di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 31 marzo 2020
920 sarebbero già disponibili. I penalisti: "Truffa grottesca, vanifica misure". Anastasia: "Accolte pochissime istanze per i domiciliari, a Rebibbia 12 su 300". Tra le pieghe del Dl "Cura Italia riesce a inserirsi qualche timida misura anche per l'umanità di serie B che vive in carcere.
Il Dubbio, 31 marzo 2020
L'appello che Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato di Polizia penitenziaria. "Nella sezione femminile di Rebibbia ci sono 9 bambini che vivono con le mamme detenute. Dopo il caso accertato di medico positivo al Coronavirus si facciano uscire i bambini dal carcere affidandoli a familiari o ai servizi sociali o alle stesse madri agli arresti domiciliari".
È l'appello che Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato di Polizia penitenziaria, Spp, ha rivolto al residente della Repubblica Sergio Mattarella e ai ministri della Salute, Roberto Speranza e Giustizia Alfonso Bonafede. "Una situazione di grande inciviltà che si aggiunge all'autorevole e recente denuncia del presidente Mattarella sulla 'mancanza di dignità in carcerè", spiega Di Giacomo, ricordando i numeri: al 29 febbraio scorso erano ben 55 i bambini con meno di tre anni d'età che vivevano in carcere con le loro madri, alle quali non è stata concessa, per decisione del giudice, la possibilità di accedere alle misure alternative dedicate proprio alle detenute madri. Ad essere recluse con i propri figli sono 51 donne, 31 straniere e 20 Italiane.
Per Di Giacomo "non possono essere i bambini a pagare la sempre più grave disattenzione dell'Amministrazione penitenziaria che si manifesta in relazione alla crescente diffusione del contagio Covid-19 in tutte le carceri italiane. Questi bambini devono uscire subito".
Tra le misure decise per ridurre il numero di detenuti secondo il Dl varato dal Governo la condizione dei bambini in carcere con le madri richiede priorità su tutti gli altri casi - sottolinea il sindacalista - È una situazione insostenibile che va rimossa che come Spp abbiamo denunciato in tempi normali, figuriamoci in questi tempi di emergenza sanitaria. I bambini non devono stare in carcere né tanto meno rischiare la salute", conclude il segretario.
di Marco Bova
Il Fatto Quotidiano, 31 marzo 2020
"Ci hanno dato le mascherine di carta rifiutate dalle Regioni". La denuncia arriva dalla Uil, sindacato degli agenti di polizia penitenziaria che in questi giorni sta raccogliendo segnalazioni dall'intera penisola. Dopo le proteste dei detenuti di alcune settimane fa le tensioni sembrano rientrate. Ma adesso gli agenti temono di trasformarsi in untori che potrebbero condurre il virus all'interno dei penitenziari.
"Ci hanno spedito le mascherine di carta che avevano rifiutato le Regioni, così equipaggiati rischiamo di esporre i detenuti al contagio". La denuncia arriva dalla Uil, sindacato degli agenti di polizia penitenziaria che in questi giorni sta raccogliendo segnalazioni dall'intera penisola. Dopo le proteste dei detenuti di alcune settimane fa le tensioni sembrano rientrate. Ma adesso gli agenti temono di trasformarsi in untori che potrebbero condurre il virus all'interno delle carceri. "Le procedure adottate dal Ministero garantiscono l'accertamento su ogni singolo detenuto, ma noi restiamo la variabile imprevista - dicono - che potrebbe dar vita a un piccolo focolaio". E il timore rimbalza da nord a sud, anche in virtù dell'esecuzione delle scarcerazioni previste dal Cura Italia per i detenuti con pene inferiori ai diciotto mesi.
"Da alcune settimane stiamo operando con soluzioni di fortuna, anche il sindacato stesso ha messo a disposizione alcune mascherine da donare a tutti i colleghi, ma ieri abbiamo ricevuto 5000 di queste mascherine che alcuni governatori hanno definito 'quelle dei cartoni animati'", dice Gioacchino Veneziano, segretario della Uil in Sicilia. "Ci stanno mandando in trincea senza nessuna arma - continua - è inutile che il Ministro Bonafede e il capo di dipartimento Basentini dice di tutelarci, non è così e lo smentiamo con i fatti". Condizione analoga in Puglia, dove "sono arrivate le stesse mascherine di carta", dice Stefano Caporizzi, responsabile regionale del sindacato. "Abbiamo preferito rivolgerci ad alcune aziende locali per averle con un piccolo contributo - dice - e poter evitare di contagiare la popolazione detenuta, che ci chiede di indossarla perché vorrebbero sentirsi più sicuri".
"Noi le mascherine di carta le abbiamo ricevute la settimana scorsa, adesso ci hanno spedito un lotto di mascherine rigide (due a testa) che dobbiamo lavare ogni sera", racconta Domenico Maldarizzi, segretario Uil in Emilia Romagna. "Riteniamo che il numero di dispositivi sia assolutamente non idoneo - continua - basti pensare che a Bologna ci sono stati dei casi tra i sanitari e gli infermieri e l'amministrazione non ci ha mai fornito dei dati ufficiali e anche un detenuto è risultato positivo". Il carcere del capoluogo emiliano alcune settimane fa è stato al centro di una delle proteste più pericolose. "Adesso lavoriamo tra mura nere e piene di fuliggine, all'inizio sono stati trasferiti 40 detenuti, poi nessun altro trasferimento - aggiunge - tra l'altro stiamo avendo difficoltà anche a trovare qualcuno che possa riparare i danni".
"Senza un vettore esterno - continua Caporizzi - nessun detenuto prenderà mai il coronavirus, sono soltanto i fattori esterni a poter portare il contagio all'interno e qualora dovesse avvenire almeno un contagio, si scatenerebbe un focolaio molto preoccupante". La procedura infatti prevede che, anche chi viene arrestato in questi giorni venga sottoposto a una visita pre-triage prima di accedere in carcere. "Molti colleghi sono in quarantena senza tampone", aggiunge. Ed è singolare il caso di Lecce, dove sei agenti sono in quarantena da dieci giorni, in attesa degli esiti del tampone, dopo essere stati a contatto con una detenuta risultata positiva. Alcuni giorni è morto un agente pugliese in servizio al carcere milanese di Opera e i sindacati sono tornati a chiedere i "tamponi per tutti i poliziotti".
"Il rischio più grosso è proprio nelle procedure che dobbiamo eseguire in occasione delle scarcerazioni previste dal Cura Italia: dobbiamo entrare in abitazioni a noi sconosciute a tutti gli effetti, rischiando anche di trovare persone che non hanno denunciato di essere in quarantena o che sono affette da coronavirus senza neppure saperlo", dice Gioacchino Veneziano.
"A Firenze alcuni colleghi hanno sollevato questa problematica - aggiunge Eleuterio Greco segretario Uil in Toscana - e in questi giorni eseguiremo almeno 60 provvedimenti". "Ampliare le pene alternative non è un segnale di resa - conclude Caporizzi - ma in questa maniera si rischia di esporci ulteriormente. Speriamo tutti il meglio, ma se dovesse scapparci il morto, riprenderebbero le rivolte, ne siamo certi".
di Andrea Orlando*
huffingtonpost.it, 31 marzo 2020
Egregio senatore Salvini, illustre onorevole Meloni, mi rivolgo direttamente a voi anche sulla base della vostra volontà, manifestata in più occasioni, di collaborare con il governo e con la maggioranza nella gestione della drammatica crisi che stiamo vivendo. La crisi colpisce ogni ambito della nostra vita civile, sociale e istituzionale, pertanto, credo che la vostra disponibilità non possa che riguardare ogni ambito interessato da essa. Tra questi ve n'è uno particolarmente scabroso e divisivo, eppure assolutamente cruciale come il carcere.
Il Papa ieri ha richiamato l'attenzione di tutti noi sull'argomento. Lo ha fatto evocando l'aspetto umanitario del problema in relazione alla condizione dei detenuti. Il problema è evidente, il virus non colpisce solo gli incensurati ed è evidente che in un circuito penitenziario nel quale dovrebbero stare circa 45.000 e nel quale, attualmente, sono recluse più di 60.000 persone, la possibilità di realizzare il distanziamento sociale è una barzelletta di pessimo gusto. Non mi sfugge, cari colleghi, che il vostro posizionamento politico di questi anni si è incentrato sul tema della certezza della pena.
Si potrebbe opinare che la pena può essere certa e persino dura e sicuramente più utile alla collettività, senza necessariamente risolversi nella reclusione, ma non è il tempo di fare questa discussione.
Adesso la questione si pone su un altro piano. Il mancato distanziamento sociale dietro le sbarre può fare del carcere una vera e propria bomba epidemiologica. I timidi provvedimenti assunti non sono in grado di evitare questo scenario. Occorrerebbe più coraggio. Il carcere non è un'isola. Ogni giorno dagli istituti penitenziari escono ed entrano migliaia di persone.
In primo luogo le donne e gli uomini della polizia penitenziaria, e con loro, un numero significativo di medici, infermieri, educatori, tecnici e dirigenti penitenziari.
Il contagio non resterebbe chiuso tra le mura. E potremmo così trovarci, superato il picco della diffusione del virus nel Paese, a fare i conti con un ritorno di fiamma provocato proprio dal carcere trasformato in un enorme focolaio. Se non sono sufficienti, dunque, i richiami al senso di umanità che pure non penso vi siano indifferenti, faccio appello al vostro indubitabile attaccamento al nostro Paese già troppo gravato da ipoteche e angosce.
Peraltro il primo provvedimento deflattivo per far fronte al sovraffollamento, in condizioni assai meno drammatiche, di quelle attuali, fu varato meritoriamente da un esecutivo sostenuto dalle forze politiche che attualmente guidate. Le timide norme contenute nel decreto in conversione alle Camere credo riescano in modo soltanto parziale a ridurre i pericoli che ho paventato, eppure anche quelle, hanno già suscitato da parte vostra durissime polemiche.
Sono consapevole che il tema si presta a fraintendimenti e strumentalizzazioni e a dire il vero affrontarlo in modo razionale non è mai fonte di consenso. Eppure credo che sia necessario mettere da parte su questo come su altri punti le nostre legittime aspirazioni e riconsiderare le nostre convinzioni più radicate alla luce di ciò che sta avvenendo. Questo sacrificio non è richiesto soltanto a voi. Tutte le forze politiche sono chiamate a ridiscutersi e a rivedere molte delle loro parole d'ordine. Credo che l'interesse della nostra comunità lo giustifichi ampiamente. Aprire dunque, rapidamente una discussione sul carcere che tenga conto di questa fase e non ricalchi il copione di questi anni, è assolutamente necessario, vi ringrazio se soltanto vorrete prendere seriamente in considerazione questa possibilità.
*Deputato Pd
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 31 marzo 2020
Corte di cassazione - Sentenza 30 marzo 2020 n. 10867. Nel caso in cui il giudice non abbia stabilito un termine per il pagamento della somma di denaro al cui adempimento ha subordinato il beneficio della sospensione condizionale della pena, esso coincide con quello dell'irrevocabilità della sentenza di condanna. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sentenza n. 10867 di ieri, affermando un principio di diritto ed annullando (con rinvio) il provvedimento del tribunale di Modena che aveva rigettato la richiesta di revoca della sospensione condizionale della pena richiesta dal Pm.
Il diniego della revoca, nonostante la condanna per appropriazione indebita fosse divenuta ormai definitiva da diversi mesi, si fondava sul fatto che in assenza di una specifica indicazione, il termine per adempiere doveva intendersi fissato in cinque anni dal passaggio in giudicato della decisione. Un periodo dunque coincidente con quello cosiddetto di "osservazione" (articolo 163 c.p.) al termine del quale se il condannato non ha commesso reati, la non esecutività della pena diventa definitiva.
Per la I Sezione penale, tuttavia, tale orientamento, presente anche nella giurisprudenza di legittimità, non tiene conto del fatto che l'articolo 165 c.p., sugli obblighi del condannato, al quarto comma, specifica che "la sospensione condizionale della pena è comunque subordinata al pagamento della somma determinata a titolo di riparazione pecuniaria". Ciò, ovviamente, nell'ottica di favorire "le condotte restitutorie o risarcitorie". Ragion per cui "la trasposizione del termine fissato dall'art. 163 c.p. nella disciplina del 165 è del tutto incongrua" rispetto alle finalità della norma. Dunque, quando l'obbligo da adempiere, indicato nella sentenza di condanna quale condizione per la concessione della sospensione condizionale, consiste nel pagare danaro alla persona offesa, "il termine non può che identificarsi con quello di adempimento delle obbligazioni pecuniarie". In questo senso è limpido il precetto contenuto nell'articolo 1183, primo comma, cod. civ., secondo cui "se non è determinato il tempo in cui la prestazione deve essere eseguita il creditore può esigerla immediatamente".
Tirando le somme: quando, come nel caso di specie, la sospensione condizionale della pena è subordinata al pagamento di una somma di danaro, "non si giustificherebbe una scadenza ai fini dell'adempimento posticipata rispetto al passaggio in giudicato della sentenza". E ciò in considerazione del fatto che l'obbligo imposto giudice penale "non ha contenuto nuovo e autonomo rispetto a quello civilistico, per il quale il legislatore sancisce principio per cui il creditore può esigere immediatamente l'adempimento dell'obbligazione se non deve essere stabilito uno specifico termine".
In conclusione, "nel caso in cui la clausola apposta al beneficio previsto dall'art. 163 cod. pen. riguardi il pagamento di somma di danaro liquidata a titolo di parziale risarcimento del danno da reato subito dalla persona offesa costituitasi parte civile e la sentenza non abbia indicato alcun termine specifico per l'adempimento, la statuizione penale deve intendersi integrata, trattandosi di statuizione civile immediatamente esigibile, nel senso che il termine di adempimento coincide con la data di irrevocabilità della sentenza".
di Federica Allasia
La Stampa, 31 marzo 2020
Nicoletta Dosio è stata scarcerata ieri dal carcere delle Vallette in cui era rinchiusa dallo scorso 30 dicembre. L'attivista No Tav ha potuto beneficiare delle misure messe in atto dal governo per ridurre il sovraffollamento degli istituti penitenziari e scongiurare così il rischio di contagi da coronavirus al loro interno. Sconterà il resto della pena agli arresti domiciliari, nella sua casa di Bussoleno, e le saranno applicate il massimo delle restrizioni, compreso il divieto di comunicare con l'esterno.
Era stata arrestata il 30 dicembre scorso a Bussoleno, in Valle di Susa. La pasionaria No Tav era stata condannata in via definitiva a un anno di reclusione per una protesta del 2012 alla barriera di Avigliana dell'autostrada del Frejus. La 73enne, in occasione dell'arresto, non aveva chiesto misure alternative e a darne notizia, in quella circostanza, sui social erano stati i No Tav, che scrissero: "Vergogna allo Stato italiano".
Sempre in quella circostanza gli attivisti scrissero così dell'arresto della "pasionaria": "Nicoletta Dosio è appena stata arrestata. I carabinieri sono venuti a prelevarla nella sua abitazione poco dopo le 18. Stamattina all'attivista 73enne era stata notificata la revoca delle sospensioni. In questo momento, cittadini di Bussoleno scesi in strada alla spicciolata stanno rallentando l'arresto bloccando la strada". Ora la Dosio potrà tornare a casa e scontare lì il residuo di pena.
di Pia D'Anzi*
giustizianews24.it, 31 marzo 2020
Lo abbiamo scritto sulle colonne di questo giornale ed in ogni sede in cui ci è stato possibile farlo: il governo ha deciso di sacrificare i detenuti. Tutti noi abbiamo accolto con sconcerto le teorie dei "nuovi Darwin" (il presidente Trump e Boris Johnson) che nella loro strategia di contrasto alla propagazione del virus, di fatto propugnavano di sacrificare ed abbandonare al loro destino le fasce più deboli della popolazione: anziani e malati. Strategia cinica e probabilmente immorale che, tuttavia, si basa quantomeno su alcune evidenze scientifiche (la cd. "immunità di gregge"). Il ministro Bonafede - e di conseguenza tutto il governo di cui egli fa parte - ha invece deciso di sacrificare una piccola parte della popolazione (detenuti e personale penitenziario) sull'altare di un'autistica propaganda politica.
Bisogna guardare Bonafede mentre risponde alle domande rivoltegli dai deputati durante il question time. E poi riguardarlo ancora ed ancora. L'effetto è straniante: senza mai alzare gli occhi (salvo alcune fugaci occhiate ai banchi dell'opposizione) il ministro ha dato vita ad una recita finalizzata a "rassicurare" che non vi sarà alcuna "Amnistia mascherata" e che i detenuti liberati saranno pochissimi.
Il ministro non ha capito qual era il motivo delle interrogazioni rivoltegli e, soprattutto, non ha capito la straordinarietà della situazione che impone, ed imporrà anche in futuro, l'abbandono delle propagandistiche formule che hanno caratterizzato il dibattito politico giudiziario degli ultimi anni e della logica puerile di rassicurare la collettività che i colpevoli non la faranno franca.
Sì, sig. ministro, questa volta siamo d'accordo: i colpevoli non la faranno franca. Bonafede ha affermato che la situazione nelle carceri è sotto controllo e non vi è il rischio di una tragica diffusione del contagio. Con queste parole il ministro ha assunto su di sé la responsabilità morale e giuridica della salute di decine di migliaia di persone che frequentano quotidianamente le carceri.
È una scommessa con un tasso di rischio altissimo. Se fossimo cinici staremmo in silenzio ad aspettare che succeda l'irreparabile e rimanderemmo ad un momento successivo le analisi dure e le conseguenti accuse senza scampo.
Ma cinici non lo siamo mai stati e difronte al rischio per la salute dei detenuti riteniamo che la propaganda debba cedere il passo ad un tentativo costante di mediazione. Dobbiamo sforzarci di parlare, di insistere anche se l'interlocutore fa finta di non capire e si mostra sordo ad ogni ragionevole richiesta.
Il governo non ha fino ad ora voluto, neppure in questa fase drammatica ed emergenziale, superare la propria idea violenta del diritto penale e della pena. Un unico timore lo pervade: quello di apparire più blando ed umano dinanzi ad una opinione pubblica cui è stato inoculato negli ultimi anni il virus del giustizialismo e delle teorie securitarie.
Non si giustificherebbero altrimenti le dichiarazioni volte ad evidenziare come non sia ascrivibile al decreto legge appena emanato la fuoriuscita dagli istituti di pena di circa 2.000 detenuti. Soltanto 200, ha rivendicato con orgoglio il ministro (come se stessimo recitando al teatro dell'assurdo), ne hanno beneficiato. E poi via alla declamazione della lista della spesa: 200.000 mascherine! 770.000 guanti in lattice monouso.
Ecco, questo è il desolante spettacolo al quale abbiamo assistito pochi giorni fa. Non una risposta all'incalzante e pervicace accusa di aver adottato misure inidonee allo sfoltimento serio della popolazione carceraria, non una parola sulle gravi responsabilità del Dap e di chi lo dirige né sulle incredibili morti di 14 detenuti a seguito delle rivolte di qualche settimana fa (la cui analisi è stata affidata ad una relazione scritta che parrebbe depositata in parlamento).
Il governo ha ignorato l'appello dei giuristi, delle associazioni, dei detenuti, di alcuni partiti (anche appartenenti alla maggioranza di governo) ed il monito del Presidente della Repubblica sulla necessità di intervenire sul sovraffollamento degli istituti di pena e sul conseguente rischio di espansione esponenziale del contagio da coronavirus.
Sembrerebbe tutto perso, ma non ci si può arrendere ora. Ecco perché diciamo ancora: Cambiate idea.
*Avvocato del Foro di Napoli, componente dell'associazione "Il Carcere Possibile"
di Massimiliano Magrini
ravennawebtv.it, 31 marzo 2020
L'intervento di Paola Cigarini, presidente della Conferenza regionale Volontariato e giustizia. Sono una ventina le persone recluse ufficialmente risultate positive al Coronavirus in Italia, non tenendo quindi conto del personale sanitario, amministrativo e penitenziario. Ad oggi non risultano ancora casi acclarati di contrazione della Sars-Cov-2 nelle carceri dell'Emilia-Romagna, anche se la situazione potrebbe cambiare rapidamente e la preoccupazione per l'esplosività dell'arrivo della pandemia in situazioni ristrette è sempre elevata.
Su questo tema si è espressa anche la presidente della Conferenza regionale Volontariato e giustizia Paola Cigarini, che è anche volontaria del carcere di Modena dove si è consumata la rivolta più sanguinosa di inizio marzo, con 9 morti accertati. Di seguito le sue parole.
"Noi volontari siamo purtroppo esclusi dagli istituti penitenziari da un mese, quindi da prima che scoppiassero le rivolte, e questa condizione non ci permette di parlare con le persone recluse, di vedere a che punto è la situazione, sentire il loro stato d'animo. La nostra esperienza è lunga e ci fa pensare realisticamente che la situazione sia di molta paura e tensione e l'isolamento imposto per contrastare la pandemia non fa che alimentarlo. L'amministrazione penitenziaria sta cercando a modo suo di tamponare quella che è una situazione che si può facilmente immaginare.
La situazione è preoccupante non solo per chi è recluso ma per chi lavora nelle carceri, piccole città dove dovrebbero essere attuate le stesse precauzioni che siamo invitati a tenere fuori, ma che dentro non si riescono a garantire. Non parliamo solo di mascherine, pulizie o distanziamento sociale, ma anche banalmente di disinfettanti, che ad esempio andavano dati un po' prima. Per non parlare del sovraffollamento, questione a cui va chiesto di trovare una soluzione da anni.
Allora oggi più che mai dobbiamo capire che se in quella comunità passa un contagio, il sovraffollamento presenterà il conto. Siamo arrivati a livelli già puniti dalla Corte Europea: allora se il diritto alla libertà viene sottratto durante l'esecuzione della pena, il diritto alla salute come agli affetti sono di tutti. Non chiediamo alla persona che arriva in ospedale se ha pagato le tasse in tutti questi anni e il detenuto peraltro le paga se dentro è messo nelle condizioni di poter lavorare.
Le proteste che sono scaturite nelle carceri e nate da questa serie di concause sono state dolorose per molti aspetti, raggiungendo esiti che ci hanno fatto soffrire; vanno sicuramente condannate, anche se mi piace precisare che non sono state alimentate ma anzi combattute dai detenuti stessi, a Modena dove opero io ma anche in altri istituti. Conoscevo tutte le persone che sono morte nel mio carcere, detenuti che hanno sempre manifestato rabbia e disagio in condizioni difficili di chiusura, di temporanea rottura con la società e la famiglia. Spero soltanto che abbiano potuto trovare la libertà e la serenità che non hanno trovato altrove in quell'ultimo gesto smodato e incontrollato. Questo per dire che le rivolte andrebbero analizzate attentamente e prese con grande serietà, ma le reazioni raccolte dimostrano ancora una volta che la comunità esterna fatica a pensare al carcere senza pregiudizi o condizionamenti. Ma non dimentichiamo che dietro alle persone detenute ci sono famiglie, mogli, mamme tra le quali si moltiplicano le paure, legate non soltanto a questa emergenza sanitaria.
Tra le soluzioni che sono state condivise attraverso le ultime circolari c'è l'incremento delle telefonate e dei colloqui via Skype, ma pensiamo che se qui fuori funziona in un modo, là dentro è tutto più lento e fragile, così una telefonata in Brasile cade tre volte su quattro, aumentando la tensione. Centrale è anche il tema dell'affidamento di persone con pene in scadenza, o malate, o che hanno un'età che non le dovrebbe condannare al carcere.
Ma questo mondo esisteva già prima, anche se quelli che potrebbero uscire non sanno dove andare. Il terzo settore e il volontariato sono stati tirati in ballo ma la legge non prevede contributi, così l'amministrazione finisce per togliere i detenuti da un posto scaricandoli sulle spalle del mondo esterno. Noi ce ne faremmo carico volentieri, ma il territorio non è attrezzato per riceverli. Le strutture di accoglienza sul territorio sono quasi tutte piene di senza fissa dimora, malati, per l'emergenza freddo, tutte persone fragili, esposte in modo tragico alla contrazione del virus.
Nessuno ha l'interesse a far esplodere l'epidemia in questi luoghi, che non si possono espandere e non possono più contare sull'ausilio dei volontari. Allora quando si fanno le circolari o si emanano delle nuove norme, bisognerebbe pensare prima anche a questi aspetti. La responsabilità del buon esito di un trattamento è delle persone recluse innanzitutto, ma anche delle istituzioni e della società esterna.
In questo momento poi in cui siamo un po' tutti agli arresti domiciliari e che stiamo già provando cosa vuol dire non potersi muovere o abbracciare i propri cari, forse capiremo quanto è importante la libertà, la vicinanza, gli affetti, la solidarietà. Siamo molto preoccupati, ma speriamo che d'ora in avanti si cominci a guardare quel mondo non soltanto attraverso la lente del giudizio, ma soprattutto sotto la luce della riflessione e dell'ascolto".
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 31 marzo 2020
"Non possiamo prevedere la portata di un'eventuale emergenza sanitaria nelle carceri campane, ma siamo pronti ad affrontarla isolando i detenuti che dovessero risultare positivi al Coronavirus negli spazi attualmente vuoti": ad annunciarlo è Antonio Fullone, provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria. In Campania e nel resto d'Italia si attende il picco della pandemia che ha già fatto migliaia di vittime. E, in questo contesto, gli istituti penitenziari rischiano di trasformarsi in pericolosi focolai, anche alla luce del sovraffollamento che li affligge.
Qual è la situazione nelle carceri campane?
"Al momento nessun detenuto ha contratto il Covid-19 né presenta i sintomi della malattia. Dal 16 al 23 marzo soltanto 39 persone sono entrate negli istituti di pena della Campania, il che ci ha consentito di implementare i controlli".
Eppure si parla di due infermieri positivi al Coronavirus nel carcere di Santa Maria Capua Vetere... "Notizia falsa. Hanno contratto il Covid-19 solo due membri del personale sanitario che, a ogni modo, svolgono compiti amministrativi e non hanno avuto contatti con i detenuti. Abbiamo provveduto a sanificare i locali, a tracciare i contatti tra i malati e le altre persone, a effettuare tamponi per verificare la presenza di altri malati. Nessun caso sintomatico è stato rilevato, la situazione è sotto controllo".
Il carcere di Poggioreale è stato dotato di termo-scanner per misurare la temperatura corporea di chi vi entra, vi lavora o vi è già ospitato. Come ci si sta muovendo per le altre strutture?
"Quasi tutte le strutture sono dotate di sistemi di rilevamento della temperatura corporea e ovunque sono stati rafforzati i controlli medici su detenuti e personale. Sono state allestite tende dove si controllano le condizioni di salute di chi viene dall'esterno. E, soprattutto, stiamo predisponendo gli spazi dove isolare gli eventuali malati, coloro i quali dovessero presentare i sintomi del Coronavirus o essere entrati in contatto con soggetti positivi".
Difficile trovare questi spazi in strutture perennemente sovraffollate, non trova?
"Stiamo destinando a quello scopo le sezioni di semilibertà, attualmente semivuote, e gli spazi solitamente destinati alle attività rieducative da svolgere in comune, oggi ridotte per evitare assembramenti".
Resta il problema del sovraffollamento, rispetto al quale il governo ha fatto ben poco.
"Attualmente, nelle carceri campane, abbiamo 7.116 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 6.176. Fino a qualche settimana fa contavamo circa 7.500 detenuti, cifra nella quale erano compresi anche i semiliberi. I provvedimenti adottati dal governo dovrebbero consentire a 500 persone di uscire dal carcere".
Poche, non le sembra?
"Questo lo dice lei. La scarcerazione di 500 persone resta un segnale positivo, anche se si considerano i requisiti previsti per beneficiarne: bisogna che resti da scontare un periodo non superiore a 18 mesi di reclusione, che il detenuto abbia un domicilio, che non abbia riportato gravi sanzioni disciplinari e che non abbia preso parte ai disordini del 7 e 8 marzo scorsi. I candidati alla scarcerazione sarebbero un migliaio, ma i requisiti restringono la platea".
La Procura di Napoli ha presentato reclamo contro la detenzione domiciliare concessa a detenuta nel carcere di Pozzuoli, madre di due figli emofiliaci e bisognosi di assistenza. Che cosa ne pensa?
"Non entro nel merito di decisioni che competono alla magistratura. Riconosco, però, l'utilità della detenzione domiciliare e non posso non notare come sempre più magistrati tendano ad accordarla".
In sei istituti penitenziari campani si stanno producendo mascherine protettive: quando arriverà l'ok per la loro commercializzazione?
"Abbiamo inviato la documentazione con la quale autocertifichiamo che le mascherine prodotte da circa 40 detenuti tra Secondigliano, Santa Maria Capua Vetere, Pozzuoli, Salerno, Benevento e Sant'Angelo dei Lombardi rispettano determinati standard. Ora attendiamo l'autorizzazione da parte dell'Istituto superiore di sanità. Prevediamo che, a regime, nelle carceri campane potranno essere prodotte 12mila mascherine chirurgiche a settimana, utili anche per il personale degli ospedali: un segnale importante".
di Errico Novi
Il Dubbio, 31 marzo 2020
Parla la Presidente della Commissione d'inchiesta del Senato sul femminicidio. "Dico grazie a Gabrielli che, come avevamo chiesto, ha mobilitato tutte le forze dell'ordine contro le violenze familiari: ora la convivenza forzata le aggrava. Chiediamo il sostegno di Cnf, Csm e guardasigilli".
Non è semplice comprenderlo, nel pieno della tragedia coronavirus, ma l'emergenza sanitaria ne trascina altre spesso sottovalutate. "Anche riguardo alla violenza domestica non è agevole ottenere risposte tempestive, in termini di contrasto materiale ma anche di misure legislative adeguate", è la premessa da cui parte Valeria Valente, senatrice del Pd impegnata, come presidente della commissione d'inchiesta di Palazzo Madama, a "tenere alta la vigilanza sulle violenze familiari anche in una fase così drammatica per tutti gli ambiti della vita collettiva".
Ma un risultato notevolissimo è già arrivato venerdì scorso, per l'organismo presieduto dalla parlamentare dem: una circolare firmata dal capo della Polizia Franco Gabrielli che valorizza proprio le sollecitazioni di Valente, e gli scambi che la presidente della commissione aveva avuto, oltre che con Gabrielli, anche con la ministra dell'Interno Lamorgese e la ministra delle Pari opportunità Bonetti.
Nel documento, inviato a tutte le forze dell'ordine (inclusa l'Arma dei Carabinieri che dipende dalla Difesa anziché dal Viminale), si sensibilizzano gli agenti delle "sale operative" a conservare la massima "sensibilità" nei confronti delle richieste d'aiuto rivolte da "persone che subiscono violenza domestica". A maggior ragione in una fase in cui le "restrizioni" anti contagio hanno "determinato una convivenza forzata dei nuclei familiari". Gabrielli invita i questori, in particolare, ad adottare "con particolare sollecitudine" gli eventuali "provvedimenti di ammonimento" nei confronti di chi mettesse a rischio "l'imprescindibile tutela delle donne vittime di violenza e di atti persecutori".
Di fronte a una simile iniziativa la senatrice Valente si dice "assolutamente soddisfatta: si tratta di un passo avanti importante, del segnale di un'attenzione autentica e della consapevolezza che un problema del genere non può essere derubricato fra i non urgenti. Non solo sono significativi i contenuti della nota di Gabrielli ma", spiega Valente al Dubbio, "lo è il fatto stesso che una circolare del capo della Polizia venga riservata a quella particolare materia". La commissione di Palazzo Madama non si ferma, aggiunge la sua presidente: "Nelle prossime ore inoltreremo lettere al Cnf, al Csm e allo stesso ministro della Giustizia, perché la violenza domestica è dramma da contrastare, ovviamente, anche con l'attività giurisdizionale strettamente intesa".
Non a caso proprio a chiedere di inserire, tra le attività penali urgenti, anche "le udienze per le misure cautelari di allontanamento del coniuge accusato di violenze" è rivolta una delle proposte di emendamento al Dl "Cura Italia" presentate dalla commissione d'inchiesta del Senato. Ce ne sono altre: innanzitutto, ricorda Valente, "la necessità di stanziare una somma di 4 milioni per le case rifugio che dovessero trovarsi a soccorrere in questo periodo donne costrette ad andarsene da casa: visto che il Covid impone accertamenti sanitari prima di accoglierle, andrebbero individuate strutture provvisorie, anche Bed & breakfast, in cui ospitarle".
Non si può escludere che il "Cura Italia" resti blindato: "Ma qui si tratta di modifiche concordate all'unanimità da tutte le forze politiche. E comunque, se non si facesse in tempo, confidiamo che trovino spazio nel decreto di aprile". Le vittime di violenza non possono essere escluse dall'agenda delle priorità.
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