di Maria Elena Vincenzi
La Repubblica, 30 marzo 2020
"Noi ci siamo. Il tribunale per i minorenni è aperto e attivo. Le misure organizzative adottate in questa prima fase di emergenza ci consentono di continuare a lavorare per dare risposta tempestiva alle richieste di intervento urgente, su questo posso rassicurare tutti.
L'impegno di magistrati, giudici onorari e personale amministrativo, ai quali sono personalmente grata, non è tuttavia sufficiente a rendere non solo tempestivo, ma anche efficace l'intervento del giudice minorile nel vasto territorio di competenza, che coincide sostanzialmente con la regione Lazio. Per questo, occorre avere tutti, autorità centrali e territoriali, enti del Terzo settore e privati cittadini, consapevolezza che i minorenni in situazioni critiche sono esposti ad altissimo rischio".
Alida Montaldi da quasi tre anni presiede il tribunale per i minorenni di Roma. Presidente, quali sono le difficoltà che affrontate in questi giorni?
"Le attività di vigilanza e sostegno alle famiglie in difficoltà e di tutela di minorenni in abbandono o esposti a pregiudizio non possono certo svolgersi tutte "da remoto". Vi è stata un'inevitabile riduzione della capacità dei servizi sociosanitari, che già prima si confrontavano con una grave carenza di risorse, di garantire continuità alle loro attività. Lo stesso vale per le case famiglia che faticano a garantire ai loro ospiti tutto ciò cui avrebbero diritto e di cui hanno bisogno (contatti almeno da remoto con le famiglie, attività educativa, assistenza terapeutica etc.). Su questo vorrei richiamare l'attenzione delle istituzioni, ma anche dei cittadini del nostro territorio: tribunale e procura per i minorenni si sono dati un'organizzazione tale da poter garantire un "presidio giudiziario" ma questo non è sufficiente se la rete di tutela, anche emergenziale, avesse punti deboli, o addirittura "rotture", prima e dopo l'intervento dell'autorità giudiziaria".
Il tribunale come si è organizzato?
"Le udienze penali continuano a tenersi regolarmente, nei casi previsti dalla legislazione di urgenza. Nel settore civile, la normativa ha escluso dal rinvio di ufficio quasi tutte le procedure di nostra competenza. Per questo, oltre all'organizzazione necessaria a garantire continuità alle udienze e ad ogni altra attività nelle procedure di adottabilità, in quelle relative a minori allontanati dalla famiglia e stranieri non accompagnati, la situazione ha richiesto e continuerà a richiedere per molto tempo il responsabile impegno di magistrati e giudici onorari per bilanciare, nelle circa 4.500 procedure pendenti, le esigenze di tutela della salute con quelle del minore. Io stessa effettuo una valutazione "dell'urgenza nell'emergenza" per le procedure che arrivano, potendo contare anche sulla valutazione già effettuata dal pubblico ministero. La dirigenza amministrativa ha poi garantito i necessari presidi del personale di cancelleria".
E se l'emergenza dovesse durare?
"Abbiamo comunicato i provvedimenti assunti per l'emergenza in modo capillare, raggiungendo tutti i comuni, tramite le prefetture, e tutti i soggetti, pubblici e privati, coinvolti. Perdurando le attuali restrizioni, occorrerà organizzare il periodo successivo al 15 aprile, in modo da ripristinare gradualmente l'attività istruttoria che ora è ridotta al minimo. Per le udienze penali già ci siamo organizzati come possibile, date le poche risorse disponibili, ma contiamo sugli interventi di potenziamento tecnologico che il ministero della Giustizia si è impegnato ad attuare. Penso che si debba anche raggiungere i destinatari degli interventi dell'intero sistema di tutela delle relazioni familiari e della condizione minorile, nelle case come nelle comunità in cui si trovano, per far loro sentire che, anche in questa situazione, la rete di tutela "regge" ed è in grado di attivarsi a loro protezione".
Quali sono le situazioni che più la preoccupano?
"Penso ai tanti bambini costretti a casa in famiglie già in situazione difficile, che possono essere maltrattati, anche per le condizioni di povertà che andranno accentuandosi. O non adeguatamente curati. Penso ai tanti bimbi e alle loro famiglie nei campi rom, in condizioni spesso inaccettabili a prescindere dall'emergenza. Quella che stiamo vivendo è una condizione che può scatenare e aggravare le situazioni a rischio e rendere sempre più difficile proteggere i più vulnerabili e indifesi e per questo c'è bisogno di particolare attenzione, responsabilità e coesione, delle istituzioni preposte alla tutela come di ogni privato cittadino. Perciò, pur nel rispetto della rigorosa consegna a "stare a casa", occorre che ciascuno si organizzi per non venir meno alle proprie responsabilità nei confronti dei più vulnerabili".
agenzianova.com, 30 marzo 2020
Le autorità del carcere Tihar di Nuova Delhi hanno rilasciato oltre 400 detenuti nel tentativo di decongestionare una delle più grandi prigioni dell'Asia meridionale nel quadro della pandemia di Covid-19 in corso. Lo riferisce l'emittente "Ndtv", precisando che come annunciato dalle autorità carcerarie 365 detenuti sono stati rilasciati su cauzione per 45 giorni, mentre 63 altri sono stati dimessi in libertà vigilata. Il tentativo di ridurre il sovraffollamento carcerario cade dopo che nel paese sono stati confermati finora 25 decessi per cause legate al coronavirus, e segue l'indicazione della Corte suprema, che lo scorso 23 marzo ha ordinato a tutti gli Stati e territori indiani di valutare la possibilità di rilasciare in libertà vigilata i detenuti condannati per reati che comportano fino a sette anni di carcere, nel quadro dell'epidemia di coronavirus. La direzione del carcere di Tihar prevede di rilasciare in totale 3 mila detenuti, esclusi i casi considerati più pericolosi. Nel paese, che dal 25 marzo osserva una serrata totale, sono stati confermati finora 987 casi.
Il primo ministro Narendra Modi ha annunciato lo scorso 24 marzo che dalla mezzanotte l'intera India, un paese con una popolazione di oltre 1,3 miliardi di persone, si sarebbe sottoposto a "lockdown" per 21 giorni. Il premier ha richiamato l'attenzione su quello che sta succedendo su scala globale e sulla difficoltà, anche nei paesi avanzati, di far fronte all'emergenza: "Questo virus si è diffuso molto rapidamente in tutto il mondo. Si diffonde come un incendio. Guardando l'esperienza di questi paesi e ciò che dicono gli esperti, l'unico modo efficace per contrastare la diffusione del virus è il distanziamento sociale"; non c'è altra strada: la catena del contagio deve essere spezzata
Il capo del governo ha precisato che il distanziamento riguarda tutti, non solo i pazienti, come alcuni credono, e che i comportamenti irresponsabili si ripercuotono sugli altri. Modi ha ricordato che già adesso la maggior parte degli Stati e dei Territori dell'Unione hanno disposto il blocco di tutte le attività non essenziali e degli spostamenti delle persone. Da mezzanotte tutto il paese adotterà lo stesso protocollo. Il premier ha spiegato che sarà come il "coprifuoco del popolo" indetto domenica 22 marzo, una sorta di prova generale della capacità di isolamento in casa, ma più stringente, e ha sottolineato che si tratta di una misura necessaria e che i prossimi 21 giorni saranno cruciali per il futuro del paese.
di Marco Ruotolo
dirittopenitenziarioecostituzione.it, 30 marzo 2020
La sospensione dell'esecuzione della pena in Nordreno-Vestfalia. Come annunciato dal Ministro Biesenbach, il Nordreno-Vestafalia assume un'iniziativa straordinaria, proponendo l'interruzione della espiazione della pena residua per i detenuti con condanne fino a diciotto mesi da scontare entro fine luglio. Esclusi dalla sospensione dell'esecuzione della pena i condannati per reati sessuali, per violenze gravi o in attesa di espulsione.
L'applicazione del rinvio o della sospensione della pena è "consigliata" anche per i detenuti non in grado di pagare sanzioni pecuniarie. Pur non risultando al momento casi di Covid-19 negli istituti del Land, il provvedimento intende "liberare" mille posti da destinare quali spazi per l'eventuale quarantena di detenuti che risultino positivi. Non si tratta di un provvedimento clemenziale, né di uno sconto-Corona ("Es gibt keinen Corona-Rabatt"), come afferma il Ministro Biesenbach, ma di una misura prudenziale per fronteggiare il rischio della diffusione del Covid-19 negli Istituti penitenziari.
tvsvizzera.it, 30 marzo 2020
Per contenere l'epidemia di coronavirus è necessario mantenere condizioni umane nei campi profughi e nelle prigioni: l'appello giunge dal presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr) Peter Maurer. Se invece profughi e detenuti continueranno ad essere costretti a vivere in condizioni miserevoli è probabile che il virus imperverserà rapidamente sia all'interno che all'esterno delle strutture, afferma Maurer in un'intervista alla NZZ am Sonntag. "La pandemia può fermare l'attività in Europa o a New York, ma guerre e violenze non si arrestano", osserva il 63enne. Il Cicr rimane impegnato, ma la sua attività è resa ulteriormente complicata dalla chiusura delle frontiere.
Nell'attuale situazione si vede anche il motivo per cui sono essenziali buone condizioni nelle carceri: non solo perché i detenuti hanno diritto a un trattamento umano, bensì anche perché i problemi dopo si riflettono sull'insieme della società, si dice convinto l'ex alto funzionario della Confederazione. Secondo Maurer è necessaria la piena solidarietà della comunità internazionale. Il Cicr sta cercando di fornire in Siria, ma anche in Yemen, Iraq, Somalia, Sudan meridionale o Nigeria, ciò che è attualmente essenziale nella lotta contro la pandemia. Nella provincia siriana di Idlib la situazione rimane estremamente difficile, continua il presidente del Cicr. Le organizzazioni umanitarie hanno un accesso molto limitato: "voliamo alla cieca".
Anche la protezione del personale del Cicr rappresenta una sfida. "Abbiamo i materiali di base e ne stiamo acquistando altri; ma gli aspetti materiali sono minori rispetto agli ostacoli politici e amministrativi". Inoltre si deve evitare che chi aiuta porti il virus nei paesi in questione.
Maurer dice di non essere sorpreso per lo scoppio della pandemia. Negli ultimi anni si è osservato un ritorno di malattie, come la polio e l'ebola, che si pensava fossero state sconfitte. Il presidente del Cicr conta quindi sulla solidarietà internazionale e spera che gli stati continuino a donare ingenti fondi per l'aiuto umanitario, nonostante la crisi del coronavirus che si trovano a loro volta ad affrontare.
di Riccardo Noury*
focusonafrica.info, 30 marzo 2020
Il 27 marzo il presidente dello Zimbabwe Emmerson Mnangagwa con un provvedimento ispirato alla necessità di contenere il contagio da coronavirus nelle carceri del Paese, ha disposto la clemenza nei confronti di diverse categorie di detenuti, con eccezioni relative alla lunghezza della pena e alla gravità del reato commesso.
Ecco l'elenco:
1. Le detenute che abbiano scontato almeno metà della pena.
2. I detenuti (da qui in avanti di ogni genere) minorenni che abbiano scontato almeno un terzo della pena.
3. I detenuti condannati a pene non superiori a 36 mesi che abbiano scontato almeno metà della pena.
4. I detenuti in cattive condizioni di salute, certificate dalle direzioni sanitarie delle carceri.
5. I detenuti inseriti nel sistema delle "prigioni aperte", un regime di semi-libertà che prevede periodi di uscita dalle carceri per visite familiari e altre attività di reinserimento sociale.
6. I detenuti ultrasettantenni che abbiano scontato almeno metà della pena.
7. I detenuti condannati all'ergastolo che abbiano trascorso almeno 25 anni in carcere.
Nel decreto di clemenza è prevista anche la commutazione in ergastolo della condanna alla pena capitale di chi ha trascorso nel braccio della morte almeno 10 anni.
di Francesca de Carolis
remocontro.it, 29 marzo 2020
Se è vero che, come in molti si dice, dopo il coronavirus nulla sarà più come prima, è il caso di approfittarne, e iniziare subito a rinnovare il nostro linguaggio. Se il mondo è nelle parole che pronunciamo... La prima parola da cancellare? "Indifferenza". E parole buone arrivano, nonostante tutto, da chi è in carcere.
di Giulio Seminara
Il Riformista, 29 marzo 2020
Acque agitate al Consiglio superiore della magistratura, incapace di presentare una proposta forte e unitaria al governo sull'emergenza carceraria legata al Coronavirus. L'altro ieri il Csm ha affrontato il tema in un plenum ad hoc ma non è riuscito a essere compatto. Il massimo organo della magistratura italiana è diviso tra i "prudenti", i "pragmatici" e i "giustizialisti".
Il Riformista, 29 marzo 2020
Per contrastare la diffusione del coronavirus nelle carceri italiane è necessario diminuire il numero dei detenuti nelle carceri italiane. È quello che dichiara la delibera della Giunta dell'Unione delle Cameri Penali italiane che esorta il Governo e il Parlamento ad agire in questa direzione.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 29 marzo 2020
Intervista a Barbara Fabbrini, Capo dipartimento del Ministero della Giustizia. La macchina della giustizia italiana reagisce alla crisi sanitaria, mettendo in campo nuovi strumenti informatici e paradigmi organizzativi.
"Grazie al lavoro instancabile del personale del dipartimento che si è impegnato per dare risposta alle necessità di magistrati e personale amministrativo, siamo riusciti ad attivare meccanismi organizzativi efficaci e il ministro Bonafede è sempre stato al nostro fianco", ha confermato Barbara Fabbrini, capo del dipartimento dell'organizzazione giudiziaria, del personale e dei servizi presso il Ministero della Giustizia.
Quali passi sono stati fatti per garantire il funzionamento della giustizia anche in emergenza?
Ci siamo mossi a 360 gradi e per step, partendo da un dato: ci riferiamo a una platea molto ampia che comprende oltre 10mila magistrati, 36mila dipendenti e 5mila magistrati onorari circa, cui vanno sommate le altre professionalità interconnesse, come gli avvocati. Insomma siamo un'amministrazione centrale ma numerosa e fortemente ramificata nel territorio. I passaggi sono stati prima la dotazione di strumenti tecnologici; poi la creazione di strumenti organizzativi; infine la spinta alla formazione a distanza.
Quanto è stato complicato questo processo?
Sicuramente ha richiesto un enorme sforzo da parte di tutto il personale del dipartimento, che non si è risparmiato. Tuttavia, partivamo già da un buon livello rispetto al resto della pubblica amministrazione, sia per quanto riguarda l'infrastruttura tecnologica che la capacità di utilizzo da parte di tutti i soggetti interessati.
Partiamo dalla dotazione di strumenti tecnologici. Da che livello si è partiti?
Rispetto al resto della pubblica amministrazione, il settore della giustizia si trova già in una condizione più avanzata. Grazie al processo civile telematico introdotto nel 2014, gli uffici sono già dotati dell'attrezzatura necessaria, della infrastruttura e dei server necessari per permettere il lavoro da remoto. Inoltre, tutti i magistrati sono già dotati di personal computer e smart card; stiamo verificando di completare le abilitazioni per chi non le avesse effettuate in passato. Per il personale amministrativo, ovviamente, questo non è possibile, ma i dipendenti che hanno dato la disponibilità allo smart working con dispositivi propri sono stati seguiti nell'installazione degli applicativi. Certo è che, in futuro, potranno essere fatte altre riflessioni per favorire in modo strutturale il lavoro agile per tutti.
Dal punto di vista organizzativo, è stato possibile creare prassi omogenee su tutto il territorio nazionale?
L'indicazione del Ministero è stata quella di dare forte impulso al lavoro agile ma soprattutto di creare delle logiche organizzative per l'emergenza sanitaria che fossero replicabili su tutto il territorio. Prima si è trattato di rispondere alle esigenze strettamente sanitarie, poi di permettere le udienze da remoto, ma anche di attivare i servizi necessari per rendere possibile l'espletamento di tutte le funzioni amministrative. Per farlo, abbiamo tenuto numerose call conference con i vertici di tutti i distretti, in modo da creare le migliori condizioni organizzative possibili, anche in territori in cui la situazione è molto difficile, come nel nord Italia più colpito dal virus.
Come hanno risposto i territori?
Molto bene, da nord a sud. In moltissimi distretti le udienze hanno iniziato a svolgersi da remoto, Milano, Roma; Salerno, Napoli solo per citare alcuni degli uffici, come anche le riunioni dei magistrati ad esempio per i consigli giudiziari, Firenze in questo ha aperto proprio l'altro giorno la strada. L'applicativo che stiamo utilizzando permette di lavorare bene e di coinvolgere anche gli altri soggetti esterni, come gli avvocati e le forze dell'ordine. I territori, nonostante il momento delicato, si sono mostrati molto dinamici e hanno iniziato subito a dotarsi di prassi organizzative attraverso protocolli tra tribunali, procure e avvocatura. Noi monitoriamo ogni cosa, pur garantendo la piena autonomia degli uffici: l'obiettivo futuro è esportare le prassi virtuose e anche immaginare che possano produrre evoluzioni normative, utili anche una volta conclusa l'emergenza. E proprio su questo il Ministro sta ponendo attenzione, anche nella logica peculiare di normazione che accompagna questo momento.
In che modo è stata affrontata la necessità di formare il personale ai nuovi strumenti organizzativi?
Abbiamo reso disponibile a tutti la piattaforma di e-learning che era stata predisposta per i percorsi concorsuali. Ora tutto il personale dipendente e i magistrati possono accedere ai moduli formativi tematici, che vanno dal funzionamento della "camera virtuale" dell'applicativo in uso ai servizi di cancelleria, fino ai vademecum per l'installazione dei software necessari. Nei giorni scorsi si è tenuta una web-conference con 1800 magistrati, che verrà ripetuta anche per omologare le modalità di organizzazione su tali applicativi.
Si può già fare qualche riflessione su come la macchina della giustizia sta reagendo all'emergenza?
Io credo che questo momento di estrema difficoltà stia obbligando al salto organizzativo e tecnologico che non si era riusciti a compiere per molti anni. Da tempo ad esempio si discuteva di smart working con i sindacati e vi erano state aperture, ma facevamo fatica a immaginare un funzionamento concreto dei meccanismi, soprattutto per i limiti normativi a tale tipologia di lavoro. L'emergenza ci ha costretti trovare nuovi paradigmi.
Qual è stata la risposta dei dipendenti?
Ottima, stando al numero di accessi alla piattaforma informatica. Il tutto è costato un grosso impegno per la direzione generale dei sistemi informativi, ma il risultato è visibile, e siamo estremamente contenti per la risposta del personale e dei magistrati. Ogni progresso è seguito attraverso call periodiche con i vertici dei distretti e uno dei dati emersi è che l'utilizzo del lavoro agile è molto più intenso al nord, dove l'emergenza è più forte, con due terzi dei dipendenti operativi da remoto. Al centro sud, invece, si procede con maggiore calma perché le esigenze sono diverse. Tuttavia la logica che guida queste nuove procedure è unitaria.
Se sul fronte civile il pct aveva già portato a una digitalizzazione dei processi, quello penale è stato più complicato da gestire?
Paradossalmente, proprio sul fronte penale c'è molto fermento e stanno nascendo protocolli su tutti i territori, per costruire nuovi flussi organizzativi che permettano di gestire le necessità. Al momento, l'infrastruttura telematica permette di svolgere regolarmente le udienze in videoconferenza.
Tutto questo ha comportato costi aggiuntivi per il ministero?
No, perché il grosso investimento in infrastruttura telematica era già stato fatto negli anni scorsi. Di fatto, si sta solo ampliando la platea degli utilizzatori ma con una struttura forte non fa differenza permettere l'accesso a mille o a quindicimila utenti. L'emergenza sta facendo sì che si utilizzi in modo più performante una infrastruttura che prima era sottoutilizzata. Gli unici veri costi aggiuntivi e non ancora quantificati riguardano le sanificazioni delle strutture, l'acquisto di mascherine, guanti e detergenti. Abbiamo attinto al fondo per le emergenze, che stiamo implementando, ma il Ministero è andato incontro a tutte le legittime esigenze degli uffici per la sicurezza del personale e dell'utenza.
di Giovanni Altoprati
Il Riformista, 29 marzo 2020
Giuseppe Marra, magistrato componente, insieme a Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita, della pattuglia dei "davighiani", è stato il relatore del parere che il Consiglio superiore della magistratura ha redatto a proposito delle misure nel settore giustizia previste dal governo a seguito dell'emergenza Covid-19.
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