recensione di Giuliano Cazzola
Il Riformista, 29 aprile 2020
Il saggio di Filippo Sgubbi. "Il reato è diventato una colpa per talune categorie sociali: un male insito nell'uomo. Una sorta di peccato originale". Lo studioso mette in evidenza la trasformazione intervenuta nel diritto e nella procedura penale tanto da alterare l'equilibrio tra i diversi poteri dello Stato.
L'opinione pubblica non si è ancora accorta che, col pretesto dell'epidemia del Covid-19, la legislazione d'emergenza ha azzerato non solo i fondamentali diritti di libertà (politici, religiosi, civili) ma ha trasformato in reati le più elementari regole di comportamento che gli esseri umani utilizzano da quando i cavernicoli hanno cominciato ad esplorare il territorio.
Ormai la nostra esistenza è regolata da un solo diritto: quello penale. A questo proposito consiglio la lettura di un lepidus libellus di Filippo Sgubbi "Il diritto penale totale. Punire senza legge, senza verità, senza colpa. Venti tesi, edito da Il Mulino.
Già il titolo è eloquente, ma nelle 88 pagine del libellus, Sgubbi, ex docente di diritto penale e autore di pubblicazioni fondamentali nella materia, mette in evidenza la trasformazione intervenuta nel diritto e nella procedura penale, tanto da alterare le funzioni che non solo la Costituzione, ma prima ancora gli ordinamenti liberali, ripartiscono tra i diversi poteri dello Stato.
Peraltro questo breve saggio è stato scritto prima che si affacciasse, anche nelle previsioni degli indovini, la prospettiva di un contagio con effetti devastanti sulla vita e le abitudini dei cittadini e distruttivi per l'economia, il reddito e l'occupazione.
Il quadro tracciato da Sgubbi si è trasformato in una sorta di quadratura del cerchio nel rapporto tra lo Stato e il cittadino attraverso un uso repressivo della legge. Il diritto penale è divenuto ancora di più totale "perché ogni spazio della vita individuale e sociale è penetrato dall'intervento punitivo che vi si insinua.
Totale "perché anche il tempo della vita individuale e sociale è occupato dall'intervento punitivo che, quando colpisce una persona fisica o giuridica, genera una durata della contaminazione estremamente lunga o addirittura indefinita, prima della risoluzione finale. Tanto che le norme sulla sospensione della prescrizione somigliano al sistema punitivo degli antichi Tribunali episcopali, i quali disponevano del potere di irrogare penitenze che potevano durare fino alla morte del trasgressore.
E ancora, totale soprattutto perché è invalsa nella collettività e nell'ambiente politico la convinzione che nel diritto penale si possa trovare il rimedio giuridico ad ogni ingiustizia e a ogni male. E qui Sgubbi - senza citare casi concreti ma consentendo al lettore di risalire a eventi della cronaca - denuncia gli interventi governativi che di fronte a fatti disastrosi, ampiamente presenti e diffusi dai media, pretendono di aver immediatamente identificato il responsabile, prescindendo dall'operato della magistratura reputato troppo lento nell'acquisire le prove e nel giudicare.
Una forma di pretesa irrilevanza delle prove come quella manifestata da certi gruppi (l'autore di riferisce a movimenti come il #metoo) che mirano ad incolpare senza provare. A questo proposito l'autore si sofferma sul tema delle molestie sessuali di tipo verbale o non verbale, "indesiderate", dove la tipicità penale del fatto scaturisce direttamente dal gradimento o meno da parte del destinatario.
La percezione della vittima diventa elemento costitutivo del reato: "La condotta dell'agente può essere oggettivamente neutra, ma se viene percepita come lesiva dall'interlocutore diventa reato. Ne deriva che nei processi penali le prove non si limitano ad applicare il sillogismo classico dell'illiceità, confrontando il comportamento specifico dell'imputato con la norma di carattere generale, ma la ricerca verte anche sull'esistenza o meno della illiceità ovvero di una norma che sanzioni quel comportamento.
È il caso di incriminazioni non di origine legislativa ma giurisprudenziale, tra le quali spicca il cosiddetto concorso esterno nei reati associativi ove l'imputato potrà apprendere solo dal dispositivo della sentenza - e quindi ex post - se la propria condotta rientra o meno in tale fi gura. La giurisprudenza - che dovrebbe limitarsi a decidere sul caso concreto - è divenuta, impropriamente, non solo fonte del diritto, ma persino creatrice della norma, al posto e in sostituzione del potere legislativo.
L'apparato penale - spiega Sgubbi - costruito per definire l'area dell'illecito e per legittimare l'applicazione delle sanzioni, diventa il supporto per l'adozione di scelte decisionali di governo economico-sociali. La "distorsione istituzionale" viene così spiegata: La decisione giurisprudenziale diventa - secondo l'autore - una decisione non soltanto di natura legislativa, quale regola di comportamento, ma anche di governo economico-sociale imperniato sull'opportunità contingente.
Ma la critica (le norme penali così assumono un ruolo inedito. Sono fattori non di punizione, ma di governo) non si ferma qui. Il sequestro di aree, di immobili, di un'azienda o di un suo ramo, il sequestro di un impianto industriale e simili incide direttamente sui diritti dei terzi. Con tali provvedimenti cautelari reali - prosegue Sgubbi - la magistratura entra con frequenza nel merito delle scelte e delle attività imprenditoriali, censurandone la correttezza sulla base di parametri ampiamente discrezionali della pubblica amministrazione e talvolta del tutto arbitrari.
Si staglia, poi, nel contesto di una giustizia penale sempre più avulsa dalle sue finalità, la fattispecie della responsabilità penale senza colpa (dal binomio innocente/colpevole si passa al binomio puro/impuro).
In sostanza, il reato è diventato una colpa per talune categorie sociali: non nel senso tradizionale di uno specifico fatto - sostiene Sgubbi - commesso da una persona e connotato da colpevolezza, bensì come un male insito nell'uomo e nel suo ruolo nella società. Il reato e la colpa sono uno status che precede la commissione di un fatto.
Assomiglia, per gli "impuri", al peccato originale. Non si tratta di una colpa generale inerente alla persona umana come tale, ma è legata al ruolo sociale ricoperto o alla tipologia dell'attività che svolge nella vita (in particolare, la politica, ndr). Così talune categorie sociali sono "pure" per definizione e prive di colpa (esempio gli occupanti abusivi di case); anzi la loro condizione di illegalità, talvolta, è creatrice di diritti (come l'allacciamento abusivo alla corrente elettrica).
Gli appartenenti ad altre categorie, invece, dovranno dimostrare la loro contingente ed episodica purezza (un innocente è solo un colpevole che l'ha scampata); cioè saranno costretti a provare che in quella circostanza eccezionalmente non gli può essere imputato nulla. Per gli impuri "la salvezza penale è ardua" perché devono vincere la presunzione di colpevolezza e superare l'inversione dell'onere della prova.
È la casta; e in quanto tale è condannata ad un costante e immanente sospetto di illecito. Si è cominciato e si continua così. Il fatto è che questi abusi sono sorretti da un sostanziale consenso. Nella serata del 25 Aprile, mi ha impressionato una trasmissione televisiva, durante la quale la conduttrice si collegava con un operatore a bordo di un elicottero delle Forze dell'Ordine che sorvolava Roma per individuare degli assembramenti ed orientare, dall'alto, l'intervento delle pattuglie dei Carabinieri.
Io operazioni siffatte le ho viste compiere solo nel Cile ai tempi di Pinochet, quando la Cgil mi incaricò - come si faceva tutti gli anni - di recarmi a Santiago per parlare al comizio (proibito) organizzato dai sindacati dell'opposizione. La presenza di un sindacalista straniero alla loro manifestazione era un modo di proteggere quei lavoratori dagli interventi repressivi della Polizia del regime, che non gradiva far parlare di sé sul piano internazionale. Siamo a questo punto? La democrazia italiana sta diventando una "democratura"?
di Fiorenza Elisabetta Aini
gnewsonline.it, 29 aprile 2020
Ieri mattina il cancello del carcere di Bergamo si è aperto per far entrare un tir carico di prodotti per l'igiene personale, donati da L'Orèal Italia. L'iniziativa è in coerenza con il piano di solidarietà europeo del Gruppo che sta distribuendo 400mila pezzi ad associazioni caritatevoli sul territorio che sostengono famiglie e persone colpite da Covid-19, ed è stata affidata alla mediazione dell'associazione Banco Building, una onlus che si occupa di fare da ponte tra aziende e mondo no-profit per eliminare gli sprechi e favorire la sostenibilità ambientale con il riutilizzo di materiali di vario genere.
"Siamo orgogliosi di essere riusciti a rispondere alle richieste di associazioni che operano nel mondo delle carceri, dando così un segnale di attenzione a una realtà in crisi. Siamo certi che questa collaborazione, nata in un contesto drammatico, proseguirà anche in futuro" ha dichiarato Silvo Pasero, presidente Banco Building Onlus.
Ad accogliere il tir carico di prodotti, e poi a scaricarli, hanno provveduto i detenuti che lavorano per la manutenzione ordinaria del fabbricato all'interno dell'istituto penitenziario, il Comandante e alcuni agenti di Polizia Penitenziaria.
ansa.it, 29 aprile 2020
Sono 120 i detenuti in 4 prigioni turche risultati finora positivi al coronavirus. Lo ha annunciato il ministro della Giustizia di Ankara, Abdulhamit Gul, precisando che tutti sono stati ricoverati in ospedale e risultano in buone condizioni. Due settimane fa la Turchia ha approvato una maxi-amnistia che ha permesso la liberazione di circa 90 mila prigionieri, un terzo del totale, per ridurre i rischi di diffusione del Covid-19 nei suoi sovraffollati istituti penitenziari. Il ministro ha inoltre reso noto che la concentrazione di persone nei tribunali si è ridotta del 95% a seguito dei rinvii di molti processi, la cui ripresa è attualmente prevista il 15 giugno ma potrebbe essere anticipata in caso di miglioramento della curva dei contagi.
di Federico Larsen
Il Manifesto, 29 aprile 2020
Emergenza doppia. Sovraffollamento, misure insufficienti per contenere i contagi, sommosse e proteste attraversano tutto il continente. Numeri da incubo. L'allarme lanciato già a marzo dall'Alto commissario Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet: 1 milione e mezzo di reclusi in "condizioni igieniche deplorevoli".
Dall'inizio della pandemia le carceri latinoamericane sono in subbuglio. Sospese le visite, moltiplicate le misure di isolamento, spesso in celle speciali, e ridotti i momenti di svago e socialità, si registrano proteste e sommosse in tutta la regione. A marzo, 1350 reclusi sono fuggiti durante le rivolte nei penitenziari di São Paulo contro l'annullamento dei permessi di uscita transitoria; il 21 marzo, 23 persone sono state uccise dalla polizia durante una protesta nel centro La Modelo, in Colombia; durante le ribellioni causate dalle condizioni sanitarie e le misure speciali adottante dovuto al Coronavirus, sono morti altri dieci detenuti in Venezuela, due in Perù, cinque in Argentina.
Tra le principali denunce, quella del sovraffollamento è una costante. Salvo Messico, Belize, Uruguay e Cile, tutti i paesi latinoamericani hanno da tempo colmato le capacità del proprio sistema penitenziario secondo dati del World Prision Brief. In Bolivia le prigioni hanno un'occupazione del 363%, in Guatemala del 357% in Perù del 232%. In Brasile, dove i prigionieri superano il 167% della capacità penitenziaria, secondo dati del ministero della Salute del 2018 in carcere la possibilità di contrarre tubercolosi è 35 volte superiore.
L'allarme era stato già lanciato a marzo dall'Alto commissario delle Nazioni unite per i diritti umani, Michelle Bachelet: un milione e mezzo di reclusi in America Latina si trovano in "condizioni igieniche deplorevoli" e i servizi sanitari penitenziari sono "inadeguati o inesistenti".
La politica sudamericana, dalla forte tradizione punitivista, ha cominciato a prendere nota. Il governo del Perù, nelle cui prigioni sono già stati registrati 613 casi positivi al Covid-19 e 13 vittime, ha concesso l'indulto a 3.000 persone, seguendo così i suggerimenti di organizzazioni internazionali come l'Onu, o Human Rights Watch. Cile e Colombia hanno concesso i domiciliari ad altri 7.500 detenuti, e in Argentina si discute tra mille polemiche una misura simile.
É proprio a Santiago de Chile che si registra il focolaio più preoccupante di contagio: nel carcere di Peunte Alto su 1100 reclusi, 300 sono risultati positivi al test di Coronavirus. La Repubblica Dominicana ha registrato 239 casi tra i carcerati, mentre il Brasile ne ha informati 104 e quattro morti.
Ufficialmente i contagiati nelle prigioni latinoamericane sono 1.400, anche se si teme che sia un dato poco affidabile: in Brasile ad esempio sono stati fatti solo 682 test su 773mila detenuti. Bachelet ha puntato il dito specialmente contro le misure preventive di privazione della libertà, che aumentano il numero di detenuti ben oltre le soglie internazionalmente stabilite con "motivi giuridici insufficienti".
In Argentina 6 prigionieri su 10 attendono la condanna definitiva in celle da un metro quadrato a testa. In Paraguay sono in custodia cautelare il 77% del totale dei detenuti, in Bolivia il 70% e in Venezuela il 63%. Ridurre la popolazione carceraria è dunque il principale consiglio di tutte le organizzazioni internazionali per il continente.
Eppure, l'opposizione a iniziative simili è generalizzata, e nessun governante sembra voler assumerne il costo politico. In Argentina una senatrice del partito dell'ex presidente Macri ha addirittura accusato il governo peronista di voler creare "pattuglie di galeotti per attaccare giudici ed espropriare aziende come in Venezuela", dopo pochi giorni di discussione pubblica. Un tabù che si sta trasformando lentamente in tragedia.
di Ronaldo Schemidt
Internazionale, 29 aprile 2020
Dall'inizio della pandemia molti paesi hanno dovuto fare i conti con sistemi penitenziari che già prima della diffusione del nuovo coronavirus avevano mostrato tutti i loro limiti. Istituti sovraffollati, in molto casi vecchi e spesso carenti dal punto di vista sanitario, si sono ritrovati a dover gestire una crisi di tipo planetario e in molti casi stanno facendo fatica a contenere il contagio. Il New York Times ha provato a capire cosa sta succedendo tra i detenuti e cosa stanno facendo i governi per rispondere all'emergenza.
A marzo in tredici penitenziari colombiani sono scoppiate delle rivolte che hanno causato la morte di 23 persone. Come in altri paesi, compresa l'Italia, le proteste sono nate per un insieme di motivi: dalla paura per il contagio in luoghi per loro natura sovraffollati e chiusi, alle ulteriori restrizioni imposte ai detenuti, alle condizioni di invivibilità di molti istituti. Il 24 aprile i carcerati di Villa Devoto a Buenos Aires, in Argentina, sono saliti sul tetto, hanno bruciato dei materassi e mostrato uno striscione con scritto: "Ci rifiutiamo di morire in prigione".
"La facilità con cui il virus si è diffuso dietro le sbarre è diventata evidente a febbraio", scrive il New York Times, "quando 555 detenuti sono risultati positivi nelle carceri delle province dello Hubei, dello Shandong e del Zhejiang, in Cina". I casi si sono moltiplicati in tutto il mondo. Negli Stati Uniti - dove una ricerca ha documentato che il 96 per cento di circa 3.300 detenuti trovati positivi al virus era asintomatico - il sito Marshall Project ha denunciato il rischio che si corre nelle prigioni locali, dove ogni giorno migliaia di persone transitano (senza controlli sanitari) in attesa di un processo; a New York si sono registrati centinaia di contagi tra chi è detenuto nel complesso di Rikers Island; e anche negli istituti minorili sono decine le ragazze e i ragazzi risultati positivi.
Per limitare i contagi e i morti, molti paesi hanno deciso di applicare a migliaia di persone le pene alternative alla detenzione. L'Iran da un lato ha represso chi manifestava in cella per le condizioni delle prigioni, dall'altra ha liberato 85mila detenuti. In Turchia il parlamento ha approvato una legge che permette il rilascio temporaneo di 45mila persone. L'Indonesia ne ha liberate 30mila. La Francia diecimila. Anche in Italia - dove secondo i dati del ministero della giustizia i contagiati tra chi sta scontando una pena sono 94 - sono state previste delle misure per diminuire il sovraffollamento nelle prigioni, ma dall'inizio dell'epidemia a oggi hanno potuto accedervi seimila persone. Negli Stati Uniti, scrive il New York Times, sono migliaia. "In molti paesi, le carceri sono sovraffollate", ha dichiarato Michelle Bachelet, alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, "trascurarle avrebbe conseguenze catastrofiche".
di Vincenzo Vita
Il Manifesto, 29 aprile 2020
Ri-mediamo. La gravità della situazione determinatasi con il Covid-19 e l'andamento della crisi economica richiedono un salto di qualità: l'informazione è diventata decisiva non solo per il rispetto dei classici canoni deontologici, ma anche per garantire la sopravvivenza cognitiva di una società ferita e limitata nelle libertà. Oggi il tenace e fattivo sottosegretario con delega all'editoria Andrea Martella riferisce sul settore alla commissione cultura della Camera dei deputati.
Qualche richiesta emersa dal vasto e articolato universo ha trovato spazio nei recenti decreti "Cura Italia" e "Liquidità. Tuttavia, la gravità della situazione determinatasi con il Covid-19 e l'andamento della crisi economica richiedono un salto di qualità. L'informazione è diventata decisiva non solo per il rispetto dei classici canoni deontologici, bensì anche per garantire la sopravvivenza cognitiva di una società ferita e limitata nelle libertà.
Insomma, l'annunciata riforma per la cosiddetta fase 5.0 intanto potrà avvenire, in quanto i protagonisti del sistema arriveranno all'appuntamento illesi e vivi. Ricordiamoci che (dati della federazione degli editori) dal 2007 al 2018 le vendite dei giornali si sono ridotte del 46,5% e la raccolta pubblicitaria del 70%. Non solo. Nello stesso periodo le testate interessate al Fondo per il pluralismo e l'innovazione sono passate da più di 250 a 107.
In un settore contiguo come la radiofonia, la parabola è stata persino clamorosa: da oltre mille stazioni si è arrivati a poche centinaia, stando alle richieste di finanziamento previste dallo specifico regolamento del ministero dello Sviluppo. Si sente l'urgenza di uno Stato innovatore capace di considerare le testate non una spesa, bensì un investimento strategico. Del resto, un recente studio del dipartimento della presidenza del consiglio mostrò che in Europa (ivi compreso il Regno unito) le risorse pubbliche sono assai rilevanti.
Sembra profilarsi nel prossimo decreto del governo uno sforzo ulteriore: dal sostegno doverose alle edicole, al credito di imposta per la pubblicità e la carta, al ritorno della pubblicazione obbligatoria degli avvisi legali. E forse altro ancora. Ecco. È vero che nella scorsa legge di Bilancio fu rinviato il taglio del fondo deciso dall'esecutivo precedente, ma nell'emergenza attuale è indispensabile garantire almeno la copertura per il 2020 e recuperare i ben 43 milioni persi dalla quota percentuale prevista dal canone della Rai.
Vi è, poi, il problema delle agenzie di stampa radiofoniche, che stanno in una specie di limbo. Vi dovrebbe essere un intervento per le iniziative digitali, se si è capito bene. Ma l'era digitale, affinché non si risolva in ulteriori impoverimenti e chiusure, richiede non uno spezzatino, bensì un consistente Welfare Communication, vale a dire una politica economica aperta e illuminata: spendere oggi per evitare dolorosi crolli domani.
In tal senso va la giusta proposta avanzata dalla federazione della stampa di imporre un prelievo del 5% (a favore dell'editoria) sul fatturato degli Over The Top che, oltre a disporre gratuitamente dei nostri dati, fatturano cifre corrispondenti ai bilanci dei principali stati del continente. In vista della preannunciata tassa da introdurre stabilmente senza perdere altro tempo, nonché del recepimento della direttiva europea sul copyright per ciò che concerne la remunerazione della fatica intellettuale.
Ultimo e nient'affatto ultimo: il lavoro. Rispetto alle misure già prese, ancorché irte di questioni interpretative, serve davvero un altro passo. La tragedia che stiamo vivendo spesso è raccontata da ottime/i croniste/i precarie/i o co.co.co. Vogliamo mettere fine una volta per tutte a simile amarissima piaga? Vale o no il principio generale per cui chi fa lo stesso lavoro ha diritto allo stesso contratto? Che il virus, almeno, scuota le coscienze.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 29 aprile 2020
Guerra e pandemia. Una dichiarazione roboante ma che segnala il fallimento dell'offensiva contro Tripoli. La situazione però potrebbe diventare ancora più pericolosa: la chiave sta nella mentalità di Haftar e del suo principale sponsor, gli Emirati Mohammed bin Zayed. Non ci sono alternative: o la vittoria o la sconfitta. Con la pandemia la diplomazia internazionale in Libia si è inabissata e parlano le armi che neppure il virus (pochi ancora i casi di contagio) e il Ramadan riescono a fermare. Il discorso dell'altra notte del generale Khalifa Haftar potrebbe sancire la spaccatura definitiva tra Cirenaica e Tripolitania.
Una dichiarazione roboante in cui si è autoproclamato capo assoluto ma che segnala il fallimento dell'offensiva contro Tripoli: la battaglia di Tarhuna, dove a sud est della capitale è sotto assedio di Sarraj e delle milizie turche di Erdogan, sarà decisiva per l'unità futura del Paese. Se viene sconfitto sarà costretto ad arroccarsi in Cirenaica e a rivedere i suoi ambiziosi obiettivi, già ridimensionati dopo la ritirata dall'Ovest. In realtà la situazione potrebbe diventare ancora più pericolosa. La chiave sta nella mentalità di Haftar e del suo principale sponsor, il principe ereditario degli Emirati Mohammed bin Zayed. Per questi due attori del fronte sostenuto da Egitto, Arabia saudita e Russia non ci sono alternative: o la vittoria o la sconfitta.
A Tripoli Haftar - che ha dichiarato nulli gli accordi di Skhirat per un governo nazionale - non è più ritenuto un interlocutore e circolano voci di un possibile accordo tra il presidente del parlamento di Tobruk, Aguilah Saleh, e Sarraj, per escluderlo. Se questo venisse confermato renderebbe furibondo e incontrollabile l'ex maresciallo di Gheddafi. La Russia, che pure ha inviato mercenari e aiuti ad Haftar, da qualche tempo nutre su di lui seri dubbi. Putin non l'ha mollato ma sia lui che Lavrov si sono legati al dito lo sgarbo clamoroso del gennaio scorso quando venne invitato a Mosca e rifiutò di firmare la tregua. La Russia in Libia e in Siria si gioca la sua presenza nel Mediterraneo. Come in Siria il concorrente principale è Erdogan ma proprio a Idlib russi e turchi stanno pattugliando congiuntamente l'area. Un segnale di collaborazione importante.
Il Cremlino, vista l'incapacità di Haftar, è più favorevole a una trattativa che non a una soluzione di forza. Inoltre ha mosso altre pedine mandando una delegazione siriana a trattare con Haftar l'invio di nuove milizie: un modo per sostenere il generale ma anche per tenerlo d'occhio. Senza contare che Assad sta rientrando nel consesso arabo e ha riallacciato rapporti con le monarchie del Golfo ritenute da Mosca essenziali per la ricostruzione siriana.
Haftar è pericoloso perché ha ancora il pieno appoggio degli Emirati che gli hanno messo a disposizione la tv Al Arabiya: qui è ospite fisso Al Mismari, il portavoce del generale che davanti alle mappe illustra conquiste e offensive che restano sulla carta. Con un'enfasi che la tv emiratina ha riservato soltanto all'occupazione di Aden da parte del Southern Transitional Council (Stc), sostenuto dal principe Bin Zayed: un'altra complicazione nella guerra per procura tra Iran e sauditi.
Non importa se poi le grandi manovre di Haftar vengono puntualmente smentite dai fatti, come è accaduto quando sembrava che il generale fosse sul punto di impadronirsi dell'Ovest e dei terminali Eni di Mellitah: quasi tutti sono cascati nella trappola mediatica degli Emirati. Il nocciolo della questione è che finora Emirati, Egitto e Arabia Saudita, Russia - un po' meno la Francia - ritengono che in Libia sia indispensabile l'uomo forte: l'obiettivo rimane la capitolazione di Tripoli e la fine dell'Islam politico con la cacciata dei Fratelli Musulmani. Cosa sempre più complicata perché l'arrivo della Turchia, che rifornisce di armi e droni Sarraj, ha mutato il quadro interno a Tripoli.
Con l'appoggio di Erdogan le milizie a maggiore contenuto ideologico islamista stanno tentando di prevalere sulle altre più legate ad attività puramente criminali. Sia chiaro: quelli che trafficano migranti non si sono certo fermati ma Ankara ha l'obiettivo di domare i cacicchi libici. Sempre più nebuloso appare il ruolo dell'Onu e dell'Europa: le Nazioni Unite stanno ancora cercando di nominare un inviato e la missione navale e aerea Irini per applicare l'embargo alle armi è un ectoplasma. Haftar viene rifornito via aerea o via terra dall'Egitto mentre Sarraj e i turchi protestano che loro sono il governo legittimo e quindi si sentono penalizzati. Ma è una manfrina: tutti fanno quel che vogliono.
La guerra per procura libica è sempre più in mano agli attori esterni. Con il blocco dell'export di petrolio da gennaio il Paese perde due miliardi di dollari di entrate al mese e a fine anno le riserve valutarie saranno quasi esaurite. Senza contare che con la pandemia e il calo drastico della domanda mondiale le quotazioni del barile sono crollate. Quando l'Europa e il nostro ministero degli Esteri alzeranno la testa dall'emergenza epidemia, troveranno sulla sponda Sud una Libia ancora più lontana.
di Rossana Miranda
formiche.net, 29 aprile 2020
Il giovane presidente ha diffuso le foto su come si stanno gestendo le divisioni di detenuti nelle carceri per ridurre la violenza. Una strategia molto pericolosa, secondo gli esperti. Ecco misure e rischi. "Sono finite le celle di una stessa gang, abbiamo mescolato tutti i gruppi terroristi nella stessa cella, in tutti i centri penali di sicurezza. Lo Stato si rispetta!".
Con questo tweet, accompagnato da una serie di immagini agghiaccianti, il viceministro per la Giustizia di El Salvador, Osiris Luna Meza, ha annunciato nuove misure nelle carceri del Paese. L'obiettivo è ridurre l'operatività di molti detenuti, che continuano ad emettere ordini all'esterno. Negli ultimi mesi, il numero di omicidi in El Salvador è aumentato e secondo le autorità gli ordini sono partiti dalle carceri.
I tweet e le immagini sono state retwittate dal presidente Nayib Bukele e da molti account ufficiali del governo. Nelle foto si vedono ammassati membri di gang rivali (gli esperti lo capiscono dai tatuaggi con i quali si identificano), tutti inginocchiati, alcuni con mascherine, senza che sia rispettata la distanza di sicurezza per evitare il contagio di Covid-19. Da marzo in El Salvador è stato dichiarato il lockdown per contenere la diffusione del virus.
"Le maras (organizzazioni criminali che operano in Centroamericano) sfruttano che quasi la totalità delle forze di sicurezza stanno controllando la pandemia", ha scritto Bukele su Twitter, il mezzo in cui comunica gran parte delle comunicazioni importanti. Successivamente, ha deciso di annunciare lo stato di emergenza nelle prigioni, autorizzando la polizia e l'esercito di fare uso "della forza letale" per contenere l'ondata di violenza nel Paese. "L'uso della forza letale è autorizzata per la difesa personale o la difesa della vita dei salvadoregni - ha scritto -. Chiediamo all'opposizione ad essere dalla parte della gente onesta, e alle istituzioni di smettere di proteggere chi uccide il nostro popolo".
La scelta è supportata, secondo Bukele, dalle informazioni in mano all'intelligence che molti degli ordini per gli omicidi sono partiti proprio dalle celle. Da quando è arrivato alla presidenza a giugno del 2019, Bukele è riuscito a ridurre il numero di omicidi nel Paese, grazie ad una strategia di sicurezza. L'indice di omicidi è passato da 51 ogni 100.000 abitanti nel 2018 a 35,8 nel 2019.
Per anni, El Salvador è stato uno dei Paesi più violenti al mondo, soprattutto per le attività di organizzazioni come Mara Salvatrucha (MS-13) e Barrio 18, che si dedicato al narcotraffico e l'estorsione.
Venerdì scorso, media locali hanno riportato una ventina di omicidi in un solo giorno, una tendenza che si è mantenuta tutto il fine settimana. Bukele ha annunciato le misure, tra cui la sospensione di qualsiasi contatto tra detenuti con l'esterno, il confinamento assoluto, 24 ore al giorno, e l'isolamento dei capi delle gang.
"Tutte le celle dei membri delle bande resteranno sigillate [...] Non potranno più vedere fuori dalla cella. Ciò impedirà loro di comunicare con segnali verso il corridoio. Resteranno dentro, al buio, con i loro amici dell'altra banda [...] Chi opponga resistenza - ha aggiungo Bukele - sarà abbattuto con la forza proporzionale e possibilmente letale dalla nostra forza pubblica".
Non si sono fatte attendere le critiche. Come riportato dalla Bbc, la Commissione Interamericana di Diritti Umani ha dichiarato di essere preoccupata per lo stato di emergenza delle prigioni in El Salvador, che "mette a rischio il diritto delle persone private dalla propria libertà". Secondo la Commissione di Diritti Umani di El Salvador, mischiare i membri di diverse gang nelle stesse celle "porterebbe un rischio totale, giacché ci saranno rivolte e omicidi selettivi o collettivi".
"Bukele cerca di dare carta bianca ai membri della forza pubblica per uccidere - ha spiegato José Miguel Vivanco, direttore per le Americhe di Human Rights Watch. Le sue indicazioni alla polizia o alle forze armate contraddicono gli standard internazionali".
Jeannette Aguilar, ricercatrice ed esperta di sicurezza e violenza, ha detto alla Bbc che queste misure di isolamento sono una bomba ad orologeria che potrebbe aumentare gli scontri: "L'isolamento permanente in condizioni precarie, con questo livello di ammassamento e con l'emergenza coronavirus, potrebbe fare esplodere nuovi conflitti a causa dello stress a cui si sottopongono i detenuti".
Ristretti Orizzonti, 28 aprile 2020
L'emergenza in atto ha imposto a noi, volontari e detenuti della redazione di Ristretti Orizzonti, di ripensare i nostri progetti, tra cui anche il progetto "Carcere e scuole: educazione alla legalità". È un progetto complesso, che compie 18 anni e ha attraversato tempi difficili in cui nessuno avrebbe scommesso sulla sua sopravvivenza, perché un progetto con al centro le storie delle persone detenute non ha vita facile.
di Giovanni Fiandaca
Il Riformista, 28 aprile 2020
Il ministro ha reagito alle critiche rivolte ai tribunali di Sorveglianza con la tentazione di costruire una nuova norma, con la collaborazione dei magistrati antimafia. Il fenomeno della legislazione "motorizzata" (per dirla con Carl Schmitt), se si manifesta con particolare evidenza in questo periodo di emergenza sanitaria, è tutt'altro che nuovo nel nostro paese.
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