Il Sole 24 Ore, 30 aprile 2020
Corte di cassazione - Sezione I penale - Sentenza 29 aprile 2020 n. 13197. I magistrati non sono di per sé "personaggi pubblici", solo perché svolgono una funzione indiscutibilmente di pubblico rilievo. Per cui la pubblicazione della loro immagine è legittima solo col consenso dell'interessato e solo entro i limiti per cui è stato prestato. Anche se ciò non esclude a priori che un giudice possa comunque assurgere a persona pubblica se ricorrono alcune circostanze o caratteristiche.
Questo il chiarimento contenuto nella sentenza della Corte di cassazione penale n. 13197 depositata ieri.
Il caso - La vicenda riguardava il comportamento di un avvocato che aveva più volte fatto volantinaggio dinanzi al palazzo di giustizia interloquendo in modo unilaterale - oltre che diffamatorio - con gli utenti al fine di diffondere accuse contro l'operato di alcuni magistrati di cui veniva anche riprodotta l'effige fotografica. Lo stesso avvocato aveva anche diffuso la notizia dell'imminente pubblicazione di un proprio libro dal titolo "Storie comiche di otto importanti pessimi magistrati". E tutto questo mentre - già condannato per calunnia e diffamazione contro alcuni giudici - godeva della misura alternativa dell'affidamento ai servizi sociali.
Misura poi aggravata con la semilibertà proprio a seguito di tali episodi, anche se con l'autorizzazione a svolgere la professione in ambito regionale. Concessione finalizzata alla rieducazione del condannato. La Cassazione conferma la visione del giudice di sorveglianza che aveva disposto l'aggravamento e non il rientro in carcere proprio per non escludere una chance di rieducazione. E la conferma si estende anche al punto delle specifiche prescrizioni imposte al professionista che anche dopo la condanna aveva proseguito nella critica non lecita dei giudici e di fatto offeso il decoro dell'istituzione Giustizia. Legittimo quindi avergli imposto la cancellazione del suo profilo Facebook, prescritto di non partecipare a piattaforme web essendo autorizzato al solo uso della propria posta elettronica e della Pec esclusivamente per consentirgli di svolgere la professione.
luccaindiretta.it, 30 aprile 2020
Stanziati 200mila euro: importo massimo di 30mila euro per ciascuna proposta. Nell'ambito del progetto sulle politiche per il diritto e la dignità del lavoro, approvato dal Consiglio regionale nello scorso mese di dicembre, la giunta toscana passa dalle parole ai fatti ed adotta l'avviso pubblico per il finanziamento di progetti formativi rivolti a soggetti in stato di detenzione negli istituti penitenziari della Toscana. Per questo nuovo avviso pubblico è previsto lo stanziamento complessivo di 200 mila euro a valere sulle risorse regionali del bilancio pluriennale 2021-22. I progetti saranno finanziabili per un importo massimo di 30mila euro ciascuno.
"Perseguendo l'obiettivo istituzionale di garanzia e sviluppo della coesione sociale nonché la volontà di ridurre criticità e costi sociali alle comunità di appartenenza causati dalle recidive, con questa misura si vuole contribuire al recupero e al reinserimento socio-lavorativo dei detenuti", spiega l'assessore a lavoro, formazione e istruzione della Regione Toscana, Cristina Grieco, che aggiunge: "Attraverso questo avviso pubblico si permette la realizzazione di percorsi formativi finalizzati a ridurre il divario tra le competenze richieste dalle imprese e quelle possedute da soggetti in stato di detenzione nelle carceri toscane con pena residua minima di un anno".
I percorsi formativi, finalizzati al rilascio di certificazioni delle competenze o attestazioni di frequenza, saranno progettati sulla base del fabbisogno formativo, del numero e la tipologia di utenti coinvolti, la messa a disposizione dei locali così come individuati dalle direzioni degli istituti penitenziari in accordo con il provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria di Toscana ed Umbria. Gli interventi formativi verranno attuati da agenzie formative beneficiarie del finanziamento, in qualità di soggetto singolo od associazione temporanea di imprese o di scopo, se in regola con la normativa regionale sull'accreditamento, con la partecipazione attiva degli istituti di pena che aderiranno formalmente alla realizzazione del progetto formativo presso la propria sede.
piacenzasera.it, 30 aprile 2020
Un programma di video-lezioni a distanza per la scuola in carcere e per gli studenti dei percorsi di istruzione per adulti: la Regione Emilia Romagna lancia l'iniziativa #nonèmaitroppotardi2020, al via dal 27 aprile all'interno del palinsesto di Lepida TV (sul canale 118 del digitale terrestre dell'Emilia-Romagna).
Ideato, prodotto e realizzato dal Cpia metropolitano di Bologna in collaborazione con il Garante regionale delle persone private della libertà personale, Marcello Marighelli, il progetto è stato accolto favorevolmente dall'Ufficio scolastico regionale per l'Emilia-Romagna, dalla Casa circondariale di Bologna e dal Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria e apprezzato anche dalla presidente dell'Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna, Emma Petitti.
Ogni settimana un tema diverso - informa la Regione - si parte con "la costituzione e le leggi" e si prosegue, nelle quattro settimane successive, con "la salute", "l'istruzione", "il lavoro", "la parità di genere e l'amore": 25 puntate della durata di 30 minuti ciascuna (dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 10). La programmazione completa e i contenuti delle video-lezioni sono consultabili anche sul canale 5118 di Sky, sulle pagine web www.cpiabologna.edu.it/ e http://lepida.tv, oltre che sul canale YouTube sempre di Lepida.
"Nelle carceri - fa sapere la Regione - ogni attività scolastica è sospesa da fine febbraio, non essendo ancora previsto in questo tipo di strutture l'utilizzo della rete internet si è deciso di sfruttare il mezzo televisivo per riattivare la relazione pedagogica e didattica con la scuola, sul modello proposto da Alberto Manzi negli anni sessanta". "In questi giorni di crisi - spiega il Garante Marighelli - abbiamo sentito la preoccupazione delle persone detenute in carcere di vedersi doppiamente segregate sia per l'espiazione della pena sia per le precauzioni sanitarie, tanto da perdere i contatti con la comunità esterna. Con la ripresa dei corsi scolastici in questa diversa ma non meno stimolante veste, vogliamo non solo contribuire a soddisfare un urgente bisogno di informazione, cultura e istruzione, ma anche dare un segno di attenzione e responsabilità pubblica nell'assicurare il diritto all'eguaglianza nell'accesso alla conoscenza quale strumento indispensabile per orientarsi e nutrire una speranza di reinserimento nella società".
di Irene Famà
La Stampa, 30 aprile 2020
La Corte europea dei diritti dell'Uomo ha chiesto chiarimenti al Governo italiano in merito alla situazione di un detenuto nel carcere Lorusso e Cutugno risultato positivo al Covid-19 e tutt'ora recluso. A portare la questione a Strasburgo è stata l'avvocato Benedetta Perego dell'associazione Strali, che ha presentato un esposto.
L'uomo, oltre ad essere positivo al Covid19, risulta affetto da altre patologie pregresse. Secondo quanto riferisce l'associazione, il detenuto è rimasto in carcere "nonostante la direzione sanitaria abbia rilevato, l'8 aprile, l'incompatibilità della malattia con la prosecuzione della detenzione".
Il ricorso - in termine tecnico una richiesta di misure provvisorie - sottolinea anche il "proliferare del contagio all'interno del carcere di Torino e la connessa impossibilità di garantire assistenza sanitaria continua a tutti i detenuti".
I giudici della Cedu hanno quindi "sollecitato il governo italiano a riferire in merito alle questioni attuali del ricorrente e alle misure predisposte dalla direzione del carcere per evitare il rischio di complicazioni della malattia".
L'associazione "auspica che la proposizione del ricorso e il conseguente intervento della Corte possano chiarire come è stato gestito il rischio sanitario derivante dalla diffusione del Covid19 all'interno del carcere di Torino e, in secondo luogo, contribuire alla piena tutela della salute delle persone oggi detenute negli istituti di pena italiani".
L'Arena, 30 aprile 2020
"Mio papà si trova in una struttura detentiva dove ha contratto il coronavirus. Temiamo per la sua salute in quanto, essendo asmatico, avrebbe bisogno di tutte le cure necessarie, fuori dal carcere, in un ospedale".
Un appello accorato lanciato tramite il nostro giornale dalla figlia dell'uomo, Teresa Riillo, originaria di Isola Capo Rizzuto (Crotone), ma residente nel Veronese da 13 anni. Suo padre, Domenico Riillo, 62 anni, che ha subito due condanne ed è sottoposto a misura cautelare, si trovava fino ad un mese fa nella casa circondariale di Bologna.
Qui molti detenuti sono risultati contagiati dal coronavirus e per questo anche Riillo è stato sottoposto a tampone: l'esito per lui è stato negativo. Due giorni dopo, i suoi cinque figli, tra cui Teresa, hanno cercato di mettersi in contatto con il genitore a Bologna, per potergli parlare, visto che non possono fargli visita. Al telefono hanno appreso che il padre Domenico era stato trasferito nel carcere di Tolmezzo (Udine), a seguito della decisione della direzione del carcere bolognese di allontanare, ridistribuendoli in altre strutture detentive, coloro che erano risultati negativi per limitare il contagio nel carcere emiliano.
Una volta giunto nella casa circondariale friulana, Riillo ha iniziato a manifestare tosse e febbre. Ad un ulteriore tampone a cui è stato sottoposto, il crotonese è risultato positivo al virus e quindi è stato messo in quarantena. Il detenuto calabrese è un soggetto a rischio, essendo asmatico e soffrendo anche di altre patologie. A questo punto, i nipoti hanno iniziato a lanciare appelli sui social e sui media della sua terra d'origine e del Friuli, per avere garanzie sulle cure da assicurare al nonno. L'avvocato di famiglia che difende Riillo, lo scorso 11 aprile ha presentato istanza in tribunale affinché il suo assistito venga ricoverato in ospedale, dove potrà ricevere le cure adeguate. Ma finora il giudice non si è ancora espresso.
"Non pretendiamo gli arresti domiciliari", chiarisce la figlia Teresa, "ma chiediamo alla giustizia che papà possa almeno uscire temporaneamente dal carcere per essere ricoverato in una struttura sanitaria e curato a dovere".
"Attualmente siamo in contatto con i medici del carcere di Tolmezzo", conclude la figlia del detenuto crotonese che risiede ad Oppeano, "ma, date le sue condizioni che lo rendono un soggetto a rischio, occorre che venga seguito da un'équipe di medici specializzati". Una decisione che dovrà essere presa dal tribunale in tempi stretti, per dare la possibilità a Riillo di curarsi e superare indenne il contagio da Covid-19.
di Egle Priolo
Il Messaggero, 30 aprile 2020
Furti in casa, casi di stalking, ma anche liti con i vicini o dissidi per l'eredità. Problemi di tutti i giorni, possibili nella vita di chiunque e che, per questo, riempiono le aule dei tribunali. O almeno riempivano, visto che per la sicurezza e le norme anti-contagio questi casi davanti a un giudice, penale o civile, non ci arrivano da marzo. E chissà quando ci entreranno, a Perugia, viste le difficoltà per la ripartenza che non sono solo quelle di tutta Italia, ma qui hanno sfumature anche più preoccupanti. Lo sa bene chi vive e lavora nel sistema giustizia e conosce in quali strutture si indossano toghe e si agitano fascicoli in città. Per cui la Fase 2 - nei tribunali di Perugia - difficilmente sarà semplice dal 12 maggio, quando sarebbe previsto il ritorno alla (quasi) normalità.
Basti pensare che al tribunale penale di via XIV Settembre è agibile una sola aula, la E, quella nuova e con le finestre. Per le altre si resta ancora in attesa dell'ok della Asl anche solo per gli impianti di areazione non a norma, senza considerare le volte in cui si sono allagate o sono crollati i controsoffitti. Considerando anche che sono tutte interrate e senza finestre. E che fuori dalle porte (delle aule A e B, per esempio) spesso stazionavano anche 40 persone.
Ci sarebbe anche l'Aula degli Affreschi a palazzo del Capitano del popolo, come sottolineato pure dal presidente del tribunale Mariella Roberti nell'ultimo protocollo sulle misure anti-Covid (al centro di una discussione con l'Ordine degli avvocati e quindi magari da affinare), se non fosse che la Corte d'appello ha già considerato l'aula al -2 di piazza Matteotti il suo piano B per le udienze che non si possono celebrare nella Goretti o che hanno bisogno delle dotazioni per i processi da tenere da remoto, su Microsoft Teams. Senza dimenticare che le udienze a distanza, con tutta la buona volontà, sono complicate: è tutto un "Mi sentite?", "Segnale perso, diceva?". Un delirio. Anche solo per le direttissime, figurarsi in un processo con testimoni.
E il civile? Aule sottotetto e corridoi strettissimi, problemi di sempre. Non è certo il momento storico di tirar fuori il progetto della cittadella giudiziaria, ma il problema è reale e forse di difficile soluzione anche a voler immaginare soluzioni alternative, scatenate dal dibattito, come il ripristino dell'archivio della Corte d'appello in aula per le udienze. E allora che si fa? Al momento si aspetta. Soprattutto una linea guida, magari dal Ministero della giustizia, per evitare scelte disomogenee tra tribunali e sezioni, con gli avvocati a districarsi tra i vari protocolli, diversi pure dalle altre città. Il federalismo della legge uguale per tutti.
brindisioggi.it, 30 aprile 2020
Attivato nel carcere di Brindisi il "Telefono giallo", un numero dedicato a supporto psicologico dei detenuti. "Anche nel Carcere di Brindisi, d'intesa con la Direttrice Anna Maria Dello Preite, sarà attivato nei prossimi giorni il Telefono Giallo, lodevole iniziativa dell'Associazione "Bambini Senza Sbarre".
Partecipa al progetto la Counselor Angela Corvino, che da anni porta avanti nel nostro carcere, il progetto di Genitorialità, con incontri periodici dentro le mura, tra genitori e figli dei detenuti, progetto attualmente sospeso per la pandemia in corso - ha detto il garante dei diritti della Provincia di Brindisi, Bruno Mitrugno - sono tante le domande a cui rispondere.
Ad esempio, "Come aiuto mio figlio a trascorrere questo lungo periodo di separazione dal genitore detenuto?".
L'associazione Bambini Senza Sbarre si mette a disposizione per rispondere a queste e a tante altre domande che insorgono a causa dell'emergenza determinata dal Corona-Virus, che incide sulle nostre relazioni e i contatti tra i cari, ancor di più nel complesso ambiente di riferimento che è il carcere.
Per questo, nel pieno rispetto di quanto previsto dal nuovo decreto "Io resto a casa", l'associazione Bambini Senza Sbarre potenzia il servizio di supporto telefonico Telefono Giallo per le famiglie di persone detenute e lo attiva per i bambini figli di genitori detenuti, avvalendosi di operatori specializzati".
Il servizio, telefono e WhatsApp, è attivo dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 18:00 al numero 3929581328 per ascolto, supporto psicologico e risposte specialistiche a coloro che si trovano ad affrontare questa difficile fase. È una possibilità per i familiari di non sentirsi soli e di ragionare insieme a specialisti sulle risposte da dare alle difficili domande che ogni giorno i figli pongono e per i bambini di costruire una comunità virtuale con scambio di bisogni e consigli, che potrà diventare appena possibile un vero e proprio gruppo di auto mutuo aiuto.
di Paolo La Bua
La Stampa, 30 aprile 2020
Una trentina di detenuti del carcere di Biella produrranno mascherine per combattere l'emergenza sanitaria. "Nello scorso mese di dicembre avevamo avviato un laboratorio sartoriale per produrre divise della polizia penitenziaria - spiega la direttrice della struttura penitenziaria di via dei Tigli, Tullia Ardito -. Il progetto è stato sospeso nelle scorse settimane, per avviare una riconversione, in modo da essere in grado di realizzare mascherine e altro materiale utile per contrastare il "Corona-virus". Siamo pronti e tra pochissimi giorni le persone selezionate potranno iniziare i lavori".
Il progetto sartoriale legato alle divise della polizia è un fiore all'occhiello della struttura detentiva biellese, dove ci sono altri progetti legati alla coltivazione e alla vendita di prodotti agricoli realizzati in serre e orti. A regime avrebbe dovuto impiegare una cinquantina di persone, secondo gli obiettivi. "Però non siamo riusciti a coinvolgere e formare così tante persone, perché l'emergenza sanitaria ci ha bloccato l'iter, che riprenderemo una volta superata l'attuale situazione di crisi".
Il carcere biellese non è stato toccato dalla pandemia, secondo quando spiega la direttrice. "Attualmente i detenuti sono circa 550 - aggiunge -. Gli agenti in servizio invece circa 180, cui vanno aggiunti una ventina di impiegati amministrativi. Non abbiamo registrato contagi, per ora. L'aspetto più complesso comunque sta nella gestione dei trasferimenti, in entrata, che presuppongono visite mediche, controlli e accertamenti sanitari con tempistiche non sempre agevoli per le regole e la vita di un istituto carcerario".
voceapuana.com, 30 aprile 2020
Due mila mascherine in "tessuto non tessuto" ogni giorno. Questo il prezioso contributo dei detenuti della Casa di reclusione di Massa che tutti i giorni si dedicano alla fabbricazione dei dispositivi di protezione individuale obbligatori fin dall'inizio della pandemia, grazie alla conversione della tessitoria, che prima dell'emergenza tesseva lenzuola e coperte per l'amministrazione penitenziaria. "Ci è sembrato assolutamente necessario dare un contributo rispetto a quello che stava succedendo all'esterno" ha spiegato la direttrice del carcere, Maria Cristina Bigi, nel servizio televisivo di Striscia La Notizia. Le persone detenute che stanno lavorando a questo nuovo progetto, e che hanno cucito le mascherine proprio all'interno della Casa di Reclusione, doneranno le mascherine accuratamente fabbricate al personale penitenziario, ad altre carceri, alle Asl e agli ospedali per medici e infermieri.
Gli uomini e i ragazzi all'interno dello stabilimento hanno allestito una vera e propria catena di montaggio, dove ognuno di loro ha un compito preciso per la fabbricazione dei dispositivi, realizzati in massima sicurezza con tutte le precauzioni igienico-sanitarie stabilite dal Decreto: alcuni di loro prima stendono il tessuto, dopo di che iniziano a disegnare dei rettangoli cioè la parte della mascherina che andrà coprire naso e bocca, altri si occupano di disegnare i lacci, e infine il tutto viene lavorato a macchina.
Ultimo passaggio, ma non meno importante, è quello del controllo del dispositivo e della rifinitura, dove vengono ripulite e inserite nelle buste sanificate, sottovuoto e inscatolate. "Ci fa sentire orgogliosi fare tutto questo - rispondono in collegamento dal carcere con la giornalista Chiara Squaglia di Striscia La Notizia - facciamo una cosa importante e positiva, aiutiamo la gente che ha bisogno e i malati". "È una cosa che ci dà la possibilità di riscattarci" conclude Aziz.
La Nuova Sardegna, 30 aprile 2020
Proseguono gli incontri di formazione in diretta Facebook rivolti agli avvocati organizzati dall'Unione delle Curie della Sardegna, l'organismo che rappresenta gli ordini forensi dell'isola, in collaborazione con i presidenti degli Ordini di Tempio Pausania, Carlo Selis, di Cagliari, Aldo Luchi, di Sassari, Giuseppe Conti, di Nuoro, Angelo Mocci, e di Lanusei, Gianni Carrus.
Oggi con inizio alle 16 (tutti gli incontri si terranno alla stessa ora), si parlerà di "La vita in carcere durante la pandemia - contagi, trasferimenti e misure alternative" con Riccardo De Vito, magistrato di sorveglianza a Sassari e presidente di Magistratura democratica, l'avvocato Maria Brucale, presidente commissione carceri della camera penale di Roma ed esponente di "Nessuno tocchi Caino", e Davide Galliani, docente di diritto costituzionale all'Università di Milano.
Modera il dibattito l'avvocato Giuseppe Conti, presidente dell'Ordine degli avvocati di Sassari. Due gli appuntamenti di maggio. Il 5 sarà dedicato ai "Nuovi strumenti investigativi: l'uso dei captatori informatici (cosiddetti trojan) e l'agente sotto copertura".
Interverranno il procuratore di Oristano Ezio Domenico Basso, Francesco Paolo Micozzi, avvocato del foro di Cagliari e professore di Informatica Giuridica all'Università di Perugia. Modera il dibattito l'avvocato Aldo Luchi, presidente del consiglio dell'Ordine di Cagliari.
Tema del 7 maggio: "Violenza sessuale sui minori" con Francesca Trebisonna, professoressa di diritto minorile all'Università di Modena e avvocato del foro di Cagliari, Marco Pingitore, psicologo, psicoterapeuta e criminologo a Cosenza e Giovanni Battista Camerini, neuropsichiatra infantile a Bologna. Modera il dibattito l'avvocato Carlo Selis, presidente del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Tempio Pausania.
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