lametino.it, 30 aprile 2020
"La poesia va oltre le sbarre. E diventa arte". È successo al carcere di Catanzaro dove, in tempi di epidemia, l'accesso ai volontari è precluso per tutelare la salute dei detenuti. Tuttavia la presidente dell'associazione Universo Minori, Rita Tulelli, da sempre vicina alla realtà di Siano ed in particolare ai genitori detenuti e ai loro bambini, in questo periodo ha dedicato proprio ai piccoli una poesia intitolata "Il tesoro", sul tema della diffusione del Coronavirus.
La direttrice Angela Paravati ha invitato i detenuti a riflettere su questo modo di comunicare che è in sé un dono, e la risposta di un detenuto è stata a sua volta attraverso l'arte: ha realizzato un quadro ispirato a quei versi.
"Per prevenire il rischio del contagio da Covid-19 non è più possibile per i volontari frequentare il carcere di Catanzaro fisicamente" ha affermato la direttrice Angela Paravati "ma la collaborazione tra l'Istituto e la comunità esterna può continuare: infatti i detenuti sono pronti a raccogliere gli spunti e le idee che i volontari possono fornire loro".
Un quadro diviso a metà, lungo il tronco di un albero, che si trova su una linea di confine solo pochi mesi fa impensabile. E, spiegano "rappresenta uno spazio e un tempo divisi, tra ciò che era un passato, pieno di vita e di luce, ricco di sentimenti positivi, descritti da delicati colori ad acquerello, ed un presente più cupo, ritratto tramite colori ad olio, una notte illuminata solo da una falce di luna, dove risalta un coronavirus creato attraverso materiale riciclato, sporgente rispetto al quadro, quasi a rappresentare la sua estraneità a una realtà di cui sembra essersi impossessato. Dal lato della luce le radici dell'albero sono ben piantate, e hanno addirittura un nome: vita, speranza, gioia, amore le parole indicate tramite etichette tricolori; dall'altro lato le radici sembrano invece più deboli e sono senza nome, senza identità.
Da un lato un'altalena sembra solo aspettare che un bambino inizi a giocarci, dall'altro lato anche l'altalena è scomparsa, perché per i piccoli fuori non c'è più spazio. Questo il mondo di fuori visto dal carcere: com'era e com'è. Trasfigurato e ingentilito nel ricordo, e nuovamente trasfigurato per la paura attuale. Perché qui dove tutto è più lontano, si ascolta più attentamente e le notizie che arrivano da fuori diventano insieme arte, ricordo, paura e speranza".
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 30 aprile 2020
Va evitata una guerra di religione: sottraendo gli irregolari ai ghetti senza assecondare l'idea di un "tana libera tutti" nel nome del Covid-19. È un'emergenza nascosta dentro l'emergenza maggiore, sanitaria ed economica insieme. E reca un segno duplice, a seconda della quantità di buonsenso con cui riusciremo ad affrontarla. Sono tra i 600 e i 650 mila gli immigrati irregolari in Italia: risorse, certo, ad esempio per le nostre campagne desertificate dalla fuga dei braccianti stagionali; ma anche possibili bombe sociali e veicoli di diffusione del virus, se lasciati nel cono d'ombra dell'illegalità.
Dunque circola in questi giorni un appello di 360 accademici di quasi tutte le università italiane. Economisti e immunologi, giuristi, virologi e sociologi delle migrazioni e del lavoro chiedono al Parlamento e al governo un passo in più rispetto al disegno di legge già allo studio di cinque ministeri per la regolarizzazione dei braccianti immigrati di cui il Corriere ha anticipato la bozza il 17 aprile, proponendo in sostanza di estendere il provvedimento ad altre categorie di lavoratori stranieri: per ragioni sanitarie (e securitarie) prima ancora che umanitarie. La materia è complessa e merita un'analisi pacata dei pro e dei contro.
Perché di tutto avremmo bisogno alla ripresa tranne che di una ennesima guerriglia tra migrazionisti e sovranisti combattuta sul palcoscenico del Covid-19. E invece le prime avvisaglie dell'infinita baruffa di posizioni pregiudiziali si sono manifestate appena è venuta alla luce la bozza del governo: anziché discutere seriamente di come porre rimedio alla perdita del 35% dei prodotti delle campagne paventata dal presidente della Coldiretti, si è finiti con l'accapigliarsi sulla trincea fra sanatoria e migranti di qua, voucher e prima gli italiani di là.
In estrema sintesi, la bozza governativa prevede che "per sopperire alla mancanza di lavoratori nei settori di agricoltura, allevamento, pesca e acquacoltura" si possano mettere sotto contratto stranieri irregolari facendo istanza allo sportello unico per l'immigrazione: dal contratto, non superiore a un anno, genera, dopo le necessarie verifiche, il permesso di soggiorno, rinnovabile previo nuovo rapporto contrattuale. L'allargamento ad altre categorie di lavoro (l'appello cita "servizi alla persona, artigianato, industria e servizi ad essa collegati", in sostanza tutte) apre prospettive ancora diverse. E rende plausibile l'uso della parola "sanatoria".
Mito migrazionista e babau sovranista, la sanatoria sta alle migrazioni un po' come il condono sta all'evasione fiscale: non ha mai risolto il problema, che è strutturale e necessiterebbe di un piano organico mai neppure tentato. Per paradosso, la sanatoria più grande, con quasi 700 mila regolarizzati nel 2002, venne da un governo di centrodestra che aveva appena varato la molto controversa legge Bossi-Fini. Forse andava fatta prima del Covid-19 e in termini più coraggiosi, come dice non un ultrà delle Ong ma Marco Minniti (600 o 650 mila fantasmi sono una mina vagante per l'Italia se non si riesce né a inquadrarli né a rispedirli a casa, come ha dovuto imparare pure Matteo Salvini). Fatta ora, nei limiti della bozza di legge, riguarderà solo quelli che già stanno nei campi e nei villaggi informali, circa un terzo: ed è molto mirata dalla parte delle imprese, per i termini in cui è stata prevista la regolarizzazione e la temporaneità dei permessi. I voucher sono certamente uno strappo formale e forse una lesione alla dignità dei lavoratori, come dicono i sindacati. Ma, usati dentro un orizzonte temporale chiaro e ristretto, come chiedono Coldiretti e Confagricoltura, risponderebbero alle migliaia di domande già arrivate nei siti delle associazioni da disoccupati e cassintegrati: voucher stagionali, che non devono riscrivere un manuale giuslavorista, ma servire essi pure a salvare la filiera italiana. I due strumenti hanno entrambi ragioni fondate per essere chiesti e, visti dentro questa emergenza, possono essere usati insieme (mancano nei campi circa 370 mila braccianti).
L'appello dei professori sposta il tiro su un terreno più ideologico. Infatti, saggiamente, si premura di specificare che non di questo si tratta (apparire umani ai nostri giorni pone in una condizione dialettica di svantaggio...) ma piuttosto di garantire che i fantasmi suddetti non vaghino senza accesso alla sanità e alle regole comuni, come untori inconsapevoli o soldatini della criminalità organizzata.
Va evitata una guerra di religione: sottraendo gli irregolari ai ghetti dove sopravvivono a stento, senza tuttavia assecondare l'idea di un "tana libera tutti" nel nome del Covid-19. Come? Mettendo ordine in una materia nella quale, dalla crisi migratoria del 2014-2017 nessuno è riuscito a porre mano in modo organico.
Non si può non vedere quei 650 mila invisibili, il virus non ce lo permette più. Il lavoro può essere la via per la loro emersione, ma con criteri stringenti su tempi e modi, controlli rigorosi dei requisiti e un corollario: per chi non rientra in questi criteri va imboccata la strada dei Cie e, quando possibile, delle espulsioni. Questa emergenza può diventare in definitiva l'occasione per un vero censimento delle irregolarità sul nostro territorio. Per un piano serio che la sinistra riformista non è mai riuscita a formulare, lasciando alla propaganda sovranista una prateria di comprensibile rabbia popolare. Non sarebbe male se qualcuno proponesse agli italiani di mettere nell'armadio per un paio d'anni faziosità e ideologismi, ragionando (addirittura) sui fatti.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 30 aprile 2020
Più di 300 i contagiati negli istituti di pena. Anche in Marocco l'epidemia sta diventando un'emergenza sia dal punto di vista sanitario che sociale. Ieri, Mohamed el Youbi, il direttore del dipartimento di epidemiologia e lotta contro le malattie infettive, ha ragguagliato sul numero totale dei casi che hanno raggiunto i 4.252, anche se il totale dei decessi non ha assunto proporzioni disastrose attestandosi a 165.
Ma a preoccupare è la situazione che si sta verificando nelle carceri. Sono attualmente 313 le persone, tra detenuti e agenti penitenziari, che sono risultati positivi ai test. Ben 303 dei contagiati sono rinchiusi dell'istituto di Oudaya nei dintorni di Marrakech mentre altri 10 sono stati riscontrati a Ksar Kebir, nel nord- ovest del paese.
Immediatamente sono scattate le misure di sicurezza per affrontare la crisi, con la consegna al personale delle carceri di dispositivi di protezione personale. Almeno secondo quanto dichiarato dalle autorità, tutte le persone positive sono state poste in regime di quarantena. La necessità di effettuare test su vasta scala era stata provocata dopo che un prigioniero a Ourzazate era stato colpito dal Covid-19 la scorsa settimana.
Un fatto quasi inevitabile visto il sovraffollamento che regna negli istituti penitenziari del Marocco che contano almeno 80mila detenuti. In proporzione ci sono 232 reclusi ogni 100mila abitanti (la popolazione marocchina è di 37 milioni). Le misure di distanziamento sociale sono dunque difficilissime da attuare e se dal 19 marzo è andato in vigore un severo lockdown (8.600 marocchini sono stati arrestati e incriminati per aver trasgredito le restrizioni e i divieti di uscire di casa senza validi motivi) nelle carceri la situazione è subito apparsa grave.
Per questo motivo re Mohammed VI, all'inizio di aprile, ha ordinato il rilascio di 5.654 detenuti. Negli ultimi mesi. Amnesty International ha più volte sollecitato le autorità a rilasciare senza condizioni i prigionieri che sono finiti in cella solo per aver espresso critiche o aver partecipato a manifestazioni pacifiche contrarie alla monarchia. In particolar modo si tratta di attivisti del movimento Hirak el-Rif ma anche giornalisti e blogger. Insieme a loro molti in attesa di giudizio, anziani o solo sospettati di aver commesso qualche tipo di reato.
È l'Associazione marocchina per i diritti umani ad aver reso noto che alla fine del mese di marzo ben 110 persone sono state arrestate per reati di opinione. Tra questi i casi i blogger Moul El Hanout e Youssef Moujahid, condannati a 4 anni per la pubblicazione di alcuni video sulla rete. Così come Abdelali Bahmad (Ghassam Bouda), 2 anni e mezzo per il suo appoggio al movimento Hirak. Quest'ultimo poi conta ben 43 prigionieri due dei quali, Nabil Ahamjik e Nasser Zefzafi, hanno protestato con uno sciopero della fame (terminato solo il 17 marzo per le condizioni di salute fragili che li avrebbero resi preda del coronavirus) per ottenere il diritto alle visite e cure mediche decenti.
agenzianova.com, 30 aprile 2020
Keiko Fujimori, leader del partito peruviano Forza popolare (Fp) e figlia dell'ex presidente Alberto, ha chiesto al governo il varo di "misure urgenti" per salvaguardare la salute dei prigionieri a fronte dell'emergenza del nuovo coronavirus. "Per favore, la morte non si sconfigge solo con le buone intenzioni. Tutti abbiamo diritto alla vita. Chiedo alle autorità competenti di adottare misure per salvare i reclusi e gli operatori", ha scritto Fujimori, da fine gennaio in arresto preventivo per l'accusa di corruzione. Alcune settimane fa Fujimori, due volte candidata alla presidenza, aveva chiesto la possibilità di continuare ad attendere il processo fuori dal penitenziario di Lima, per il pericolo di contrarre la Covid-19.
L'unica cosa che stiamo chiedendo, ha avvertito la figlia dell'ex presidente in una lettera aperta rilanciata sui social, "è non morire nell'indifferenza. Servono i test per scartare l'infezione, urgentemente. Ci sono molti reclusi con sintomi che non hanno l'attenzione di cui avrebbero bisogno", ha scritto Fujimori invitando al tempo stesso a vigilare le condizioni di lavoro degli agenti penitenziari e di tutti coloro che prestano servizio all'interno della struttura.
L'allarme coronavirus nelle carceri peruviani, paese che sconta oltre 30mila contagi e almeno 854 morti, è particolarmente sentito. Le ultime statistiche parlano di almeno 13 prigionieri morti e 613 persone infette: 113 funzionari del carcere e circa 500 detenuti. Le strategie di risposta all'emergenza sanitaria sarebbero state all'origine di una violenta protesta scatenatasi a inizio settimana nell'istituto penitenziario Castro Castro, nel distretto di San Juan de Lurigancho. Scontri che hanno al momento fatto registrare nove morti.
Secondo quanto dichiarato dal direttore dell'Istituto nazionale penitenziario (Inpe) Gerson Villar, la protesta è nata per chiedere un'estensione delle categorie beneficiarie dell'indulto concesso ad alcuni detenuti a causa della pandemia del nuovo coronavirus. I detenuti reclamano inoltre una maggiore disponibilità di medicine per il trattamento del contagio. Lo scorso 22 aprile il governo del Perù ha approvato un decreto che concede l'indulto a detenuti in situazione di vulnerabilità in 68 carceri del paese, a causa dell'emergenza sanitaria legata al nuovo coronavirus. Il decreto si applica a donne che vivono in carcere con bambini di età inferiore a tre anni, donne in gravidanza, adulti di età superiore ai 60 anni che non hanno commesso un reato grave, malati e detenuti che finiscono di scontare la pena nei prossimi sei mesi. Secondo il ministro saranno interessati dalla misura circa tremila detenuti.
Keiko Fujimori è indagata per presunti finanziamenti illeciti alle campagne elettorali del 2011 e del 2016, provenienti dalla compagnia di costruzioni brasiliana Odebrecht, coinvolta in un maxi scandalo di corruzione in diversi paesi dell'America latina. A gennaio le autorità giudiziarie l'hanno condannata a 15 mesi di carcere preventivo per possibile rischio di fuga.
La sentenza arriva a due mesi dal rilascio della leader di opposizione, scarcerata lo scorso 29 novembre dopo 13 mesi di reclusione. A dicembre 2019 Fujimori, figura a lungo molto popolare nell'opinione pubblica locale, aveva annunciato una pausa dalla sua attività politica per preparare la sua difesa nel quadro del processo per corruzione che la vede coinvolta.
di Filippo Miraglia
Il Manifesto, 30 aprile 2020
Un esposto di Arci, Asgi e Glan alla Corte dei Conti Europea contro i 90 milioni di euro che Bruxelles mette a disposizione di progetti che sostengono il respingimento di persone verso la Libia, un Paese in guerra dove migliaia di migranti subiscono terribili abusi.
Arci, Asgi e Glan (Global Legal Action Network) hanno presentato un esposto alla Corte dei Conti Europea per le risorse, 90 milioni di euro, con le quali la Commissione Europea, di fatto, fornisce supporto finanziario a progetti che sostengono il respingimento di persone verso la Libia. Un Paese in guerra dove migliaia di persone subiscono terribili abusi.
Risorse che l'Ue dovrebbe destinare allo sviluppo e alla cooperazione, ma che in realtà, in violazione degli obblighi di legge, contribuiscono a perpetrare gravi violazioni dei diritti umani. Con l'esposto presentato si chiede alla Corte dei conti di dare inizio a una special review (analisi) del programma di gestione integrata delle frontiere (International border management, Ibm) finanziato attraverso il Fondo Fiduciario per l'Africa e di assicurarsi che la Commissione europea sospenda il programma in attesa delle revisioni necessarie, come richiesto dal diritto dell'Ue.
Un'Europa che contribuisce a gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale attraverso l'utilizzo distorto dei fondi destinati allo sviluppo, è un'Europa che manca ai suoi impegni e mina le sue fondamenta. Mentre la società civile delle due sponde del Mediterraneo, insieme ad autorevoli istituzioni internazionali, chiede a gran voce lo svuotamento dei centri di detenzione libici, la cooperazione dell'Italia con la Libia, sostenuta dall'UE, finanzia respingimenti illegali di uomini, donne e bambini, verso l'inferno libico, anziché assicurargli salvezza e riparo in un porto sicuro.
Le risorse del Fondo fiduciario per l'Africa possono finanziare solo azioni finalizzate al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo e non strumenti e formazione per il controllo delle frontiere. Tuttavia, l'Ue ha deciso di allocare queste risorse nel programma Ibm per ridurre il flusso migratorio dalla Libia, sostenendo la cosiddetta guardia costiera libica, con equipaggiamenti e formazione.
Queste risorse, come ogni altro ambito di spesa dell'Ue, sono soggette a norme basate sul principio della buona gestione finanziaria, che includono, tra le altre cose, l'obbligo di un sistema di valutazione e monitoraggio dell'impatto sui diritti umani. Il Fondo fiduciario per l'Africa prevede che tali attività siano condotte da chi riceve i fondi, ossia i partner di attuazione. Ma è un sistema che si è già dimostrato fallace. L'Italia infatti, è stata già coinvolta in diversi contenziosi per i suoi programmi in Libia in materia di diritti umani davanti a organismi nazionali e internazionali: come sostenuto dal Comitato Onu contro la tortura, la cooperazione tra Italia e Libia acuisce il rischio dell'esercizio di forme di tortura da parte delle autorità libiche.
Il programma Ibm è entrato nella sua seconda fase, senza sostanziali cambiamenti. Al momento non è proposta alcuna restrizione o condizionamento nell'uso dei fondi, né tanto meno il riferimento a un eventuale sistema di valutazione e di monitoraggio stabile sull'impatto del programma sui diritti umani. Il diritto dell'UE e il diritto internazionale, come si sottolinea nell'esposto, richiedono che l'Unione e i suoi stati membri condizionino il finanziamento attraverso misure concrete e verificabili, inclusa la chiusura dei centri di detenzione libici e l'adozione e attuazione di norme che garantiscano il diritto d'asilo da parte delle autorità libiche.
Nonostante siano state avanzate ripetute richieste, le istituzioni dell'Ue si sono rifiutate di fornire informazioni sui tali finanziamenti, violando, di fatto, le norme di trasparenza finanziaria. La mancanza di programmi di monitoraggio dei diritti umani, e l'uso dei fondi per lo sviluppo a supporto di programmi sulla sicurezza, così come avvenuto per quelli finanziati dal Fondo Fiduciario per l'Africa, sono prove evidenti di una deriva molto pericolosa che le istituzioni dell'Ue e gli Stati membri hanno scelto. In assenza di una volontà politica sia a livello nazionale che dell'Ue, di mettere in campo alternative giuste e praticabili, il ricorso alla magistratura contabile può essere uno strumento efficace per fermare il processo di esternalizzazione delle frontiere e di distorsione dei fondi per la cooperazione. La risposta della Corte dei Conti dell'Ue è attesa per la metà di maggio.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 29 aprile 2020
Mossa a sorpresa del ministro della Giustizia che indica il giovane pubblico ministero di Palermo che si occupava con Nino Di Matteo dell'inchiesta sulla trattativa tra Stato e mafia. È con una mossa a sorpresa che il ministro Alfonso Bonafede cerca di uscire dal pantano delle critiche sulla gestione delle carceri. Ha scelto come vicecapo dell'amministrazione penitenziaria un giovane pm di indiscusso carisma, Roberto Tartaglia, napoletano, 38 anni, pubblico ministero a Palermo da 10 e lì titolare assieme a Nino Di Matteo del fascicolo sulla Trattativa Stato-Mafia.
di Liana Milella
La Repubblica, 29 aprile 2020
Dopo le scarcerazioni dei boss, resta al suo posto il direttore Basentini, ma la nomina dell'attuale consulente della commissione Antimafia cambierà gli equilibri e rappresenta uno stop a qualsiasi cedimento alla criminalità. Mossa a sorpresa sul carcere e sulla direzione delle prigioni italiane del Guardasigilli, Alfonso Bonafede.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 aprile 2020
Oramai è quasi certo. Cambieranno i vertici del Dap per volere del ministro della Giustizia. I nomi che circolano per la sostituzione di Francesco Basentini sono quelli di Catello Maresca e Giovanni Melillo. Mentre Roberto Tartaglia è stato indicato per ricoprire l'incarico di vice.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 29 aprile 2020
"Commissariato" il numero uno, Francesco Basentini. La presidente della Consulta, Marta Cartabia, suggerisce alla magistratura di sorveglianza di "perseguire le finalità rieducative del condannato". La recente polemica sulle scarcerazioni anticipate di alcuni boss mafiosi, ultra-settantenni e troppo a rischio in caso di contagio da Covid-19, che ha investito il Dipartimento di amministrazione penitenziaria facendo traballare la poltrona più alta, deve aver convinto proprio il numero uno, Francesco Basentini, ad ingoiare il rospo.
di Davide Galliani
Ristretti Orizzonti, 29 aprile 2020
Caro Nando, ho letto il tuo articolo sui "giudici di badanza". Badare ricorda sbadigliare, ma anche curare. Dipende dal contesto entro il quale lo usiamo. A proposito di contesto, ti riferisci allo spirito del tempo, che pare essere quello dei diritti umani. Infine, il problema è che i diritti umani non possono riguardare solo Caino, poiché esiste anche Abele. Scusami il riassunto, che però mi pare oculato.










