di Aldo Masullo*
Il Riformista, 28 aprile 2020
Ventidue anni fa il Senato discuteva la legge per abolirlo. Nel suo intervento Masullo spiegò che "Il tempo non è la misura della vita" ed è "l'emozione fondamentale che ci caratterizza come uomini". E che: "Di ora in ora l'ergastolano vede morire parte di sé stesso senza che nasca alcuna possibilità nuova".
di Piero Sansonetti
Il Dubbio, 28 aprile 2020
È scattata la grande offensiva. Obiettivo: abbattere la Costituzione almeno nelle sue parti garantiste. Ridurre il Diritto a un attrezzo in mano alle Procure. Stabilire una società dei giusti, fortificata dalla certa esistenza di una società dei reprobi.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 28 aprile 2020
Dopo l'episodio di Zagaria anche nel M5S c'è chi chiede un cambio al vertice del Dap. La poltrona del capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini, è a forte rischio. Nulla è stato ancora deciso, ma si fanno sempre più insistenti le voci di un'imminente sostituzione, sollecitata al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede anche dall'interno del Movimento 5 Stelle.
Il magistrato scelto due anni fa dal Guardasigilli per governare le carceri italiane è da tempo al centro di critiche e malumori, e già dopo i tumulti di inizio marzo (13 detenuti morti, 40 agenti penitenziari feriti e danni alle strutture per milioni di euro) i renziani di Italia viva ne hanno chiesto la rimozione, mentre il Pd esigeva chiarimenti sul suo operato.
Bonafede ha resistito, ma dopo il "caso Zagaria" è difficile continuare a fingere che tutto vada bene. E la presentazione di un decreto-legge per stabilire un'interlocuzione obbligatoria con la Procura nazionale antimafia e le Direzioni distrettuali prima di decidere sulla scarcerazione dei capi delle organizzazioni criminali potrebbe non essere l'unica mossa del ministro. La concessione degli arresti domiciliari al boss della camorra casalese Pasquale Zagaria (fratello del capoclan Michele, soprannominato Bin Laden per la sua capacità di sfuggire alle ricerche quando era latitante), trasferito per motivi di salute dai rigori e l'isolamento del "41bis" alla casa della moglie a Brescia, ha suscitato scalpore e polemiche.
Soprattutto per una frase contenuta nell'ordinanza dei giudici di sorveglianza di Sassari che l'hanno fatto uscire dalla prigione sarda dove non poteva più essere curato dal tumore scoperto ad ottobre: "Il tribunale ha chiesto al Dap se fosse possibile individuare altra struttura penitenziaria sul territorio nazionale ove effettuare il follow-up diagnostico e terapeutico, ma non è pervenuta alcuna risposta, neppure interlocutoria". Basentini, intervenuto telefonicamente domenica sera nella trasmissione Non è l'arena su La7, ha tentato di smentire.
I suoi uffici hanno riferito di almeno tre comunicazioni inviate via e-mail alla Sorveglianza, tuttavia agli atti del fascicolo su Zagaria (ora all'esame delle Procure generali di Sassari e della Corte di cassazione, per le necessarie verifiche) c'è solo una lettera firmata dal direttore dell'Ufficio sanità del Dipartimento, indirizzata al direttore del carcere, in cui si chiedeva di "voler contattare, con la massima urgenza, i Reparti di Medicina protetta di Viterbo e di Roma, al fine di verificare se vi sia la disponibilità della presa in carico sanitaria del detenuto".
Il problema è che questa lettera è datata 23 aprile 2020, è arrivata nel tardo pomeriggio dello stesso giorno ed è stata protocollata la mattina dopo. Nel frattempo, la mattina del 23, il tribunale di sorveglianza aveva deciso di scarcerare Zagaria dopo quattro udienze e un mese di approfondimenti istruttori; tra i quali la ricerca di un'altra prigione attrezzata per le cure (non più possibili a Sassari a causa dell'emergenza coronavirus) tramite il Dap, notificata il 9 aprile.
Ma fino al 23, a causa già definita, da Roma non sono giunti segnali. Due settimane di ritardo, decisive per la scarcerazione del boss. Trattato come un detenuto qualunque nonostante il cognome (e il soprannome), con un atteggiamento forse un po' troppo burocratico da parte dell'amministrazione penitenziaria. Che ora potrebbe travolgere il suo capo.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 28 aprile 2020
La decisione dopo il caso di Pasquale Zagaria. Rigettata dal magistrato l'analoga richiesta presentata da Cutolo. Un decreto è praticamente pronto e il governo, salvo colpi di scena, lo varerà giovedì per frenare le scarcerazioni di boss mafiosi che sono diventate uno scandalo.
L'ultimo a protestare, ieri, don Luigi Ciotti. "Che sia lo Stato a offrire ai mafiosi opportunità di ricchezza e potere è davvero inaccettabile. Sì, perché va in questa direzione anche il permesso concesso ad alcuni boss mafiosi di commutare il regime carcerario del 41bis in arresto domiciliare".
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 28 aprile 2020
Non entro nel merito delle polemiche che stanno accompagnando la concessione della detenzione domiciliare ad alcuni detenuti condannati per reati di mafia. Ho già scritto più nel dettaglio qualche giorno fa su queste pagine. Non entro dunque nel merito - vecchie norme, nuove norme, controlli di polizia o altro - ma vorrei riflettere sulla forma di queste polemiche stesse.
Si criticano le decisioni dei giudici, ad esempio di quelli del tribunale di sorveglianza di Milano che hanno concesso la detenzione domiciliare a Francesco Bonura (è stato questo il caso che ha sollevato la questione, ma la stessa cosa vale per la scarcerazione di Michele Zagaria, dove tra l'altro il magistrato relatore del provvedimento è persona che da sempre ha posizioni limpide e lineari sull'argomento).
Vi è un bivio dal quale non si scappa: si ritiene che i giudici che hanno preso questa decisione siano in malafede o si ritiene che siano in buona fede? Si ritiene che siano persone oneste o si pensa che siano collusi con la mafia? Questo vorrei sapere da chiunque abbia criticato quelle ordinanze.
Se si ritiene che i giudici milanesi abbiano mandato a casa Bonura utilizzando la scusa della sua salute, gonfiando i dati sulla sua infermità, al fine di metterlo in condizione di continuare a portare avanti indisturbato i propri affari mafiosi, allora li si denunci. Non capisco da dove possa arrivare un tale pregiudizio, ovvero un giudizio che arriva prima di qualsiasi dato di fatto, poiché non credo che nessuno di coloro che ha criticato la decisione del tribunale abbia notizie sulla frequentazione da parte di quei giudici di ambienti di criminalità organizzata.
Ma se è questo che si pensa, li si denunci. È un'accusa gravissima, sarebbe un reato gravissimo, non ci si può limitare a insinuarlo nelle colonne di un giornale. Si facciano indagini, si dimostri che è così, si mandino in galera quei giudici.
Se invece si ritiene che i giudici siano in buona fede e abbiano deciso secondo coscienza, la cosa cambia. Il compito del giudice è quello di applicare al caso singolo le leggi generali vigenti. Nel nostro sistema di esecuzione delle pene non esiste alcun automatismo: il giudice valuta caso per caso. Assume tutte le informazioni, legge le relazioni del carcere, delle forze dell'ordine, le perizie dei medici, tutto ciò che può servire ad assumere una decisione consapevole che tenga in equilibrio esigenze di sicurezza, di salute e quanto altro, e poi delibera. Continua a essere un pregiudizio (giudizio emesso prima di conoscere) quello di chi sostiene che la decisione dei giudici, pur valutandoli in buona fede, sia scorretta, posto che costui non ha letto nessuna di queste relazioni, perizie, documenti.
Anche questo secondo pregiudizio, seppur meno crudele, è rischioso per l'equilibrio del sistema democratico. La decisione caso per caso del giudice deve essere, appunto, del giudice. Si fonda su questo la divisione dei poteri e l'intero assetto della nostra Repubblica. La magistratura si autogoverna. Non può essere eterodiretta dal governo o dai media. Credo che bisognerebbe avere più rispetto per i giudizi dei giudici e meno per i pregiudizi degli altri.
*Coordinatrice associazione Antigone
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 aprile 2020
Dovrebbe arrivare giovedì in Consiglio dei ministri la stretta del ministro della Giustizia che punta a coinvolgere la Procura nazionale antimafia e antiterrorismo. I mass media hanno fatto la loro parte e alla fine dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri giovedì la stretta del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede sulla concessione degli arresti domiciliari, che punta a coinvolgere la Procura nazionale antimafia e antiterrorismo.
Il culmine del bombardamento mediatico è stato raggiunto con la trasmissione "Non è l'arena", condotta da Massimo Giletti. Un programma tv dove sono stati invitati al dibattito tutte persone che sulla questione hanno un'opinione simile (non erano presenti né giuristi, né magistrati di sorveglianza e nemmeno il Garante nazionale dei detenuti), tra i quali il capo del Dap Francesco Basentini che ha avuto, però, la sfortuna di diventare capro espiatorio del presunto scandalo.
Tutto è partito da un articolo de L'Espresso relativo ai domiciliari per motivi di salute concessi a un recluso al 41bis. Parliamo di Francesco Bonura, passato dal regime speciale alla detenzione domestica nei giorni scorsi proprio per le sue gravi condizioni. Un provvedimento della magistratura di sorveglianza limpido e motivato. Ma si è fatto leva sull'emotività e anche sull'ignoranza del tema per creare polemiche.
A questo si è aggiunta anche il caso dei domiciliari concessi al boss Pasquale Zagaria. Eppure anche questo provvedimento non dovrebbe rappresentare nulla di scandaloso visto che, alla luce dei principi costituzionali, il Tribunale di Sorveglianza di Sassari ha concluso ritenendo sussistenti i presupposti di operatività dell'articolo 147 c. 1 n. 2 c.p. - tali da giustificare il differimento della pena per grave infermità fisica - essendosi in presenza di una patologia grave e qualificata che richiede al detenuto un iter diagnostico e terapeutico che viene definito "indifferibile".
Come ha relazionato il magistrato Riccardo De Vito del tribunale di sorveglianza di Sassari, il differimento della pena è dovuto dal fatto che a Zagaria non è stato destinato un luogo di cura idoneo proprio come richiesto dagli avvocati. Alla luce di ciò, "lasciare il detenuto in tali condizioni - si legge nell'ordinanza - equivarrebbe esporlo al rischio di progressione di una malattia potenzialmente letale, in totale spregio del diritto alla salute e del diritto a non subire un trattamento contrario al senso di umanità", non essendovi dubbio che "permanere in carcere senza la possibilità di effettuare ulteriore e "indifferibili" accertamenti equivale ad esporre il detenuto a un pericolo reale dal punto di vista oggettivo e a un'incognita di vita o morte del tutto intollerabile e immeritata per ogni essere umano".
Ma oramai la valanga ingiustificata di indignazioni ha sortito i suoi effetti. Il ministro Bonafede, per assecondare gli animi, ha promesso che farà di tutto per rendere più difficile la concessione dei domiciliari a chi attualmente si trova al 41bis. Non importa sapere, come detto, che i provvedimenti che hanno creato indignazione sono stati concessi per gravi motivi di salute. Per chi si è macchiato di reati mafiosi, il diritto alla salute diventerà un optional.
Le norme, che potrebbero essere contenute in un prossimo decreto legge, dovrebbero limitare la discrezionalità del magistrato di sorveglianza. Ovvero che tutte le decisioni relative a istanze di scarcerazione di condannati per reati di mafia saranno sottoposte, per il via libera, sia alla Procura nazionale Antimafia e Antiterrorismo, sia alle singole Procure distrettuali Antimafia e Antiterrorismo. Tradotto, chi è al 41bis o in alta sorveglianza difficilmente potrà ottenere un via libera da chi lo ha tratto in arresto.
C'è da ricordare però che l'articolo111 della Costituzione stabilisce che il legislatore deve garantire la celebrazione del "giusto processo" affidando la decisione ad un giudice assolutamente neutrale. La terzietà del giudice penale è una terzietà diversa da quella dei giudici di sorveglianza: rendere vincolanti i pronunciamenti del Procuratore distrettuale o nazionale Antimafia significherebbe snaturare la terzietà del giudice di sorveglianza.
Il problema, di fondo, è che è inimmaginabile, per un governo, muoversi a seconda delle indignazioni del momento. Non si possono fare interventi normativi in base a degli articoli di giornale o le trasmissioni televisive che hanno anche il potere di fuorviare e veicolare l'opinione pubblica. Altrimenti l'esercizio del potere esecutivo rischierebbe di diventare il terreno d'intervento privilegiato dei gruppi di pressione di ogni parte. La democrazia rischia di collassare e quindi di sostituirsi con la "dittatura della maggioranza". Ed è così che lo Stato di Diritto muore e avanza sempre di più quello di Polizia.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 28 aprile 2020
Intervista a Nicola Morra (M5s), presidente della Commissione Antimafia: "Vogliamo capire chi ha creato questo clima". "Una cosa deve essere detta chiaramente: i mafiosi non sono delinquenti qualsiasi, ma soldati di un esercito che combatte la democrazia. Per questo sono in prigione. E i prigionieri di guerra non si liberano tanto facilmente, anche perché potrebbero tornare a combattere".
Nicola Morra, M5S, è il presidente della commissione parlamentare Antimafia. Ha appena convocato una plenaria della commissione, la prima dopo l'interruzione dei lavori parlamentari, per affrontare il tema delle scarcerazioni di boss mafiosi perché il problema è davvero serio.
Presidente, la mafia coglie certi segnali. Non pensa che queste scarcerazioni, pur motivate da esigenze umanitarie, potrebbe interpretarle come un cedimento?
"Guardi, stiamo tutti piangendo la morte a Napoli di un agente di polizia morto sul dovere. I rapinatori, a quel che pare, non sono affiliati alla camorra. Ma è devastante assistere contemporaneamente alla scarcerazione di boss mafiosi".
Peggio il pericolo di queste scarcerazioni oppure quello di contrarre il virus per dei detenuti anziani?
"Al contrario di quanto si vuol far credere, in carcere c'è un rischio di contrarre il coronavirus che è statisticamente inferiore rispetto alla vita normale. Per i soggetti ristretti al 41bis oppure nei circuiti ad alta sorveglianza, poi, dove il distanziamento sociale è istitutivo, il rischio di contagio diminuisce ancora di più".
Che ruolo possono aver giocato le rivolte carcerarie? Da subito si ipotizzò che ci fosse una regia...
"L'ipotesi resta verosimile, ma al momento non è provata. Se dietro c'era una mano, sarà come nei film e ne conosceremo il nome soltanto nei titoli di coda. Fa riflettere, però, che nei penitenziari calabresi non sia accaduto nulla. Eppure il sovraffollamento c'era anche lì, no? Nei lavori della Commissione ci interrogheremo anche su come sia stato creato un clima, con fatti atti e parole, volto a far credere che l'istituzione carceraria non fosse all'altezza del suo nobile scopo. Si è fatto credere che la situazione sanitaria fosse fuori controllo, e non è così. Ancora l'altra sera ho sentito in televisione dire che nelle carceri ci sono oltre 60.000 detenuti quando sono 53.000. Si sappia che le scarcerazioni, al contrario di quello che si vuol far credere, non hanno nulla a che vedere con il decreto Cura Italia e con l'emergenza coronavirus".
Lei non esclude, però, che per effetto delle rivolte, qualcuno sia intimidito...
"Io so che stiamo aspettando anche noi di capire come mai i responsabili dei danneggiamenti non abbiano ad oggi ancora saldato il loro debito con l'amministrazione. Eppure era stato assicurato che si sarebbe dialogato solo con chi esprimeva pacificamente la propria protesta; al contrario si negava interlocuzione a chi ricorreva alla violenza".
Il Dubbio, 28 aprile 2020
Lo dicono le toghe di Unicost. La replica dopo le polemiche sulla scarcerazione dei boss per Covid: "Garantire la salute e la dignità minima dei detenuti". E la politica non "scappi".
Garantire il dolore delle vittime, certo, ma garantire anche "il diritto alla vita, alla salute e alla dignità minima dei detenuti". È il cuore della nota di Mariano Sciacca e Francesco Cananzim presidente e del segretario di Unicost, la corrente moderata della magistratura. Insomma, Unicost risponde così alle polemiche successive la scarcerazione di mafiosi in carcere, non ultima quella del boss Michele Zagaria, scarcerato per gravi motivi di salute ma divenuto oggetto delle attenzioni di stampa e Tv.
Unicost richiama decisamente la politica alle sue responsabilità: "Nelle carceri che perdura da decenni, non vi è stato governo o parlamento che abbiano adottato misure adeguate a risolverlo: né dando reale e risolutivo impulso alle misure alternative alla detenzione, né operando con interventi idonei in materia di edilizia penitenziaria, né facendo l'una e l'altra cosa".
"Da ultimo anche la normativa d'emergenza, emanata a fronte della pandemia da Covid-19, si è rivelata inadeguata rispetto al sovraffollamento negli istituti penitenziari. Il necessario e dovuto bilanciamento dei beni costituzionali in gioco - da un lato le esigenze di sicurezza sociale e dall'altro la tutela del diritto alla salute e del diritto al trattamento - è stato sostanzialmente circondato non soltanto da appesantimenti procedimentali e burocratici, ma anche da una delega alla magistratura di valutazioni che spettano al governo e al parlamento. La politica è assunzione di responsabilità e, in questo ambito, selezione delle priorità di politica criminale e penitenziaria".
"Per garantire al contempo i diritti dei cittadini, il dolore delle vittime di mafia e di terrorismo e le esigenze di tutela sociale, con il diritto alla vita, alla salute e alla dignità minima dei detenuti, in presenza di una pandemia così grave occorre una accurata progettualità. E non può ritenersi sufficiente un formale "monitoraggio" dei detenuti esposti a rischio Covid, perché affetti da pregresse patologie. Di certo non si può accollare alla magistratura la "responsabilità politica" di sottoporre alla detenzione domiciliare pericolosi criminali, allorquando il circuito penitenziario non è in grado di garantire il diritto alla salute.
Questa non è una responsabilità della magistratura. Auspichiamo e siamo certi, pertanto, che il Governo su questo tema interverrà da subito, con provvedimenti normativi, organizzativi e logistici adeguati, seguendo le indicazioni già fornite dalla Magistratura di sorveglianza, oltre che prevedendo il coinvolgimento delle Direzioni antimafia, nazionale e distrettuali", concludono i due esponenti di Unicost.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 28 aprile 2020
Brandimarte, ex Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Taranto: "Il differimento di una pena per grave infermità fisica è una misura che riguarda indistintamente tutti i detenuti e risponde all'esigenza di salvaguardare un diritto soggettivo primario tutelato dalla Costituzione, quello alla salute".
Il sergente Marco Galli, interpretato da Raf Vallone, nel film del 1949 "Riso amaro" diceva: "Il carcere l'ha inventato qualcuno che non c'era mai stato". Questo riferimento cinematografico è uno dei passaggi migliori di questa nostra intervista a Massimo Brandimarte, già presidente del Tribunale di Sorveglianza di Taranto. Lo abbiamo contattato per commentare le polemiche nate a seguito della concessione dei domiciliari a Pasquale Zagaria decisa per motivi di salute da parte del Tribunale di Sorveglianza di Sassari.
Cosa pensa di tutte queste polemiche?
È giusto che se ne parli perché la giustizia è amministrata in nome del popolo. Ma se poi il dibattito deve trasformarsi in uno scarica barile non serve a niente. Per giudicare bisogna conoscere i fatti. Ma soprattutto esistono dei principi cardine dell'ordinamento penitenziario: il differimento di una pena per grave infermità fisica è una misura che riguarda indistintamente tutti i detenuti, indipendentemente dal reato commesso, e risponde all'esigenza di salvaguardare un diritto soggettivo primario tutelato dalla Costituzione, quello alla salute. L'altro principio secondo me importante è che tutte le misure alternative al carcere sono dinamiche: oggi posso ritenere che ci sia una situazione tale da dover predisporre i domiciliari, ma se domani la situazione cambia posso tornare indietro sulla mia decisione. Poi c'è il principio dell'autoresponsabilità del magistrato: qualunque magistrato nel momento in cui ha preso una decisione ponderata e vagliata può stare tranquillo senza temere nulla.
A lei è mai capitato di non ricevere risposte dal Dap?
In merito a possibili trasferimenti di detenuti, capitava spesso che il Dap rispondesse in ritardo o non rispondesse proprio. Il Dap è comunque una grande struttura burocratica e credo che il capo del Dipartimento non possa interessarsi di ogni singolo caso. Comunque quando ero in servizio, per i casi urgenti alzavamo il telefono per sentire direttamente i funzionari del Dap. E se non c'era risposta, io mi rivolgevo direttamente al ministro, perché i magistrati di sorveglianza rispondono direttamente a lui.
Il ministro Bonafede sta valutando di coinvolgere la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo nelle decisioni relative ad istanze di scarcerazione di condannati per reati di mafia...
Credo che sia un modo per cautelarsi a futura memoria. La mia esperienza mi dice che questi organismi investigativi sicuramente possono fornire elementi di valutazione di primissimo ordine. Sarebbero fondamentali. Il fatto è che le informazioni che andrebbero a fornire, essendo di carattere investigativo e non giudiziario, potrebbero avere una forza prevalente rispetto all'elemento che bisogna considerare in queste casi che è quello della salute che è appannaggio del magistrato di sorveglianza. Quindi potrebbe diventare una forzatura che andrebbe ad inficiare la tutela del diritto alla salute, specialmente se il magistrato di sorveglianza che deve decidere non è esageratamente coraggioso. Quindi potrebbe minare l'indipendenza della magistratura di sorveglianza. Da un punto di vista legale assolutamente no. Da un punto di vista psicologico il pericolo potrebbe essere una certa pressione che si andrebbe a riflettere nei confronti del Tribunale di Sorveglianza.
Lei che soluzione propone?
Si potrebbe ricomporre il quadro con armonia e tranquillità senza scaraventare colpe nei confronti di qualcun altro. Tutti lavorano al servizio della giustizia. Se c'è stata una valutazione non del tutto perfetta si può ricominciare dall'inizio, si può rivedere la decisione. Mi piacerebbe che tra tutti tornasse la concordia e mi aspetterei che da parte degli organi requirenti, cioè la Procura Generale, si acquisissero degli elementi seri e fondati, che una volta comunicati ai Tribunali di Sorveglianza possano servire per far riesaminare i casi.
In questi giorni Di Matteo, Ardita, Maresca, De Raho hanno rilasciato numerose interviste dicendo che lo Stato è debole, cede al ricatto dei mafiosi. Ne esce una magistratura debole e irrispettosa delle vittime di mafia...
Queste prese di posizione possono avere un effetto boomerang perché si riflettono in negativo sulla indipendenza di tutta la magistratura. Credo che a nessuno convenga avere una magistratura di sorveglianza che sia avvolta dal timore di dover prendere certe decisioni giuste ma che non le prende perché ha paura di assumere provvedimenti impopolari.
Quando si parla di 41bis, è facile dipingere tutti i detenuti come mostri, come mafiosi sanguinari tralasciando le singole storie processuali e anche i possibili percorsi rieducativi fatti in tanti anni di carcere...
Bisogna parlare con dati alla mano e non come se stessimo al bar dello sport. Parlare in maniera generica agevola le confusioni: ci può essere un boss che non si è mai macchiato di reati di sangue come Pasquale Zagaria. Ogni posizione va valutata singolarmente. E poi come diceva il sergente Marco Galli, interpretato da Raf Vallone, nel film "Riso amaro" "Il carcere l'ha inventato qualcuno che non c'era mai stato".
agensir.it, 28 aprile 2020
"Che le mafie siano pronte a trarre profitto dalla crisi socio-economica non prodotta ma certo aggravata dall'emergenza sanitaria, lo denunciamo da tempo. Profitti in termini di offerta usuraia di denaro ad aziende in difficoltà, di consenso ottenuto attraverso elargizioni di cibo e altri generi di prima necessità nelle periferie e nei contesti più poveri, di accaparramento di finanziamenti nazionali e europei nella deroga o riduzione dei controlli dovute all'emergenza". Lo sottolinea Luigi Ciotti, presidente di Libera, che denuncia come "davvero inaccettabile" che "sia lo Stato stesso a offrire loro opportunità di ricchezza e potere".
"Sì - spiega don Ciotti - perché va in questa direzione anche il permesso concesso ad alcuni boss mafiosi di commutare il regime carcerario del 41bis in arresto domiciliare. Beninteso, il diritto alla salute è sacrosanto e inalienabile, un diritto che va garantito a tutte le persone, detenute o meno, senza distinzioni di sorta. Un diritto, non dimentichiamolo, stabilito dalla Costituzione col principio dell'umanità della pena e della sua funzione sociale, mai vendicativa. Principio nel quale Libera crede da sempre, impegnandosi a vari livelli per l'umanizzazione dell'intero sistema carcerario, nel rispetto della dignità delle persone detenute come di chi vi opera".
In questo caso, però, evidenzia il presidente di Libera, "non si parla di detenuti comuni, ma di persone responsabili di delitti gravissimi, che hanno colpito al cuore la nostra democrazia e ucciso tanti che la democrazia e la giustizia hanno servito con coerenza e coraggio, sino al sacrificio di sé. Ed è appunto una memoria sacra, quella delle vittime delle mafie, come sacro è il dolore dei loro famigliari. Moniti entrambi - memoria e dolore - a costruire una società libera dalle mafie e dalla corruzione, la società delineata dagli articoli della Costituzione e custodita nel suo spirito.
Va contro questo spirito il provvedimento che trasforma la detenzione al 41bis dei boss mafiosi in arresti domiciliari".
Per don Ciotti, "tanto più inaccettabile, tale provvedimento, perché il 41bis garantisce il distanziamento sociale, perché nel caso di accertate patologie esistono all'interno del sistema carcerario strutture sanitarie in grado di accogliere e curare al meglio i detenuti malati. Non ultimo, perché nessuno di questi boss ha mai dato segni concreti di ravvedimento, collaborando perché sia garantita giustizia alle vittime e ai loro famigliari. Perciò il nostro invito è di porre al più presto rimedio a un provvedimento sotto molti aspetti scellerato, quali che siano le motivazioni che l'hanno indotto".
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