di Annalisa Chirico
Il Foglio, 29 aprile 2020
Carceri inadeguate per affrontare l'emergenza sanitaria, boss mafiosi ai domiciliari. Il sostituto procuratore di Napoli: "Così vengono vanificati gli sforzi dell'autorità giudiziaria. E la credibilità dello stato va in frantumi". "La credibilità dello stato è andata in frantumi", così Catello Maresca, sostituto procuratore generale di Napoli, commenta l'ondata di scarcerazioni in seguito a una circolare del Dap che ordina agli istituti di pena di censire i "soggetti a rischio" per età o patologie. Il risultato è che, tre giorni dopo, il boss siciliano Francesco Bonura è uscito di cella, e con lui oltre trenta detenuti appartenenti alla criminalità organizzata sono stati scarcerati. Tra i nomi di spicco quello di Pasquale Zagaria, fratello del boss dei casalesi Michele, recluso al 41bis e adesso ai domiciliari per una grave patologia.
"Un capo mandamento che torna in libertà provoca danni diretti e indiretti - prosegue Maresca - In primo luogo, rappresenta un pericolo per l'intero territorio: i luogotenenti si riattivano, raccolgono le direttive e danno nuova linfa a un sistema illecito individuato grazie alle operazioni effettuate da magistrati e polizia giudiziaria. Le faccio un esempio: un imprenditore, che denuncia l'estortore, può riporre ancora la propria fiducia in uno stato che libera il condannato prima che sconti interamente la pena?".
Ma i domiciliari sono una modalità di esecuzione della pena. "Nel caso dell'associazione mafiosa, il trasferimento a casa comporta una serie di problemi pratici che fanno venir meno le garanzie di isolamento del 41bis, per esempio. Si materializza così un pericolo reale per la persona offesa e per la sua famiglia, nonché per chi ha collaborato con la giustizia. Arrestare e far condannare un mafioso comporta un gigantesco lavoro di persuasione sul territorio per convincere gli adepti a rompere il patto omertoso e affidarsi allo stato. Questa gente si fida dello stato se lo stato la tutela. Se le istituzioni mostrano cedimenti, la fiducia viene meno e il lavoro dell'autorità giudiziaria si complica".
Matteo Salvini ha espresso solidarietà a lei e al procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri per le minacce circolate sui siti web dei familiari dei detenuti. "Ho apprezzato le parole del senatore Salvini, come quelle di diverse associazioni che si battono contro la piaga mafiosa. Non dobbiamo abbassare la guardia, la mafia non va in quarantena. Le conseguenze di questa sfilza di scarcerazioni si faranno sentire nei prossimi mesi: mentre i cittadini sono sigillati in casa, i mafiosi continuano a operare, in molti casi prestano denaro alle famiglie in difficoltà, gli spacciatori continuano a vendere droga, insomma le attività criminali proseguono. Chi crede che il coronavirus abbia cancellato la mafia si sbaglia".
Le scarcerazioni, finite nell'occhio del ciclone, non hanno a che fare con il decreto che estende la detenzione domiciliare a chi sconta una pena inferiore ai 18 mesi. Anzi, il guardasigilli Alfonso Bonafede ha annunciato l'attività ispettiva. "La fonte normativa di queste scarcerazioni, come degli oltre trecento detenuti di alta sicurezza trasferiti a casa, è costituita dalla circolare del Dap che a marzo ha posto una questione sanitaria. Si è scoperto così che le galere ospitano anche detenuti malati le cui condizioni sono incompatibili con il regime carcerario e con il rischio di contagio".
Il diritto alla salute non può essere sospeso. "È un diritto costituzionale che va garantito, esattamente come la certezza della pena. Questi due baluardi democratici devono marciare insieme. Ciò che accade e indigna è una grave sconfitta per lo stato: se un boss viene scarcerato vuol dire che in questi anni non si sono realizzati gli interventi necessari per un carcere capace di fornire un'assistenza adeguata". Il carcere è fuori dall'agenda politica. "Le rivolte dell'8 e 9 marzo hanno evidenziato la cattiva gestione amministrativa. Bisognava prevedere, sanificare, informare, invece nulla è stato fatto. Ogni anno le risorse destinate agli istituti penitenziari subiscono tagli, un tempo esistevano strutture sanitarie di prima accoglienza, adesso manca il personale per i reparti di infermeria".
Italia viva ha chiesto la rimozione del capo del Dap, Francesco Basentini. "Non spetta a me individuare le responsabilità ma è chiaro che con questa circolare gli sforzi dell'autorità giudiziaria vengono vanificati. Il Dap è un dipartimento del ministero dotato di una propria autonomia. Mandare i capi delle 'ndrine a casa è un errore di natura amministrativa, non giudiziaria".
La crisi economica dovuta al lockdown rafforza la mafia? "Prestare aiuto economico a una famiglia oggi in difficoltà significa, di fatto, reclutarla per poter pretendere domani, come contropartita, un supporto concreto all'attività illecita. Armi e droga, di solito, vengono nascoste in casa di persone insospettabili". C'è chi propone di affidare la decisione sulla sorte dei detenuti condannati per mafia a un pool di magistrati in diretto contatto con la Dna e con le procure che hanno svolto le indagini, non con quelle competenti per territorio. "Va rafforzato il ruolo della procura nazionale antimafia: è l'organo più idoneo perché dispone di una conoscenza dettagliata del fenomeno".
di Arcangelo Badolati
Gazzetta del Sud, 29 aprile 2020
Il coronavirus ha ucciso un detenuto calabrese. Si chiamava Antonio Ribecco, era di Cutro ed aveva 60 anni. La procura di Catanzaro ne aveva chiesto e ottenuto l'arresto nel dicembre scorso nel quadro dell'inchiesta "Infectio" che ricostruisce le infiltrazioni della 'ndrangheta in Umbria.
Il sessantenne, ritenuto capo promotore di un'associazione mafiosa operante in terra umbra, era stato arrestato dalla squadra mobile di Perugia.
Trasferito nel carcere di Voghera, l'uomo non ha mostrato segni di malattia fino all'8 marzo quando, in un colloquio telefonico con la moglie, ha raccontato di avere disturbi influenzali. Disturbi per i quali aveva sollecitato l'intervento dei sanitari del penitenziario.
Cinque giorni dopo, il 13 marzo, l'imprenditore ritenuto legato alla cosca di Nicolino Grande Aracri, ha rivelato ai familiari di non riuscire ad alzarsi dal letto e di avere problemi respiratori. Nessuno, tuttavia, immaginava che avesse contratto il Covid-19. E solo il 18 marzo la notizia è diventata patrimonio conoscitivo dei suoi congiunti per via delle notizie fornite loro dai parenti di altri detenuti.
Cosa sia accaduto dall'8 al 18 marzo e come sia stato curato e assistito Ribecco non è del tutto chiaro: i legali del detenuto calabrese, Gaetano Figoli del foro di Roma e Giuseppe Alfì del foro di Perugia, hanno stamane sporto una denuncia alla Procura di Pavia perché accerti le condotte tenute dal personale del carcere lombardo e verifichi se vi siano state comportamenti colposi e omissivi. Antonio Ribecco, infatti, è stato solo successivamente trasferito nell'ospedale "San Paolo" di Milano e, dopo due giorni, nel nosocomio "San Carlo" sempre nel capoluogo meneghino dove in aprile è deceduto. "Ai familiari - spiega l'avvocato Figoli - non è stato mai comunicato che Ribecco stava male e che era stato trasferito in ospedale.
È morto da solo senza che nessuno dei suoi parenti sapesse nulla. Vogliamo che la magistratura faccia chiarezza su quanto accaduto". La famiglia del detenuto vuol capire se gli siano state assicurate cure adeguate.
di Giuseppe Alberto Falci
huffingtonpost.it, 29 aprile 2020
Intervista a Franco Coppi, professore emerito di diritto penale: "Se in prigione non si può essere curati, si deve uscire: la Costituzione impedisce la disumanità. C'è anche la grazia".
"Nessuna isteria, nessuna emotività ma princìpi che vanno applicati nei confronti di tutti". Nei giorni del coronavirus succede anche questo: Pasquale Zagaria, super boss della Camorra e fratello di don Michele (capoclan dei Casalesi), esce dal carcere per motivi di salute, a casa pure il capomafia di Palermo, Francesco Bonura.
Su questo tema ascoltiamo il parere di Franco Coppi, professore emerito di diritto penale, nonché illustre avvocato di imputati come Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi. "Per me - insiste - lo Stato forte si dimostra tale nell'amministrare la giustizia con equanimità e senza lasciarsi condizionare dalla isteria del momento. Ripeto, ci sono dei princìpi che vanno applicati nei confronti di tutti".
Professore Coppi, dunque ci sono delle regole generali che garantiscono la salute di tutti i detenuti. Ma qui il punto è un altro: è giusto o non è giusto che anche capi della mafia o della camorra usufruiscano di queste garanzie?
Certo che è giusto, non c'è una limitazione sotto questo punto di vista alla eventuale gravità dei reati commessi o meno. È un principio di carattere generale. D'altra parte, non deve dimenticare l'articolo 27 della Costituzione che stabilisce che la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso dell'umanità. Ora lasciare in carcere una persona che è affetta da malattia, che nel carcere non può essere curata, e potrebbe portare alla morte, trasformerebbe quella pena in un trattamento disumano. Quindi si deve tener conto di questi princìpi fondamentali. E lo stesso ordinamento penitenziario vuole che vengano rispettati i diritti fondamentali dell'imputato detenuto, e fra i diritti fondamentali c'è il diritto alla salute. Anche se può dispiacere che un boss di quel calibro possa riavere "la libertà" sta di fatto che la legge è questa e va rispettata nei confronti di tutti.
Però il 41bis prevede che si possa anche fare in un regime ospedaliero. Non a caso c'è una frase presente nell'ordinanza dei giudici di sorveglianza di Sassari, che hanno consentito l'uscita dalla prigione sarda di Zagaria, che ha sollevato polemiche: "Il tribunale ha chiesto al Dap se fosse possibile individuare altra struttura penitenziaria sul territorio nazionale, [...], ma non è pervenuto alcuna risposta, neppure interlocutoria". Dunque, la colpa è del capo del Dap, Francesco Basentini?
Il problema è di verificare se correvano le condizioni per adottare il provvedimento. Se ricorrevano le condizioni, doveva essere adottato il provvedimento e non vedo perché possano essere affermate responsabilità di questo o di quello.
Nel frattempo il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede si dice pronto a intervenire per correre ai ripari, e Nicola Morra, presidente della Commissione antimafia, rincara la dose: "Stiamo tutti piangendo la morte a Napoli di un agente di polizia morto sul dovere. [...] Ma è devastante assistere alla scarcerazione di boss mafiosi contemporaneamente oggi con la morte di agenti di polizia". Si tratta di una reazione emotiva di un certo tipo di giustizialismo che continua a portare voti e soffia forte nel Paese?
Bene, queste sono quelle cose che si possono dire sotto la spinta dell'emozione del momento. Bisogna ragionare a mente fredda. Se anche un boss mafioso sta morendo in carcere perché lì non ci sono le condizioni per poterlo curare, a quel punto va trasferito in un posto dove essere curato. Comunque la detenzione può essere trasformata in detenzione ai domiciliari per il periodo necessario a che lui recuperi un grado accettabile di salute.
Anche alcuni magistrati, tra cui Nino Di Matteo e Cafiero De Raho, sbottano: "Lo Stato è debole e cede ai ricatti dei mafiosi". Qualcuno arriva a paventare una pax tacita tra lo Stato e la mafia...
Lo Stato dimostra la sua forza proprio anche nell'amministrare la giustizia con equanimità. Lo Stato non è lì per vendicarsi o per castigare ciecamente. Il suo distacco e la sua distanza dal delinquente sta proprio nel trattare quest'ultimo come essere umano. E in questo sta proprio la grandezza dello Stato. È la stessa ragione per la quale non si applica la pena di morte all'assassino: il rispetto per la vita è tale che lo Stato lo tutela perfino nei confronti di chi ha tolto la vita ad altri. Questo è il principio.
Così facendo però si reinserisce nel suo ambiente originario un super boss. Non crede che siano necessarie delle misure di sorveglianza e cautela per la tutela della popolazione?
Certo poi il giudice può disporre delle eventuali misure, penso allo stesso braccialetto elettronico che permette di controllare gli spostamenti.
Quando si parla di 41 bis i detenuti sono tutti uguali, o si fanno delle distinzioni fra chi ha commesso crimini sanguinari e chi ha comportamenti meno efferati? Zagaria è uguale a Cutolo?
Il problema è che uno, Zagaria, è affetto da una malattia e da uno stato di salute incompatibile con il regime carcerario rispetto a Cutolo o altri che non si trovano in questa situazione. Ecco per loro i rimedi per porre i termini a una carcerazione che sia particolarmente lunga, rispetto alla quale non ha più un senso una prosecuzione, ci sono. Ad esempio, si potrebbe pensare al rimedio della grazia. Non è scritto da nessuna parte che a un certo momento una persona non possa ottenere una riduzione della pena. O un provvedimento favorevole. Qui, nel caso di Zagaria, stiamo parlando sì di un super-boss ma che si trova in uno stato di salute non compatibile con il regime carcerario.
Insomma dopo quarantacinque anni di carcere anche uno come Raffaele Cutolo, ribattezzato "Don Rafè", capo della "Nuova Camorra Organizzata", ha chiuso la partita con lo Stato?
Senta, io con riferimento a casi specifici non mi pronuncio. La pena deve tendere alla rieducazione. Sono dell'idea che nella misura in cui fosse riconosciuto il raggiungimento di questa finalità, la pena non avrebbe più ragione di essere eseguita. Mi rendo conto che sono valutazioni molto difficili, molto delicate, è scritto nella Costituzione che la pena deve tendere a quel risultato. Se lo ha raggiunto, è legittimo chiedersi se ha un senso la prosecuzione della pena.
Per concludere questa intervista la riporto all'inizio dell'emergenza Covid, a quando ci sono state le rivolte carcerarie. Ecco, quale ruolo possono avere avuto? Qualcuno paventò una regia...
Spero che non abbiano avuto nessuna influenza.
di Annalisa Ramundo
dire.it, 29 aprile 2020
Un segno di vicinanza ai 237 detenuti della città calabrese reso possibile grazie all'associazione di volontariato La Terra di Piero. Si chiama Spesa Circondariale e nasce nel cuore della Cosenza solidale per offrire un segno di vicinanza ai 237 detenuti della città calabrese che ieri si sono visti recapitare biscotti, latte, zucchero, caffè, spazzolino, dentifrici e igienizzante grazie all'associazione di volontariato La Terra di Piero.
Una "promessa mantenuta", scrivono in un post su Facebook i volontari, che dall'inizio dell'emergenza hanno portato instancabilmente, casa per casa, spesa e pasti caldi, arrivando ad assistere circa 600 famiglie in difficoltà di Cosenza città e dell'hinterland, grazie a donazioni e contributi volontari confluiti nel progetto Spesa Solidale.
"Abbiamo pensato: perché non farlo per i detenuti? - racconta all'agenzia di stampa Dire Sergio Crocco, presidente de La Terra di Piero. Ieri abbiamo portato questa spesa al carcere con due furgoncini, è stato scaricato tutto in magazzino e poi portato nelle celle. Abbiamo avuto dalla direttrice tutta la comprensione possibile".
Un gesto simbolico pensato e voluto "per esprimere ciò che pensiamo: che al di là degli errori che si possono fare chi entra in carcere perde la libertà, non la dignità". Un segnale "di vicinanza- continua Crocco- a questa popolazione che per molto tempo è stata ghettizzata e dimenticata e che ora soffre molto, perché i colloqui sono diminuiti". Accolto dai detenuti con gratitudine. "Da una psicologa che lavora nel carcere e collabora con noi ci è arrivato questo messaggio: 'In carcere è appena finita la distribuzione dei pacchi spesa. In tutto 237 detenuti. I 13 pacchi in più (erano 250 in tutto, ndr) sono stati spacchettati e distribuiti al piano dei detenuti migranti, con meno risorse personali e più disagio e difficoltà in questo momento in cui i volontari non possono accedere in carcere dall'esterno. I musulmani in Ramadan hanno ricevuto porzioni maggiori dei loro prodotti che comunque sono stati distribuiti anche agli altri musulmani. Tutti vi ringraziano e mi hanno chiesto di farlo per loro'".
A sostenere l'iniziativa de La Terra di Piero anche "Cosenza Mmishkata, i collettivi Prendo Casa e Fem.In, i volontari del Soccorso Speranza, e due gruppi di ultras cosentini, Anni 80 e Cosenza Vecchia", la stessa rete di Spesa Solidale, iniziativa partita "dall'11 marzo per aiutare una trentina di famiglie bisognose" e arrivata in poco più di un mese a coprire le esigenze di "600 famiglie, a cui ogni sera due cuochi nella nostra sede preparano primo, secondo e contorno, quando riusciamo anche frutta e dolce, che consegniamo dalle 19 alle 21,15.
Lo scenario descritto dal volontario è quello di una vera e propria emergenza sociale. "Ogni giorno ci contattano dalle 10 alle 15 famiglie in più che si prenotano per la cena, persone che ci chiamano piangendo per chiederci di aiutarle". Si tratta soprattutto "di precari e lavoratori in nero" che abitano nelle zone più popolari della città, a partire dal centro storico, "anche se abbiamo cominciato ad aiutare anche persone che abitano a Corso Mazzini, in centro, che magari hanno lavori più borghesi, come rappresentanti o agenti commercio. Sappiamo che la situazione è difficile- osserva Crocco- ma quello che sta facendo il Governo è totalmente insufficiente, lo tocchiamo con mano tutti i giorni. L'emergenza non è solo sanitaria, è soprattutto sociale, nei quartieri più popolari c'è una disperazione assurda, le persone non riescono a comprare nemmeno pannolini e pannoloni. Ho paura che così non possa durare".
A preoccupare gli attivisti è la tenuta sociale in città: "La gente non ce la farà più e, se la situazione non si risolve, andrà a finire male". Ciò che serve, per Crocco, "è una maggiore presenza sul territorio da parte dei Comuni, che hanno sicuramente più risorse di noi. Anche il Comune ha distribuito i buoni spesa, poi ci sono gli aiuti della Croce Rossa e della Protezione Civile, ma noi siamo molto più radicati perché' conosciamo bene i quartieri. Cosenza è una città molto solidale- si rincuora il volontario - appena faccio un appello su Facebook centinaia di persone si offrono per dare una mano, dalle aziende ai privati".
ildispaccio.it, 29 aprile 2020
Il Garante comunale dei detenuti di Crotone Federico Ferraro ha reso noto di avere ottenuto un riscontro in merito alle condizioni di salute del detenuto, di origini crotonesi, risultato positivo al tampone da Coronavirus e attualmente in regime di carcerazione in Friuli Venezia Giulia.
La vicenda era stata sollevata nei giorni scorsi dal legale dell'uomo e dalla sua famiglia. "Da comunicazioni telefoniche del personale medico specialistico di turno, addetto al servizio sanitario nella struttura di detenzione - afferma Ferraro - è dato sapere che il detenuto, sta bene e non presenta stato febbrile o crisi respiratoria. Il personale ha attualmente impostato, per lui, una terapia appropriata e, tra circa 15 giorni, verrà effettuato nuovo controllo per ottenere riscontro medico in merito all'evoluzione sulla situazione clinica. La comunicazione intende tranquillizzare anche la famiglia che, nei giorni scorsi, ha rivolto un'accorata lettera alla stampa locale e al Garante al fine di attenzionare la vicenda e la sua evoluzione".
"Il Garante comunale di Crotone intende ringraziare per il pronto interessamento - è detto in un comunicato - il collega territorialmente competente, Garante regionale dei detenuti del Friuli Venezia Giulia, Paolo Pittaro, il quale aveva provveduto ad inoltrare nei giorni scorsi anche richiesta formale di informazioni alla direzione carceraria". "Per quanto riguarda il carcere di Crotone - ricorda il Garante - nella mattinata di oggi verranno consegnate altre 150 mascherine di profilassi: urgono ancora guanti e materiale igienizzante per assicurare una situazione igienico-preventiva più adeguata".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 29 aprile 2020
La Comunità di Sant'Egidio fin dai primi di marzo, quando sono stati sospesi i colloqui con i familiari e l'ingresso dei volontari in carcere, è riuscita ugualmente a dare segnali forti di presenza e vicinanza ai detenuti della casa circondariale di Novara, come del resto è accaduto in quasi tutti gli istituti del territorio nazionale. La sede piemontese della Comunità ha donato piccole somme di danaro ai reclusi più indigenti, distribuito generi alimentari, mascherine, francobolli e prodotti per l'igiene personale. Alcuni volontari hanno intensificato la corrispondenza epistolare con i detenuti per aiutarli a vincere ansia, incertezze e ad affrontare una quotidianità con relazioni umane ridotte dalle restrizioni anti-Covid.
La Comunità ha un rapporto particolarmente intenso e risalente con il carcere novarese, che si è tradotto in un protocollo d'intesa firmato il 10 aprile dalla direttrice del carcere, Rosalia Marino, e da Daniela Sironi, presidente della Sant'Egidio Piemonte Onlus. L'accordo, di durata triennale, oltre a prevedere la prosecuzione di attività di sostegno materiale e spirituale ai detenuti, comprende anche la proposta d'iniziative utili al reinserimento al termine della pena.
In particolare potrà essere offerta ad alcuni detenuti l'opportunità di svolgere attività di volontariato e servizi di pubblica utilità presso strutture di assistenza e aiuto in città. Verrà, inoltre, favorito l'accesso in carcere a mediatori interculturali, che "a titolo gratuito - si legge nel protocollo - aiutino i detenuti a mantenere legami significativi con le comunità di appartenenza e a vivere la libertà religiosa".
Tante associazioni di volontariato attive nel campo dell'inclusione sociale, per ottimizzare i rispettivi contributi nel periodo dell'emergenza hanno creato reti solidali. Come a Cosenza, dove alcune associazioni (Prendicasa, Soccorso Speranza, I ragazzi di Cosenza Vecchia, quelli degli Anni Ottanta, quelli dello Sparrow e il Collettivo Femin) si sono affiliate alla Terra di Piero e hanno donato ai circa 250 detenuti della casa circondariale generi alimentari e prodotti igienizzanti.
"In termini monetari è poca cosa - scrivono gli organizzatori sui social - ma in termini morali è un alto segno di vicinanza a una popolazione troppo spesso dimenticata e che ha perso la libertà ma non la dignità".
Intanto anche le amministrazioni locali lavorano per offrire nuove opportunità alle persone detenute, una volta terminata l'emergenza e riprese le ordinarie attività trattamentali. La giunta comunale di Terni ha approvato una delibera per lavori socialmente utili che comprende convenzioni tra il Comune di Terni, il Tribunale, la casa circondariale e l'Ufficio esecuzione penale esterno (Uepe). Gli ammessi alle attività di volontariato potranno curare uno spazio verde all'interno del parco cittadino "Le Grazie". Un'area-simbolo della possibilità di reinserirsi nella società, che potrà divenire 'parco della legalità', secondo quanto previsto dal progetto "Communitas: un orto, un sentiero, un giardino" proposto Uepe.
redattoresociale.it, 29 aprile 2020
Il 31 marzo sono riprese le lezioni per i 30 detenuti del penitenziario di Massa marittima iscritti ai percorsi formativi di prima alfabetizzazione, scuola media e primo biennio delle superiori. Didattica a distanza via Skype nel carcere di Massa Marittima. L'idea è della direzione della Casa Circondariale di Massa Marittima, rappresentata dalla direttrice Cristina Morrone, e del dirigente del Centro per l'istruzione degli adulti Cpia 1 Grosseto, Giovanni Raimondi. Il 12 marzo, il progetto è diventato reale: la circolare del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria autorizza il proseguimento dei corsi di istruzione in carcere mediante videoconferenze. Così, il 31 marzo sono riprese le lezioni per i 30 detenuti iscritti ai percorsi formativi di prima alfabetizzazione, scuola media e primo biennio delle superiori.
Tutto questo, senza rischi: la direzione e tutto il personale del carcere massetano continueranno a svolgere il mandato istituzionale attenendosi al rispetto delle regole vigenti per contenere il rischio di contagio. Quindi piccoli gruppi di studenti, spazi idonei e distanze di sicurezza. Si apre così la porta al futuro e all'innovazione, garantendo ai detenuti ospiti una quotidianità un po' più serena e attiva.
Questa prima fase sperimentale prevede un programma di video-lezioni sincrone su Skype due volte alla settimana. Ogni martedì e venerdì, dalle 9,30 alle 11,00, gli insegnanti del Cpia di Follonica incontreranno i loro studenti "ristretti" nello spazio virtuale offerto da internet. Un filo che si riannoda. Dagli schermi del computer non si parlerà solo di didattica, ci saranno spazi per il dialogo e per riprendere i progetti e le speranze per il futuro a fine pena.
Il primo collegamento del 31 marzo è stata una presentazione del progetto, accolto con grande emozione da parte degli studenti detenuti, che hanno subito chiesto notizie e rassicurazioni su quello che succede fuori dalle mura. Tanta la paura e tante le preoccupazioni, perché il carcere - come tutte le comunità chiuse - è uno dei luoghi di massimo potenziale di contagio. Se questo dovesse arrivare, le conseguenze potrebbero essere devastanti per i detenuti, per la polizia penitenziaria e per tutti coloro che gravitano su questa istituzione.
Nelle prossime settimane, ai percorsi di istruzione scolastica si affiancheranno i corsi di formazione professionali legati alle attività del Laboratorio per la trasformazione dei prodotti agroalimentari del territorio, un progetto già attivo e sostenuto dal Pulmino contadino in collaborazione con Slow Food Monteregio.
Certo le difficoltà organizzative e tecniche non rendono semplice lo svolgersi di tutte queste attività didattiche ma, grazie all'ottima collaborazione tra staff del carcere e insegnanti CPIA, oltre alle lezioni on line si faranno arrivare agli studenti dispense e materiali su cui studiare ed esercitarsi. Per supportare l'apprendimento degli studenti attraverso le nuove tecnologie, il CPIA si è impegnato a far pervenire all'istituto penitenziario nuovi computer e tablet. In un'ottica che vede l'emergenza come punto di partenza per potere proseguire ancora meglio in futuro.
L'istituto penitenziario di Massa Marittima, grazie al mondo del volontariato e della scuola, può appoggiarsi a solide relazioni tra interno ed esterno, tra carcere e città, costruite in oltre 10 anni di scambio e progettualità. Oggi, un ulteriore passo verso il cambiamento, porta la realtà di Massa Marittima ad essere esempio e laboratorio per tutto il Paese. Il carcere cerca un futuro più vicino alla società, quella che i detenuti si troveranno a vivere da uomini liberi. E consapevoli.
di Wilma Greco
epale.ec.europa.eu, 29 aprile 2020
Sulla bacheca Facebook del garante dei detenuti della Regione Lazio, Stefano Anastasia, si leggono queste parole, datate 12 marzo: "veramente notevole la nota di oggi con cui il nuovo direttore generale dei detenuti dell'Amministrazione penitenziaria consente all'uso di Skype e della posta elettronica per gli esami, i colloqui con i docenti e la corrispondenza con i familiari. Il tutto finché dura l'emergenza, ma è la fine di un tabù: i detenuti entrano nel mondo digitale!". Da quel momento in poi è stata una gara tra le scuole impegnate in carcere e gli Istituti Penitenziari di tutto il territorio. Non sono mancate soluzioni e sforzi organizzativi da ambedue le parti.
Dalla Sicilia arriva anche l'esperienza della Casa Circondariale "Bicocca" di Catania, dove i docenti dell'Ipsseoa "Karol Wojtyla" interagiscono con gli studenti ristretti attraverso la piattaforma Gsuite Classroom. I device utilizzati sono i tablet forniti dalla scuola e la LIM, per sessioni di lezioni di 30 minuti, che coinvolgono tutte le classi. In particolare le classi 3 e 5 prepareranno gli esami conclusivi del percorso di istruzione. Un lavoro di squadra, condotto con l'area trattamentale e la direzione della Casa Circondariale, il tutto nel rispetto delle norme di sicurezza.
L'Ipsseoa "Karol Wojtyla" non è nuovo alle innovazioni e alla messa a punto di buone prassi. Basti pensare al progetto "Vietato non toccare", vincitore dell'Italian Teacher Prize. La prof.ssa Daniela Ferrarello, insignita dell'importante riconoscimento per la categoria degli insegnanti, ha utilizzato il premio per l'acquisto di computer e LIM per tutte le aule, libri di testo, quaderni, penne, materiale vario di cancelleria e soprattutto per costruire il laboratorio permanente di matematica "Vietato non toccare", costituito da varie macchine matematiche e comprendente una sezione sulle macchine di Archimede, inteso quale centro di formazione per studenti e docenti. L'obiettivo, raggiunto, è quello di dare agli studenti ristretti le stesse opportunità dei ragazzi "fuori".
*Ambasciatrice Epale Sicilia (Si ringraziano i proff. Fabio Greco e Daniela Ferrarello per le informazioni condivise)
di Grazia Zuffa
Il Manifesto, 29 aprile 2020
Norme straordinarie, che incidono sulle libertà personali in nome di un'emergenza con la E maiuscola, come quella della salute, chiamano all'eccesso nell'esercizio di autorità: che si manifesta "in alto", a livello dei macropoteri fino ad arrivare "in basso", ai "micropoteri" che presiedono all'applicazione delle norme.
In un paesino delle Alpi Carniche, qualche settimana fa un'anziana signora ripuliva dalle erbacce il suo campo, nei pressi di casa sua. Era sola nel prato e del resto non c'era anima viva a portata d'occhio, fatto del tutto normale in una zona montana il cui problema principe è la solitudine dello spopolamento, non le insidie epidemiche dell'affollamento.
La signora è stata avvistata da una macchina di pattuglia. Ne è sceso un vigile urbano, che si è arrampicato su per la scarpata, urlando alla donna di tornare subito a casa, pena una salata sanzione pecuniaria (prevista per l'infrazione di uno dei tanti Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri contro l'epidemia di coronavirus).
In una cittadina del Cremonese, mentre un parroco celebrava in chiesa la messa insieme a tredici fedeli, un carabiniere è salito sull'altare con un telefono in mano, intimando al celebrante di interrompere il rito e di rispondere al telefono: all'altro capo del filo c'era il sindaco, desideroso di comunicare di persona al parroco l'ordine di sospendere la messa (in forza del Dpcm antipandemia del 29 marzo).
Il parroco, Don Lino, è diventato famoso perché l'irruzione del carabiniere è stata ripresa e trasmessa su molti canali televisivi. E anche perché non si è fatto intimorire e ha continuato a dire messa, ingaggiando poi una battaglia legale sull'interpretazione del decreto.
Molto si potrebbe dire nel merito delle singole limitazioni, specie su quelle che vietano ai fedeli di presenziare alla messa, appena riconfermate, con non poche polemiche, nell'ultimo Dcpm sulla fase 2. Non è questo che qui mi interessa.
Ciò che mi ha colpito nei due episodi (peraltro differenti in molti aspetti), è l'eccesso di zelo, per non dire la tracotanza, di chi quelle norme deve farle rispettare. Che cosa spinge un giovane vigile urbano a umiliare un'anziana donna rimbrottandola come una scolaretta? Una donna che con ogni probabilità conosce, visto che in un paesino di mille anime si conoscono tutti. Una donna che certo non minacciava la propria e l'altrui salute zappando l'orto in solitudine.
E di quale missione salvifica si è sentito investito il carabiniere per brandire sull'altare quel telefono, a mo' di inedito (e ridicolo) bastone d'autorità? Ho raccontato questi due fatti, ma di altri simili sono a conoscenza.
Da qui la conclusione: norme straordinarie, che incidono sulle libertà personali in nome di un'emergenza con la E maiuscola, come quella della salute, chiamano "naturalmente" all'eccesso nell'esercizio di autorità: che si manifesta "in alto", a livello dei macropoteri (ad esempio nel ricorso ripetuto e improprio ai Dcpm), fino ad arrivare "in basso", ai "micropoteri" che presiedono all'applicazione delle norme: portati a indulgere a quel piacere in più che nasce da quel potere in più sui cittadini/e.
Molto si è scritto a difesa delle norme di confinamento in casa e di divieto di varie attività, in quanto non anticostituzionali. Bene, a patto però di sottolineare la loro assoluta "eccezionalità". Tenerla a mente, da parte di ognuno/a di noi, tenerla viva nel dibattito pubblico anche da parte di chi quelle norme ha emanato, è l'unico argine a difesa delle nostre "normali" libertà, per il dopo coronavirus. Magari allora il vigile abbasserà la voce e il sindaco rimanderà la telefonata.
Le misure straordinarie che obbligano i cittadini all'isolamento sociale hanno un altro limite. Non li educano ai corretti comportamenti negli scambi sociali, che, seppur ridotti, dovranno pur riprendere, nella fase 2 o 3 o 4. In ogni modo, lo scenario futuro in attesa del vaccino si giocherà sulla capacità di ognuno/a di padroneggiare la propria salute.
Se invece dell'ossessivo "resta a casa", si informasse meglio sui rischi relativi alla permanenza del virus sulle superfici, o su come utilizzare in maniera propria le mascherine, ne risulterebbe un beneficio alla salute pubblica.
di Davide Varì
Il Dubbio, 29 aprile 2020
Cartabia: "Sacrifici solo temporanei, è nella Costituzione". "Rieducare i condannati ma senza trascurare la sicurezza". Prima il richiamo alla nostra Costituzione, unica "bussola" che consente di "navigare in alto mare in tempi di crisi"; poi il riferimento alle carceri e infine alla giustizia penale. Insomma, nella sua relazione annuale, la presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia ha affrontato i punti più delicati del dibattito giudiziario e politico italiano. Lo fa ha fatto a modo suo: volando alto e nel rispetto assoluto del ruolo di ognuno. Ma questo non vuol dire che la presidente della Consulta non sia entrata nelle viscere delle questioni più delicate e per certi aspetti drammatiche che il Paese sta vivendo in queste settimane.
Ma andiamo con ordine. Il momento più sentito della sua relazione è senza dubbio quello in cui la presidente della Consulta volge il pensiero a chi ha perso i propri cari, seguito dal ringraziamento per medici e infermieri che lavorano con "competenza, coraggio, generosità". Nessun riferimento, invece, alla sua vicenda personale, al fatto che lei stessa si sia ritrovata a lottare per oltre un mese contro il virus, pur garantendo i lavori della Corte.
Ed è proprio da lì, dal ruolo della Corte e della Costituzione, che ha preso le mosse la relazione della presidente Cartabia, da quell'unica "bussola" in grado di indicare la rotta. E proprio mentre il governo è impegnato in una serie di decreti di emergenza assai restrittivi delle libertà personali e nei giorni in cui è preso di mira dalle opposizioni che vorrebbero un maggior coinvolgimento del Parlamento, la presidente della Consulta invoca "la piena attuazione della Costituzione".
La quale "Costituzione - sottolinea la presidente, ed è questo uno dei passaggi più importanti e delicati - non contempla un diritto speciale per i tempi eccezionali, e ciò per una scelta consapevole, ma offre la bussola anche per navigare per l'alto mare aperto". D'altra parte la presidente ammette però che la stessa Carta "non è insensibile al variare delle contingenze, all'eventualità che dirompano situazioni di emergenza, di crisi, o di straordinaria necessità e urgenza, come recita l'articolo 77 della Costituzione in materia di decreti- legge".
Soprattutto di fronte a una "contingenza inedita e imprevedibile contrassegnata dall'emergenza, dall'urgenza di assicurare una tutela prioritaria alla vita, alla integrità fisica e alla salute delle persone anche con il necessario temporaneo sacrificio di altri diritti".
Del resto, ricorda Cartabia, "la Repubblica ha attraversato varie situazioni di emergenza e di crisi, dagli anni della lotta armata a quelli più recenti della crisi economica e finanziaria, e tutti sono stati affrontati senza mai sospendere l'ordine costituzionale, ma ravvisando al suo interno - sottolinea - gli strumenti idonei a modulare i principi costituzionali in base alle specifiche contingenze: necessità, proporzionalità, bilanciamento, giustiziabilità e temporaneità sono i criteri con cui, secondo la giurisprudenza costituzionale, in ogni tempo deve attuarsi la tutela sistemica e non frazionata dei principi e dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione, ponderando la tutela di ciascuno di essi con i relativi limiti".
Poi il richiamo alla collaborazione istituzionale e, nello specifico, a "un impegno corale, con l'attiva, leale collaborazione di tutte le Istituzioni, compresi Parlamento, Governo, Regioni, Giudici. Questa cooperazione è anche la chiave per affrontare l'emergenza". Parole che Fi non si è lasciata sfuggire parlando di "severa tirata d'orecchie" nei confronti di un premier che da mesi va avanti "senza coinvolgere" opposizioni e Parlamento.
L'altro passaggio che sembra riecheggiare le polemiche di questi giorni riguarda invece il ruolo della magistratura di sorveglianza, invitata a "perseguire le finalità rieducative del condannato, senza trascurare, le esigenze della sicurezza della collettività, ma calibrando ogni decisione sul percorso di ciascun detenuto, alla luce di tutte le circostanze concrete". Per quel che riguarda la giustizia penale, la presidente Cartabia ammette che "una attenzione particolare è stata riservata, nel 2019, alla giustizia penale, proseguendo il cammino tracciato negli ultimi anni", osservando però che "le novità non attengono tanto al terreno del processo penale, quanto ai terreni del diritto penitenziario, nel quale la giurisprudenza costituzionale si era mossa in passato con grande deferenza verso la discrezionalità legislativa".
Tuttavia, spiega Cartabia, "è sembrato sempre più inaccettabile che proprio là dove vengono in rilevo i diritti fondamentali della persona di fronte alla potestà punitiva dello Stato, la Corte costituzionale dovesse arrestare il proprio sindacato per mancanza di univoche soluzioni: perciò, anche in questo ambito una nuova sensibilità ha imposto alla Consulta di rinvenire nell'ordinamento soluzioni adeguate a rimuovere la norma lesiva della Costituzione, allo stesso tempo preservando la discrezionalità del legislatore".
Nella giurisprudenza costituzionale degli anni più recenti, ribadisce la presidente della Consulta, "emergono alcuni principi fondamentali, alla luce dei quali la Corte costituzionale svolge un vaglio di legittimità più puntuale anche in questi settori". E ricorda a tutti, infine, "il principio di proporzionalità della pena, implicito nei principi di ragionevolezza e della finalità rieducativa della pena ed esplicitamente formulato nella giurisprudenza delle Corti europee". Prima il richiamo alla nostra Costituzione, unica "bussola" che consente di "navigare in alto mare in tempi di crisi"; poi il riferimento alle carceri e alla giustizia penale. Inizia così la relazione della presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia.
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