di Manfredi Alberti
Il Manifesto, 28 aprile 2020
Covid-19. L'esperienza del lockdown non è solo privazione delle libertà: ci pone di fronte all'evidenza che i grandi obiettivi di utilità collettiva possono essere raggiunti solo con un forte intervento pubblico. Le recenti stime diffuse dal Fondo monetario internazionale indicano che il "Grande lockdown" potrebbe produrre a fine anno una recessione mondiale di proporzioni mai viste, almeno dai tempi della crisi del 1929.
Guardando al caso dell'Italia il quadro appare ancora più fosco. La caduta del Pil prevista per il 2020 (-9,1%), infatti, potrebbe essere molto simile a quella avutasi nel 1945 al termine della Seconda guerra mondiale (-10,3%), determinando quindi una recessione decisamente più grave di quelle seguite alla Grande guerra (- 5,6% nel 1919), al famoso crollo di Wall Street (- 4,7% nel 1930), e al fallimento di Lehman Brothers (-5,5% nel 2009).
Bastano questi dati a legittimare l'analogia, sempre più diffusa nel linguaggio giornalistico e politico, fra la pandemia di Covid-19 e l'esperienza della guerra? La questione merita a mio avviso una risposta articolata. Per molti versi è giusto ritenere fuorvianti e retoriche le metafore belliche utilizzate per descrivere la gestione sanitaria dell'epidemia, trasformando i morti in "caduti", gli ospedali in "trincee" e medici e infermieri in "eroi".
La "chiamata alle armi" contro il virus, infatti, rischia di rendere più facile l'occultamento delle responsabilità politiche di coloro che hanno svilito la sanità pubblica negli ultimi anni, o di legittimare possibili restringimenti degli spazi di democrazia, come dimostra il caso dell'Ungheria. Le grandi guerre europee del passato sono state enormi carneficine con milioni di morti, mosse dal nazionalismo e dall'imperialismo, che nulla hanno a che fare con la cura dell'altro che è implicita nell'attuale sforzo di tutela della salute pubblica.
Ciò nonostante, bisogna pur riconoscere che l'emergenza sanitaria sta producendo trasformazioni e ponendo alcuni problemi per certi versi comparabili, fatte le dovute distinzioni, a quelli di un'economia di guerra (come la gestione centralizzata di risorse reali e finanziarie e la rapida interruzione o riconversione di alcune produzioni), offrendo al contempo nuove opportunità per un ripensamento complessivo dell'assetto sociale ed economico.
Per comprendere meglio questo aspetto, sarà utile rievocare ancora oggi quel conflitto e quella rivoluzione che poco più di cento anni fa sconvolsero il mondo: la Grande guerra e l'inizio dell'edificazione del socialismo in Russia. Non tanto per il precedente costituito dall'influenza "spagnola", scoppiata tra il 1918 e il 1919, quanto piuttosto per il fatto che l'attuale pandemia, al pari di quei lontani eventi, ci pone ancora una volta di fronte ai limiti di un'economia e di una società fondati sull'uso privato delle risorse, e sollecita la sperimentazione di nuove e superiori forme di organizzazione sociale.
Da questo punto di vista si rivelano illuminanti le riflessioni che Lenin fece tra il 1917 e il 1918. Nel settembre del 1917, scrivendo La catastrofe imminente e come lottare contro di essa, Lenin riusciva a scorgere nell'economia di guerra, e in particolare nel "capitalismo monopolistico di Stato" tedesco, i germi del socialismo e della pianificazione.
L'emergenza della guerra stava infatti accelerando la nascita di una gestione centralizzate delle risorse, capace, potenzialmente, di delineare un nuovo modo di produrre e distribuire la ricchezza, a vantaggio di tutti, anche se la macchina statale funzionava ancora a beneficio di pochi privilegiati. Il controllo statale sulla finanza e sulla produzione in tempo di mobilitazione bellica, notava Lenin, implicava ad esempio la necessità di superare l'uso privato, e quindi riservato, di informazioni vitali per la gestione dell'economia, come i dati commerciali delle aziende.
Fatte le dovute distinzioni, anche oggi si pongono problemi analoghi nella gestione dell'emergenza sanitaria, rispetto, per esempio, all'utilizzo di quei Big Data che sono già, di fatto, raccolti a fini di profitto dai grandi monopoli privati dell'informazione, da Google a Microsoft, e che potrebbero essere messi a disposizione di tutti, sotto un controllo democratico, per scopi sanitari e di utilità sociale (si pensi, da questo punto di vista, ai casi pur diversi della Cina e della Corea del Sud).
Gli esempi si potrebbero moltiplicare. Oggi, più ancora che cento anni fa, la produzione capitalistica è già, in un certo senso, "socializzata", cioè capace di connettere settori produttivi, mercati e consumatori. Queste potenzialità possono emergere coerentemente solo a patto di ricondurre sotto un controllo collettivo le informazioni e le decisioni sulla produzione.
Da questo punto di vista l'esperienza del lockdown, che al momento appare a molti solo come una temporanea compressione delle libertà individuali, ci pone di fronte all'evidenza che i grandi obiettivi di utilità collettiva (la salute, il ripensamento dei consumi, degli stili di vita, della mobilità, dei tempi di lavoro, dell'uso delle risorse naturali) possono essere raggiunti solo con un forte intervento pubblico che indirizzi e coordini l'azione dei singoli. Sarà bene non dimenticarsene, e agire di conseguenza, una volta superata questa fase.
ilpost.it, 28 aprile 2020
Una distesa di uomini uno attaccato all'altro, senza alcuna distanza di sicurezza, ma con le mascherine. Sono le agghiaccianti immagini che arrivano dal carcere di Izalco nel El Salvador. Il presidente della repubblica centramericana di El Salvador, Nayib Bukele, ha radunato centinaia di membri delle pericolose gang criminali del paese che sono detenuti in diverse carceri per perquisire le loro celle, facendo una gran pubblicità all'operazione sui social network.
La misura è stata decisa dopo un inatteso picco negli omicidi avvenuto nel weekend, ma ha attirato molte critiche per il modo in cui sono stati radunati i detenuti, ammassati a centinaia l'uno attaccato all'altro: un trattamento brutale anche in tempi normali, ma particolarmente preoccupante in un periodo in cui in tutto il mondo vengono presi provvedimenti per favorire il distanziamento sociale.
El Salvador è il paese con il più alto tasso di omicidi per abitante al mondo: circa 62 ogni 100mila abitanti all'anno. È un dato che è comunque diminuito moltissimo, visto che nel 2015 era di 105 omicidi ogni 100mila abitanti. Un calo drastico è avvenuto in particolare nell'ultimo anno, cioè più o meno da quando si è insediato Bukele, 39enne ex sindaco della capitale San Salvador con un passato nella sinistra radicale ed eletto come indipendente con un partito di unità nazionale.
Quelli dello scorso weekend sono stati però i giorni con più omicidi dall'insediamento di Bukele, con 23 omicidi venerdì, 13 sabato e 24 domenica. Secondo il governo, gli omicidi sono stati ordinati dai membri delle principali gang del paese - le due principali sono la MS-13 e la Calle 18 - che si trovano nelle principali prigioni.
Per questo Osiris Luna Meza, a capo delle prigioni nazionali, ha annunciato estese perquisizioni e confinamenti solitari dei detenuti considerati più pericolosi, sostenendo sia necessario per contenere gli omicidi. Bukele ha pubblicato molte foto delle operazioni sui social network, attirando critiche che sono andate oltre quelle per l'abituale disumanità del trattamento dei detenuti, piuttosto comune nel paese.
Molti infatti hanno protestato per le poche precauzioni prese per limitare un'eventuale diffusione del coronavirus. Il rischio che si diffonda nelle carceri, dove sarebbe difficilissimo da controllare, è tenuto in alta considerazione in gran parte dei paesi del mondo interessati dall'epidemia. Finora a El Salvador sono stati registrati pochi contagi ufficiali, 323, e 8 morti, con circa 20mila test eseguiti finora.
Il contagio sembra essere sotto controllo principalmente per via delle tempestive e rigide misure restrittive introdotte da Bukele fin da metà marzo, ancora prima dei primi casi registrati nel paese. Da allora centinaia di persone sono state arrestate per averle violate, e in certe zone sono state le stesse gang a far rispettare con le minacce le norme di distanziamento sociale.
Jose Miguel Cruz, esperto di gang criminali di El Salvador, ha detto al Washington Post che il picco di omicidi nel weekend ha "distrutto l'idea che il governo abbia il controllo totale sul crimine".
Secondo Cruz, la diminuzione delle violenze negli ultimi mesi era dovuta in parte alle attività della polizia, ma anche a una decisione strategica delle stesse gang, che ora sembrano aver deciso di tornare a uccidere in maniera molto visibile, per motivi ancora non chiari. Osservatori e analisti negli ultimi mesi avevano avanzato la possibilità che il calo degli omicidi dipendesse da un accordo segreto tra gang e governo, che però ha sempre negato questa tesi.
di Carla Chiappini*
Ristretti Orizzonti, 27 aprile 2020
Breve nota in merito alla deontologia professionale. Leggo e rileggo il pezzo di Lirio Abbate uscito la scorsa settimana su l'Espresso che dava notizia della concessione della detenzione (non credo gli arresti, visto che era già condannato e detenuto) domiciliare a Francesco Bonura condannato per associazione mafiosa a 23 anni e recluso al 41bis nel carcere di Opera.
di Liana Milella
La Repubblica, 27 aprile 2020
Il Guardasigilli Bonafede coinvolge i magistrati antimafia e manda gli ispettori ai giudici di sorveglianza, ma dopo le rivolte il direttore delle carceri Basentini finisce di nuovo tra le polemiche. I magistrati antimafia sono in rivolta contro le scarcerazioni dei boss. Sei sono quelle più note, ma c'è chi ne conta addirittura quaranta.
agenzianova.com, 27 aprile 2020
In ambito penitenziario, "i casi sintomatici dei nuovi ingressi sono posti in condizione di isolamento dagli altri detenuti, raccomandando di valutare la possibilità di misure alternative di detenzione domiciliare". È quanto si legge nel testo del Dpcm firmato ieri sera dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.
Il Giorno, 27 aprile 2020
Notizie false e gonfiate, con dati disomogenei sommati tra loro in maniera da rappresentare una situazione di allarme sulla diffusione del Covid-19 negli Istituti penitenziari, che allo stato non c'è.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 27 aprile 2020
Ma quale potrebbe essere la Fase 2 in carcere? Quando riapriranno le sale colloqui? Quando rientrerà il Volontariato? Quando finirà quel "distanziamento sociale" che nelle galere si è esercitato solo nei confronti della società esterna, scuola e volontari, che sono stati subito messi fuori, mentre tra detenuti continua la più rischiosa vicinanza? Sono domande che il Volontariato non si limita a porre astrattamente, ma a cui vorrebbe collaborare a trovare delle risposte.
tenews.it, 27 aprile 2020
Da oggi inizia la didattica a distanza per gli studenti ospiti della Casa di reclusione di Porto Azzurro. "Riusciamo a far partire - spiega il preside del Foresi Enzo Giorgio Fazio - la didattica a distanza anche con la sezione carceraria del liceo scientifico. Un risultato reso possibile da diversi soggetti che ringrazio per il positivo contributo e la collaborazione: il direttore dott. Francesco D'Anselmo, la Polizia penitenziaria e l'Area pedagogica".
Viene utilizzata la medesima piattaforma impiegata per tutti gli altri alunni. In questo caso, però, è necessaria la mediazione degli educatori, non potendo i detenuti utilizzare la connessione internet.
"Tutti - aggiunge il preside Fazio - riceveranno i materiali predisposti dai docenti. Per la Quinta classe, impegnata nell'Esame di Stato, attiviamo le videolezioni sincrone, in modo da consentire anche l'immediata interazione". Per il Foresi si tratta di affermare alcuni principi. Primo fra tutti l'inclusione, perché la scuola non deve lasciare nessuno indietro. E, infatti, appena scattata la sospensione delle attività didattiche per l'emergenza sanitaria, i docenti, d'intesa con il dirigente scolastico e l'istituto penitenziario, avevano subito attivato un canale di invio di materiali da far pervenire agli studenti, utilizzando la posta elettronica. Ora, un passo avanti che riconosce fattivamente la pari dignità degli studenti, garantendo il diritto allo studio.
Comunicato dell'Istituto Statale d'Istruzione Superiore "R. Foresi" Portoferraio
Il Messaggero, 27 aprile 2020
"Nell'ambito del Piano predisposto dalla Regione per la gestione delle fragilità indotte da Covid-19 - ha spiegato l'assessore regionale alla Salute, Luca Coletto - la priorità è riuscire ad individuare le persone in condizione di fragilità che, in questo periodo di emergenza, rischia di diventare ancora più grave, ma
l'ulteriore sfida è quella di proteggere le comunità dal rischio di infezione evitando che possano trasformarsi in veri e propri focolai come, purtroppo, è già accaduto in altre regioni. A tal fine, sono stati definiti dei percorsi per garantire la salute degli ospiti di queste strutture e di tutti coloro che vi lavorano. In questo contesto, è stata dedicata grande attenzione alle 4 carceri del territorio regionale".
"Proprio ieri - ha reso noto Coletto - sono arrivati gli ultimi risultati di un primo monitoraggio che prevedeva di rilevare per ora la positività al coronavirus solo sui detenuti in mobilità al loro primo ingresso in carcere, mentre si sono privilegiati i controlli sulla polizia penitenziaria e sugli operatori che potrebbero involontariamente portare il virus dentro le strutture. Complessivamente - ha continuato l'assessore - su 2.482 soggetti, di cui 1.451 detenuti e 1.031 tra polizia penitenziaria, operatori e sanitari, sono stati effettuati 1.304 tamponi pari al 52,54 per cento dei soggetti totali: 276 tamponi sono stati fatti ai detenuti (19,02 per cento), altri 1.028 (99,71 per cento) al personale in servizio, gli unici a non essere stati monitorati sono stati i soggetti in ferie o assenti per un lungo periodo".
Dal monitoraggio nella prima fase era risultato positivo un detenuto, trasferito in Umbria e in isolamento già dal momento dell'ingresso nella struttura penitenziaria e che attualmente, dopo la relazione al magistrato, è agli arresti domiciliari nella sua residenza fuori regione. Inoltre, un operatore risultato positivo per contatti esterni e da subito in isolamento, è stato dichiarato guarito dopo l'esito di due tamponi negativi.
di Gianni Barbacetto
Il Fatto Quotidiano, 27 aprile 2020
"Corriamo il rischio di una bancarotta per l'effettività del sistema penale". Sebastiano Ardita, membro togato del Csm, commenta così le recenti scarcerazioni, anche di mafiosi del calibro di Pasquale "bin laden" Zagaria, dovute - almeno secondo le motivazioni di alcuni Tribunali di sorveglianza - all'emergenza Covid-19.
Dottor Ardita, le scarcerazioni causa coronavirus sono una buona scelta?
Per essere una buona scelta, si sarebbe dovuto provare con uno studio, statistico ed epidemiologico, che in carcere ci fosse un rischio maggiore per la vita dei detenuti. Ad oggi questa prova non c'è, ma c'è l'indizio opposto. Sono morte per coronavirus 26.383 persone libere e solo una persona detenuta che, peraltro, ha contratto il virus mentre era in ospedale e non in carcere. E siccome pare che siano usciti finora circa 6.000 detenuti, senza la prova della necessità di queste scarcerazioni, sono andate in fumo fatica, costi e credibilità della giustizia.
A essere scarcerati sono anche i mafiosi. Ma non erano esclusi?
I mafiosi erano esclusi - almeno sulla carta - rispetto alla detenzione domiciliare concessa dal "cura Italia", ma grazie a quella iniziativa hanno beneficiato di un "effetto domino" nei procedimenti per incompatibilità col regime carcerario, che si basano su altri presupposti.
Quali?
Il nesso di causalità, indimostrato, tra carcere e contagio del virus ha trovato spazio in un provvedimento del governo ed è stato semplice trasferire questo concetto in una circolare del Dap che lo ha fatto proprio lanciando l'allarme sui nessi tra patologie pregresse e infezione (ma senza la prova che il carcere la favorisca). Infine si è ritrovato il tutto nei provvedimenti della magistratura di sorveglianza che ha ripreso per i mafiosi le medesime preoccupazioni espresse dal Governo. E così i mafiosi sono stati scarcerati con provvedimenti che - tra le altre motivazioni - contengono anche il riferimento al pericolo di contrarre in carcere il virus.
Il governo e il ministro hanno responsabilità?
Ce l'hanno nella misura in cui hanno risposto alle rivolte dei detenuti con una legge svuota-carceri. Ciò ha contribuito a sbilanciare fortemente il rapporto tra prevenzione penitenziaria e diritti individuali fino a far ritenere prevalente un rischio indimostrato per la salute individuale rispetto ad un danno certo per la prevenzione antimafia derivante dalla uscita di boss.
Quindi non sono solo scelte dei Giudici di sorveglianza?
Sono scelte di bilanciamento tra beni costituzionali - la salute del singolo e il pericolo della mafia - che risentono di un criterio di valutazione che il giudice trae anche dalla coscienza sociale. A ventotto anni dalle stragi, nella nostra società e nelle istituzioni la sensibilità rispetto al fenomeno mafioso è letteralmente crollata.
Come rispondere a chi sostiene che avere riserva su queste scarcerazioni sia volere la pena di morte?
Delle due l'una: o è stata applicata fino a qualche mese fa e non ce ne siamo accorti o forse prima lo Stato era più attento nel salvaguardare la vita dei cittadini che, anche loro, rischiano di essere condannati a morte.
È possibile coniugare umanità ed essere convinti che purtroppo 41bis è necessario?
L'umanità dell'esperienza penitenziaria non può essere messa in discussione, ma finché esiste Cosa nostra è necessario il 41bis. Solo che la nuova linea di Cosa nostra, quella della distensione nata dopo le stragi dall'alleanza tra Provenzano e Santapaola, rende invisibili i fenomeni e porta già a casa alcuni risultati. A parte Bonura, a Catania è stato scarcerato il boss Ciccio La Rocca, che è ottantenne, malato e capo di una famiglia mafiosa esattamente come lo è Nitto Santapaola, ma è solo meno famoso. Tragga lei le conclusioni.
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