varesenews.it, 1 maggio 2020
Una storia di cuore e solidarietà che arriva da chi vive ogni giorno la privazione della libertà. "Hanno mostrato a tutti ciò di cui sono capaci". "Don, vogliamo mostrare a tutti quello di cui siamo capaci".
E così è stato: loro, che si giornate da reclusi ne sanno qualcosa per via della condanna che stanno espiando in carcere, con un grande gesto di solidarietà daranno una mano a chi recluso è fra le quattro mura di un ospedale, colpito dal Covid-19. Momenti drammatici che portano i malati a una condizione di forte privazione in cui anche fare una video chiamata a un parente può rappresentare un appiglio a cui attaccarsi per combattere.
Allora in poche settimane grazie alla motivazione del cappellano del carcere di Busto Arsizio don David Maria Riboldi, e alla grande apertura del direttore della casa circondariale di Busto Arsizio Orazio Sorrentini e del comandante della polizia penitenziaria Rossella Panaro è stato fatto "il miracolo": con una media di 5 euro a testa i quasi 400 detenuti hanno operato una maxi colletta di 2.177 euro servizi per l'acquisto di 56 tablet a favore dei "reclusi da Covid".
I tablet, di marca Lenovo e Ipad Apple, sono corredati da cover antisettiche per essere usati nei reparti a rischio contagio. Oggi, 30 aprile, sono stati consegnati nelle mani dell'ingegner Poggialini, dell'ufficio tecnico dell'Ospedale: ha assicurato la messa in funzione dei tablet, per permettere agli ammalati di Covid di evadere dall'isolamento affettivo, che la 'reclusione forzata' al letto di ospedale ha generato. I tablet saranno suddivisi fra i vari reparti e anche in altre strutture del territorio (vedi ospedale di Tradate).
Il comandante ha sottolineato come il gesto abbia un valore ancora più grande, se commisurato alle violenze di cui i ristretti di diversi istituti penitenziari in Italia si sono resi protagonisti, poco più di un mese fa. Le persone detenute e Busto Arsizio non solo si sono mostrate recalcitranti alle rivendicazioni, che portarono a evasioni di massa e morti, ma hanno deciso di distinguersi in positivo, svettando per generosità.
"Un gesto molto bello e disinteressato fatto da chi si è immedesimato con coloro che pure non possono incontrare nessuno, nemmeno gli affetti più cari", ha commentato il direttore della casa circondariale Orazio Sorrentino. Carico di soddisfazione per operato dei "suoi ragazzi" anche il cappellano del carcere don David Maria Riboldi.
"Li ho visiti coi miei occhi credere in un obiettivo da perseguire. E l'hanno raggiunto donando molto di più di quando raccolto in altre carceri con una popolazione carceraria ben più numerosa. "Don, noi sappiamo cosa vuol dire non poter sentire la famiglia, cosa vuol dire non poter vedere i propri cari". Queste le parole dei detenuti, che si sono trasformate in un rimboccarsi le maniche. Fatti, non parole".
La raccolta delle persone detenute si è allora unita a una colletta esterna, per generare la liquidità necessaria all'acquisto della mole imponente di tablet e cover. Tramite per l'acquisto e la consegna è stata la Cooperativa sociale La Valle di Ezechiele fondata dal cappellano per il reinserimento lavorativo dei detenuti, con sede presso la Casa Circondariale.
di Leandro Del Gaudio
Il Mattino, 1 maggio 2020
Quattrocentocinquanta professionisti, la stragrande maggioranza dei penalisti napoletani: firmano un documento contro il processo da remoto. Si tratta di un documento che punta a ribadire che il "dibattimento" (vale a dire il confronto in aula sulle prove), non può essere portato all'esterno di un'aula di giustizia, non può essere ridotto in una finestra digitale tramite una connessione internet.
Con lo stesso testo, i penalisti puntano a ricordare i ritardi accumulati in questi anni a proposito dell'informatizzazione dei processi, vale a dire di tutte quelle attività che passano per le cancellerie, che rappresentano la prima ragione di lunghe code per gli ascensori, ma anche - in alcuni giorni - l'unico motivo della presenza fisica degli avvocati in Tribunale.
Un documento sostenuto da firme di peso dell'avvocatura napoletana (ma non ci sono i nomi che compongono la giunta della camera penale guidata da Ermanno Carnevale), che si candida a rappresentare una piattaforma di confronto, nella cosiddetta fase due, in vista della riapertura del Tribunale a partire dall'undici maggio.
Nato su input dell'avvocato Edoardo Cardillo (grazie alla chat che unisce gli iscritti al club Napoli Tribunale), si è arricchito del contributo di centinaia di professionisti che ora si danno appuntamento per il 5 maggio alle ore 11,10 sulla piattaforma zoom. Non ci sarà il flash mob all'esterno del varco Porzio - si legge - per non disattendere le regole anti Covid, ma il confronto contro il processo "da remoto" avverrà proprio grazie agli strumenti della tecnologia digitale "da remoto".
Spiegano gli organizzatori dell'iniziativa: "Vorrà dire che il no "te lo dico da remoto" e il flash mob si terrà in forma digitale". Dieci minuti prima, alle 11.00 in punto, toccherà all'avvocato Raffaele Esposito leggere un documento, il cui testo sarà affisso in una sorta di bacheca con tanto dei nomi dei firmatari. Spiega l'avvocato Cardillo: "Il documento è indirizzato al Consiglio dell'ordine degli avvocati, in linea con la delibera dello scorso 27 aprile; verrà consegnato anche alla camera penale, in una logica pienamente inclusiva. Non abbiamo interesse a fare da opposizione o alternanza alla Camera penale, ma puntiamo ad aggregare spunti utili per riportare in aula il presidio dell'avvocatura, ovviamente nella tutela della salute di tutti".
Ma torniamo ai motivi del no. Secondo il testo, bisogna sventare un tentativo di approfittare dell'emergenza sanitaria per superare il confronto in aula, per annullare il controllo assicurato dagli avvocati, per ridurre a mera finzione burocratica il ruolo dei difensori. Ed è proprio in questo loop, che gli avvocati criticano i ritardi registrati a Napoli sulla informatizzazione del processo, anche per quanto riguarda la mancanza della trasmissione di posta elettronica che, in modo tempestivo, segnali il rinvio di una udienza.
Ma leggiamo il testo firmato dai 450 avvocati: "Occorre sgomberare il campo da qualunque possibile equivoco: gli avvocati, tutti, sono assolutamente favorevoli all'adozione di qualsiasi strumento informatico che possa rendere più sicuro, agevole ed efficiente il funzionamento della macchina giudiziaria. A maggior ragione in questo periodo di emergenza.
Pensiamo alla digitalizzazione completa dei fascicoli, con la possibilità di consultazione e di ritiro di copia mediante accesso da remoto con firma digitale, alla facoltà di depositare istanze, liste testi, memorie ed impugnazioni via pec, alla comunicazione degli esiti. Si tratta di innovazioni che abbiamo da tempo sollecitato e che ad oggi consentirebbero di limitare in maniera assolutamente drastica gli accessi nelle cancellerie, che nella norma costituiscono la ragione principale della nostra presenza fisica all'interno del palazzo di giustizia".
Ancora oggi - si legge - non sono arrivate notifiche sulle date di rinvio di tante udienze rinviate durante il lockdown. Niente romanticismo, né nostalgie del passato. In questo senso, si chiede uno screening ai capi degli uffici sulle udienze da sostenere giorno per giorno, sugli orari da rispettare, sulle date dei rinvii, su varchi e aule in cui dare vita alla cosiddetta fase due.
lecceprima.it, 1 maggio 2020
L'azione legale, sostenuta da "Nessuno tocchi Caino", diretta al premier, al ministro della Giustizia e al sindaco di Lecce. Due avvocati leccesi presentano un class action, un'azione legale collettiva, contro il sovraffollamento carcerario nel tempo dell'epidemia Covid-19.
Preoccupati per l'alto rischio di contagi fra i corridoi e le celle dell'istituto penitenziario di Lecce, Giuseppe Napoli e Giuseppe Talò, con il patrocinio della Ong "Nessuno tocchi Caino", hanno promosso l'iter legale per ottenere il rispetto delle misure igienico sanitarie nel carcere di Borgo San Nicola. L'iniziativa è stata diretta al presidente del Consiglio dei ministri, al ministro della Giustizia e al sindaco di Lecce, è determinata proprio dalla constatazione di come la pandemia, nel contesto del sovraffollamento carcerario, possa costituire una grave minaccia.
Gli spazi detentivi delle strutture carcerarie non consentirebbero, secondo i due avvocati del Foro di Lecce, di garantire l'applicazione delle norme di sicurezza igienico-sanitarie imposte dal Governo per l'intero territorio. "Il carcere leccese, secondo le ultime stime, a fronte di una capienza regolamentare di 660 detenuti ne accoglie mille e 120. Si tratta di un tentativo di dialogo volto all'affermazione dei principi di legalità e di tutela dei diritti umani che in carcere sono a maggior rischio stante la pandemia in atto. L'endemica situazione di sovraffollamento è un rischio concreto per la salute dei detenuti e degli operatori penitenziari e comprime i principi di uguaglianza dei diritti e di non discriminazione sanciti dalla Costituzione e dai trattati internazionali", scrivono in una nota i due legali.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 maggio 2020
Gli avvocati Pina Di Credico e Roberto Ghini, grazie alla loro richiesta di adozione di misura provvisoria urgente alla Corte europea dei Diritti dell'uomo per quanto riguarda il caso del loro assistito (mancata concessione della detenzione domiciliare), hanno aperto il varco a una valanga di altre procedure urgenti.
Ora è il caso di un detenuto presso il carcere di Torino, risultato positivo al Covid- 19 ma che continua a rimanere in carcere. A darne notizia è L'associazione StraLi che ha supportato l'avvocato Benedetta Perego del Foro di Torino nella presentazione di un ricorso d'urgenza alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo relativamente alle condizioni di salute di un detenuto del carcere di Torino risultato positivo al Covid-19 e affetto da pregresse patologie.
La Corte ha chiesto subito delucidazioni al governo italiano, anche chiedendo chiarimenti circa le condizioni dei detenuti reclusi nel carcere "Le Vallette" di Torino. L'accesso alla Corte è motivato dal fatto che un soggetto detenuto presso il carcere di Torino, risultato positivo al Covid- 19, continua ad essere trattenuto, nonostante la direzione sanitaria dell'istituto abbia rilevato, già in data 8 aprile 2020, l'incompatibilità della malattia con la prosecuzione della detenzione.
I giudici di Strasburgo, preso atto del contenuto del ricorso che evidenziava tale circostanza nonché, in generale, il proliferare del contagio all'interno del carcere di Torino e la connessa impossibilità di garantire assistenza sanitaria continua a tutti i detenuti, ha dunque sollecitato il governo italiano a riferire in merito alle condizioni attuali del ricorrente e alle misure predisposte dalla direzione del carcere per evitare il rischio di complicazioni della malattia.
L'associazione StraLi, in coerenza con la propria attività, auspica che la proposizione del ricorso ed il conseguente intervento della Corte possano chiarire come è stato gestito il rischio sanitario derivante dalla diffusione del Covid-19 all'interno del carcere di Torino e, in secondo luogo, contribuire alla piena tutela della salute delle persone oggi detenute negli istituti di pena italiani.
Nel frattempo è giunta una buona notizia per il caso sollevato dagli avvocati Pina Di Credico, referente dell'Osservatorio della Camera Penale di Reggio Emilia, e Roberto Ghini, membro della Camera Penale di Modena e iscritto al Partito Radicale.
Come già riportato da Il Dubbio, sappiamo che dopo un duro braccio di ferro tra gli avvocati e il governo, repliche e controrepliche, dove non sono mancate le risposte incongruenti da parte dello Stato italiano che ha dovuto poi giustificare parlando di errori dovuti dalle interpretazioni letterarie, alla fine la Cedu ha deciso di non intervenire.
La buona notizia è che la mancata concessione della detenzione domiciliare si è risolta favorevolmente: il Tribunale di Sorveglianza di Verona, dopo aver fissato udienza con tempi assolutamente da record, tre giorni fa ha ordinato che il detenuto venisse posto in detenzione domiciliare. Ma gli avvocati non sono comunque soddisfatti per l'esito avuto con al Cedu.
Per questo con molta probabilità, proseguiranno nel giudizio davanti alla Corte europea al fine di ottenere il riconoscimento del fatto che per il loro assistito vi è stata comunque violazione dell'art. 3 (costringere inutilmente una persona, in un contesto di pericolo di contagio, a rimanere in carcere quando non assolutamente necessario costituisce, per gli avvocati Di Credico e Ghini, un trattamento inumano e degradante) e se vi è stato - nelle repliche del governo - un atteggiamento sanzionabile. La battaglia per i diritti umani, quindi, non finisce qui.
di Francesco Semprini
La Stampa, 1 maggio 2020
Tripoli rifiuta cessate il fuoco di Haftar. Da Parigi prevale il silenzio sul sorvolo "illegale" dei caccia francesi. "La Libia è in guerra contro gli Emirati". È l'affermazione provocatori (ma non più di tanto) di Khaled al-Mishri, presidente dell'Alto consiglio di stato di Tripoli, organo legislativo della Libia. Al-Mishri chiede al numero uno del Consiglio presidenziale, Fayez al-Serraj di dichiarare "lo status bellico tra la Libia e gli Emirati per il ruolo svolto da questi ultimi nell'alimentare le tensioni nel Paese e sostenere il signore della guerra Khalifa Haftar".
La monarchia del Golfo è notoriamente tra gli sponsor principali del generale, quello che più di tutti sostiene la necessità di proseguire il conflitto sino alla conquista di Tripoli. A differenza di altri, come l'Egitto e la Russia, che hanno ormai virato verso l'opzione di una exit strategy negoziale per porre fine alle ostilità che si trascinano da oltre un anno (secondo i dati Unsmil sono 64 i morti solo nel primo trimestre del 2020, in rialzo rispetto agli ultimi tre mesi dell'anno passato).
Intanto Il Governo di Accordo nazionale guidato da Serraj respinge l'offerta di tregua formulata ieri dal portavoce di Haftar, Ahmed Al Mismari, dopo che l'uomo forte della Cirenaica qualche giorno fa aveva proclamato un colpo di Stato contro le autorità civili che erano rimaste in piedi nell'Est del Paese. "Continuiamo la nostra difesa legittima", si afferma in una nota ufficiale. "Le violazioni continue ci spingono a non aver più fiducia nelle tregue dichiarate" dall'aggressore abituato al tradimento". I fatti, prosegue il Gna, "confermano che non abbiamo un partner per la pace, ma abbiamo di fronte a noi una persona assetata di sangue e ossessionata".
Ieri sera il generale aveva annunciato una tregua, la "cessazione delle operazioni militari" in Libia durante il Ramadan, iniziato una settimana fa. Il suo portavoce militare ha annunciato "una pausa in tutte le operazioni militari, ma si risponderà immediatamente e in modo duro ad ogni violazione da parte delle milizie terroristiche".
Annuncio che segue l'autoproclamazione a "capo di tutta la Libia", di tre giorni fa contestualmente alle conclusioni degli accordi di Skirat del 2015, sulla base dei quali era nato il "governo di accordo nazionale" di Tripoli. Il "generale ferito" dalla controffensiva governativa in Tripolitania culminata con l'attuale assedio del feudo di Tarhuna, dinanzi al rischio di vedersi messo ai margini da un'azione negoziale proveniente dalle sue stesse roccaforti, ha gioca d'anticipo con un piano in due mosse: autogolpe e tregua "sacra".
"Qualsiasi cessate il fuoco, il monitoraggio delle violazioni e il raggiungimento di una vera e propria tregua richiede sponsorizzazioni internazionali, garanzie e meccanismi attraverso i quali attivare il lavoro del comitato 5 + 5 supervisionato dalla missione di sostegno in Libia - prosegue la nota - E in questo momento, affermiamo con fermezza il diritto garantire la nostra difesa, a colpire i focolai della minaccia ovunque esistano e a stroncare i gruppi fuorilegge che minacciano la vita dei libici in tutto il Paese". La determinazione a proseguire la campagna contro Haftar è confermata dal nuovo attacco a sorpresa dei governativi ad Ain Zara, uno dei fronti più caldi a ridosso di Tripoli. L'obiettivo è, come a Tarhuna, logorare gli uomini di Haftar per "finirli" quando i tempi saranno maturi.
La negazione di Skhirat è stata condannata da Italia, Onu, Stati Uniti, ma anche dalla Russia Paese tradizionalmente vicino al generale. Ma non dalla Francia che rimane così arroccata sull'ambiguità dicotomica che ne ha sempre contraddistinto l'operato sul dossier libico. Ovvero, sotto il cappello dell'Unione Europa appoggiando il Gna, ma giocando in solitario una partita tutta a favore dell'uomo forte della Cirenaica al quale ha garantito copertura diplomatica, appoggio logistico e di intelligence e agevolato forniture militari.
Ancor più perché sull'Eliseo gravano sospetti in merito al sorvolo a bassa quota di caccia francesi, assistiti da un aereo cisterna per il rifornimento in quota, su territori libici interessati da scontri tra forze governative e quelle del generale, senza permesso né avviso alle autorità del Governo di accordo nazionale guidato da Fayez al Serraj. Il ministro degli Interni Fathi Bashaga, ha espresso profonda preoccupazione chiedendo a Parigi immediate spiegazioni. Ma dalla capitale francese tutto tace, un silenzio dicono a Tripoli, che è più eloquente di qualsiasi parola.
di Lorenzo Guadagnucci
altreconomia.it, 1 maggio 2020
Papa Francesco, nel pieno della pandemia, ha detto che nelle azioni e nelle prese di posizione di molti governanti non è stato difficile scorgere una deriva ideologica simile a quella del nazismo. Parole forti, fortissime, per definire quella sorta di darwinismo sociale che ha spinto numerosi uomini di potere (politico ed economico) a teorizzare la necessità di "sacrificare" una parte dei cittadini - i più anziani e più fragili - per consentire alla società nel suo insieme di pagare, nell'emergenza sanitaria, un prezzo minore in termini economici e di continuità del modello sociale esistente.
È una posizione, questa, con una sua logica razionale e precise ricadute sociali. È stata respinta, a dire il vero, dalla maggior parte dei Paesi ma non rifiutata del tutto: si è più spesso arrivati a una mediazione fra l'obiettivo di tutelare le vite e garantire a tutti le migliori cure e l'esigenza di proteggere il sistema economico e i suoi equilibri consolidati.
Papa Francesco, con la franchezza dell'uomo di fede, ha indicato il lato oscuro di tale bilanciamento. È una valutazione che si può estendere ad altre scelte compiute durante la pandemia: la disinvolta "chiusura" dei porti alle imbarcazioni con naufraghi a bordo, l'abbandono di fatto dei campi profughi, la disattenzione per le conseguenze del virus nelle comunità più fragili, per esempio nei campi rom e nelle carceri.
Sono tutte fattispecie - il darwinismo sociale, l'esclusione dallo sguardo di fette di umanità - che mettono a nudo l'architrave ideologico della società presente, mai così chiaro come in questa crisi pandemica globale. Il succo è che le forme di tutela e protezione - l'insieme dei diritti fondamentali - non sono disponibili per tutti e sono soggette a valutazioni variabili nel tempo. Lo stesso concetto di umanità, quindi l'ambito di applicazione della dottrina dei diritti umani, non è predefinito come potrebbe sembrare al di qua del confine che separa la specie umana dagli altri animali. La linea di separazione è in realtà variabile e tende a relegare nella cerchia dei non umani o sub-umani o meno-che-umani, insomma fra i non meritevoli di tutela, gruppi sociali ben definiti.
Non è una novità. I genocidi del passato, pensiamo alla shoah ma anche alla guerra civile in Ruanda, per non citare che due esempi, si sono avvalsi della metafora animale per agevolare lo sterminio di massa: è più facile eliminare un ratto o uno scarafaggio -come venivano definiti dalla propaganda gli ebrei sotto il nazismo e il popolo tutsi nel "Paese delle mille colline" - che un essere umano.
L'inattesa ma prevedibile (e prevista da alcuni inascoltati esperti) crisi pandemica ha minato certezze diffuse. È entrato in crisi anche l'antropocentrismo, cioè il presupposto logico delle grandi ideologie del nostro tempo. L'aggressione agli ecosistemi, la distruzione degli habitat di vita animale selvatica, l'espansione degli allevamenti industriali sono la causa diretta dello "spillover", il salto di specie compiuto dai vari virus all'origine delle ultime pandemie.
Perciò l'ecologia radicale, la prassi animalista, il pensiero antispecista, finora considerati poco degni d'attenzione, appaiono improvvisamente calzanti e profetici in un mondo che non riconosce più sé stesso. L'umanità è obbligata a pensarsi come parte di un sistema vitale complesso, rinunciando alla sua pretesa di dominio incontrollato. Abbiamo l'occasione, o forse l'obbligo, di ripensare tutto.
livornotoday.it, 1 maggio 2020
Ancora un gesto di solidarietà in tempo di coronavirus. Dopo la donazione degli ospiti del carcere di Livorno all'ospedale cittadino, questa volta a dare un segnale importante sono stati i detenuti della Casa di Reclusione di Gorgona che hanno acquistato beni alimentari prodotti sull'isola, per un valore di circa 1.000 euro, regalandoli alla Comunità di Sant'Egidio per sostenere le famiglie in difficoltà. Si tratta di cibo, per lo più frutta e verdura, coltivato dalle stesse persone detenute, dal momento che nell'isola di fronte a Livorno è consentito loro di eseguire la pena in un contesto dignitoso: possono lavorare ed essere stipendiati per la produzione di prodotti agricoli, caseari e vinicoli e frequentare corsi di formazione e professionalizzanti.
"Un gesto molto significativo" lo ha definito il responsabile della sezione livornese della comunità di Sant'Egidio Sabatino Caso, "importante perché arriva da persone private della propria libertà che hanno avuto la sensibilità di pensare a chi, in questo momento, sta peggio".
"In questo momento prepariamo pacchi alimentari per circa 150 famiglie livornesi - prosegue Sabatino Caso -, di cui quasi sessanta si sono aggiunte a quelle che già seguivamo in seguito all'emergenza coronavirus. Si tratta principalmente di persone che hanno perso il lavoro".
Un aumento significativo a cui corrisponde anche un incremento di volontari e persone che in diversi modi si mettono a disposizione della comunità. "Ci tengo a ringraziare le tantissime persone che, fin dalle prime ore di questa emergenza sanitaria, si sono date da fare per aiutare chi si è trovato in difficoltà - conclude Caso - chi raccogliendo generi alimentari che noi provvediamo a distribuire, chi unendosi alle squadre di volontari che si occupano della distribuzione". Questi, infine, il riferimento per contribuire alla raccolta: IBAN: IT 67 X 02008 13908 000401212402 (causale: emergenza coronavirus).
agenzianova.com, 1 maggio 2020
L'organizzazione non governativa Human Rights Watch (Hrw) ha definito "inumano" il trattamento dei detenuti da parte del governo di El Salvador. La denuncia arriva dopo le immagini diffuse sui social nel fine settimana dalla stessa presidenza di El Salvador, in cui si vedono centinaia di detenuti seminudi ammassati per terra, dopo che il presidente Nayib Bukele ha decretato lo stato di massima allerta e un lockdown in risposta a un'escalation nel numero di omicidi registrati nel paese. Secondo le autorità i detenuti avrebbero ordinato ai loro compagni in libertà di aumentare il numero di delitti approfittando dell'emergenza sanitaria in corso.
"Data la pandemia di Covid-19, le prigioni in El Salvador, come altrove, sono un potenziale epicentro per un focolaio, e il blocco dell'amministrazione Bukele ha aggravato un rischio già alto", ha dichiarato José Miguel Vivanco, direttore Americhe di Hrw". "Ironicamente, il discorso del presidente Bukele sul pugno di ferro per contrastare gli omicidi sta mettendo più vite a rischio di un potenziale contagio - all'interno e all'esterno dei centri di detenzione".
Lo scorso 25 aprile Bukele ha ordinato al direttore delle carceri del paese di dichiarare "la massima emergenza" in ogni struttura carceraria in cui sono detenuti membri di gang. Le autorità hanno quindi effettuato un "lockdown" dei detenuti, bloccandoli in cella per 24 ore e isolando per un tempo indefinito i leader delle gang. Per evitare la comunicazione tra membri della stessa banda, le autorità hanno trasferito membri di diverse bande in celle condivise e il 27 aprile Bukele ha ordinato di sigillare tutte le celle, in modo da "non consentire ai detenuti di guardare fuori".
Bukele ha inoltre autorizzato l'uso della forza letale contro le gang. "L'uso della forza letale è autorizzato per la difesa personale o per la difesa della vita dei salvadoregni", ha scritto Bukele sul suo account Twitter. Il governo "si occuperà della difesa legale di coloro che sono ingiustamente accusati per aver difeso la vita di persone oneste". Le bande, ha aggiunto, "stanno sfruttando il fatto che quasi tutta la forza pubblica è impegnata nel controllo della pandemia" del nuovo coronavirus.
Anche la Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh) ha espresso preoccupazione per la "massima allerta" disposta dal presidente di El Salvador, Nayib Bukele, nelle carceri del paese. La misura, denuncia la Cidh sul suo account Twitter ufficiale, "mette a rischio i diritti delle persone private della libertà". La commissione chiede al governo salvadoregno di "adottare misure che garantiscano la vita e l'integrità dei detenuti", in particolare alla luce dei rischi rappresentanti dalla pandemia del nuovo coronavirus.
di Alberto Galvi
notiziegeopolitiche.net, 1 maggio 2020
Lo scorso lunedì nel carcere peruviano di Miguel Castro Castro de San Juan de Lurigancho, a Lima, si è verificata una violenta rivolta di detenuti, in cui sono stati bruciati materassi e sono stati appesi cartelli con i quali i carcerati chiedono la libertà, per paura di contrarre il Covid-19. Questa prigione ospita 5.500 detenuti, sebbene la sua capacità sia di soli 1.140.
La rivolta ha provocato 9 morti tra i detenuti e 67 feriti tra guardie, polizia e altri prigionieri. Il giorno precedente in quel carcere si è registrata la morte di 2 reclusi per Covid-19. Dopo 3 ore dall'inizio della rivolta più di 200 poliziotti sono riusciti a riprendere il controllo all'interno e all'esterno del penitenziario.
Nel carcere di San Pedro di Lurigancho, il più capiente del paese, alla fine della protesta i detenuti hanno firmato un accordo con la direzione riguardante le cure mediche e sono tornati nelle loro celle. I detenuti hanno protestato a torso nudo e con i manifesti sul soffitto. Il carcere di Lurigancho nel suo insieme ospita più di 10.000 detenuti anche se la sua capacità è di solo 2.500.
Sempre lo scorso lunedì un'altra rivolta è scoppiata nel carcere della città di Huancayo, anch'essa repressa dalle autorità, dopo la morte di 2 prigionieri per Covid-19. I detenuti di questa prigione hanno iniziato la protesta per chiedere di poter essere sottoposti ai tamponi dopo i morti dei giorni scorsi. La prigione di Huancayo ospita 2.100 detenuti ma con una capacita di soli 680 posti.
Nella prigione della città di Chiclayo, 2 prigionieri sono morti, provocando un'altra rivolta causata dalla paura del virus. La prima protesta in un carcere peruviano a causa della diffusione del Covid-19 si è verificata il 22 marzo. In totale si sono registrati finora almeno 21 prigionieri uccisi dalla malattia e circa 650 infettati.
Secondo l'Inpe (Instituto Nacional Penitenciario) nelle carceri peruviane ci sono 97.500 detenuti divisi tra 68 istituti, con una sovrappopolazione di 50.000 unità rispetto alla loro capienza effettiva. Inoltre 169 guardie carcerarie sono risultate positive al virus e 7 sono morte.
All'inizio di questa settimana, il presidente Martin Vizcarra ha prolungato la quarantena fino al 10 maggio, ma non è stato presentato alcun piano per i detenuti. Il Perù ha confermato di essere il paese dell'America Latina con il maggiore numero di casi di questa pandemia dopo il Brasile.
Il governo peruviano ha intanto annunciato la scorsa settimana che concederà l'indulto a 3.000 detenuti per rallentare la diffusione da Covid-19 nelle carceri del paese.
Con la quarantena in vigore da metà marzo, le prigioni sembravano un luogo sicuro per tenersi isolati dalla pandemia, soprattutto dopo che le visite dei parenti erano state sospese; i focolai si sono invece accesi a causa dei contagi di alcuni funzionari delle carceri, che hanno di fatto introdotto il virus all'interno degli istituti.
Il governo di Lima punta adesso al contenimento della pandemia attraverso la quarantena e l'utilizzo dell'esercito per evitare gli assembramenti di persone nelle strade e gli spostamenti non necessari da un luogo all'altro del paese.
di Chiara Gentili
sicurezzainternazionale.luiss.it, 1 maggio 2020
Una rissa è scoppiata in Sierra Leone, nella prigione centrale della capitale, Freetown, dopo che le autorità hanno confermato la presenza di un caso di coronavirus nella struttura. Due guardie carcerarie e 5 detenuti sono rimasti uccisi nei disordini. Il ministro dell'Informazione, Mohamed Rahman Swaray, ha riferito ai giornalisti che l'incidente è avvenuto nella prigione di Pademba Road, quando alcuni detenuti hanno iniziato a dare fuoco ad alcuni edifici in segno di protesta. La polizia e le forze di sicurezza, intervenute per impedire la fuga, hanno immediatamente circondato l'area e sono riuscite a ripristinare l'ordine.
"Ci sono vittime ma si tratta di numeri iniziali. Quando la polvere si depositerà saremo in grado di fornire un bilancio più completo", ha dichiarato Swaray ai giornalisti. Cecil Cole Showers, portavoce della prigione di Pademba Road, ha precisato che decine sono i detenuti e le guardie ferite, alcuni in gravi condizioni. Un residente, che abita nelle vicinanze della prigione, ha riferito all'agenzia di stampa Agence France Presse che diversi spari sono stati uditi durante l'incidente. Le forze di sicurezza sono ora schierate intorno alla struttura e ai residenti della zona è stato ordinato di rimanere a casa.
Lunedì 27 aprile, il Ministero della Giustizia aveva dichiarato che un detenuto, arrivato di recente a Pademba Road, era risultato positivo al coronavirus. Pertanto, le autorità avevano disposto la chiusura, per motivi di disinfezione, di alcuni reparti della prigione e il paziente era stato trasferito fuori dalla struttura per i trattamenti necessari. Alcuni detenuti erano stati spostati e messi sotto sorveglianza per monitorare le loro condizioni di salute.
La Sierra Leone ha registrato, al momento, 104 casi di coronavirus e 4 morti. Si teme che il Paese non sia attrezzato a gestire un eventuale focolaio di contagi, a causa del suo fragile sistema sanitario. In più, anche la situazione nelle carceri rischia di diventare critica, a causa del sovraffollamento e delle precarie condizioni igieniche. La prigione di Pademba Road, progettata per contenere 324 detenuti ne ospita attualmente ospita più di 1.000. La struttura è già stata colpita in passato, negli anni 2000, da una serie di rivolte scoppiate per via delle intollerabili condizioni di detenzione. Il numero di prigionieri è poi ulteriormente aumentato negli ultimi giorni in seguito al trasferimento, causa coronavirus, di alcuni detenuti provenienti da un centro di reinserimento.
Diverse organizzazioni non governative locali hanno sollecitato il governo a rilasciare i prigionieri accusati di crimini minori per alleviare la densità della popolazione carceraria in questo momento di grave emergenza sanitaria e ridurre il rischio di infezione. Nella dichiarazione di lunedì 27 aprile, il governo ha affermato di voler sospendere per un mese i tribunali penali per arginare la contaminazione carceraria. Il 24 marzo, il presidente della Sierra Leone, Julius Maada Bio, ha altresì dichiarato uno stato di emergenza di 12 mesi per cercare di prevenire la diffusione dell'epidemia di coronavirus e ha ordinato lo schieramento dell'esercito negli aeroporti e nei valichi di frontiera internazionali al fine di garantire la piena attuazione delle misure annunciate.
L'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha affermato il mese scorso che tutti i Paesi dovrebbero prendere in considerazione la possibilità di rilasciare i detenuti anziani e i criminali a basso rischio.
Alcuni Stati, tra cui Iran, Afghanistan, Indonesia, Canada, Germania e, nel continente africano, anche Marocco, Tunisia e Sudan, hanno già liberato migliaia di prigionieri per ridurre il rischio di un grave focolaio nelle carceri. Misure simili sono state prese in Gran Bretagna, Polonia e Italia, con le autorità incaricate che monitorano da vicino quelli che vengono rilasciati per assicurarsi che non aumentino le attività criminali o i disordini sociali in un momento di disagio nazionale. Ma mentre tali misure sono possibili nei Paesi più sviluppati, la sfida diventa più seria in altre parti del mondo.
"Il Covid-19 ha iniziato a colpire le carceri, le prigioni e i centri di detenzione per gli immigrati, nonché case di cura e ospedali psichiatrici, e rischia di scatenarsi tra le popolazioni più vulnerabili", ha affermato Bachelet. "Le autorità dovrebbero esaminare i modi per liberare coloro che sono particolarmente vulnerabili al virus, tra cui i detenuti più anziani e quelli che sono malati, nonché i trasgressori di basso profilo", ha aggiunto la commissaria, sottolineando che le strutture di detenzione di molti Paesi sono gravemente sovraffollate, il che rende i prigionieri e il personale delle carceri particolarmente vulnerabili all'infezione. "Le persone sono spesso trattenute in condizioni estremamente antigieniche e i servizi sanitari sono inadeguati o addirittura inesistenti. Il distanziamento fisico e l'autoisolamento in tali condizioni sono praticamente impossibili", ha osservato.
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