di Roberto Di Biase
emiliaromagnanews24.it, 4 maggio 2020
La compagnia collabora dalla prima edizione al Premio e ha ripreso l'attività a Sant'Anna e a Castelfranco Emilia. Anche la terza edizione del Premio Sognalib(e)ro, come già le due precedenti, prevede una stretta collaborazione tra gli organizzatori-promotori, in particolare Comune di Modena e Bper Banca, e il Teatro dei Venti, forte di una attività nelle carceri che dura da anni. Quest'anno, dopo oltre due mesi di stop a causa della pandemia, riparte da remoto anche il laboratorio del Teatro dei Venti nelle Carceri di Modena e Castelfranco Emilia.
La Direzione degli Istituti e il Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria (Prap) hanno autorizzato l'avvio delle attività dal 28 aprile alla Casa di Reclusione di Castelfranco e dal 4 maggio alla Casa Circondariale di Modena. Le attività sono rese possibili dalle donazioni di computer e materiale informatico effettuate da diversi cittadini, che hanno risposto a un appello del Teatro dei Venti. A Castelfranco il laboratorio seguirà un calendario di due appuntamenti a settimana, martedì e giovedì, dalle ore 15 alle 17. A Modena le attività sono previste a partire dal 4 maggio, con 2 incontri a settimana.
Il laboratorio da remoto sarà condotto dal regista Stefano Tè e dagli attori del Teatro dei Venti e consentirà di portare avanti le prove di "Odissea" (un primo studio era stato proposto proprio alla serata finale della seconda edizione di "Sognalib(e)ro"), riprendendo il lavoro che era stato sospeso, proponendo letture per i detenuti e continuando il loro percorso di produzione creativa e scrittura. Lo spettacolo è realizzato nell'ambito del progetto europeo Freeway, con debutto previsto nel 2021.
Il progetto è ideato dal Teatro dei Venti, che ne è capofila, insieme a tre partner, aufBruch (Germania), Fundacja Jubilo (Polonia) e Upsda (Bulgaria), e promuove la creazione artistica e lo scambio di buone pratiche di Teatro in Carcere a livello europeo. Il primo studio di "Odissea" sarebbe dovuto andare in scena a Trasparenze Festival, VIII edizione "Abitare Utopie". Ora è rinviato a data da destinarsi.
estense.com, 4 maggio 2020
Don Bedin scrive al Sindaco, risponde l'assessore Coletti: "Mancano elementi per una valutazione approfondita". La lettera aperta di don Domenico Bedin al sindaco di Ferrara.
"Egregio Signor Sindaco, da trent'anni attraverso l'associazione Viale k e in collaborazione con altri gruppi e cooperative del nostro territorio ci dedichiamo all'accoglienza e al sostegno di persone detenute o ex per favorire la concreta possibilità di usufruire delle misure alternative al carcere e per l'inserimento successivo nella società.
Sono passati dai nostri centri decine e decine di persone che poi non sono ricadute nei reati e che si sono rifatti una vita. Alcuni hanno anche deciso di vivere presso le nostre comunità dove svolgono attività per gli altri. Normalmente questa forma di servizio è stata svolta gratuitamente dall'associazione, anzi questo ne era un requisito previo: non accettare denaro dai detenuti o dalle loro famiglie e così accogliere i più poveri e senza prospettive soprattutto del nostro territorio. Per un breve periodo abbiamo ricevuto i fondi da un progetto chiamato Acero che ci ha permesso di fare numerosi inserimenti lavorativi.
Da tanto tempo insistiamo con le varie amministrazioni locali e statali perché si promuovessero progetti finalizzati a questo scopo. Finalmente il Ministero della Giustizia e in particolare l'Ufficio per l'esecuzione penale esterna Emilia Romagna-Marche ha aperto un bando per favorire queste misure alternative. Il 4 maggio gli enti che intendono proporre una loro manifestazione di interesse devono comunicarlo e tra le tante richieste a cui si deve rispondere si deve allegare il parere positivo del Comune dove si svolge il progetto.
Bene, Signor Sindaco, Lei, attraverso l'assessore ai servizi alla persona dott. Coletti ha risposto no! Il Comune di Ferrara non vuole che questo progetto si realizzi nel nostro territorio. Dunque Lei ritiene che le condanne siano scontate esclusivamente in carcere fino all'ultimo giorno senza applicare ciò che la legge non solo permette ma caldeggia non tanto e solo per la questione dell'emergenza sanitaria ma per andare sempre più verso una pena finalizzata al recupero... O forse ha paura che la città e il comune si riempia di delinquenti.
Non si preoccupi questo avviene proprio se non si organizzano queste iniziative di accoglienza e accompagnamento. Il giorno che il detenuto solo e in bolletta uscirà verrà a bussare alla porta dei servizi sociali e poi da Lei o dall'Assessore e allora il numero della Caritas, di Viale k, della Filippo Franceschi, delle cooperative sociali comincerà a squillare. Caro signor Sindaco si ricreda e dia il nulla osta".
Pronta la replica dell'assessore alle Politiche Sociali, Cristina Coletti: "In relazione alla richiesta avanzata da alcune realtà cooperative e associative del territorio che intendono inviare la manifestazione di interesse per il "Progetto inclusione sociale per persone senza fissa dimora in misura alternativa in E-R" e per la quale risulterebbe necessario un preventivo parere positivo del sindaco del Comune di riferimento, è importante chiarire alcuni punti.
Al Comune di Ferrara non è pervenuto alcun progetto dettagliato relativo al tema dei carcerati da reinserire. Gli enti intenzionati ad avviare percorsi di recupero, si sono limitati ad inviare, a pochissimi giorni dalla scadenza del bando, una richiesta generica di approvazione, su ipotesi di lavoro non specificate nel dettaglio, senza indicare chiaramente né le risorse utilizzate, né le interrelazioni del progetto con le realtà territoriali, né le reali possibilità di successo, né tantomeno chi siano i destinatari.
Il tema del sovraffollamento carcerario e delle difficoltà che comporta è già noto da tempo a livello nazionale e la nostra amministrazione si è già distinta nel supportare concretamente, in questi mesi, azioni ed interventi a favore dei detenuti. In questo frangente riteniamo il tema della scarcerazione legata all'emergenza Coronavirus particolarmente complesso e, dunque, inopportuno agire su sollecitazione di un bando in scadenza e senza gli elementi fondamentali per una valutazione approfondita".
di Bruno Contigiani*
Il Fatto Quotidiano, 4 maggio 2020
"Credo che nelle situazioni di emergenza l'espressione e lo sviluppo della resilienza dell'organizzazione richiedano alcune attitudini come lavoro di squadra, trasparenza della comunicazione, capacità di rivedere il già visto, chiarezza di obiettivi".
Non ci troviamo nel Consiglio di amministrazione di una grande impresa, ma a colloquio con Maria Gabriella Lusi, che da poco meno di un anno dirige Le Novate, la Casa Circondariale di Piacenza, dove la situazione sanitaria e di sicurezza sono sotto controllo. Ogni carcere è un mondo a sé, i recenti tumulti scatenati in molte carceri italiane, ma anche in varie parti del mondo, non hanno colpito allo stesso modo gli istituti penitenziari. Ci sono state distruzioni e anche morti.
Nonostante da più di 10 anni "Vivere con Lentezza", operi a Piacenza, Pavia e Lodi, con puntate a San Vittore, Bollate, e al Minorile Beccaria di Milano, continuo ad avere delle difficoltà a capire quali siano stati i fattori che hanno determinato un andamento molto differenziato, a Piacenza i danni sono stati praticamente inesistenti. Quando parliamo di carceri la parola che più viene ripetuta è sovraffollamento, immaginate che cosa può aver voluto dire recepire e contestualizzare le norme che progressivamente sono state introdotte avendo come obiettivo non solo la salute delle persone ristrette, ma anche di quanti ogni giorno operano fra queste mura.
Il carcere è un luogo in cui la parola ha ancora un grande valore, e quindi l'ascolto e il dialogo, l'interlocuzione, con le rappresentanze dei detenuti sono stati determinanti, per cogliere gli umori, le difficoltà, le sintomatologie, anche attraverso un servizio ad hoc, come spiega il direttrice: "I detenuti, con poche eccezioni, hanno capito la situazione e dimostrato senso di responsabilità, apprezzando le iniziative adottate per favorire i contatti con le famiglie, come i video colloqui o l'ampliamento delle telefonate".
Non tutto è andato bene, ma se si tiene conto che Piacenza è stata dichiarata Zona rossa e che, come ben sanno gli operatori carcerari, un carcere è parte del suo territorio, estremizzando mi sento di affermare che Le Novate sono andate in controtendenza rispetto a città e provincia (ndr). La popolazione carceraria italiana è composta in misura molto ridotta da donne: "Le detenute in particolare manifestano adesione consapevole e pacifica (seppur ovviamente sofferta) alle misure introdotte".
Riflettendo su questa affermazione mi accorgo che nelle Case Circondariali in cui stiamo operando la direzione è affidata a delle donne, ma questa riflessione non può certo risolvere il quesito iniziale. "Il nostro Istituto ha sofferto per mille comprensibili ragioni in questo periodo - mi spiega la direttrice - ma ha anche espresso tante importanti virtù: l'impegno dello staff Direttivo e della Polizia Penitenziaria, in prima linea nella gestione dell'emergenza, è stato in diverse situazioni riconosciuto dagli stessi detenuti, ed è questa a mio avviso la sintesi più efficace della sicurezza penitenziaria in tempi di emergenza".
*Scrittore e fondatore de "L'Arte del vivere con lentezza"
di Leandro Del Gaudio
Il Mattino, 4 maggio 2020
Tre processi (con detenuti) al giorno per ogni collegio; cinque processi al giorno per ogni giudice monocratico, con una scansione cronologica rigorosa, in grado di coprire l'intera giornata (fino alla sera). È questa la bozza organizzativa su cui stanno lavorando i capi degli uffici, in vista della riapertura del Palazzo di giustizia, dal 12 maggio in poi.
Prove tecniche di fase due, tornano a riempirsi le cancellerie, personale amministrativo richiamato fisicamente in servizio (quando non è possibile lavorare con strumenti agili, da remoto), si prova a recuperare il gap di questi due mesi di quarantena.
Oltre diecimila udienze rinviate, poche attività svolte nella cittadella di piazza Cenni, per lo più legate a direttissime e convalide (svolte con l'ausilio di connessioni internet o videoconferenze), bisogna ripartire. Spiega il presidente del Tribunale di Napoli Elisabetta Garzo: "Abbiamo studiato i ruoli delle rispettive sezioni fino alla fine di giugno, stiamo lavorando per consentire lo svolgimento delle discussioni dei processi con detenuti, nel rispetto delle norme sanitarie. Orari e scadenze saranno comunicati, ci aspetta un periodo di rodaggio, insieme ce la possiamo fare a rimettere in moto la macchina giudiziaria".
Fase due senza strappi, dunque, anche alla luce di quanto previsto dall'ultimo decreto ministeriale, che ha ridotto di gran lunga il peso del processo penale da remoto. Cosa cambia allora nelle aule di giustizia?
Spiega Ermanno Carnevale, presidente della Camera penale, "reduce" da un confronto via Facebook seguito da centinaia di penalisti, al quale ha preso parte anche il presidente di Unioncamere Gian Domenico Caiazza: "Siamo pronti a ripartire. Con senso di responsabilità, nel rispetto dei protocolli sanitari e organizzativi, noi ci siamo, compatti e uniti.
Abbiamo ottenuto un punto fermo, a leggere l'ultimo decreto: il processo penale si fa in aula, almeno per quanto riguarda il dibattimento, il confronto tra le parti, al cospetto di un giudice. Altra cosa è la possibilità di usare più telematica per evadere alcune pratiche che, altrimenti ingolferebbero cancellerie e ascensori, oltre ad appesantire le nostre mattinate. Mi riferisco alla necessità di rafforzare gli scambi di comunicazioni tra avvocati e cancellerie dell'autorità giudiziaria, ma anche all'esigenza di costruire solidi presìdi telematici per tante delle nostre attività".
A cosa fa riferimento il presidente Carnevale? "Ancora oggi non è possibile depositare una impugnazione a mezzo pec, perché occorre la copia cartacea; invece, deve diventare ordinario chiedere e ottenere a mezzo pec la copia di una sentenza, ovviamente pagando i diritti di cancelleria; oppure poter inoltrare una querela sempre a mezzo pec (al netto del confronto con un ufficiale giudiziario): si tratta di attività che si possono svolgere in modo smart, agevole, ma occorrono presìdi telematici facilmente accessibili a tutti i professionisti, altrimenti continueremo a stare in fila dinanzi agli ascensori anche solo per depositare una impugnazione".
Fase due allo start, non ci sono solo i penalisti a chiedere ascolto. In questi giorni, anche il civile (dove però il canale telematico è decisamente più avanti) attende le nuove disposizioni. Si lavora per rafforzare i presìdi all'ingresso del giudice di pace di Barra e di caserma Garibaldi, mentre anche in piazza Cenni da giorni si lavora alla ripartenza. Soffrono alcuni settori, come le sezioni famiglia e lavoro, che richiedono la presenza delle parti in alcune udienze, rendendo difficile il distanziamento sociale, anche al netto di guanti e mascherine.
Spiega l'avvocato Giuliana Quattromini, componente della commissione lavoro del Coa: "In questi due mesi c'è stata la quarantena dei diritti per quanto riguarda i processi urgenti di Lavoro, parliamo di licenziamenti e trasferimenti che non dovevano essere rinviati, invece abbiamo registrato addirittura il blocco delle fissazioni". Potranno ripartire alcune attività commerciali, come il bar tabacchi e come la storica edicola di piazza Cenni. Avanti per step, almeno fino al 31 luglio, sempre con un occhio ai numeri del virus, nel tentativo di scongiurare un pericoloso rebound di contagi.
di Andrea Zangari
teatroecritica.net, 4 maggio 2020
Se a Bologna si dice Pratello, l'immaginario subito si biforca in proiezioni complementari: la via di circoli culturali e locali notturni, e l'Istituto Penale Minorile. L'ultimo si affaccia sulla prima con un'anonima facciata moderna, oltre un pesante cancello.
Di qua, un ghetto dato all'appetito nottambulo della comunità universitaria espansa fino ai margini della generazione Y; di là, un "luogo chiuso delimitato da muri e da sbarre". Con questa ulteriore biforcazione dello sguardo, Massimo Marino apre il volume edito da Titivillus Teatro del Pratello. Venti anni tra carcere e società.
Testi processi spettacoli, accompagnandoci nell'Istituto Penale Minorile "Pietro Siciliani". Prima il luogo, l'ambiguità del muro che isola e protegge; poi la ventennale storia di teatro in carcere fatta da Paolo Billi. Regista e drammaturgo, per Bologna uno di quei nomi che accompagnano immancabili il ritmo annuale dell'agenda culturale.
Dalla compenetrazione "tra carcere e società", conquistata giorno dopo giorno tra diffidenze istituzionali, tagli di fondi, problemi legati alla transitorietà degli attori etc. la città e il carcere sono usciti trasformati. Chi negli anni ha avuto opportunità di dialogare coi giovani attori, dopo gli spettacoli fra gli spazi del carcere e dell'Arena del Sole, lo sa: l'ha sperimentato nella nascita di un pubblico, e dunque di uno sguardo. Teatro del Pratello è il diario di questa trasformazione, ma è anche molto altro.
Incroci fra laboratori di scrittura, scenografia e coreografia attraverso cui ogni lavoro al Pratello è messa in causa integrale dei giovani detenuti, del loro corpo, del loro immaginario, senza mai farsi didascalia della reclusione. Verso un lavoro artistico, mai dilettantistico, attraverso le "pedagogie impossibili" del carcere: impossibili a priori per l'ideologia funesta della reclusione, ma anche per i materiali letterari scelti.
Da Rabelais a Nietzsche, da Jarry a Tasso, parole caustiche, sfide da digerire e da pronunciare per quegli attori non conformi. "Mi piaceva questa lingua detta male" dice Billi in un'intervista riportata: la subalternità sociale produce eccentricità culturale, ma in questo scivolamento Billi trova una centralità nuova, per un linguaggio teatrale che nasce politico, inclusivo, sognante ma non trasognato.
Teatro del Pratello è una trama complessa, mai complicata: la penna di Marino vibra di prossimità emotiva, ma le fughe riportano puntualmente ai testi degli spettacoli, in stralcio o interi. Così muovendosi, si compone una polifonia (dove i movimenti sostituiscono i capitoli) in cui lo storico cede la voce allo spettatore implicato, e viceversa. Articoli di giornale, interviste, frammenti da Il Patalogo, fotografie tracciano peraltro la storia parallela del modo di guardare e raccontare il teatro in carcere, in un processo di maturazione storico della spettatorialità e della critica stessa.
P.s.: questa lettura ci riporta all'emergenze nell'emergenza di chi fa laboratori in carcere, nell'evidente difficoltà a proseguire pratiche di cura e di arte a distanza di sicurezza. Con la grazia dello spirito patafisico, "scienza delle soluzioni immaginarie" evocata quale spirito guida in esergo al libro stesso, confidiamo che questa nicchia continui a godere oggi del supporto dei suoi spettatori e soprattutto delle istituzioni.
di Roberto Di Biase
emiliaromagnanews24.it, 4 maggio 2020
Per la narrativa italiana Rosella Postorino; detenuti di Pozzuoli, Pescara, Opera, per gli inediti. Nella seconda edizione del premio Sognalib(e)ro per le carceri italiane, conclusa a febbraio 2020, per la sezione narrativa italiana, che chiedeva ai gruppi di lettura degli istituti penitenziari di scegliere tra tre libri indicati dalla giuria, ha vinto Rosella Postorino con "Le assaggiatrici" (Feltrinelli 2018). L'autrice è stata prescelta rispetto a Claudia Durastanti con "La straniera" (La nave di Teseo, 2019) e a Marco Missiroli con "Fedeltà" (Einaudi, 2019).
Tra gli inediti scritti dai detenuti (62 testi di 60 autori) in concorso alla seconda edizione, la giuria degli scrittori, diretta da Bruno Ventavoli di TuttoLibri, ha individuato tre vincitori. Senza distinguere tra romanzo, racconto e poesia, i giurati scrittori Paolo Di Paolo, Barbara Baraldi e Marco Makkox Dambrosio hanno scelto gli scritti, sul tema "Ho fatto un sogno...", inviati da un detenuto a Milano Opera, una del femminile di Pozzuoli e un altro dall'istituto penitenziario di Pescara. Il premio consiste nella donazione di libri alla biblioteca del carcere dove sono reclusi i vincitori. Il Comune di Modena pubblicherà una antologia dei testi, con la casa editrice civica digitale "il Dondolo" diretta da Beppe Cottafavi.
Alla vincitrice Rosella Postorino è andato anche il Premio di Bper Banca. Come previsto dal meccanismo del premio, Postorino ha indicato nel suo messaggio quattro libri che hanno avuto per lei una importanza particolare. Quattro titoli di cui Comune di Modena e Bper Banca forniranno copie alle biblioteche delle carceri partecipanti. Si tratta di "Il grande Gatsby" di Francis Scott Fitzgerald; "Il posto" di Annie Ernaux; "Cecità" di José Saramago; e "Il racconto dell'ancella" di Margaret Atwood.
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 4 maggio 2020
Grazie alla piattaforma "Suonate le campane" nata su impulso dell'arcivescovo Delpini ritrova voce anche la "Canzone della Nave", il reparto per la cura delle dipendenze nel carcere milanese. E all'impresa partecipano, di nuovo, anche alcuni artisti della Scala.
A volte, e in questi mesi si è visto spesso, anche solo una canzone può far molto: non risolve, ma serve a dire "ci siamo". E questa volta a far sentire la loro voce sono gli ex detenuti del reparto La Nave di San Vittore, insieme con i volontari dell'associazione Amici della Nave. Lo hanno fatto grazie all'iniziativa "Suonate le campane" con cui un altro gruppo di musicisti, a loro volta volontari del carcere milanese, ha accolto da diverso tempo l'appello della diocesi ambrosiana sull'importanza di diffondere - sempre, ma in questo periodo più che mai - messaggi di "bellezza".
Così ex detenuti e volontari hanno potuto, ciascuno da casa propria, rimettere insieme la loro Canzone della Nave composta sulle note di "Bella ciao" e cantata nelle occasioni più diverse negli ultimi anni sia dentro sia fuori dal carcere: compresa la festa per il primo compleanno di Buone Notizie nel 2018 ma anche con i volontari del coro della Scala per un concerto benefico prima del Natale scorso.
Il testo della canzone si deve a un detenuto marocchino, Yassin, che lo scrisse quando aveva diciannove anni. Non è più a San Vittore da molto tempo. Racconta del suo viaggio che lo portò a perdersi in un "mare senza uscita", quindi della Nave e dei marinai che lo salvarono, infine del suo ritrovarsi ora di nuovo come in mare: ma un mare diverso, con l'orizzonte della libertà.
I cori in realtà sono diventati due da tempo. Uno con i detenuti della Nave, il reparto che sotto la guida di Graziella Bertelli con la sua équipe dell'Asst Santi Paolo e Carlo si occupa di chi ha problemi di dipendenza; e uno con gli "ex", avviato con gli Amici della Nave, per proseguire anche fuori dal carcere un percorso di reinserimento nella società.
Entrambi attualmente fermi, come è ovvio, poiché poche cose come un coro - va da sé - configurano in questo periodo il "reato" di assembramento. È soprattutto in carcere che se ne sente la mancanza, così come di tutte le altre attività di gruppo volte al recupero e all'uso del "tempo della detenzione" in un modo che sia (ri)costruttivo e non meramente punitivo: praticamente tutte sospese da febbraio - già settimane prima che l'Italia intera si fermasse - insieme con l'ingresso dei parenti per i colloqui e dei volontari per le attività medesime. Qualcosa sta ripartendo, ma i tempi non saranno brevi.
Nell'attesa che questo avvenga è il coro esterno degli Amici della Nave a essersi rimesso insieme "a distanza". E ha potuto farlo grazie alla collaborazione e condivisione del progetto suonatelecampane.it costruito per iniziativa di Fulvio Matone, Walter Muto e Francesco Lorenzi, a loro volta parte di un ulteriore gruppo di musicisti volontari che da anni portano arte e bellezza a San Vittore e non solo.
L'idea della piattaforma era nata per raccogliere l'invito dell'arcivescovo milanese Mario Delpini, che ospitato in video sulla piattaforma stessa lo ha appena rilanciato di persona: "Far suonare le campane del bello soprattutto adesso, in questo tempo così difficile".
Loro lo stanno facendo da settimane con cadenza quotidiana, vedere il link appena citato per credere: "Ogni giorno due campane nuove - spiega Fulvio - e giusto oggi siamo arrivati a cento. Di volta in volta possono essere una musica, un brano letterario, una riflessione, con il denominatore comune di aiutarci a vedere ciò che di buono esiste sempre in ogni momento della vita, anche in quello più difficile". "E in questo la musica - aggiunge Walter, che sul fronte delle note è l'architetto della costruzione - aiuta forse più di ogni altra cosa: con il Coro della Nave abbiamo fatto diverse cose insieme e averli qui, almeno una parte dei detenuti usciti e i volontari che conosciamo da anni, è un regalo che loro hanno fatto a noi".
In sottofondo, con discrezione, senza per forza mostrarsi, anche qualche artista della Scala che dopo le esperienze già vissute insieme non ha resistito alla chiamata del volerci essere. Ciascuno da casa propria, ciascuno con la propria parte cantata (o suonata) su una traccia-base, e tutte infine rimontate insieme dal vero mago tecnico dell'intera operazione: Giovanni Assandri, maestro del digitale. E premio Nobel per la pazienza.
di Francesca Caferri
La Repubblica, 4 maggio 2020
Shady Habash aveva 24 anni: da più di due anni era in attesa di processo. Un fotografo e regista egiziano è morto venerdì nel carcere di Tora, alla periferia del Cairo, lo stesso in cui è rinchiuso Patrick Zaky: da oltre due anni era in attesa di processo dopo essere stato arrestato per aver diretto il video musicale di una canzone critica nei confronti del presidente Abdel Fatah al Sisi.
Le cause della morte di Shady Habash, che aveva 24 anni, non sono state rese note. Ma la sua morte porta di nuovo alla ribalta le condizioni in cui i detenuti vivono all'interno delle carceri egiziane, già normalmente sporche e sovraffolate e in queste settimane rese ancora più pericolose dal dilagare del coronavirus. Una condizione già evidenziata dalla famiglia e dagli avvocati di Zaky, il ricercatore 28enne dell'università di Bologna arrestato al Cairo a febbraio.
Habash era stato arrestato nel marzo 2018 per aver curato la regia di "Balaha", una canzone di Ramy Essam, uno dei più famosi cantanti egiziani, icona della rivoluzione di piazza Tahrir, a sua volta arrestato, torturato e poi fuggito in Svezia.
"Shady non aveva niente a che vedere con il contenuto della canzone. Da regista affermato lavorava costantemente su progetti in Medio Oriente e quello di "Balaha" non era che uno dei tanti video che aveva diretto", scrive Essam sulla sua pagina web. Anche l'autore della canzone era stato arrestato e condannato, nell'agosto 2018, a tre anni di carcere.
Contro Habash invece non c'era stata sentenza, né processo: i capi di imputazione contro di lui (diffusione di notizie false, appartenenza a un gruppo terroristico ecc) sono simili a quelli che pendono sulla testa di migliaia di egiziani accusati di essere oppositori del presidente al Sisi. Incluso Patrik Zaky. Per mesi il ragazzo è stato convocato dai giudici e la sua detenzione prolungata di 45 giorni in 45 giorni senza poter discutere delle accuse. Un meccanismo più volte denunciato da Amnesty International e da altri gruppi che si occupano di diritti umani.
"A uccidere non è la prigione ma la solitudine. Resistenza in prigione significa cercare di non perdere la testa e non lasciarsi morire lentamente perché sei stato buttato in una cella due anni fa senza motivo e non sai se e quando finirà e se fuori si ricordano di te", scriveva Habash in una lettera fatta uscire dal carcere lo scorso inverno e diffusa da Ramy Essam.
di Umberto De Giovannangeli
globalist.it, 4 maggio 2020
Shady Habash è morto a soli 22 anni, da 26 mesi attendeva il processo. Era a Tora, la stessa prigione dove è detenuto Patrick Zaki". "Colpevole" di aver fatto un video su Al-Sisi. Nell'Egitto del "faraone" al-Sisi si muore in una cella dove sei stato rinchiuso per avere girato un video ironico sul presidente-generale. Nello stato di polizia egiziano, l'ironia è una minaccia alla sicurezza nazionale, e chiunque si macchia di questo "delitto" va messo a tacere. Definitivamente. È la storia di Shady Habash.
"Con i compagni di cella hanno gridato tutta la notte per chiedere un medico ma nessuno è intervenuto. Shady Habash è morto a soli 22 anni, da 26 mesi attendeva il processo. Era a Tora, la stessa prigione dove è detenuto Patrick Zaki". Così all'agenzia Dire Amr Abdelwahab, un amico di Zaki, il ricercatore egiziano arrestato l'8 febbraio scorso con l'accusa di sedizione tramite i social network e da allora in detenzione cautelare nel carcere di massima sicurezza del Cairo.
Colpevole di ironia - Habash era stato arrestato nel marzo 2018 con l'accusa di "diffusione di notizie false" e "appartenenza a un'organizzazione illegale", secondo la procura, ma mai processato. Aveva realizzato il videoclip della canzone "Balaha" (dattero), di Rami Issam, un cantante rock che si era fatto un nome durante la rivolta popolare del gennaio-febbraio 2011 contro l'allora presidente Hosni Mubarak e fuggito in esilio in Svezia.
Un tempo censurato in Egitto, il filmato è stato visto più di 5 milioni di volte su YouTube. Secondo la Rete araba per i diritti umani e l'informazione (Anhri) Habash è morto per "negligenza e mancanza di giustizia".
Il giovane regista non è mai stato processato. Nessun commento al momento del governo egiziano. In una lettera pubblicata lo scorso ottobre dai suoi colleghi, Habash aveva scritto: "Ho bisogno del vostro sostegno per scampare alla morte. Negli ultimi due anni ho cercato di resistere essere la stessa persona che conoscete una volta uscito dal carcere, ma non posso più farlo".
Sulle cause ufficiali della morte di Habash ci sono notizie contrastanti e non è chiaro se sia stato contagiato dal Covid-19 o morto per altri motivi. Da due mesi a questa parte il governo del Cairo ha deciso di interrompere i processi e soprattutto le visite e i contatti dei familiari, specie per i detenuti politici. Il giovane regista non è mai stato processato. Silenzio da parte del governo egiziano.
"Quanto è accaduto - aggiunge Amr Abdelwahab all'agenzia italiana - la dice lunga sullo stato in cui versano i servizi medico-sanitari all'interno del carcere di Tora, nel bel mezzo di una epidemia poi". Da tempo difensori per i diritti umani e associazioni egiziane e internazionali denunciano arresti arbitrari e gravi violazioni all'interno delle carceri. Le organizzazioni sostengono che dopo il colpo di stato del 2013, che ha portato al potere il presidente al-Sisi, decine di migliaia tra manifestanti, intellettuali ed oppositori politici sarebbero finite dietro le sbarre.
E così Shady è finito nell'immenso cimitero dei deceduti, dentro e fuori le galere, che è l'Egitto di al-Sisi. Dove prosegue il perfido tormento dello "stop and go" che una magistratura asservita all'esercito ha adottato nei confronti di migliaia di giovani. Fermati, arrestati, rilasciati e ricondotti alla spirale di partenza.
Amr Abdelwahab alla Dire conclude: "Nel suo ultimo messaggio, Shady aveva scritto: 'Sostengono che la prigione non possa ucciderti, ma la solitudine può. Per questo ho bisogno del sostegno di ognuno di voi all'esterno affinché io sopravviva". In pratica - dice l'attivista - ci chiedeva di non essere dimenticato".
Anche Patrick Zaki, attivista e ricercatore iscritto a un master dell'Università di Bologna, ha chiesto tempo fa la stessa cosa. Per lui si è creata una mobilitazione internazionale per chiederne la scarcerazione sostenendo che le accuse a suo carico "sono false e illegali". Ma Zaki resta in galera. E cresce di giorno in giorno la preoccupazione per le sue condizioni psico-fisiche e per la sua stessa vita.
Desaparecidos - Nell'Egitto di al-Sisi i "desaparecidos" si contano ormai a migliaia. E più della metà dei detenuti nelle carceri lo sono per motivi politici. Per contenerli, il governo ha dovuto costruire 19 nuove strutture carcerarie. Il generale-presidente esercita un potere che si ramifica in tutta la società attraverso l'esercito, la polizia, le bande paramilitari e i servizi segreti, i famigerati Mukhabarat, quasi sempre più di uno. Al-Sisi si pone all'apice di un triangolo, quello dello Stato-ombra: esercito, Ministero degli Interni (e l'Nsa, la National Security Agenc.) e Gis (General Intelligence Service, i servizi segreti esterni). Se lo standard di sicurezza si misurasse sul numero degli oppositori incarcerati, l'Egitto di al-Sisi I° sarebbe tra i Paesi più sicuri al mondo: recenti rapporti delle più autorevoli organizzazioni internazionali per i diritti umani, da Human Rights Watch ad Amnesty International, calcolano in oltre 60mila i detenuti politici (un numero pari all'intera popolazione carceraria italiana): membri dei fuorilegge Fratelli musulmani, ma anche blogger, attivisti per i diritti umani, avvocati...Tutti accusati di attentare alla sicurezza dello Stato. Lo Stato di polizia all'ombra delle Piramidi.
L'inferno all'ombra delle Piramidi - Le autorità egiziane tengono i detenuti minorenni insieme agli adulti, in violazione del diritto internazionale dei diritti umani. In alcuni casi, sono imprigionati in celle sovraffollate e non ricevono cibo in quantità sufficiente. Almeno due minorenni sono stati sottoposti a lunghi periodi di isolamento. Un quadro agghiacciante è quello che emerge da un recente rapporto di Amnesty International.
"Le autorità egiziane hanno sottoposto minorenni a orribili violazioni dei diritti umani come la tortura, la detenzione in isolamento per lunghi periodi di tempo e la sparizione forzata per periodi anche di sette mesi, dimostrando in questo modo un disprezzo assolutamente vergognoso per i diritti dei minori", denuncia Najia Bounaim, direttrice delle campagne sull'Africa del Nord di Amnesty International. "Risulta particolarmente oltraggioso il fatto che l'Egitto, firmatario della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia, violi così clamorosamente i diritti dei minori", sottolinea Bounaim.
Minorenni sono stati inoltre processati in modo iniquo, talvolta in corte marziale, interrogati in assenza di avvocati e tutori legali e incriminati sulla base di "confessioni" estorte con la tortura dopo aver passato fino a quattro anni in detenzione preventiva. Almeno tre minorenni sono stati condannati a morte al termine di processi irregolari di massa: due condanne sono state poi commutate, la terza è sotto appello.
Sulla base del diritto internazionale, il carcere dev'essere solo l'ultima opzione per i minorenni. Sia la legge egiziana che le norme internazionali prevedono che i minorenni debbano essere processati da tribunali minorili. Tuttavia, in Egitto ragazzi dai 15 anni in su vengono processati insieme agli adulti, a volte persino in corte marziale e nei tribunali per la sicurezza dello Stato. Sotto la presidenza al-Sisi e col pretesto di combattere il terrorismo, migliaia di persone sono state arrestate arbitrariamente - centinaia delle quali per aver espresso critiche o manifestato pacificamente - ed è proseguita l'impunità per le amplissime violazioni dei diritti umani quali i maltrattamenti e le torture, le sparizioni forzate di massa, le esecuzioni extragiudiziali e l'uso eccessivo della forza. Dal 2014 sono state emesse oltre 2112 condanne a morte, spesso al termine di processi iniqui, almeno 223 delle quali poi eseguite.
La legge del 2017 sulle Ong è stata il primo esempio delle norme draconiane introdotte dalle autorità egiziane per stroncare la libertà di espressione, di associazione e di manifestazione pacifica. La legge consente alle autorità di negare il riconoscimento delle Ong, di limitarne attività e finanziamenti e di indagare il loro personale per reati definiti in modo del tutto vago. Nel 2018 sono state approvate la legge sui mezzi d'informazione e quella sui crimini informatici, che hanno esteso ulteriormente i poteri di censura sulla stampa cartacea e online e sulle emittenti radio-televisive conclude Bounaim.
La tortura di Stato non risparmia i bambini - "Ci sono bambini che descrivono di essere stati vittime di '"waterboarding" e di scariche elettriche sulla lingua e sui genitali, senza alcuna conseguenza giuridica per le forze di sicurezza egiziane," spiega Bill Van Esveld, responsabile del settore diritti dei bambini di Human Rights Watch (Hrw).
Nel rapporto di 43 pagine, Hrw sostiene di aver documentato abusi contro 20 ragazzi di età compresa tra 12 e 17 anni al momento dell'arresto. Quindici di loro hanno dichiarato di essere stati torturati in detenzione preventiva, di solito durante un interrogatorio tenuto mentre erano in isolamento. Sette bambini hanno riferito che gli agenti di sicurezza li hanno torturati con l'elettricità, incluso il "taser".
Tra le storie riportate nella denuncia quella di un ragazzo che ha raccontato di essere stato arrestato all'età di 16 anni e che temeva di non poter "sposarsi o essere in grado di avere figli" a causa di ciò che gli avevano fatto gli agenti di sicurezza durante la detenzione.
Le accuse di Hrw sono confermate da Belady, un'organizzazione non governativa che aiuta i bambini di strada che ha raccolto testimonianze verificate dei ragazzi, delle loro famiglie e degli avvocati difensori, e documenti giudiziari, ricorsi alle autorità, cartelle cliniche e video.
"I racconti strazianti di questi bambini e delle loro famiglie rivelano come il meccanismo di repressione egiziano abbia sottoposto i bambini a gravi abusi," spiega Aya Hijazi, condirettrice di Belady. Hijazi, che ha la doppia cittadinanza egiziana e americana è stata arrestata per l'attivismo di Belady, che in arabo significa "la nostra nazione". È stata arrestata insieme a suo marito e ad altri sei nel maggio 2014 con l'accusa di abuso di minori per poi essere assolta e rilasciata ma dopo aver trascorso in carcere quasi tre anni.
Questo è l'Egitto ai tempi di al-Sisi. Va ricordato al nostro Governo, in nome di Giulio Regeni, vittima di un assassinio di Stato che a distanza di anni è rimasto impunito.
Corriere della Sera, 4 maggio 2020
L'intervento e l'appello del Ceo della Thomson Reuters Foundation nel World Press Freedom Day. Mentre il mondo cerca di far fronte alla velocità e alle dimensioni della devastazione provocata dal Covid-19, la necessità di accedere a informazioni fidate, accurate e indipendenti è più intensa che mai.
Con tassi mondiali di mortalità che non sembrano voler rallentare, un'economia mondiale sbalzata dal suo asse e la società in una situazione di stallo, questa è un'emergenza che non ha precedenti. Lo faremmo con gli occhi bendati. Ogni giorno che passa ci costa migliaia di vite. Ma senza la libera e vitale circolazione delle informazioni - insegnamenti appresi da altri paesi, avvertimenti dei medici, perizie degli scienziati, comunicazioni di orientamento al pubblico - non siamo nemmeno in grado di lottare.
La presenza di media liberi e vitali è più importante che mai. Eppure, uno degli effetti catastrofici di questa crisi è che sta spianando la strada alla repressione della libertà di stampa in tutto il mondo. Sembra che stia emergendo uno schema pericoloso: alcuni governi approfittano sempre più della pandemia per adottare misure di severità via via crescente, che impongono limitazioni alla copertura giornalistica. A breve termine tali misure sono estremamente dannose. Ma le conseguenze a lungo termine della soppressione del giornalismo indipendente potrebbero erodere in modo significativo le libertà civili.
Perché si sta verificando tutto ciò? Esistono tre ragioni principali alla base della limitazione della libertà di stampa diretta dallo stato. La prima: alcuni governi, mossi dalla disperazione, stanno intervenendo soprattutto per contrastare la rapida diffusione di informazioni fuorvianti, alimentata dall'elevata fiducia riposta nei social media e da una maggior sete di notizie. Ma le misure adottate da questi paesi - persino da nazioni democratiche che finora hanno sostenuto la prosperità e la diversità dei media - non conoscono precedenti.
Solo un mese fa, il governo del Sudafrica ha varato una nuova legge che criminalizza la disinformazione sul Covid-19, sanzionandola con pene detentive. Questa mossa ha destato la preoccupazione delle organizzazioni mondiali di difesa della libertà di stampa, tra cui il Committee to Protect Journalists, che fa notare che, per contrastare la minaccia della disinformazione, il governo dovrebbe concentrarsi esso stesso sulla comunicazione di informazioni affidabili, invece di aprire la strada alla censura della stampa.
Nel Regno Unito, la forte reazione del governo a determinate coperture mediatiche che criticavano la sua gestione della crisi, ha indotto Richard Horton, direttore della rivista medica The Lancet ad accusare il governo di "riscrivere deliberatamente la storia, con la sua continua campagna di disinformazione sul Covid-19". Nel frattempo, il primo ministro Narendra Modi ha presentato una serie di richieste che incoraggiano le principali agenzie di stampa indiane a pubblicare "storie positive e ispiratrici" sulla risposta del governo alla pandemia, citando la necessità di respingere le "dicerie" e la "negatività".
La seconda ragione per limitare la libertà di stampa è quella di sopprimere attivamente le notizie che potrebbero far sollevare critiche alle politiche e alla leadership in risposta alla crisi. Il Presidente Trump ha attirato le critiche delle organizzazioni per la libertà di stampa dopo aver biasimato apertamente i giornalisti che pongono domande sulla sua gestione della crisi durante le conferenze stampa. In Serbia è stato segnalato che alcuni giornalisti sono stati arrestati per avere pubblicato servizi sulle carenze di attrezzature mediche, mentre in Slovenia e nella Repubblica Ceca ai giornalisti viene impedito di partecipare alle conferenze stampa.
Nel frattempo, a marzo l'Egitto ha espulso Ruth Michaelson del Guardian a causa del suo articolo sullo studio di un team di specialisti di malattie infettive che metteva in dubbio il numero ufficiale di casi di coronavirus nel paese. Analogamente, ad aprile l'Iran ha revocato la licenza dell'agenzia di stampa Reuters per aver segnalato una discrepanza tra le cifre ufficiali e quelle effettive del coronavirus. La sospensione è stata in seguito revocata.
Infine, nei paesi in cui la libertà di stampa si trova già sotto attacco, l'intervento di controllo delle informazioni per il "bene pubblico" viene attualmente sfruttato per acquisire maggior potere politico. Solo tre settimane fa, il parlamento ungherese ha varato una legge che autorizza il Primo Ministro Viktor Orbán a governare per decreto, assegnandogli poteri d'emergenza senza precedenti, apparentemente fino al termine della pandemia.
Chiunque diffonde "informazioni false" rischia una condanna a cinque anni di reclusione. Le misure hanno attirato le dure critiche della Commissione in data europea, e tredici Stati membri dell'UE hanno rilasciato una dichiarazione congiunta che esprime grave preoccupazione in merito al potenziale impatto sui diritti e sulle libertà fondamentali.
Lo stato di emergenza recentemente dichiarato dalla Giordania attribuisce al Primo Ministro Omar Razzaz il potere di "monitorare il contenuto di giornali, annunci e di ogni altro metodo di comunicazione prima della pubblicazione, e di censurare e chiudere qualsiasi agenzia senza giustificazione", oltre che di imporre numerose altre limitazioni ai diritti fondamentali. La violazione della legge può essere sanzionata anche con pene detentive.
La Cina intanto insiste che grazie alle sue misure autoritarie - tra cui la revoca dei visti di un ampio numero di giornalisti internazionali - è riuscita a controllare il virus. Questa tesi è difficile da contestare in mancanza di notizie da parte della stampa libera. (La giornalista freelance Li Zehua, una delle prime a coprire la pandemia, è scomparsa).
Dagli arresti in Venezuela e Turchia al decreto di emergenza della Romania che consente alle autorità di chiudere siti web ed eliminare i contenuti considerati "fake news", fino alla Russia, dove nuove leggi vengono utilizzate per censurare i servizi sulla pandemia: la legge viene trasformata in un'arma contro la libertà di stampa, e i giornalisti vengono azzittiti. Se ignorate, le conseguenze reali e devastanti per il libero accesso alle informazioni saranno durature e catastrofiche.
Thomson Reuters Foundation utilizza il potere del giornalismo insieme a quello della legge per difendere e promuovere la libertà di stampa, il vero fondamento della democrazia. La nostra risposta più immediata alla pandemia comprende la collaborazione con organizzazioni partner - tra cui il World Economic Forum, il Global Fund, Google e l'Ocse - al fine di valutare le capacità giornalistiche nei paesi su cui incombe la pandemia. Il Covid-19 ha fatto molte vittime. Ma non possiamo permettere che tra le vittime della pandemia ci sia anche la libertà di stampa.
*Ceo della Thomson Reuters Foundation










