di Luca Urgu
La Nuova Sardegna, 2 aprile 2020
Il braciere Badu e Carros per ora è spento, ma la vigilanza è massima perché, come si sa, da queste parti basta un nulla per far divampare incendi difficili da domare. La metafora del fuoco nel carcere nuorese è datata (era il procuratore Marcello a parlare di braciere sempre acceso) dall'epoca in cui l'ex penitenziario di massima sicurezza ospitava il gotha della criminalità organizzata e del terrorismo. Ora, in tempi di coronavirus, è inutile negare che anche qui cresce la preoccupazione.
"A Badu e Carros oggi ci sono circa 300 detenuti la maggior parte dei quali in alta sicurezza, i timori sono evidenti. Sono stati predisposti i presidi possibili compatibilmente con le dotazioni. All'ingresso sono state montate le tende della protezione civile, sono state predisposte le celle riservate, in due sezioni, all'isolamento in ipotesi di contagio, agli operatori penitenziari sono stati forniti i dispositivi di protezione, è garantita l'assistenza costante dei medici e degli infermieri - sottolinea il garante Giovanna Serra - In questa situazione di emergenza i detenuti danno prova di grande responsabilità e di consapevolezza sulle misure anti contagio, che hanno portato a sospendere i colloqui con i familiari, le attività trattamentali e i permessi".
Intanto è stato varato un sistema compensativo. "Sono state aumentate le telefonate, i detenuti possono chiamare tutti i giorni ed effettuare colloqui tramite skype e whatsapp al fine di garantire il contatto con i propri affetti", dice ancora il garante. Scarsa l'efficacia del decreto legge emanato nei giorni scorsi dal governo che ha stabilito che possano uscire dal carcere i detenuti con un residuo di pena per un massimo di 18 mesi, da scontare in detenzione domiciliare, con l'uso "braccialetto elettronico", strumento pressoché indisponibile.
"Nel carcere nuorese su circa 60 ristretti con una pena inferiore ai 18 mesi soltanto due detenuti hanno potuto lasciare l'istituto", dice la Serra. "In queste settimane di autentica passione per il nostro Paese e per il mondo intero, la popolazione carceraria, fatta eccezione per alcuni tentativi di rivolta, da condannare senza esitazione alcuna, sta dando prova di grande senso di responsabilità.
Il carcere di Badu e Carros, da questo punto di vista, pur tra tante difficoltà, è un esempio virtuoso importante. Lo stesso deve dirsi per tutti coloro che quotidianamente prestano la propria attività lavorativa all'interno degli istituti, come il personale della polizia penitenziaria, quello amministrativo e sanitario", dice l'avvocato Francesco Lai, responsabile osservatorio carcere Camera penale di Nuoro.
La Repubblica, 2 aprile 2020
Le autorità greche detengono arbitrariamente quasi 2.000 migranti e richiedenti asilo in condizioni inaccettabili e negano loro il diritto di presentare domande di asilo, in due siti di detenzione recentemente stabiliti sulla Grecia continentale. È la denuncia di Human Rights Watch.
Le autorità sostengono che stanno trattenendo i nuovi arrivati, compresi bambini, persone con disabilità, anziani e donne in gravidanza, in quarantena a causa di Covid-19, ma è probabile che l'assenza di precauzioni sanitarie di base non favorisca la diffusione del virus.
È il modo migliore per diffondere il virus. "Se il governo si impegna seriamente a prevenire la trasmissione e la malattia di Covid-19 tra migranti e richiedenti asilo, deve aumentare i test, fornire più tende e offrire alle persone servizi igienici, acqua e sapone sufficienti e mettere in atto interventi di prevenzione", ha detto Belkis Wille, ricercatore senior di Crisi e Conflitto presso Human Rights Watch. "Forzare le persone, alcune delle quali ad alto rischio di malattie gravi o morte, a vivere in condizioni igieniche sporche e anguste, strette insieme in spazi ristretti, è il modo migliore per diffondere il virus, per non parlare del degrado e delle condizioni disumane in cui le persone vengono trattenute".
Trattenuti solo in quanto migranti. I governi possono imporre legalmente una quarantena per separare le persone che potrebbero essere state esposte o che mostrano sintomi di una malattia infettiva. Una quarantena lecita dovrebbe essere necessaria e idonea a servire allo scopo di proteggere la salute pubblica. Dovrebbe essere imposto in modo non arbitrario e non discriminatorio. La Grecia, tuttavia, sta trattenendo i migranti a causa del loro status di immigrazione e non fornendo loro adeguate protezioni sanitarie, come indicato nei regolamenti sanitari internazionali o nella guida attuale dell'Organizzazione mondiale della sanità.
Non saranno rilasciati dopo i 14 giorni di isolamento. Donne, uomini e bambini sono detenuti in condizioni non igieniche e anguste, indipendentemente dal fatto che il paese da cui provengono sia considerato ad alto rischio Covid-19, senza alcuna indicazione che verranno rilasciati se trovati privi di virus. Le autorità non sembrano aver testato i detenuti per il virus, oltre a misurare la loro temperatura all'arrivo. Né saranno rilasciati dopo il periodo di isolamento di 14 giorni raccomandato dall'OMS. Invece, devono affrontare una detenzione per immigrazione continua, anche se molto probabilmente la Grecia non può riammetterli in Turchia come paese di transito o restituirli ai loro paesi di origine nel prossimo futuro. In tali circostanze, non esiste alcuna giustificazione legale per la loro detenzione prolungata.
Alcune testimonianze. Il 25 e 26 marzo, Human Rights Watch ha intervistato a distanza quattro uomini che hanno dichiarato di essere stati detenuti nel sito di detenzione di Malakassa dal 14 marzo. Ognuno di loro ha affermato che i circa 450 detenuti con loro avevano un accesso molto limitato all'acqua, all'elettricità, ai prodotti per l'igiene, abbigliamento e coperte. Dissero che i detenuti dormivano in tende anguste con un massimo di dieci persone, spesso appartenenti a famiglie diverse. Due degli uomini, che hanno avuto bambini piccoli, hanno dichiarato di non avere abbastanza latte e pannolini per i loro bambini. Dissero che le autorità non avevano adottato alcuna misura per prevenire la diffusione di Covid-19. I quattro uomini e un avvocato del Centro legale di Lesbo hanno tutti affermato che la polizia di guardia ai siti non stava permettendo a nessuno all'interno di andarsene, tranne che per le emergenze mediche.
La risposta alla Turchia dopo il "libera tutti" dei migranti. Il 26 marzo, il parlamento greco ha ratificato un decreto del governo del 1° marzo 2020 che sospende l'accesso all'asilo per 30 giorni per le persone che sono entrate irregolarmente nel paese. Questa decisione adottata prima di qualsiasi misura per affrontare l'epidemia di Covid-19 in Grecia, prevede che i nuovi arrivi vengano immediatamente espulsi "dove possibile, nei loro paesi di origine" o paesi di transito, come la Turchia, senza registrarli. Il decreto della Grecia non faceva alcun riferimento alla prevenzione dell'infezione da coronavirus, ma era piuttosto una reazione all'annuncio della Turchia che avrebbe aperto le sue frontiere dell'UE ai migranti e ai richiedenti asilo che volevano andarsene.
Le detenzioni nei porti e in altri punti di approdo. Da allora, tuttavia, non si sono verificate espulsioni perché la Turchia ha rifiutato di accettare deportati dalla Grecia. Invece, a seguito della decisione, le autorità greche hanno riunito almeno 1.974 persone che sono arrivate in Grecia dal 1° marzo e le hanno trasferite in due siti di detenzione recentemente stabiliti al di fuori della città di Serres, a 350 chilometri a nord di Atene, e su un terreno di terreni di proprietà militare fuori dalla città di Malakassa, 20 chilometri a nord di Atene.
Altri nuovi arrivi continuano a essere detenuti nei porti e nei siti di arrivo. Dentro i recinti di Malakassa. Il 14 marzo, una nave navale greca ha trasferito 436 migranti, tra cui donne, uomini e bambini, nel sito di detenzione di Malakassa. Il governo ha continuato a trasferire gruppi di nuovi arrivati lì, secondo le persone detenute all'interno. Il 20 marzo, le autorità hanno trasferito almeno altre 603 persone in nave da Lesbo e altre isole greche al sito di detenzione di Serres. Secondo gli operatori umanitari che monitorano i trasferimenti e le persone all'interno, la polizia sta sorvegliando entrambi i siti. Il 17 marzo, il governo ha giustificato i trasferimenti affermando che faceva parte della sua risposta al virus Covid-19.
L'avvocato del Centro legale di Lesbo. È stato in contatto con alcune persone dal loro arrivo a Lesbo e Chios, e il loro trasferimento a Malakassa e Serres, ha detto che la polizia ha dato alle persone che ha parlato con un ordine di detenzione di 3 giorni all'inizio di marzo, in attesa di espulsione. Proprio prima di trasportarli da Lesbo sulla terraferma il 14 marzo, la polizia ha dato loro un ordine di espulsione per la loro "riammissione immediata in Turchia". Human Rights Watch ha esaminato copie di entrambi i documenti. Secondo il legale, il governo greco ha dichiarato apertamente che desidera espellere queste persone senza dar loro l'opportunità di presentare le loro domande di asilo.
Il servizio di asilo è chiuso almeno fino al 10 aprile. Non è chiaro cosa farà il governo dopo la fine del periodo di sospensione di 30 giorni. Il servizio di asilo è chiuso almeno fino al 10 aprile a causa di Covid-19, quindi probabilmente non fornirà ulteriori informazioni nel prossimo futuro. I sindacati del personale di polizia di Atene, Attica nord-orientale e Attica occidentale hanno dichiarato in una dichiarazione del 26 marzo che le misure igieniche a Malakassa erano "inesistenti", aggiungendo che di fronte al Covid-19, la situazione era "matematicamente evolvente in una bomba a fuoco lento, a causa della mancanza di protezioni sanitarie di base, come servizi igienici, pulizia, maschere, guanti, numero di persone residenti in tende, ecc.".
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 2 aprile 2020
Anche la Turchia si preparare a varare un provvedimento per concedere l'amnistia ad un gran numero di detenuti per contenere l'avanzata dell'epidemia di coronavirus. Infatti nonostante le misure di blocco quasi totale della circolazione il numero di casi nell'ultima settimana è salito vertiginosamente dal 1.872 a 13.531.
La misura, discussa ieri, riguarda almeno 90mila persone rispetto ai 300mila prigionieri che popolano i penitenziari turchi. Il disegno di legge del Parlamento parla di arresti domiciliari, libertà condizionale e dimezzamento delle pene. Potranno uscire dalle celle dunque appartenenti alla criminalità organizzata e i condannati per omicidio non premeditato. Non saranno però rilasciati tutti coloro che sono stati incarcerati perché ritenuti oppositori politici di Recep Erdogan.
Le porte delle carceri non si apriranno per giornalisti, avvocati, difensori dei diritti umani vittime della repressione messa in atto dal regime, soprattutto dopo il tentativo di colpo di st ato del 2016. Nel paese sta montando la rabbia per questa discriminazione. Per Veysel Ok, condirettore della Media and Law Studies Association, organizzazione di difesa legale senza scopo di lucro, "questo atteggiamento mostra esplicitamente le intenzioni del governo: i criminali comuni verranno liberati ma i prigionieri politici rimarranno dietro le sbarre. E ciò in questo momento, in un certo senso, equivale a un verdetto di pena di morte".
Le prime bozze della legge riguardavano anche gli autori di violenza sessuale e di genere, solo l'opposizione dei gruppi femministi è riuscita parzialmente a far rientrare questa intenzione. Molti commentatori si sono comunque dichiarati a favore del rilascio anticipato (soprattutto nella parte diretta agli over 65 e alle donne detenute con i bambini).
Amnesty International però continua a guidare il fronte per la liberazione anche dei detenuti politici, in carcere rimangono infatti personaggi come Selahattin Demirtas e Osmala Kavala imprigionati in virtù della legislazione antiterrorismo che viene applicata a chiunque si opponga al regime. Secondo il ministro della Giustizia, Abdulhamit Gül, la pandemia non avrebbe fatto breccia nelle carceri sovraffollate della Turchia. Dichiarazioni contraddette da un medico ed esponente del partito filo curdo Hdp, Ömer Faruk Gergerlio secondo cui almeno un paziente positivo ai test è stato portato in ospedale proveniente dalla prigione di Sincan ad Ankara. Una rivelazione che gli è costata l'accusa di "provocare ansia, paura e panico". Non è in ogni caso negabile che in Turchia in molti sono detenuti con pene (preventive) lunghissime rendendo il sistema carcerario al limite della capienza, è stato calcolato che le prigioni sono già al 121% della loro capacità e che il governo ha intenzione di costruire almeno altri 100 istituti di pena.
Una situazione che verrà aggravata dalla macchina repressiva che continua a funzionare a pieno regime. L'epidemia rischia di essere una mannaia ancora più pesante sugli oppositori politici come dimostra l'arresto di almeno 7 giornalisti imputati per diffondere il panico e l'indagine su 385 persone che avevano espresso critiche sui social per come viene gestita la crisi.
di Andrea Pugiotto
Il Manifesto, 1 aprile 2020
Il Covid-19 è entrato nelle carceri (15 i casi accertati) e tarda un vaccino che tolga al virus la sua corona. Dunque, gli istituti di pena sono una bomba epidemiologica. Difficile disinnescarla: igiene personale, distanziamento, sanificazione, isolamento, sono chimere nella "promiscuità coatta di celle sature di corpi, liquidi e secrezioni, eiezioni e sudori" (Manconi). Eppure si deve. E se non vi basta l'obbligo costituzionale di garantire, anche a Caino, il diritto alla salute (e alla vita), siate mossi almeno da un altruismo interessato.
di Salvatore Scuto
Il Sole 24 Ore, 1 aprile 2020
Il coronavirus aggrava la situazione già complicata degli istituti di pena del nostro Paese. È davvero preoccupante l'inerzia del Governo e del Parlamento di fronte a quanto sta accadendo negli istituti penitenziari del Paese. Una situazione drammatica dal punto di vista umanitario e pericolosissima se si pensa all'effetto deflagratore del contagio che l'assenza di condizioni igieniche e l'impossibilità di rispettare tutte le regole imposte e raccomandate hanno già innestato.
di Gabrio Forti* e Francesco Centonze*
La Stampa, 1 aprile 2020
Gli istituti italiani sono del tutto impreparati a fronteggiare l'emergenza coronavirus. "In Italia il pubblico non sa abbastanza [...] cosa siano certe carceri italiane. Bisogna vederle, bisogna esserci stati per rendersene conto". Sono le parole di esordio di un toccante intervento di Piero Calamandrei alla Camera dei Deputati: era il 27 ottobre del 1948. La data dice tutto.
di Michele Passione
Il Dubbio, 1 aprile 2020
Quella sete di punizione che resiste pure al virus. Un'idea, un concetto, un'idea Finché resta un'idea è soltanto un'astrazione. Per capirsi, nell'ordine. Il 15 marzo le Presidenti del Tribunale di Sorveglianza di Milano e di Brescia (due donne con le idee chiare, che nascono dall'esperienza materiale delle cose) scrivono al ministro (viene anche indicata l'ora, le 15,30, perché non resti un non detto), denunciando ciò che si sa (in carcere il virus entra, è già entrato, entrerà sempre di più; il carcere è poroso, non si possono ergere altri muri) e quel che si può fare. Tra le tante, "una detenzione domiciliare speciale per coloro che hanno pena residua inferiore ai 4 anni".
Il Sole 24 Ore, 1 aprile 2020
Sono 19 i detenuti positivi al Covid-19 su una popolazione, ad oggi, di 58.035 unità. Fra il personale di Polizia Penitenziaria invece sono 116, su quasi 38mila unità, i positivi al tampone. Lo comunica il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria ricordando che le prime direttive in materia sono state emanate lo scorso 22 febbraio.
di Andrea Oleandri*
antigone.it, 1 aprile 2020
"Abbiamo appreso, dal decreto attuativo del "Cura-Italia", che i braccialetti elettronici messi a disposizione per il controllo delle persone detenute che potrebbero accedere agli arresti domiciliari sono 5.000, di cui 920 già disponibili. Il Provvedimento prevede l'installazione di un massimo di 300 apparecchi a settimana. Numeri ampiamente insufficienti per affrontare l'emergenza coronavirus e le ricadute drammatiche che potrebbe avere sul sistema penitenziario. Con il numero di installazioni attualmente previste, gli ultimi detenuti usciranno dal carcere infatti tra oltre tre mesi, quando ci auguriamo la fase acuta legata al diffondersi del Covid-19 sarà già ampiamente alle spalle". A dirlo è Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.
"Il Parlamento e il Governo insieme - prosegue Gonnella - devono disinnescare i rischi della bomba sanitaria in carcere, ponendo le condizioni affinché in carceri si assicuri distanziamento sociale a garanzia di detenuti e poliziotti. I detenuti con meno di due anni di pena sono circa 15 mila. Se due terzi di loro oggi uscissero le condizioni sarebbero nettamente migliorate. Si tratta di persone che vanno mandate agli arresti domiciliari entro un paio di settimane e non nell'arco di mesi, con forme di controllo diverse dal braccialetto, altrimenti dal punto di vista sanitario la misura non avrebbe senso. Noi - dice ancora Patrizio Gonnella - abbiamo presentato diversi emendamenti per arrivare all'obiettivo di ridurre in fretta i numeri, e qualsiasi intervento che vada in questa direzione è benvenuto".
"Un altro aspetto che va affrontato con urgenza è quello dei trasferimenti dei detenuti - sottolinea ancora il presidente di Antigone. Mentre nel mondo libero stiamo impedendo alle persone di spostarsi dal proprio comune, in quello penitenziario continuano i trasferimenti da un carcere ad un altro, con tutti i rischi che questo comporta e con un importante aggravio del lavoro condotto dal personale medico che presta servizio negli istituti di pena. Bisogna essere consapevoli - dice ancora Patrizio Gonnella - che l'unico modo per affrontare l'impatto che questa crisi potrebbe avere nel sistema penitenziario è garantire le stesse politiche che si stanno applicando per le persone libere. Ora che si intravede la luce fuori evitiamo che si entri nel tunnel carcerario".
*Ufficio Stampa Associazione Antigone
di Maurizio Tortorella
L'Espresso, 1 aprile 2020
La prima gara risale al 2001 e da allora sono stati spesi oltre 200 milioni di euro. E adesso che i dispositivi dovrebbero essere utilizzati per decongestionare le carceri sono sempre introvabili. C'è voluto il coronavirus, perché il governo se ne accorgesse. Soltanto oggi il ministero dell'Interno scopre che c'è qualche problema con i braccialetti elettronici per il controllo a distanza dei detenuti.
Anche il ministero della Giustizia si rende conto che non bastano, ma solo quando la paura del contagio rischia di scatenare rivolte carcerarie come quella di due settimane fa, che ha lasciato 14 morti tra i detenuti, 50 feriti tra gli agenti della Polizia penitenziaria, e almeno 35 milioni di danni. Per tamponare l'emergenza Covid-19 nelle prigioni italiane, dove oltre 61 mila detenuti travolgono una "capienza regolamentare" che ne prevede 50 mila (ma i posti veri sono 47 mila, e molti sono inagibili per le rivolte), e dove il contagio lambisce agenti, operatori e medici, il decreto Cura Italia del 18 marzo ordina di fare uscire oltre 6 mila condannati, i meno pericolosi tra quanti devono scontare residui di pena tra sei e 18 mesi di reclusione.
Dovrebbero trascorrerli agli arresti domiciliari, quindi per monitorarli servirebbero migliaia di poliziotti, oppure i braccialetti elettronici. Li chiamano così, in realtà sono cavigliere: 50 grammi di plastica anallergica, più una batteria e un chip. Collegate a una centrale operativa, rilevano in tempo reale dove sia la persona che le indossa. C'è un problema, però. Perché è vero che l'Italia ha cominciato ad acquistare i dispositivi nel 2001, quando il ministro dell'Interno Enzo Bianco ne avviò la sperimentazione.
Ma 19 anni dopo sono pochini, i braccialetti. L'ammette lo stesso governo, nero su bianco, nella Relazione tecnica allegata al decreto Cura Italia: "Al momento" vi si legge "e fino al 15 maggio, risultano disponibili 2.600 dispositivi". Il punto è che in gran parte dovrebbero essere usati per gli indagati in custodia cautelare, non per i condannati. Quindi non basteranno nemmeno per iniziare a decongestionare le carceri.
Da 19 anni l'Italia sopporta l'indecorosa storia dei braccialetti fantasma: una sceneggiata che fin qui è costata 200 milioni di euro tra convenzioni e appalti. Con quella cifra, più di dieci milioni l'anno, oggi i congegni dovrebbero essere decine di migliaia, tutti attivi. C'è solo da sperare che il numero indicato oggi dal governo - 2.600 - sia reale.
Ma è legittimo dubitarne perché ancora lo scorso 8 marzo il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini, non aveva la più pallida idea di quanti fossero i braccialetti: "Non è un dato in mio possesso" rispondeva in un'intervista a Radio radicale. E aggiungeva: "Non è un dato fruibile", cioè disponibile. Ma se non è disponibile per lui... Più che una storia, quello dei braccialetti è uno scandalo a puntate, denunciato più volte anche da Panorama.
È una storia che comunque comincia male fin dall'inizio, visto che il primo detenuto "sperimentale", un peruviano condannato per traffico di droga, si dà alla macchia due soli mesi dopo che lo strumento di controllo gli viene stretto alla caviglia. È una storia di convenzioni "segretate" dai ministri dell'Interno che si succedono, e per due volte affidate senza gara alla Telecom. Nel dicembre 2011 l'appalto viene confermato fino al 31 dicembre 2018 da Annamaria Cancellieri, che è al Viminale con Mario Monti. Il prezzo è 9 milioni l'anno, altri 63 in totale.
La scelta provoca polemicucce nel 2012, quando in Parlamento l'estrema sinistra accusa la Cancellieri di conflitto d'interessi: pochi mesi prima il figlio del ministro è stato assunto da Telecom a capo del settore amministrazione, finanza e controllo.
Poi, come spesso accade in Italia, tutto scompare, evapora, s'inabissa. Resta lettera morta anche una dura censura della Corte dei conti, nel settembre 2012. Sui braccialetti, la Corte accusa il governo non solo per la mancata gara, ma anche per lo spreco di denaro pubblico: "La spesa" scrive "è stata elevatissima a fronte dei veramente pochi dispositivi utilizzati".
A quella data, dalle casse dello Stato sono usciti 106 milioni di euro, e in base agli accordi i braccialetti attivi dovrebbero essere circa 2.400. Se fosse così, la spesa media per dispositivo sarebbe a dir poco siderale: 44 mila euro. Ma non è così. È molto peggio. I giudici contabili scrivono che "i dispositivi utilizzati sono veramente pochi: solo 14, parrebbe". Passano altri anni. I governi insistono a versare milioni, ma i braccialetti non aumentano. Si deve aspettare l'estate del 2016 perché venga indetta una gara europea.
La vince Fastweb, nel 2017, per altri 23 milioni. In cambio garantisce una fornitura di 1.000-1.200 dispositivi al mese fino al dicembre 2021. L'aggiudicazione definitiva è dell'agosto 2018, e la fornitura potrebbe partire dall'ottobre successivo. Tutto risolto, allora? Macché, si perdono ancora il 2018 e il 2019 perché la commissione di collaudo del sistema viene nominata con ritardo. Ancora il 28 novembre 2019 l'Ucpi, l'Unione degli avvocati penalisti, protesta: "Nonostante mille rassicurazioni, la commissione non è stata ancora nominata".
E siamo all'oggi. Il governo, letteralmente, dà i numeri. Nella Relazione tecnica, allegata al decreto Cura Italia, da una parte scrive che "risultano disponibili 2.600 dispositivi fino al 15 maggio", ma poche righe prima si legge che grazie alla convenzione con Fastweb "fino all'8 marzo ne sono stati attivati circa 5.200" in 15 mesi. È scettica Rita Bernardini, l'ex parlamentare radicale che è presidente di Nessuno tocchi Caino, l'associazione a difesa dei detenuti: "Com'è possibile" si domanda "se il collaudo non è ancora stato completato?".
Il mistero dei braccialetti, insomma, continua. Come non bastasse, la Relazione al decreto accenna ad altre spese, in apparenza diverse dai 7,7 milioni annui della convenzione con Fastweb. Per sostenere oneri relativi a "noleggio, installazione, gestione e manutenzione di strumenti tecnici di controllo delle persone sottoposte all'arresto o alla detenzione domiciliari", si legge che il Viminale stanzia 11,2 milioni per il 2020, 21,2 per il 2021, e 21,2 per il 2022. Forse servono per le stazioni di polizia cui sono collegati i braccialetti. Ma allora lo Stato paga due volte per i dispositivi che non usa?
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