di Fabio Mandato
paroladivita.org, 29 marzo 2020
Il garante Siviglia: la situazione nelle carceri calabresi in questo momento è sotto controllo. Non c'é nessun contagio e anzi alcuni problemi di assistenza sanitaria si stanno risolvendo.
"In considerazione dell'emergenza coronavirus, le detenute del carcere S. Pietro di Reggio Calabria hanno dato disponibilità a cucire delle mascherine, intanto ad uso interno, per quanto riguarda gli stessi detenuti, la polizia penitenziaria, i medici e gli infermieri che lavorano in carcere in tutti gli istituti penitenziari della Calabria ed eventualmente per i cittadini".
È quanto spiegato da Agostino Siviglia, garante dei detenuti della Calabria. Un'iniziativa che nasce dai magistrati di Area democratica per la giustizia di Reggio Calabria grazie al progetto 'Ricuciamo', "che avevamo iniziato lo scorso anno facendo cucire alle donne detenute le pettorine sia per gli avvocati che per i magistrati per le udienze". Le detenute del carcere reggino, ormai in possesso di una professionalità che merita di essere valorizzata, riescono a realizzare 250 mascherine al giorno - spiega Siviglia.
Considerando che negli istituti penitenziari della Calabria ci sono più di 2000 detenuti, l'obiettivo è quello di fare fronte anzitutto a alle esigenze interne. Man mano le mascherine potrebbero essere anche esternalizzate". Il tessuto acquistato da Area Democratica "è quello indicato dall'Istituto Superiore di Sanità. L'amministrazione penitenziaria ha comprato gli elastici e quanto mancava, quindi tutto è fatto secondo le prescrizioni".
Relativamente alla situazione nelle carceri calabresi, Siviglia evidenzia che "in questo momento la situazione è sotto controllo, nel senso che non ci sono stati episodi di rivolta come negli altri istituti italiani nelle settimane scorse; i detenuti hanno compreso il grave momento di difficoltà per tutti, anche l'impossibilità di visite da parte dei familiari, dimostrando un grande senso di responsabilità". "Non c'è al momento in Calabria nessun contagio - sottolinea il garante - ed anzi qualche problematica che c'era di assistenza sanitaria, ad esempio nel carcere di Arghillà, si stanno risolvendo. Infatti mancavano gli infermieri e li stanno reclutando con l'Asp provinciale".
di Loredana Lombardo
ilcapoluogo.it, 29 marzo 2020
Centralino staccato e nessuna notizia dei detenuti reclusi nel carcere teramano di Castrogno. Da giorni alcuni congiunti di persone detenute nel carcere teramano di Castrogno non riescono a mettersi in contatto con i propri cari dopo che sono state sospese le visite e i permessi a causa dell'emergenza Coronavirus.
La segnalazione arriva al Capoluogo da alcuni aquilani che non riescono ad avere notizie dei propri cari che si trovano reclusi nel carcere di Castrogno. La redazione ha provato a contattare direttamente il centralino del carcere di Castrogno al numero 0861/414777 ed effettivamente non è possibile prendere la linea; il numero sembra staccato.
Il decreto del governo emanato per arginare la diffusione del Coronavirus dispone che fino al 3 aprile per alzare il livello di guardia anche in tutte le carceri italiane, i colloqui potranno avvenire solo tramite video o al telefono, così come sono stati sospesi i permessi e la libertà vigilata. Anche in questo caso, in base a quanto riferito alla redazione, non è stato possibile mettersi in contatto con il carcere di Castrogno nemmeno tramite Skype e effettuare quindi i colloqui con le modalità emergenziali previste dal decreto.
Il Capoluogo ha sentito l'avvocato aquilano Vincenzo Calderoni che difende una persona che attualmente si trova reclusa in carcere a Castrogno. L'avvocato calderoni ha riferito di aver visitato il detenuto in carcere la scorsa settimana e di aver sentito in questi giorni i parenti del suo assistito, preoccupati, perché non hanno notizie del proprio congiunto e non riescono a mettersi in contatto.
L'avvocato ha contattato allora Gianmarco Cifaldi, Garante per i diritti delle persone detenute in Abruzzo per avere delucidazioni in merito. Il dottor Cifaldi ha risposto di inviare una mail all'indirizzo istituzionale per sottoporre la questione. L'avvocato ha già provveduto a inoltrarla ma ancora non ha ricevuto risposta. Auspichiamo che in un momento così delicato, la nostra civiltà non si dimentichi che anche i detenuti hanno dei diritti e che soprattutto vanno rispettati soprattutto nei momenti difficili come l'attuale", è il commento dell'avvocato Calderoni rilasciato al Capoluogo.
La sospensione dei colloqui e dei permessi ha reso la situazione nelle carceri italiane incandescente; sono diverse le proteste e le rivolte scoppiate in queste ultime settimane nelle carceri da Nord a Sud del Paese, in alcuni casi molto affollate. Anche nel carcere di Castrogno, nelle scorse settimane i detenuti hanno protestato dopo le restrizioni imposte a causa dell'emergenza Coronavirus.
Ci sono state rivolte nella sezione detenuti comuni della struttura (430 contro i 250 previsti), tanto che la voce dei detenuti è stata sentita anche a distanza, con le suppellettili battute contro le inferriate delle celle. Anche le detenute della sezione femminile di Castrogno si sono fatte sentire dando alle fiamme cartoni e un materasso. La protesta è stata poi contenuta dal personale di polizia penitenziaria che è riuscito a convincere i reclusi (soprattutto quelli della sezione Alto rischio) a rientrare nelle stanze.
torinotoday.it, 29 marzo 2020
Nella tarda mattinata e nel primo pomeriggio di sabato 28 marzo, due detenuti al carcere Lorusso e Cutugno, riscontrati positivi al tampone da Covid-19, sono stati ammessi alla detenzione domiciliare mediante accompagnamento con automezzi e personale del Corpo di Polizia Penitenziaria.
A darne notizia l'Osapp (Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria) per voce del segretario generale Leo Beneduci che aggiunge. "Nel merito dell'iniziativa preoccupa fortemente la scelta di adibire al trasporto di soggetti positivi al contagio da Covid-19 automezzi e personale di Polizia Penitenziaria come se si trattasse di una operazione attuata in condizioni normali che invece, in questo momento non sussistono".
"Soprattutto - indica ancora il leader dell'Osapp - oltre all'impiego di automezzi di cui non si è certi che sarà effettuata l'idonea sanificazione, desta non poca perplessità il fatto che pur conoscendo da un lato, l'insufficiente dotazione di dispositivi di protezione individuale e dall'altro il fatto che durante tali operazioni naturalmente non si rispetti la distanza di oltre un metro tra i soggetti, si sia scelto di adottare tali modalità e non l'utilizzo di ambulanze e personale sanitario.
di Pietro Barghigiani
Il Tirreno, 29 marzo 2020
Almeno una cinquantina gli agenti in malattia con febbre. La denuncia del sindacato Ciisa: "Non rispettate le norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro". Una dottoressa dei servizi sanitari all'interno del carcere Don Bosco e due agenti della polizia penitenziaria sono risultati positivi al coronavirus. Per un agente, di 45 anni, è stato necessario il ricovero.
Le sue condizioni sono stabili. Gli altri due contagiati sono seguiti a domicilio. Come conseguenze collaterali all'ingresso del virus nel carcere ci sono quasi una cinquantina di poliziotti con febbre e in malattia. Una situazione che rischia di innescare un effetto dominio capace di trasformare il Don Bosco in un fronte sanitario. Romeo Chierchia, segretario della Ciisa penitenziaria, denuncia i ritardi con cui è stata affrontata l'emergenza.
"L'utilizzo improvviso dei dispositivi di protezione personali dal 21 marzo solo per gli operatori sanitari, ci aveva insospettito circa il fatto che l'area sanitaria Asl e la direzione fossero a conoscenza dell'esito del test della dottoressa, classe 1958, risultata positiva al Covid-19 - afferma.
Tenere nascosta una notizia per la tutela alla salute pubblica, è gravissimo, dal momento che non sono stati predisposte le misure previste dalla norma Covid-19. Per chi ha lavorato in stretto contatto deve essere messo in quarantena, provvedere alla sanificazione degli ambienti di lavoro. Intanto tutto è taciuto. Ma non c'è l'obbligo del datore di lavoro di predisporre tutte le misure necessarie a garantire l'integrità fisica e la personalità morale dei propri dipendenti?" Il sindacalista annuncia l'ipotesi di una denuncia per lesioni personali gravi/gravissime "aggravate dalla violazione delle norme antinfortunistiche qualora non siano state adottate le misure necessarie a prevenire il rischio di contagio dei lavoratori, cagionando la malattia o la morte del lavoratore". Gli agenti si ammalano con una frequenza ormai quotidiana.
Dall'inizio della prossima settimana inizierà un controllo attraverso i tamponi per tutto il personale del Don Bosco. La Ciisa proclama lo stato di agitazione del personale di polizia penitenziaria non escludendo di arrivare allo "sciopero bianco" ad oltranza. "Un'altra cosa che non va bene sono i colloqui con l'accesso dei familiari dei detenuti - riprende il sindacalista -. Si permettono ingressi che in questo momento sono inopportuni".
di Alessandra Coppola
Corriere della Sera, 29 marzo 2020
Lo stato d'emergenza è da sempre l'alibi perfetto per i delitti contro la libertà. Il peggio, in questi tempi di quarantena, è per chi si muove in spazi stretti, dove già si respirava poca libertà: lo stato d'emergenza è da sempre l'alibi perfetto per i delitti del leader autoritario (o del politico che aspira a diventarlo).
Non è necessario attraversare i Continenti, l'ha raccontato sul Corriere di mercoledì Paolo Valentino: il premier ungherese Viktor Orbán ha presentato un disegno di legge che di fatto gli consentirà di esautorare il Parlamento, in una condizione d'allerta indeterminata. Non è passato ancora, ma questa settimana i voti dovrebbero essere sufficienti per stravolgere la democrazia a Budapest e permettere al capo di governare per decreto. "Emergenza coronavirus" e da settimane in Egitto non viene fissata un'udienza; pertanto lo studente di Bologna, Patrick Zaki, resta in carcerazione preventiva al Cairo.
Allo stesso modo e con la stessa motivazione, in Arabia Saudita è stato posticipato a data da destinarsi il processo che Loujain Alhathloul attende da due anni in prigione, per aver infranto (appena prima che fosse abrogata) la legge che impediva alle donne di guidare: ne ha scritto Viviana Mazza. Il mondo è concentrato sulla pandemia e la polizia algerina arresta l'attivista e presentatore tv Khaled Drareni, che ha raccontato i mesi di "hirak", di protesta, e ora è accusato di "attentato all'integrità del territorio nazionale". Scendere in piazza non si può più, è evidente: che ne sarà delle primavere che stavano appena rifiorendo?
C'è il pericolo di contagio, il primo ministro Narendra Modi ha gioco facile a proibire a New Delhi la marcia che da dicembre lo sfida, contestando la discriminazione dei musulmani in India. Di questi tempi, si cita spesso "Cecità" di José Saramago, un contagio bianco che appannava la vista e imbestialiva gli uomini. Ecco: stiamo in allerta, tenendo gli occhi aperti sul morbo ma anche sulla violazione dei diritti fondamentali che rischia ugualmente di aggravarsi.
di Alessandro Gilioli
L'Espresso, 29 marzo 2020
Il sindaco di Nembro, ieri sera, spiegava a Radio Popolare che i numeri ufficiali sui deceduti di Covid-19 nel suo comune sono tutti falsi: "Bisognerebbe almeno moltiplicarli per quattro. La maggior parte sono morti nelle loro case o nella residenza per anziani. Poi non li hanno nemmeno tamponati. Quindi non risultano alle statistiche".
È esattamente la stessa cosa che mi diceva l'altro giorno Elena Testi, la brava collega che scriverà da Bergamo sul prossimo numero dell'Espresso: "Quando si parla dei numeri ufficiali qui tutti mi spiegano che non significano niente. C'è molta gente che muore a casa e gli ospedali non impegnano certo le macchine per fare i tamponi a chi è già morto. Quindi nessuno di loro compare nei dati".
Lo stesso sindaco Giorgio Gori, seppure con toni meno diretti, ha detto cose simili: nella mia città i conti non tornano. Ieri alla conferenza stampa della Protezione civile un collega (chiedo scusa se non ricordo chi) ha fatto proprio questa domanda ad Agostino Miozzo, il dirigente della protezione Civile che sostituiva Borrelli: avete idea di quanta gente muore in casa? Non ha avuta alcuna risposta. Nessuna. Miozzo ha replicato parlando d'altro, mascherine, furbetti, ciclisti, le solite cose.
Il che forse pone anche questioni di altro tipo, cioè che senso ha fare conferenze stampa se poi non si risponde alle domande, a questa come ad altre poste dai colleghi più svegli (ad esempio, senza ottenere risposta è stato chiesto: perché Nembro e Alzano non sono stati dichiarati zone rosse come Codogno? Ha inciso o no quella mancata decisione sull'attuale mattanza di Bergamo e provincia? Quanti sono i cittadini stranieri e gli immigrati contagiati? Ha funzionato l'autoisolamento della comunità cinese a Prato o è una fake?). Se quelli della Protezione civile incontrano i giornalisti per non rispondere, ci mandino un video su Facebook come tutti gli altri e chiudiamo la finzione.
Ma il punto non è nemmeno questo. Il punto è quello dei numeri quotidiani, a cui siamo tutti attaccati per capire se possiamo sperare o no. Ed è ormai evidente che questi numeri sono, se non del tutto falsi, comunque molto, molto, molto approssimativi. Le cifre sui morti, appunto, nascondono chi se n'è andato in casa.
Quanto ai numeri quotidiani dei contagiati, quelli che ossessivamente guardiamo tutti alle sei del pomeriggio, dipendono da almeno due varianti: la quantità di tamponi effettuati e la tempistica con cui vengono forniti i risultati dai diversi laboratori. Che a volte rallentano, a volte invece si accavallano. Quindi questo stillicidio quotidiano di cifre non ha alcun valore reale. "Ci sono fluttuazioni dovute al caso", spiega oggi a Repubblica Vittorio Demicheli, epidemiologo della task force lombarda in campo contro il virus.
Ma sul numero dei contagiati c'è anche una terza variabile, forse più sottovalutata. E cioè che - come testimoniano i medici di famiglia - ci sono tantissime persone che restano a casa, con tosse e sintomi da Coronavirus, ma che non hanno abbastanza febbre o ipossia da essere ricoverati, quindi nemmeno tamponati. I loro medici di famiglia li curano come possono, con Tachipirina o altro. Sono contagiati fantasma, fuori dai numeri delle sei di sera. Del resto ce lo aveva già rivelato Borrelli, che le cifre dei contagiati erano false, quando l'altro giorno ha ammesso che "è verosimile il rapporto uno a dieci tra contagiati ufficiali e quelli veri".
Insomma, siamo tutti attaccati quotidianamente a numeri che sono, diciamo così, molto approssimativi. O più semplicemente farlocchi, almeno nel day-by-day. Eppure siamo tutti lì a studiarne le varianti anche minime, oggi più cento, ieri meno trenta, stasera va un po' meglio, stasera va un po' peggio.
Che dire, che fare, allora? L'ideale sarebbe non guardarli ogni pomeriggio, staccarsi da questa tortura quotidiana per almeno una settimana: magari dopo un po' di giorni le cifre hanno un po' più senso, come tendenza, come curva. Lo dice, in linguaggio più tecnico, sempre Demicheli: "I numeri vanno letti per la tendenza e non per i valori puntuali".
Guardando più a ritroso, la settimana scorsa, si vede ad esempio che in Lombardia la percentuale dei contagiati aumentava ogni giorno a doppia cifra, adesso no, siamo tra il più 7,9 per cento di ieri e il più 5,4 di mercoledì.
In sintesi nasce come una bella idea, questa conferenza stampa quotidiana: nasce come un esercizio di trasparenza e di confronto tra istituzioni e media-cittadini in un momento di emergenza. Ma è diventata un'altra cosa, un esercizio di reticenze, di mezze bugie e soprattutto di numeri sbilenchi.
Colpa di nessuno, probabilmente: le cose vanno in modo inaspettato quando accadono catastrofi così inaspettate. Dovremmo staccarci, da quel rito quotidiano, soprattutto dal suo sciorinamento di cifre ballerine. Ma è difficile, e non ce la faccio neppure io, s'intende: ogni sera, alle sei, come a prendere una droga che sai che ti fa male ma di cui non riesci a fare a meno.
di don Gennaro Pagano*
Il Riformista, 29 marzo 2020
La consapevolezza della difficoltà del tempo presente dovuta alla crisi sanitaria ed economica provocata dalla pandemia che ha colpito il nostro paese, in alcune aree in modo drammatico in altre ancora contenuto, mi spinge in qualità di Direttore della Fondazione Regina Pacis, da sempre vicina alle istanze dei più fragili e marginali, ad invocare soluzioni importanti capaci di tener conto del bene integrale della persona e delle fasce più marginali della popolazione. Più volte ho sentito ripetere da qualcuno che l'epidemia da covid-19 è democratica in quanto potenzialmente coinvolge tutti: se lo è dal punto di vista biologico e medico non lo è dal punto di vista sociale.
Siamo nel bel mezzo di una crisi che non è più esclusivamente sanitaria ma anche psicologica, sociale, economica. Pertanto credo, con i mezzi che solo chi governa e amministra può immaginare, anche questi altri tre criteri (psicologico, sociale, economico) debbano essere utilizzati con maggior centralità, nell'ambito della riflessione politica e sociale.
Nell'affermare tale istanza penso ad alcune fasce di marginalità sociale che soffrono più di altre in questo momento.
I minori. Bombardati da continui bollettini di guerra, spesso in balia di genitori che a causa della propria comprensibile ansia fanno fatica ad essere rassicuranti, respirano un senso di insicurezza che probabilmente avrà in molti di loro forti ricadute dal punto di vista della salute psichica. L'assenza totale dalla vita dei bambini e degli adolescenti di adulti di riferimento, come maestri, insegnanti, educatori, operatori che spesso sostengono i loro genitori nel compito educativo e di cura, ha per alcuni di essi conseguenze disastrose.
Penso soprattutto a quei bambini che vivono in famiglie multiproblematiche, come molti dei minori che frequentano i nostri Centri Diurni: dal loro orizzonte è completamente scomparso un adulto di riferimento esterno alla famiglia, capace di coadiuvare quest'ultima, di sostenerne la resilienza e di vigilare sulla loro salute integrale. Inoltre per molti ragazzi che vivono in famiglie con enormi problemi economici e di arretratezza culturale e multimediale, la didattica a distanza è solo una terminologia incomprensibile e un'esperienza inarrivabile.
I detenuti. Occupandoci di accoglienza di adolescenti di aera penale e di donne provenienti dall'esperienza carceraria, il nostro rapporto con alcune strutture detentive è costante. Io stesso, in qualità di Cappellano, mi reco quasi ogni giorno nell'Istituto Penale per Minorenni di Nisida, constatando la difficoltà del momento, la tensione dei ragazzi e la problematicità nella gestione del tempo: se non fosse per la dedizione creativa del Direttore e della costante disponibilità del Comandante di Reparto, unitamente alla collaborazione della Magistratura Minorile e di tutto il Personale, i detenuti, privi dei colloqui, delle occasioni ricreative organizzate dal volontariato carcerario, delle attività formative e laboratoriali si troverebbero a fare i conti con un tempo vuoto, generatore di malessere interiore e di dinamiche pericolose.
Se in un Istituto minorile la competenza di chi vi lavora riesce a contenere e a gestire il tutto, in Carceri ben più grandi la situazione è seria e pericolosa - non solo dal punto di vista sanitario - tanto per il personale, quanto per i detenuti. In uno stato civile è impensabile che, seppur in una situazione emergenziale, la vita carceraria possa proseguire a lungo in questa sorta di limbo dove, contrariamente a quanto affermato dall'articolo 27 della nostra Costituzione, si fa fatica in questo momento ad offrire stimoli realmente rieducativi.
I disabili. La chiusura di diversi centri specializzati e di molte realtà socio- educative sta producendo un'inevitabile ricaduta psicologica su molte persone con disabilità e lascia sprofondare in un senso di stanchezza e di indicibile solitudine molte delle loro famiglie. In molte zone del paese anche l'assistenza domiciliare è stata sospesa o mai avviata. Occorre fare qualcosa in tal senso per evitare delle vere e proprie tragedie familiari, pensando a modalità di fruizione dei servizi che possano mettere insieme le istanze sanitarie con quelle psicosociali dei disabili e delle loro famiglie.
Le tre categorie a rischio di marginalità appena citate non sono le uniche: molti sono i problemi sociali prodotti da questa reclusione forzata e necessaria, fra tutti ad esempio le problematiche legate alla violenza domestica. Per questo, come Fondazione, raccomandiamo che lo stato di necessità sia più che mai valutato e rivalutato, modulato e rimodulato anche a partire da serie considerazioni derivanti dalle altre emergenze sociali in corso, tenendo presente che, nella crisi sistemica che stiamo vivendo, generatrice di povertà e miseria, anche forze oscure e criminali si stanno rendendo più che mai presenti sul nostro territorio, a partire dalla criminalità organizzata.
Ieri, il Santo Padre, in Piazza San Pietro così pregava: "Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato.
Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: Svegliati Signore!." Che questo risveglio possa riguardare non solo il Signore - a cui le parole sono rivolte in modo retorico e in cui come credenti poniamo la nostra fiducia - ma tutta la comunità nazionale e locale, a partire da chi ha responsabilità politiche e amministrative.
*Cappellano Ipm Nisida, direttore Fondazione "Centro Educativo Diocesano Regina Pacis"
di Massimo Marino
Corriere di Bologna, 29 marzo 2020
Il regista Billi e il laboratorio femminile alla Dozza. "Il laboratorio teatrale all'interno della sezione femminile della Dozza è stato sospeso all'inizio dell'emergenza. Dal 24 febbraio non siamo più entrati in carcere".
Così Paolo Billi, direttore artistico e regista del Teatro del Pratello, racconta quello che sta succedendo in un settore delicato dell'attività teatrale, quello che con la sua compagnia e col Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna svolge in varie istituzioni penitenziarie della regione. "Abbiamo ripreso però il mondo". Le musiche, elaborate dalla classe di musica applicata di Aurelio Zarrelli del Conservatorio, sono quasi pronte. Il laboratorio sulla parte iconografica svolto da MamBo si concluderà online.
"Il laboratorio di scrittura, poi, ha avuto un gran successo. I posti disponibili, 20, sono stati prenotati in pochissimo tempo e ora si sta lavorando a distanza. Non sarà possibile effettuare lo spettacolo il 25 aprile, come era previsto: l'abbiamo spostato a data da destinarsi". Dovrebbe svolgersi in Salaborsa, usandone tutti gli spazi, in un viaggio che dagli antefatti storici, dall'incontro tra san Francesco e il Sultano d'Egitto, passando per la conferenza del 1920 e per altri momenti, arriverà alle crisi attuali.
"Su Radio Città Fujiko sono partite trasmissioni in cui presentiamo i materiali, il venerdì. Ci vorrà comunque del tempo per tirare le fila, perché è stato bloccato il laboratorio di scenografia, che doveva costruire sei grandi tappeti dove narrare la storia". L'interruzione delle attività interne al carcere per Billi è un problema: "Le rivolte recenti hanno la ragione, sì, nella mancanza di contatti con 'esterno, ma anche nell'inattività in cui sono precipitati gli istituti, una stasi che dilata il tempo e crea tensioni".
Un altro progetto in corso è dedicato al lavoro, in collaborazione con il Mulino, con varie scuole, col sindacato e le officine del carcere della Dozza. Dovrebbe confluire nello spettacolo che il Teatro del Pratello presenta ogni anno all'Arena del Sole in gennaio. Sperando che tutto riparta.
rainews.it, 29 marzo 2020
In Iran quasi 25mila casi e duemila morti 28 marzo 2020 Altre 139 persone sono morte per il coronavirus in Iran nelle ultime 24 ore, portando il totale a 2.571. Lo ha reso noto un portavoce del ministero della Salute, Kianoush Jahangiri. Il numero totale dei contagiati è 35.408, con un aumento di 3.076 nelle ultime 24 ore. I guariti sono 11.679.
Almeno 70 detenuti sono evasi durante una rivolta nel carcere di Saghez, nella regione curda dell'Iran, aggiungendosi ai 23 evasi il 19 marzo dal penitenziario di Khorramabad: si tratta della quarta rivolta in carcere in Iran, fomentata anch'essa dal contagio di coronavirus, in una decina di giorni.
Lo scrive l'agenzia Farsnews, che, citando il capo della polizia del Kurdistan iraniano, aggiunge che cinque degli evasi da Saghez sono stati ricatturati. Il 20 marzo ci sono state sommosse anche nelle carceri di Tabriz e Aligoudarz, durante le quali c'è stato anche un morto. Le rivolte, scoppiate in occasione del rilascio per amnistia decisa dal governo di 85.000 detenuti, sono state scatenate dalla paura del contagio e la carenza di misure igieniche per prevenirlo.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 29 marzo 2020
Antonio Guterres, segretario generale dell'Onu, il 23 marzo si era rivolto ai paesi in guerra chiedendo un cessate il fuoco per impedire che in zone già devastate e indebolite dai conflitti il coronavirus potesse mietere ancora più vittime. Nessuna grande o media potenza se lo è filato, tranne qualche gruppo di guerriglia come gli insorti comunisti delle Filippine.
Siamo senza tregua ma sui media ci raccontiamo la favoletta della "pace da coronavirus". Il Pentagono ha ordinato ai comandanti militari di prepararsi a un aumento dei combattimenti in Iraq emanando una direttiva per preparare una campagna contro le milizie sciite: alcuni generali esitano ma Trump e Pompeo spingono per approfittare dell'indebolimento dell'Iran prostrato dall'epidemia.
Il quadrante iracheno è ribollente. Gli Usa si sono defilati da alcune basi per evitare attacchi dei miliziani mentre la Francia ha ritirato qualche centinaio di soldati: questo è il prezzo che Macron ha pagato per la liberazione di quattro ostaggi francesi dell'organizzazione umanitaria Cristiani d'Oriente prigionieri per oltre un mese non si sa se di qualche milizia o degli stessi servizi iracheni. Appare sempre più chiaro che a Baghdad si sta aprendo un nuovo capitolo della "guerra di Soleimani" tra le forze che vorrebbero un ritiro degli americani e gli Usa che qui vogliono fare la guerra a Teheran e alla Mezzaluna sciita.
Altro che tregua. Non finiscono neppure le guerre economiche. Anzi gli Stati Uniti continuano a strangolare Teheran con le sanzioni e hanno imposto persino una taglia sul presidente venezuelano Maduro. Da ogni parte si chiede la sospensione delle sanzioni all'Iran: quelle finanziarie e bancarie, lo scrive anche il New York Times, impediscono a Teheran qualunque operazione di pagamento internazionale, compreso l'importa di medicinali. Non solo: Washington, dopo avere offerto agli ayatollah la carità pelosa di aiuti umanitari, si prepara a bloccare la richiesta di Teheran di un presto da 5 miliardi di dollari al Fondo monetario.
Ognuno strangola chi può. Non pensiamo che noi europei siamo tanto meglio: il Nord dell'Unione europea non ci vuole regalare soldi perché spera di raccogliere quel che resterà di buono tra le macerie delle economie meridionali come la nostra. La Germania non ha bisogno di eserciti: fa lavorare l'epidemia e l'economia. Dopo avere evocato terminologie belliche per settimane adesso che è in guerra la nostra classe dirigente stenta ad accorgersene e se ne meraviglia.
L'America di Trump non rinuncia al suo obiettivo, cambiare i regimi che non gli piacciono perseguendo politiche contrarie alla carta delle Nazioni Unite. Del resto non ci si poteva aspettare altro visto che hanno cominciato l'anno il 3 gennaio assassinando il generale iraniano Qassem Soleimani a Baghdad.
Si combatte eccome, dalla Siria allo Yemen, dall'Afghanistan all'Iraq. Quel che si vede sono soltanto pause o un rallentamento delle operazioni. Nella provincia di Idlib siriani e turchi continuano a spararsi in mezzo ad azioni di guerriglia e attentati. In Libia sono in corso violenti scontri a sud-est di Misurata e le forze di Khalifa Haftar si stanno scontrando con quelle del governo di Tripoli. Haftar sta tentando a Ovest di impadronirsi di Zuara sulla direttrice di terminali di gas dell'Eni a Mellitah. Il governo di Tobruk garantisce che non intende interrompere il flusso del metano nella pipeline verso l'Italia ma quello che sta accadendo in Libia non è un buon viatico per la nuova missione europea Irene destinata a far rispettare l'embargo sulle armi.
Dove non si guerreggia è soltanto perché si teme la diffusione del coronavirus non tra le popolazioni, completamente abbandonate al loro destino, ma tra eserciti e miliziani: quando la pandemia sarà passata serviranno truppe efficienti per regolare i conti. Certo c'è anche spazio anche per la diplomazia. Ma sui generis, per fare altre guerre. Il principe ereditario di Abu Dhabi, lo sceicco Mohammed bin Zayed e il presidente della Siria Assad si sono messi d'accordo: i Paesi del Golfo stanno riaprendo a Damasco che è entrata nell'asse con la Russia e l'Egitto in appoggio al generale Haftar in Libia. I siriani insieme a Mosca stanno reclutando schiere di miliziani da mandare a combattere per il generale libico e controbilanciare la presenza della Turchia a favore di Tripoli e di Sarraj.
I più dimenticati di tutti sono i profughi: per loro non c'è fine alla sofferenza. E ora sono vulnerabili anche all'epidemia. In Medio Oriente, dalla Siria, allo Yemen, dall'Afghanistan alla Libia, oltre 20-30 milioni di persone ammassate nei campi profughi, all'addiaccio, o in cammino tra deserti e montagne, vivono senza neppure la speranza di raggiungere l'Europa. Loro restano in una perenne "zona rossa", sospesi tra la vita e la morte. Senza tregua.
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