di Elvira Ragosta
vaticannews.va, 29 marzo 2020
Il cappellano dell'Istituto penale per i minorenni di Nisida, racconta a Vatican News come i ragazzi stanno vivendo la pandemia. "Oggi siamo tutti ai margini, non solo i ragazzi del carcere, pertanto - afferma - è più forte il desiderio di libertà che è speranza di una vita serena".
Sono ragazzi sottoposti a misure penali restrittive quelli che si trovano nell'Istituto penale di Nisida, a Napoli. Don Gennaro Pagano, il giovane cappellano, li incontra almeno cinque giorni a settimana per trascorrere un po' di tempo con loro, fare una chiacchierata e pregare insieme. Il sacerdote racconta che c'è grande attenzione da parte del direttore e del personale per aiutare i ragazzi a vivere con serenità questo momento, nonostante siano ovviamente sospese tutte le attività e i laboratori esterni. "In sinergia con loro, come cappellania - sottolinea - stiamo cercando di essere presenti per dare un conforto non solo spirituale ma anche pratico, con relazioni, attività, guardando film insieme, cerchiamo di essere presenti".
Apprensione per le notizie sulla pandemia - "Ovviamente - aggiunge don Gennaro - c'è un po' apprensione per i parenti che sono fuori ma anche per la loro stessa salute. I ragazzi guardano la televisione, che dà notizie abbastanza allarmati, a volte in maniera bulimica, quindi c'è certamente tensione. Anche negli istituti penali per minorenni, come in tutte le carceri italiane, sono stati sospesi i colloqui con i parenti. L'Istituto si è però attrezzato per le videochiamate. Ovviamente questa mancanza, anche fisica, di genitori e familiari è risentita dai ragazzi, ma stiamo cercando di colmare questa lacuna come possiamo".
Evitare il contagio della paura - Don Gennaro incontra i ragazzi di Nisida quasi tutti i giorni. "Anzitutto - precisa - cerchiamo di non avere il coronavirus come oggetto continuo di dialogo, altrimenti diventa un'ossessione da cui è difficile uscire. Bisogna stare attenti in questo periodo ad evitare anche il contagio della paura, dell'ansia che, soprattutto in un carcere, è molto problematico".
"Guardiamo un film, facciamo una chiacchierata, ho munito la cappella - aggiunge il sacerdote - di una macchinetta del caffè per dare loro la possibilità di vivere un momento conviviale. E ovviamente trascorriamo il tempo anche trovando la forza nella Parola di Dio, in quello che il Signore ci dice nelle sue promesse di bene, di amore e di vita. La preghiera per loro - sottolinea ancora don Gennaro - è sicuramente un grande conforto, un modo per essere vicini anche a chi è fuori".
Il cappellano ricorda che, per i ragazzi, è qualcosa di assolutamente importante sapere di poter affidare al Signore coloro che amano e che in questo momento non possono vedere. "È di conforto sapere che anche da fuori pregano per noi. La domenica, in un campo sportivo all'aperto dell'Istituto, viviamo sempre un momento di preghiera o un momento eucaristico, con tutte le precauzioni del caso. I ragazzi sono consapevoli, anche se all'aperto, di essere in questo privilegiati perché altri non possono accedere ad un tempio. In questo senso si sono fatti voce anche di tutta la città, dei bisogni di Napoli, di Pozzuoli, della diocesi, sono voce orante ed è molto bello".
Nisida, luogo-simbolo - Non essere dimenticati da chi è fuori, sottolinea don Gennaro, è la cosa di cui, soprattutto adesso, hanno bisogno questi ragazzi. "C'è bisogno di attenzione a loro e a questo luogo, molto simbolico per Napoli e per tutta la Campania, perché è un luogo in cui si misura la temperatura del benessere giovanile del futuro. È importante in questo momento non dimenticarsi dei ristretti, di coloro che sono in carcere".
L'importanza della speranza - La speranza per i ragazzi di Nisida assume un'importanza maggiore in questi giorni. "Credo sia la virtù fondamentale per loro - continua il parroco- e in questo senso ripeto insieme a loro continuamente quello che Papa Francesco ci ha detto fin dall'inizio del suo Pontificato, cioè "non lasciatevi rubare la speranza".
Speranza che in questo momento si allarga non solo alla speranza della libertà materiale, ma che diventa speranza di una libertà più grande, per vivere una vita serena, in cui l'amore e la solidarietà la facciano da attori principali e non da comparse". "Credo - evidenzia don Gennaro Pagano - che questo sia l'insegnamento della pandemia per i ragazzi. C'è una fragilità comune, una difficoltà comune. Per la prima volta non sono solo loro ai margini, ma tutti siamo un po' messi ai margini dal virus. E in questo senso di solidarietà c'è anche la consapevolezza che sperando insieme e attuando insieme la speranza se ne può uscire".
Una Chiesa che allarga le porte - Don Gennaro è anche direttore della fondazione "Regina Pacis" che si occupa di due case di accoglienza: "una si chiama Casa Papa Francesco, dove accogliamo ragazzi provenienti dall'Istituto di Nisida; l'altra è Casa Donna Nuova, dove accogliamo le donne detenute di Pozzuoli. Anche in questi giorni l'accoglienza non si è fermata. Come diocesi di Pozzuoli - perché Nisida ricade ecclesialmente nella competenza di questa diocesi - continuiamo a prestare la nostra accoglienza per quei minori che, secondo la legge e l'ultimo decreto, possono accedere a misure alternative. Proprio negli ultimi giorni ne abbiamo accolto uno, e contemporaneamente, grazie alla pastorale carceraria diocesana, abbiamo accolto anche delle detenute che vengono nel carcere di Pozzuoli. Come Chiesa stiamo allargando le porte".
di Giuseppe Guastella
Corriere della Sera, 29 marzo 2020
Salgono vertiginosamente i contagiati da coronavirus nelle 18 carceri della Lombardia. In un solo giorno 16 detenuti e 24 operatori sono risultati infetti. Sommati ai casi precedenti e successivi, si rischia di raggiungere livelli drammatici di cui al momento non si sanno le dimensioni.
La "fotografia" scattata il 24 marzo su tutta la Regione da un "report" del Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria conta, solo per quel giorno, 12 nuovi contagiati sotto osservazione all'interno delle carceri (uno ciascuno a Bollate e San Vittore, 5 ciascuno a Pavia e Voghera) a quali si aggiungono altri 4 ricoverati in ospedale. Numeri che si coniugano con difficoltà con quanto dichiarato 24 ore dopo dal ministro della giustizia Alfonso Bonafede secondo il quale che in tutta Italia "risultano 15 detenuti contagiati". Dati che risultano ancora più preoccupanti perché fino ad allora su una popolazione carceraria che in Lombardia è di circa 8.500 persone (al 31 gennaio) erano stati fatti appena 147 tamponi.
Niente, soprattutto se si considera l'indice di affollamento delle carceri lombarde (6.200 posti teorici, ai quali vanno sottratti quelli indisponibili dopo le rivolte de 8-9 marzo) che impedisce il distanziamento per prevenire i contagi e rende difficile isolare in quarantena i detenuti sintomatici, per fortuna quel giorno solo 5, o che sono asintomatici (92), ma hanno avuto contatti con positivi. Il virus non fa distinzioni e colpisce anche il personale che lavora dentro le mura. Tra agenti della polizia penitenziaria, amministrativi e operatori si sommano 24 contagiati ai quali vanno aggiunte 61 persone che sono state lasciate precauzionalmente a casa perché presentano sintomi e 64 che hanno avuto contatti con contagiati.
Una situazione che preoccupa gli operatori lombardi alla quale si è arrivati nonostante le misure di contenimento volute dal governo, quelle che innescarono una serie di rivolte che si propagarono in molte carceri italiane e durante le quali morirono 14 detenuti che avevano assunto dosi letali di farmaci e di metadone che avevano prelevato negli ambulatori devastati.
Nel distretto del Tribunale di sorveglianza di Milano, che copre metà del territorio regionale, l'altra metà è di competenza della Sorveglianza di Brescia, quelle misure erano state addirittura varate un paio di settimane prima.
Il timore è che, se i contagi dovessero aumentare a dismisura, come la "fotografia" del 24 marzo lascia immaginare, potrebbero riprendere le proteste che rischierebbero di essere incontrollabili, non come le ultime alle quali ha partecipato solo una minoranza dei reclusi. Ogni giorno, negli istituti penitenziari lombardi entrano e transitano centinaia di persone.
Si va dagli imputati per i quali la condanna diventa definitiva ai detenuti che vengono "sfollati" da un carcere all'altro, ad esempio per ristrutturate i reparti devastati, per finire agli arrestati che ogni giorno finiscono nelle carceri circondariali. Tutti, come gli operatori, vengono sopposti a triage e bloccati se hanno sintomi, che però possono emergere anche dopo giorni.
di Luca Muleo
Corriere di Bologna, 29 marzo 2020
Era fissata per domani, la denuncia di amici e famigliari: senza notizie da settimane. Mobilitati Bologna, Amnesty e l'Alma Mater, dove studia, sono scesi in strada e hanno organizzato iniziative per chiedere la liberazione dello studente. Si fa sempre più disperata la situazione di Patrick Zaki lo studente dell'Alma Mater di origini egiziane arrestato il 7 febbraio scorso con l'accusa di propaganda sovversiva una volta tornato al Cairo. L'ennesiam udienza prevista per decidere il suo destino è stata rinviata a data da destinarsi dopo che l'Egitto ha chiuso i tribunali per l'emergenza coronavirus. L'appello di amici e familiari per il giovane che tra l'atro soffre d'asma: "Senza notizie da settimane".
L'emergenza coronavirus rischia di complicare in modo drammatico la situazione di Patrick Zaki, lo studente dell'Alma Mater detenuto in Egitto dal 7 febbraio scorso, accusato di propaganda sovversiva. Sia sul piano giuridico, che su quello della salute. Udienze e processi sospesi, tribunali chiusi fanno sì che l'attivista per i diritti umani resti in detenzione preventiva senza scadenza, dopo settimane in cui la sua carcerazione veniva rinnovata ogni quindici giorni.
L'ultima volta in tribunale doveva essere il 21 marzo, ma la comparsa davanti al giudice era stata prima anticipata, poi rinviata al 30 marzo e adesso si intende a data da destinarsi per l'emergenza virus. "È da due settimane che non abbiamo notizie di lui" si erano detti preoccupati i genitori pochi giorni fa, parlando delle sue condizioni di salute, pericolose con l'avanzare della pandemia, asmatico e provato dai giorni passati in cella com'è. Torturato come denuncia Amnesty International, "picchiato, minacciato, sottoposto a scariche elettriche". "Nelle sue condizioni non può restare in un contesto come quello di un carcere egiziano un giorno di più" aveva detto Riccardo Noury portavoce italiano dell'associazione che difende i diritti umani.
Facendo capire anche quella che è la preoccupazione per l'ultima residenza carceraria del 27 enne studente, il penitenziario di Tora al Cairo "insalubre e sovraffollato". E purtroppo non solo, secondo la denuncia del Cairo Institute for Human Rights e del Forum Egiziano per i diritti umani, che hanno citato come fonte le Nazioni Unite: 449 prigionieri sono morti tra il 2014 e il 2018. Registrando all'interno dell'istituto, secondo quanto riportato dalle associazioni umanitarie, "violazioni di ogni tipo".
Anche se la situazione si fa sempre più difficile, l'emergenza non deve far calare l'attenzione sulla vicenda. La mobilitazione per la scarcerazione continua, veicolata dalla pagina Facebook "Patrick libero", dove utenti e amici lasciano messaggi e aggiornamenti tutti i giorni - "ci manchi resisti, non vediamo l'ora di riabbracciarti" - e gli eventuali aggiornamenti.
L'Università di Bologna ha reso disponibile l'account di posta elettronica
"Scrivere all'ambasciatore del Cairo per questioni legate alla sola didattica e non alle condizioni di prigionia di Patrick è una buffonata, oltre che l'ennesima occasione persa per instaurare una dialettica istituzionale realmente funzionale alla scarcerazione del nostro compagno" scrive il collettivo Labas, che chiede di boicottare i corsi, bombardando la chat di Microsoft Teams durante le lezioni in teledidattica allegando il testo "No alle mail di facciata dell'Unibo. Stop accordi UniboEgitto, vogliamo Patrick libero, ora". Puntando poi alla posta dello stesso rettore, chiamato a cambiare atteggiamento in una forma più incisiva, per non essere "complice di quanto sta accadendo".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 28 marzo 2020
Coronavirus. Il Csm: misure governative "inadeguate". Sale a 18 il numero di detenuti colpiti da Covid-19, 200 in quarantena, due agenti morti. Mentre sale a diciotto il numero dei detenuti, in diversi istituti, colpiti da Covid-19, oltre 200 quelli in quarantena, e purtroppo si devono registrare due agenti penitenziari morti dall'inizio dell'epidemia e altri risultati positivi, ieri è tornata a salire la tensione nella Casa circondariale di Civitavecchia dove i reclusi della I Sezione - stando alla denuncia dei sindacati di polizia - sembra abbiano "tentato di sequestrare" un poliziotto.
di Errico Novi
Il Dubbio, 28 marzo 2020
Intervista a Giuseppe Cascini, consigliere togato del Csm. "Conosciamo la dinamica. Non è nuova: il carcere come zona altra, separata. L'illusione del muro che ci dividerebbe da chi è dentro: dentro ci sono solo i cattivi, fuori i buoni. Io sono fra i buoni, pensano molti, e non voglio sapere cosa avviene al di là del muro. Ecco in sintesi la drammatica, assurda logica in base alla quale ancora una volta trattiamo il carcere. Anche stavolta, anche di fronte all'emergenza coronavirus. Noi consiglieri di Area abbiamo cercato di portare in plenum un contributo di pragmatismo. Non siamo riusciti a ottenere fino in fondo tale esito".
di Giuliano Pisapia*
Il Foglio, 28 marzo 2020
Usiamo questo tempo per imparare dai nostri errori. È necessario che l'Italia ritrovi la sua dignità in ambito carcerario. Non è tempo di polemiche. Dobbiamo marciare uniti per sconfiggere il coronavirus; lo dobbiamo a chi è impegnato giorno e notte a contrastare una tragedia umana, sociale, economica. Allo stesso tempo cerchiamo di imparare dagli errori, alcuni dei quali tragici e ripetuti, come quelli legati al mondo carcerario e più in generale alla Giustizia.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 28 marzo 2020
Magistrati coraggiosi o magistrati ossessionati? Se non c'è la "trattativa Stato-mafia", c'è il "cedimento dello Stato di fronte a un ricatto". Il protagonista è sempre lui, Nino Di Matteo, colui che faceva parte del pool di accusatori quando fu costruito il finto pentito Scarantino, colui che poi lottò contro i mulini a vento di un'inesistente patto scellerato tra uomini di governo e uomini d'onore, e infine, esausto da tanto lottare, planò al Csm. Ed è in questa sede, nel plenum che avrebbe dovuto discutere di come salvare la vita dei detenuti dal coronavirus, che ieri Di Matteo ha gridato "in galeeera!", come faceva da un altro palcoscenico Giorgio Bracardi negli anni Novanta a Striscia la notizia.
fimmg.org, 28 marzo 2020
Altri contagi tra il personale sanitario dei penitenziari. "Quello che si temeva e che avevamo denunciato purtroppo si sta avverando. Ieri un medico penitenziario della Puglia di 59 anni di San Severo, ricoverato per infezione da coronavirus, è deceduto per complicanze cardiopolmonari". Lo dichiara Franco Alberti, coordinatore nazionale di Fimmg Settore Medicina Penitenziaria.
"Al Centro Clinico del carcere di Pisa - prosegue - un sanitario sintomatico è risultato positivo al tampone, il responsabile della Rems di Volterra (ex Opg) è ricoverato in rianimazione per complicanze polmonari da infezione da coronavirus. Anche nel carcere romano di Rebibbia due sanitari del femminile, dove ci sono anche bambini, sono positivi al tampone, a Bologna nove sanitari positivi e 15 infermieri, a Napoli Secondigliano contagiati un medico e un infermiere e un medico contagiato a Favignana".
"Siamo sicuri che non ci fermeremo qui - prosegue Alberti - cosa hanno in comune queste situazioni? A tutti è stato inibito l'uso dei Dpi. A Bologna il responsabile del servizio e il direttore sanitario avrebbero messo per iscritto il divieto. Una cosa che non è accettabile dalle Direzioni degli Istituti, ma è ancora più inaccettabile se deciso da un medico.
È necessario che venga fatto un Piano nazionale sanitario per la prevenzione dell'infezione da coronavirus, non è con i braccialetti o le amnistie che si risolve un problema che è solo ed esclusivamente sanitario, che coinvolge in egual misura le persone ristrette e chi opera all'interno degli Istituti Penitenziari. Chiediamo con forza - sottolinea Alberti - di mettere a disposizione non solo mezzi di protezione idonei per salvaguardare il personale sanitario e gli stessi detenuti, ma anche interventi preventivi per contenere l 'infezione. Denunceremo nelle sedi opportune, anche giudiziarie, tali carenze".
di Angela Cappetta
aboutpharma.com, 28 marzo 2020
Dopo i primi casi nelle carceri e le rivolte, parla Luciano Lucanìa, presidente della Società italiana di medicina penitenziaria. Le precauzioni impossibili da adottare si sommano ad altri disagi in un contesto nel quale anche l'epidemiologia delle altre patologie infettive non è certa. La "bomba" dei transitanti.
Undici detenuti infettati dal Covid-19 e un decesso nel carcere di Voghera. Un agente penitenziario di Locri in missione a Bergamo contagiato e poi deceduto. E ancora: un medico e due infermieri del carcere di Santa Maria Capua Vetere a Caserta affetti dal Coronavirus. Dopo le proteste nelle carceri italiane di inizio marzo, a seguito delle misure restrittive adottate dal Governo anche per i detenuti (stop ai colloqui e alle traduzioni), nel giro di una settimana, le notizie di cosa sta accadendo nelle carceri italiane si susseguono, allarmano e poi vengono smentite o rettificate dal Dap.
Ma cosa sta accadendo nel mondo di dentro? E perché è così difficile reperire dati certi? Quanto fa paura il Covid-19 nelle carceri e perché fa così spavento?
Il distanziamento è impossibile - "Perché è una malattia insidiosa e disgraziata che contagia più della tubercolosi e anche perché la sua prevenzione impone misure, come quello che oggi viene chiamato distanziamento sociale che, in realtà come il carcere, non possono essere applicate". A rispondere è Luciano Lucanìa, presidente della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria, nonché medico nel carcere di Reggio Calabria, una regione di 18 mila abitanti e 500 detenuti, dove finora il Covid-19 non ha fatto grossi numeri.
Quello che però ha sollevato il nuovo virus è una grande questione, rimossa un po' da tutti: la salute dei detenuti, tutelata a livello costituzionale al pari di quella di tutti i cittadini liberi, ma da anni marginalizzata e dimenticata nonostante due norme (la legge 230 del 1999 e il Dpcm del 2008) hanno cercato, con il trasferimento dell'assistenza sanitaria penitenziaria dal Ministero della Giustizia a quello della Salute (e quindi alle Regioni), di migliorare le condizioni di salute di chi vive nel mondo di dentro.
Sale anche la Tbc - Questa è stata la teoria. La pratica, come spesso accade, purtroppo non sempre segue i dogmi. E in una popolazione come quella carceraria, condannata al sovraffollamento da decenni (61.230 detenuti nelle 190 carceri italiane con una capienza pari a 50.931) e a vivere ancora in quegli spazi ristretti che ha fatto guadagnare all'Italia una condanna da parte della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (sentenza Torreggiani), le infezioni corrono più veloci di quanto accada nel mondo di fuori. Per quanto i dati raccolti da Simspe, registrano un calo di infezioni da HIV rispetto ai primi anni del 2000, l'epatite C è ancora presente con una percentuale che oscilla tra il 25 e il 35% (una forbice cioè che coinvolge dai 25 mila ai 35 mila detenuti, la maggior parte tossicodipendenti), a cui si aggiungono i 6.500 portatori attivi del virus dell'epatite B. Anche i numeri della diffusione della tubercolosi non sono promettenti: Tullio Prestileo, responsabile dell'unità operativa per le malattie infettive dell'ospedale civico Benfratelli di Palermo, che dal 2017 coordina il progetto ITaCA - Immigrants Take Care Advocac (una rete di 41 centri che forniscono assistenza agli immigrati che arrivano in Sicilia) denuncia che la permanenza nelle carceri libiche ha fatto aumentare le infezioni da Tbc negli istituti italiani.
Precauzioni assenti - Se non fosse per i dati raccolti dal Simspe, quelli del Ministero della Salute non riuscirebbero a fotografare la reale situazione in cui versa la sanità penitenziaria. L'ultimo rapporto ministeriale risale al 2018 e mette insieme i dati inviati dagli istituti penitenziari italiani riferiti al 2017. Non tutti gli istituti però hanno inviato le loro comunicazioni e quelli che lo hanno fatto non hanno contribuito di certo a dare un segnale di miglioramento sulla salute dei detenuti e sulle prestazioni sanitarie fornite nelle carceri italiane.
A Poggioreale (Napoli), ad esempio, dove c'è il più alto numero di tossicodipendenti manca il dato sul numero dei detenuti sottoposti a trattamento di disintossicazione. Il Naloxone (il farmaco salvavita in caso di overdose) non è disponibile in tutti gli istituti. Non si riesce a sapere quanti sono i detenuti morti a causa dell'Aids (a parte un decesso registrato a Pistoia), la terapia antiretrovirale non esiste nelle carceri di Arbus e Tempio Pausania e, infine, in Campania, Piemonte e Sardegna non è attiva la profilassi post-esposizione per coloro che temono di aver contratto il virus. In nessun istituto penitenziario italiano è garantito l'accesso a strumenti sterili per i tatuaggi, solo nel 35% delle carceri è possibile usare l'acqua calda sanitaria e solo a Pavia sono stati consegnati preservativi all'uscita (nessuno li consegna all'entrata).
Se a questi problemi atavici si aggiungono i numeri della popolazione transitante, che rappresenta il 40% della popolazione residente (si stima che ogni anno trascorrono almeno una notte nelle 190 carceri italiane circa 105 mila arrestati), l'ipotetico ingresso nelle carceri del Coronavirus significherebbe far esplodere una bomba che, se nel mondo di fuori si può attenuare con misure di contenimento, nel mondo di dentro non conoscerebbe limiti.
Le misure del "Cura Italia" - Cosa fare allora per evitare che il nuovo virus entri in carcere? Nel decreto "Cura Italia" è stata disposta la detenzione domiciliare (con tanto di braccialetto elettronico) per coloro che hanno da scontare gli ultimi 18 mesi di pena e per coloro che sono stati condannati a una pena di reclusione che va dai 7 ai 18 mesi): il decreto riguarderà circa 4 mila detenuti. Davanti agli istituti di pena, lontani dai padiglioni, il Dap ha fatto installare tensotrutture per effettuare il pre-triage a coloro che vengono da fuori (colloqui sugli ultimi spostamenti e misurazione della temperatura). "Una misura utile ma non sufficiente", afferma Luciano Lucanìa, secondo cui sarebbero altre le misure da adottare per "evitare che scoppi un sotto problema nel problema".
"Andrebbero fatti i tamponi a tutto il personale sanitario, agli agenti penitenziari e agli psicologi, fisioterapisti e tutti coloro che vengono dall'esterno - aggiunge il presidente Simspe - e andrebbero fatti più tamponi con cadenza stabilita di concerto con l'ufficio di igiene. Fare un tampone singolo non serve a niente. Anche perché le tensostrutture montate nelle carceri non sono attrezzate come gli ospedali da campo messi su davanti agli ospedali. C'è un tavolino, due sedie e la corrente elettrica, ma non abbiamo l'acqua quindi non si può fare ambulatorio".
Tamponi e trasferimenti - La richiesta di maggiori tamponi è stata avanzata anche dal sindacato degli agenti penitenziari, mentre un altro grido d'allarme arriva dal coordinatore nazionale Fimmg - settore Medicina Penitenziaria. "Il personale che vi opera teme per la sua incolumità e per il clima che si respira all'interno degli istituti - dichiara Franco Alberti - e nella maggior parte dei casi opera senza o con scarsa dotazione dei Dispositivi di Protezione Individuali.
Non se ne parla di eseguire tamponi e c'è difficoltà di isolamento per i casi sospetti o provenienti dalla libertà o da altri istituti a seguito dei trasferimenti disposti dopo le proteste". "I trasferimenti sono stati il frutto scellerato delle rivolte - aggiunge Lucania - e chi li ha decisi ha commesso un atto criminale, che ha provocato danni economici al Paese e chissà quali in termini di salute della popolazione carceraria". Ed ecco che ritorniamo di nuovo ai dati e alla difficoltà di reperirli. A quali misure di prevenzione sono stati sottoposti i detenuti trasferiti in altre carceri dopo le rivolte? Non si sa. Una cosa però è certa: per i detenuti in generale non è stato disposto alcun tampone. Lucanìa conferma.
quotidianosanita.it, 28 marzo 2020
L'allarme dei medici della sanità penitenziaria. Ad oggi risultano positivi 15 detenuti, mentre rimane non conosciuto il dato di eventuali positivi tra gli operatori. Per il presidente della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria "oltre alle misure di pre-triage, assieme alla Sanità territoriale, dovremmo procedere con lo screening di coloro che ogni giorno accedono alla struttura penitenziaria". La comunità scientifica esorta quindi i decisori a impegnarsi per una efficace risoluzione
"Nel sistema carcere ravviso molta buona volontà, ma assoluta mancanza di un piano organico condiviso per affrontare l'emergenza coronavirus già assolutamente gravissima nel contesto nazionale per i suoi riflessi sulla salute generale e sull'economia; nelle carceri potrebbe provocare una tragedia se vi fosse un impatto differente e di maggiore portata". A lanciare l'allarme è Luciano Lucanìa, Presidente della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (Simspe).
L'emergenza coronavirus e le proteste di inizio marzo nelle carceri italiane avevano già portato alla luce uno dei tanti settori colpiti dalle restrizioni per prevenire i contagi. Il Dpcm dell'8 marzo ha previsto norme apposite per gli istituti penitenziari: i casi sintomatici dei nuovi ingressi devono essere posti in condizione di isolamento dagli altri detenuti; i colloqui visivi si devono svolgere in modalità telefonica o video; diventano limitati i permessi e la libertà vigilata. Ma queste misure, volte a favorire un contenimento della diffusione del virus, si sono scontrate con una realtà non semplice.
Gli istituti penitenziari italiani soffrono di problemi cronici che periodicamente vengono affrontati ma non del tutto risolti. Ad oggi, come riporta il sito del Ministero della Giustizia, rispetto all'effettiva capienza delle carceri italiane, in grado di ospitare intorno ai 51mila detenuti, i reclusi effettivi sono oltre 60mila, di cui circa un terzo stranieri.
Proprio in questi giorni l'Oms, Ufficio per l'Europa ha pubblicato una specifica linea guida: "Preparedness, prevention and control of Covid -19 in prisons and other places of detention", ricorda la Società Italiana, tuttavia le indicazioni non sembrano del tutto adeguate a questa fase dell'epidemia nel nostro territorio nazionale. La Protezione Civile ha provveduto all'installazione di tensostrutture come unità di accoglienza, che però non hanno le caratteristiche per essere utilizzate come ambulatori. Per queste ragioni, gli specialisti da anni impegnati a tutelare la salute nei penitenziari lanciano l'allarme.
"Vi è una perdurante mancanza di Dispositivi di Protezione Individuale - evidenzia il Presidente Simspe - Abbiamo fatto numerose segnalazioni: siamo certi che le nostre richieste verranno accolte, ma il problema è sovranazionale. Noi operatori della salute, medici e professionisti sanitari, abbiamo il mandato, che oggi diventa una missione, di tutelare la salute e la vita all'interno del sistema carcere, essendo operatori provenienti dalla sanità pubblica, dalle Aziende Sanitarie del Sistema Sanitario Nazionale. È dall'inizio di questa epidemia che per le carceri si susseguono lettere circolari dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria ed indicazioni più specificamente sanitarie provenienti dalle sanità regionali e dal Ministero della Salute".
Le misure necessarie. Ad oggi tra i positivi al Covid-19, risulta un numero di 15 detenuti, mentre rimane non conosciuto, auspicando che non ve ne siano, tra gli operatori, fra cui poliziotti e operatori sanitari. La positività non equivale a malattia, non comporta necessariamente il ricovero e solo in alcuni casi provoca peggiori esiti.
Tuttavia, la positività al virus implica la certezza di essere contagiosi e la necessità di isolamento reale. Il carcere, in quanto mondo chiuso, potrebbe sembrare protetto dall'infezione, ma in realtà il virus può farvi ingresso in qualsiasi momento.
"Il carcere è un servizio essenziale e le conseguenze dell'ingresso dell'infezione, anche in una singola sede, possono avere ripercussioni di estrema gravità, non solo per le persone, ma per l'intero sistema - afferma Lucanìa - credo che dovremmo invocare un forte comportamento proattivo e, oltre alle comuni misure di pretriage.
Di concerto con la Sanità territoriale, dovremmo procedere con lo screening dei soggetti che quotidianamente fanno accesso alla struttura penitenziaria e hanno contatti con i detenuti, anche indirettamente. Gli screening, nonostante la complessità ed i presumibili costi, devono realizzarsi mediante tamponi naso-faringei da ripetersi in maniera regolare, anche a cadenza settimanale, nelle aree che registrano le maggiori prevalenze di infezione. In questa fase, nell'attesa che le curve epidemiologiche evidenzino sostanziali fasi di regressione, un simile approccio è indispensabile. Inoltre, si devono sviluppare iniziative omogenee fra gli attori del sistema, il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e la sanità dei territori".
Le patologie nelle carceri italiane. Non solo Coronavirus, perché come emerso già nel Congresso Simspe di fine 2019, tra i detenuti continuano a prevalere patologie psichiatriche e infettive, la cui gestione e cura costituisce in larga parte l'attività di Simspe.
La prevalenza di detenuti hiv positivi è discesa dal 8,1% del 2003 al 1,9% attuale. "Questi dati - spiega Sergio Babudieri, Direttore Scientifico Simspe - indicano chiaramente che, nonostante i comportamenti a rischio come lo scambio delle siringhe ed i tatuaggi non siano diminuiti, la circolazione di HIV non avviene più perché assente dal sangue dei positivi in terapia antivirale. Questi farmaci non sono in grado di eradicare l'infezione ma solo di bloccarla. Di fatto con l'aderenza alle terapie viene impedita l'infezione di nuovi pazienti".
Risulta poi dai dati ufficiali del Ministero della Giustizia che un terzo della popolazione sia straniera, e, con il collasso di sistemi sanitari esteri, con il movimento delle persone, si riscontrano nelle carceri tassi di tubercolosi latente molto più alti rispetto alla popolazione generale. Se in Italia tra la popolazione generale si stima un tasso di tubercolosi latenti, cioè di portatori non malati, pari al 1-2%, nelle strutture penitenziarie ne abbiamo rilevati il 25-30%, che aumentano ad oltre il 50% se consideriamo solo la popolazione straniera.










