeguati dispositivi di protezione. Dalla prossima settimana, inoltre, dovrebbe essere eseguito il tampone su tutti i detenuti del carcere di Pescara, dove comunque è stata verificata la negatività al coronavirus di ogni nuovo arrivato.
La casa circondariale di San Donato è stata scelta sia per questioni logistiche, sia per la presenza in città del Covid Hospital in via di realizzazione nella palazzina ex Ivap, a ridosso dell'ospedale cittadino. "In mancanza di risposte concrete", assicurano Osapp, Uspp-Ugl, Fns-Cisl, Uilpa, Sinappe e Fsa-Cnpp, "saranno intraprese legittime forme di protesta e rivendicazioni sindacali nelle sedi più opportune".
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