di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 28 marzo 2020
"Denuncio alla Procura l'inadempienza di Bonafede perché non permette il rispetto del decreto. I detenuti non sono a un metro l'uno dall'altro. Appena muore qualcuno in carcere, lo denuncio per omicidio premeditato". Ferrarese, classe 1952, Vittorio Sgarbi è tra i critici d'arte più conosciuti nel mondo ma negli annali della Camera dei Deputati, dove è stato rieletto nel 2018, figura come "polemista". Eletto con Forza Italia e poi transitato al gruppo Misto, ha preso la parola per puntare il dito contro il ministro della Giustizia a Montecitorio.
"Mi chiedo come possa vivere serenamente in questi giorni il ministro Bonafede che è in piena flagranza di reato. Come può garantire la distanza di sicurezza di un metro in carceri dove sono in tre, in quattro, in cinque insieme... Lei, dunque, per la sua responsabilità giuridica e morale, è indagato! Un giudice che abbia correttezza dovrebbe indagarla perché lei è un untore...", gli ha urlato contro.
Conferma?
Confermo e aggiungo: ho intenzione di farlo indagare per omicidio premeditato. Gli ho scritto. E gli ho mandato un appello che mi arriva dalla sorella di Paolo Ruggirello, in carcere con febbre alta a Santa Maria Capua Vetere. È chiaro che i carcerati non sono a un metro di distanza. Bonafede non faccia lo spiritoso perché è un ministro che sta procurando morte. Rispetti per primo le leggi del governo Conte. È in fragranza di reato. Qui si sta perdendo la libertà, per tenerci la salute. Ma valga per tutti. Chi è in galera per carcerazione preventiva, da non colpevole riconosciuto, non può essere sottoposto alla crudele tortura del contagio di pandemia.
Il Dpcm parla di un metro, valga per tutti. Chi è in galera rischia di essere assolto e risarcito, ma rischia di morire. Mi ha scritto un'altra persona. È alla Dozza, Bologna, da otto mesi in carcerazione preventiva. Il regime cautelare di chi doveva essere giudicato a marzo è stato rimandato a ottobre, chissà se sarà vivo. "Alla Dozza ci sono 19 operatori sanitari e detenuti infetti", mi scrivono. Quindi Bonafede mente quando dice che i contagiati sono quindici in tutto. Denuncio alla Procura l'inadempienza del ministro perché non permette il rispetto del decreto. È inaudito il comportamento di Bonafede. Appena muore qualcuno in carcere, lo denuncio per omicidio premeditato.
Anche lei chiede le dimissioni del Capo del Dap?
Non so se è giusto focalizzare l'attenzione su di lui. Il capo del Dap risponde alla volontà dei magistrati ed è subordinato al ministro. Chi ha la responsabilità morale e politica è Bonafede.
Cosa si può fare in concreto per far partire i braccialetti elettronici?
Bisogna farli, per prima cosa. È una soluzione di civiltà. Sono rari come i dispositivi sanitari, eppure sono entrambi beni essenziali. Io oggi libererei tutti coloro che sono in attesa di giudizio, per prima cosa. La presunzione legata all'indizio certo non può più funzionare.
A Nuoro c'è il caso dell'avvocato Pittelli...
Una vicenda che grida vendetta. Un avvocato che sto seguendo personalmente perché su di lui ci sono solo intercettazioni telefoniche da cui non risultano evidenze, e soffre una prostrazione comprensibile. E oggi questo innocente in galera da quattro mesi senza giudizio rischia la vita per il coronavirus.
Quando parla di giustizia-spettacolo parla di Gratteri.
Su trecentoquaranta arrestati, duecento liberati: vuol dire che il magistrato che ha firmato le ordinanze ha sbagliato, e di parecchio. Ci sarebbe da prendere e da arrestare chi porta in carcere innocenti, perché il coronavirus è una doppia tragedia, colpisce due volte chi è ferito nella sua dignità, e sconta una pena per cui non sono neanche stati ancora condannati. Basta un solo innocente in galera, a dannare chi l'ha voluto lì. È meglio un colpevole libero che un innocente in galera. Personaggi alla Gratteri non fanno il bene della giustizia, fanno il loro bene personale.
Libertà e salute, siamo disposti a rinunciare a un po' di libertà per mettere in sicurezza la salute?
Parlando con un carabiniere in strada, abbiamo convenuto su un punto: è essenziale la distanza di un metro, non il divieto di uscire di casa. Il coronavirus non è una peste nell'aria. Si può uscire senza venir contagiato, se si mantiene la distanza di sicurezza dagli altri. Mi sembra una inibizione di libertà elementari. Mi sembra che ci siano misure pensate in buona fede ma forzate, sin troppo draconiane. Si è agito in modo rapsodico, tardi per un verso e senza informazione corretta. Le alte percentuali di morti in Lombardia dimostrano che gli anziani che oggi accusano il colpo sono stati quelli più colpiti all'inizio del contagio, quando le informazioni erano poche e confuse.
Quattro moduli in dieci giorni, forse sono troppi per chiunque. Ai cittadini viene chiesto un sacrificio, mentre la burocrazia rimane quella di sempre.
È vero che c'è poca chiarezza. Le nuove restrizioni riguardano il divieto di non uscire dal Comune. Se si parla di Roma o Milano lo capisco, ma come si applica ad agglomerati dove ci sono tanti piccoli comuni confinanti, dove magari i servizi sono di prossimità tra loro? La burocrazia fa sempre pasticci.
La politica al tempo del coronavirus. Come vede il Parlamento a distanza?
Il Parlamento si può riunire su Skype ma il voto è legato a una ritualità, come quella religiosa. Non c'è solo il voto, è un luogo di lavoro e come tanti altri, dove il lavoro è ritenuto essenziale e strategico per il sistema-Paese, deve rimanere aperto. A me i privilegi non piacciono mai, da nessuna parte.
di Chiara Formica
2duerighe.com, 28 marzo 2020
Le misure previste dal Dl Cura Italia per le carceri non saranno sufficienti nel caso in cui il covid-19 dovesse diffondersi all'interno delle strutture. Il rapporto tra Dl Cura Italia e carcere è inadeguato a fronteggiare la diffusione del contagio. Possiamo fingere, certo, che non sia così, che le misure proposte finora siano le uniche strade percorribili, che i contagi siano ridotti, ma sappiamo che le cose stanno in un altro modo.
Vite di seria a e vite di serie b: il diritto alla vita non è inderogabile per tutti. Dalle discussioni parlamentari e dal decreto emerge una verità di fondo, quella secondo cui le persone che stanno scontando una detenzione sono prima detenuti e poi persone aventi diritto alla salute. La loro malattia e il loro decesso sono rischi che possiamo assumere con maggior disinvoltura. Allo stato di allerta e di emergenza epidemiologica, il ministro della Giustizia - supportato dal Governo - ha deciso in prima battuta di inasprire le misure restrittive.
E quindi giustamente: no agli ingressi dall'esterno, no ai colloqui con i familiari, ma al contempo si al sovraffollamento, braccio destro del contagio. Solo in un secondo momento, nel Dl Cura Italia, sono state introdotte le prime misure per alleviare il sovraffollamento carcerario. Misure che, in ogni caso, non sono in grado di contrastare il contagio, poiché blande e affatto coraggiose. Una diffusione importante del Covid-19 nelle carceri italiane, trasformerebbe queste ultime, come si sta dicendo negli ultimi giorni, in lazzaretti. Ma niente di nuovo: i lazzaretti nascono per accogliere i lebbrosi, per tenerli fuori dalla comunità. E cosa sono le persone detenute se non lebbrosi da allontanare?
"Ci meritiamo una pena, ma non la tortura". Così le persone detenute nelle carceri del Nordest riassumono ciò che sta avvenendo nelle varie strutture detentive in una lettera al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che a sua volta ha definito le carceri italiane "sovraffollate e non sempre adeguate a garantire appieno i livelli di dignità umana". Mattarella, proseguendo nella richiesta di intervento da parte del governo in merito alla questione dignità e sovraffollamento carcerario, coglie la radice del vero problema: il senso di comunità, dal quale le persone detenute sono tagliate fuori.
Stanno intervenendo nel merito vari enti, tra cui l'Onu, il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt), l'Oms, l'Associazione nazionale italiana dei professionisti di diritto penale. E proprio questi ultimi hanno avanzato le loro proposte: dal differimento, fino al prossimo 30 giugno, "dell'emissione dell'ordine di esecuzione delle condanne fino a 4 anni", alla possibilità di "innalzamento a due anni del limite di pena detentiva, anche residua, eseguibile presso il domicilio" e di "rendere facoltativo il controllo mediante dispositivi elettronici".
Ad esporsi a favore di una scarcerazione più massiccia anche l'alto commissario Onu per i Diritti umani, Michelle Bachelet, che ha voluto sottolineare la portata "devastante" del covid-19 per i detenuti e la necessità di liberare i reclusi più "vulnerabili al virus", come "anziani e malati", ma anche "i non pericolosi".
Eppure le misure prese dal ministro Bonafede insistono sulla sicurezza sanitaria all'interno delle carceri, attraverso la fornitura di mascherine e tende da triage. Nel question time alla Camera, Bonafede ha riferito che sono state realizzate 145 tende per coloro che devono entrare in carcere. Niente che vada nella direzione, individuata anche dal Garante nazionale Mauro Palma, della "liberazione anticipata speciale". Ci si limita ad intervenire sulla semilibertà, autorizzando i detenuti che ne usufruiscono a non tornare a dormire in carcere, sempre fino al 30 giugno.
Mauro Palma, intervistato da Repubblica, spiega che "il decreto incide solo su una posizione molto ridotta, perché riguarda chi deve scontare ancora 18 mesi. Bisogna non far dipendere, se non quando è proprio necessario, dal braccialetto elettronico l'effettiva detenzione domiciliare. Il braccialetto va potenziato, va sveltita la procedura, ma non può essere per tutti l'elemento preclusivo".
A questo proposito il ministro Bonafede, intervenendo alla Camera, ha confermato la poca incisività delle misure riportando i numeri: finora sono usciti solo 200 detenuti, di cui 50 con il braccialetto elettronico. Aggiungendo poi che "gli aventi diritto a uscire più in fretta sono in tutto 6.000, ma i braccialetti disponibili, al 15 maggio, saranno 2.600".
Ci dicono di mantenere una distanza di almeno un metro dagli altri, di stare a contatto con meno persone possibile, di non formare assembramenti. Ecco, forse ciò che sfugge è che il carcere di per sé, per costituzione, non è altro che assembramento di persone. Ad oggi, stando ai dati ufficiali del Garante nazionale, il numero delle persone detenute arriva a 58.810, a fronte di una capienza regolamentare di 50.931, di cui 22.374 sono persone condannate che hanno una pena residua inferiore a tre anni.
Le persone recluse che, finora, risultano positive al coronavirus sono 17, mentre 200 si trovano in isolamento sanitario. Ma i dati non possono essere esatti, tanto che dal carcere di Voghera arrivano notizie preoccupanti dalla madre di un detenuto, come riporta Il Dubbio. I casi di contagio sarebbero già 5 accertati, ma la donna precisa che "molte celle sono state chiuse per la presenza di più casi di detenuti che manifestano sintomi di febbre alta. Mi ha anche detto - riferendosi al figlio - che l'unica precauzione che viene adottata è la misurazione della temperatura corporea, ma non sono stati forniti dispositivi di protezione individuale".
Da un lato Mauro Palma che ricorda come "l'emergenza sanitaria deve superare la contrapposizione politica perché è interesse di tutti che questa parte di cittadini italiani non sia attaccata dal virus, anche per i riflessi sulla comunità esterna. I detenuti sono un pezzo della nostra società, è un pezzo vulnerabile. Oggi l'emergenza supera tutto".
Dall'altro lato Salvini, portavoce di un partito unanime contro la scarcerazione che definisce questi provvedimenti "svuota-carceri mascherato", sminuisce la gravità della situazione, affermando che "il contagio nelle carceri non c'è, sono ambienti protetti. I detenuti sono più protetti in carcere che a spasso".
Verrebbe da chiedere all'ex ministro dell'Interno come mai allora, se le carceri sono luoghi sicuri e protetti, non è stato consigliato alle persone libere di fare lì, in quei posti sicuri e protetti, la loro quarantena. E non solo: dall'Onu ci dicono di liberare quante più persone possibile, perché ora l'emergenza epidemiologica è la priorità assoluta, Salvini risponde dicendo che uno Stato serio non premia chi incendia le carceri ma "ti chiude la cella e ti dà sei mesi di più".
Pura demagogia, dal momento che le persone individuate come le responsabili delle rivolte sono state escluse dalle misure di scarcerazione. E allora, adesso più che mai i versi di De André tornano ad aprirci gli occhi, perché cantando la dignità dei reclusi aveva il coraggio di ricordare agli uomini per bene che "per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti".
di Antonio Russo
Città Nuova, 28 marzo 2020
La situazione degli istituti di pena in Italia è insostenibile sotto l'emergenza da contagio da Covid-19. Alcune soluzioni possibili. Il 40% dei detenuti che vivono nei circa 200 istituti penitenziari sono ancora presunti innocenti. Sovraffollamento e solitudine, due termini in contraddizione che caratterizzano però la maggior parte delle nostre carceri. In altre parole, i detenuti sono sempre a contatto fra loro, ma in realtà sono persone molto sole. Secondo l'ultimo Rapporto di Antigone, i reclusi in Italia sono 60.439, quasi 10 mila in più rispetto ai 50.511 posti letto ufficialmente disponibili - se non si considerano gli spazi in ristrutturazione/manutenzione - per un tasso di affollamento di circa il 120%.
Insomma, mentre gli istituti di pena italiani sembrano esplodere, la solitudine implode negli animi dei detenuti, tant'è che la depressione è molto diffusa. Secondo Ristretti Orizzonti nel 2018 si è rilevato l'elevato numero di 67 suicidi. Ciò che preoccupa è che il numero di suicidi negli anni aumenta, e al di là dei motivi che portano i detenuti a compiere un gesto così estremo, è il chiaro sintomo di una sofferenza a volte inascoltata o semplicemente non capita. In questo senso il suicidio rappresenta da una parte la totale solitudine del detenuto, dall'altra, l'ultimo gesto di richiesta di comunicazione e attenzione.
Proviamo ora ad immaginare cosa significano questi due termini in tempi di coronavirus. Dall'indice di affollamento evidenziato possiamo immaginare che vi sia un alto tasso di promiscuità fra le persone, che vi siano cattive condizioni igieniche e ambienti insalubri, dove il rischio di contagio da Covid-19 diventa elevatissimo e dove è impossibile rispettare le misure di distanziamento sociale, di igiene e di prevenzione previste dai moniti e dai vari decreti profusi dal nostro Governo.
Dall'altra parte, la richiesta di interruzione improvvisa, immediata e sine die degli incontri fra detenuti e familiari, avvocati e volontari, la sospensione delle poche attività svolte in quei luoghi, la soppressione dei permessi premio per evitare che il detenuto, rientrando possa portare il virus nei luoghi di detenzione, ha praticamente tagliato i fili degli unici contatti che il detenuto ha con l'esterno. Insomma, una situazione che rischia di aumentare il disagio e i tentativi di suicidio. A tal proposito è utile ricordare che il 40% dei detenuti che vivono nei circa 200 istituti penitenziari sono ancora presunti innocenti in quanto non ha ancora una condanna definitiva e che nel 2018 si sono contati circa un migliaio di risarcimenti per ingiusta detenzione.
In questo delicato momento di pandemia nessuno può essere lasciato indietro. Per tale motivo le Acli hanno chiesto al Governo di stanziare ogni possibile mezzo economico, e non, per portare a termine nel più breve tempo possibile quattro azioni. La prima azione da compiere è l'immediata sanificazione di tutte le strutture carcerarie onde evitare il diffondersi del virus e il rafforzamento dei loro presidi sanitari.
La seconda azione dovrebbe prevedere l'alleggerimento dei luoghi di detenzione mediante norme e strumenti giuridici di esecuzione penali alternativi alla detenzione, già previsti dall'ordinamento italiano. Sono circa 16 mila i detenuti a cui resta da scontare meno di due anni di reclusione che potrebbero estinguere la rimanenza della loro pena fuori dal carcere. Sarebbe una bella occasione per sperimentare la diffusione di pene alternative, molto utilizzate in alcuni Paesi europei (Svezia, per esempio), dove diminuiscono luoghi di detenzione e detenuti.
La terza azione dovrebbe rappresentare un antidoto alla solitudine dei carcerati, contro cui si chiede di mettere in campo mezzi di comunicazione alternativi, per esempio, l'uso dell'email o di cellulari comuni per non interrompere il flusso di relazione fra detenuti e familiari.
La quarta azione è quella di incentivare una stretta collaborazione fra cooperative interne alle carceri, Ministero della Sanità e Ministero di Grazia e Giustizia per produrre le mascherine adatte non solo alla comunità interna ai luoghi di detenzione, ma anche alla comunità esterna. Ciò avrebbe il doppio vantaggio di produrre qualcosa di utile in un momento di tale bisogno e di dare un messaggio di solidarietà e speranza ai detenuti, dando loro un compito importante per il Paese. Sarebbe un modo molto semplice per riabilitare la loro immagine a quella parte di popolazione che vede la detenzione come mera punizione.
Ai detenuti può essere tolta la libertà, ma mai si potranno loro togliere la dignità e i diritti di cui noi tutti godiamo, in primis quello alla salute fisica e mentale. Stiamo attraversando una crisi poderosa che avrà uno strascico molto lungo e che, a partire dalla sanità, toccherà tutte le altre sfere della vita umana, da quella economica a quella sociale a quella psicologica. Il termine crisi deriva dalla lingua greca krino che vuol dire separare e in senso più ampio, giudicare, discernere, valutare. In realtà, contrariamente al significato corrente negativo, crisi ha dunque un'accezione positiva, rappresentando un momento di riflessione, valutazione, scelta in una direzione piuttosto che in un'altra. Bene, è proprio in questo momento di crisi, che bisogna avere il coraggio di trovare soluzioni che consentano di tutelare la salute come diritto di tutti.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 28 marzo 2020
Le misure del Cura Italia sono insufficienti e si rischia il massacro sanitario. Il Consiglio Superiore della Magistratura ha bocciato gli articoli 123 e 124 del decreto Cura Italia, quelli che si riferiscono alle carceri. Lo ha fatto con un parere non unanime, bensì approvato con la maggioranza di 12 consiglieri, la contrarietà di 7 e l'astensione di 6.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 28 marzo 2020
C'è questa inciviltà supplementare nelle scelte politiche e di governo che trascurano la salute dei prigionieri: quelle scelte riguardano una categoria debole della società. Chi è costretto in prigione, infatti, è un soggetto debole già solo perché è sottoposto al potere dello Stato che gli rinchiude la vita in una cella. Il fatto che abbia commesso delitti (e non è scontato che li abbia commessi, visto che è perlopiù l'innocenza a sovraffollare il carcere) non dovrebbe implicare il diritto dell'ordinamento di lasciarlo in coda nelle politiche di tutela.
Semmai quella condizione di subordinazione al potere dello Stato che toglie la libertà ai detenuti dovrebbe essere mitigata da politiche preferenziali: appunto perché discutiamo di persone più deboli. Gli abitanti di un edificio in fiamme devono essere salvati perché sono in pericolo: non perché hanno la fedina penale a posto.
E il diritto del detenuto di veder tutelata la propria salute dovrebbe primeggiare sul suo obbligo di sopportare la pena. Così come la pretesa punitiva della società non dovrebbe escludere, ma supporre, l'obbligo dello Stato di tenere in cura tanto più attentamente la salute delle persone che incarcera. Sotto sotto, invece, ma spesso proprio apertamente, lavora il presupposto contrario: e cioè che si tratti di assicurare innanzitutto la salute dei cittadini "per bene", che è un modo solo diverso per dire appunto che alla minorazione ordinarla dei diritti dei detenuti deve a accompagnarsi il loro dovere di esporsi alla malattia senza tante storie.
Sappiamo amaramente che nessun politico (sottolineo: nessuno, nemmeno tra i pochi pur meritoriamente impegnati a riaffermare i diritti dei detenuti) reperisce il coraggio necessario a spiegare che lo Stato non dovrebbe occuparsi "anche" della salute dei carcerati, ma "innanzitutto".
Innanzitutto perché lo Stato dovrebbe risentire e dimostrare colpa e rimorso, non indifferenza, nell'esercitare il proprio potere punitivo. L'azione pubblica dovrebbe chiedere scusa ai detenuti già solo per il fatto che li incarcera, e questa richiesta di perdono non dovrebbe essere formale ma concreta e fattiva: escludendo che i detenuti siano doppiamente puniti da uno Stato in tal modo doppiamente colpevole.
di Lara La Gatta
tecnicadellascuola.it, 28 marzo 2020
Come abbiamo già riferito, nell'ambito delle indicazioni fornite per l'Istruzione degli adulti con nota 4739 del 20 marzo 2020, il Ministero dell'Istruzione ha anche richiamato l'attenzione sulle scuole in carcere. In particolare, il M.I. sottolinea la necessità di favorire, in via straordinaria ed emergenziale, in tutte le situazioni ove ciò sia possibile, il diritto all'istruzione attraverso modalità di apprendimento a distanza anche per i frequentanti i percorsi di istruzione degli adulti presso gli istituti di prevenzione e pena in accordo con le Direzioni degli istituti medesimi.
Pertanto, i gruppi regionali Paideia sosterranno i Cpia nell'individuare d'intesa con gli Istituti di prevenzione e pena interessati le modalità più adeguate ed opportune per svolgere la didattica a distanza presso le scuole carcerarie tenuto conto, laddove siglati, anche dei protocolli tra Usr e Prap competenti; particolare attenzione andrà rivolta alle attività in favore dei soggetti sottoposti a provvedimenti penali da parte dell'autorità giudiziaria minorile.
Ancora poca attenzione alle scuole in carcere - Anna Grazia Stammati (presidente Cesp-Rete delle scuole ristrette e docente nei percorsi di istruzione in carcere) ci ha scritto per segnalare come poco si parli, in questi giorni di sospensione delle attività didattiche e di attivazione della didattica a distanza a causa del Covid-19, degli studenti "ristretti", ovvero di quegli studenti che frequentano i percorsi scolastici in carcere. Si tratta di un'ampia platea di persone, composta non solo da stranieri che hanno bisogno di essere alfabetizzati, ma anche di giovani e meno giovani italiani (che appartengono spesso a quel 18% di evasione scolastica) che, dentro, continua, per fortuna, il percorso scolastico, tanto nei minorili, quanto nelle istituzioni penitenziarie degli adulti.
I docenti delle scuole in carcere si sono raccolti, da alcuni anni, nella rete delle scuole ristrette ed hanno portato avanti una battaglia incessante per far riconoscere la scuola in carcere quale elemento essenziale dell'esecuzione penale, visto che i docenti, per nove mesi l'anno, hanno un rapporto quotidiano e costante con i detenuti iscritti e rappresentano, per loro, l'unico contatto con il mondo esterno, nel quale, prima o poi, dovranno ritornare.
"Oggi, però, - ci scrive la prof.ssa Stammati - mentre le scuole esterne continuano (tra mille difficoltà e problematiche) il proprio percorso, gli studenti e le studentesse detenute, non hanno più alcun rapporto diretto con i propri insegnanti, se non mediato da materiale cartaceo consegnato tramite educatori o agenti penitenziari che spesso, per le condizioni di invivibilità interna, non potranno essere neppure lette".
Per questo la Cesp-Rete delle scuole ristrette ha scritto una lettera al Dap (e sulla falsariga di questa al Miur) per richiedere più attenzione ed interventi mirati per i ragazzi e le ragazze in carcere. I docenti della rete delle scuole ristrette, preso atto della Circolare del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria del 12 marzo, nella quale si richiamava l'opportunità, vista l'emergenza Covid-19, di garantire il prosieguo dei percorsi scolastici in carcere e si invitavano i Provveditori Regionali a comunicare ai Direttori degli Istituti Penitenziari degli ambiti territoriali di competenza, di consentire lo svolgimento di esami di laurea, esami universitari, e colloqui didattici tra docenti e studenti detenuti, mediante videoconferenza e/o tramite Skype, hanno ritenuto opportuno predisporre un monitoraggio presso le scuole appartenenti alla rete, che copre un territorio vasto (da Udine ad Enna).
All'indagine ha risposto il 25% delle istituzioni penitenziarie, con percorsi di studio di primo e secondo livello, che hanno fornito i seguenti dati:
- una sola istituzione penitenziaria, Terni, risulterebbe aver applicato la Circolare sull'utilizzo di Skype per i contatti tra docenti e studenti "ristretti" (anche se ad una verifica del referente territoriale Cesp con il Magistrato di sorveglianza risulta che i tre PC forniti dalla scuola sono utilizzati per agevolare contatti Skype con i familiari per i detenuti di media sicurezza);
- il Cpia di Verona (percorso scolastico di primo livello) ha avuto una conferma di disponibilità ad utilizzare Skype dalla prossima settimana da parte del Direttore del carcere;
- 22 istituzioni penitenziarie non hanno ancora consegnato materiali cartacei agli studenti detenuti per problematiche di vario genere;
- 25 istituzioni penitenziarie hanno provveduto nell'immediato ad inviare materiale cartaceo agli studenti attraverso l'area educativa o gli agenti penitenziari.
È del tutto evidente che l'utilizzo di videoconferenze tramite Skype sia pressoché nullo, per oggettive difficoltà, dovute anche al gravoso impegno che in una situazione emergenziale quale quella attuale stanno sostenendo educatori e agenti penitenziari, ma anche alla mancanza di personal computer, di spazi, di personale addetto. Ciò però sta evidentemente comportando la lesione di un diritto, qual è quello all'istruzione, che non può che produrre ulteriore e profonda destabilizzazione nella popolazione detenuta, che vede nella scuola in carcere un elemento fondamentale dell'esecuzione penale e ciò ci preoccupa molto, nella consapevolezza dell'importanza che il nostro ruolo riveste nella relazione quotidiana da noi costruita con i nostri studenti "ristretti".
Le richieste della Cesp - Per queste ragioni, la Cesp-Rete delle scuole ristrette ha chiesto sia alla Dap, sia al Ministero dell'Istruzione di occuparsi del problema. E in proposito segnala lo scambio intercorso con l'Ufficio Scolastico Regionale della Liguria, il quale ha confermato che anche in Liguria, al momento, l'unica modalità possibile per garantire la continuità dell'attività scolastica è quella dell'invio di materiali didattici da parte dei docenti agli educatori. Al momento, le scuole di La Spezia si stanno organizzando per utilizzare il canale TV per fare scuola a distanza a beneficio di chi rimane escluso dalla Didattica a Distanza promossa dalle scuole perché privo di connessione. Questa soluzione potrebbe essere seguita anche dalla popolazione scolastica carceraria e infatti il Cpia locale e gli istituti secondari che hanno percorsi di secondo livello in carcere si stanno organizzando.
Questa potrebbe essere un'indicazione da seguire, nella speranza che possa servire per colmare un vuoto che sta comportando danni enormi agli studenti detenuti perché, come si legge anche nella lettera indirizzata agli studenti in carcere: "I disagi e la sofferenza che viviamo non ci devono far dimenticare chi è colpito in prima persona, i tanti morti di cui sentiamo quotidianamente le cifre con il rischio di non considerare che dietro ad esse ci sono persone, storie, affetti che si spezzano; questo virus annulla anche i riti con cui l'umanità ha accompagnato, in modalità diverse nel tempo e nei luoghi, il momento della morte: ancora una volta questa esperienza fa toccare con mano a noi, che siamo fuori del muro, quanto debba essere sconvolgente la lontananza in caso di malattia e l'impossibilità di partecipare ai funerali dei propri cari".
di Chiara D'Incà
triesteallnews.it, 28 marzo 2020
Con l'avvento dell'emergenza da Coronavirus sono molti i problemi che la Penisola deve affrontare; molti di essi sono di vecchia data e, con una situazione così instabile, tornano alla ribalta in maniera esponenziale. Uno di questi è sicuramente il sovraffollamento delle carceri che, a causa del timore legittimo del contagio, ha portato molti detenuti a protestare, sperando in una mossa politica atta a sbloccare questa situazione ormai stagna da anni. Una misura per far fronte ai troppi detenuti in poco spazio, in modo da avere nelle carceri numeri più accettabili per una nazione attenta ai diritti, è ad esempio la detenzione domiciliare prevista dal Decreto Cura Italia, che non tiene però conto di una questione fondamentale: molte delle persone che potrebbero accedere al beneficio previsto, e ridurre così il sovraffollamento negli istituti di detenzione, non hanno un luogo dove andare.
Così facendo si rischia di rimanere bloccati in una spirale che si avvita su sé stessa, senza uscita, facendo spola tra la problematica dei centri di detenzione e quella, rilevante, legata ai senzatetto: in queste giornate di quarantena, infatti, anche a causa del calo delle temperature dell'ultimo periodo, le persone senza dimora si trovano in ancor più difficoltà, ed è un altro grido sociale che, sulle piattaforme online, si leva dall'Hashtag #vorreirestareacasa. Su questo, nel Comune di Trieste, possiamo stare più tranquilli: l'amministrazione comunale ha infatti aperto un nuovo centro diurno per i senzatetto in modo da garantire a queste persone un riparo dal freddo in condizioni di sicurezza sanitaria.
Per quanto riguarda la detenzione domiciliare, ci si affida al fatto che coloro che non dispongono di una casa dove andare debbano trovare sistemazione nelle case di accoglienza, le quali per far fronte al rischio Covid-19 devono attivare delle misure igienico-sanitarie di igienizzazione e di uso di dispositivi di protezione individuale che hanno costi molto elevati. A queste strutture, che specialmente in periodi di emergenza come questi stanno già operando a pieno regime, viene chiesto di ricevere ancora altre persone, con cui non potranno fare un colloquio preliminare, spesso con patologie o con problemi di dipendenza e nel contempo senza adeguato supporto sanitario.
Il problema dunque non è di natura prettamente morale, ma altresì logistico: chi è in grado di attivare procedure per assegnare un medico di base alle persone che eventualmente accedano a misure alternative, quando già si fa fatica a telefonare e reperire il medico nelle ore di apertura ambulatoriale per chi è già in carico nelle strutture?
"Da anni il volontariato chiede trasparenza e maggior accesso ai fondi di Cassa Ammende, per poter implementare progetti di accoglienza che garantiscano serietà e capacità progettuale", sostiene in un articolo dedicato l'operatore Alessandro Pedrotti, sottolineando come fare accoglienza, seguire un detenuto domiciliare, significa accompagnare queste persone con personale volontario e personale retribuito.
"Significa che durante quelle 24 ore devi garantire a quelle persone un'accoglienza degna". Un impegno costante, dove spesso l'istituzione non tiene in considerazione la leva umana che azionerà il meccanismo e tutte le persone che, da queste scelte, dovranno dipendere, specialmente in questi tempi complessi e già di per sé estenuanti.
Con l'emergenza da Coronavirus infatti, gestire un centro di accoglienza significa tutelare e tutelarsi: avere tutti detenuti domiciliari, anche chi è libero o affidato deve stare rinchiuso, ciò significa dover mediare tutte le informazioni che arrivano dall'esterno, ascoltare le paure e le contraddizioni che un isolamento simile può far scaturire e soprattutto offrire alle persone la possibilità di sentirsi protetti. Per poter avere un'accoglienza rispettosa e responsabile bisogna riconoscere quando le condizioni non ci sono.
Cosa si può fare allora per venire a capo di un problema tanto ampio? "Si può fare un piano straordinario di accoglienza che può essere finanziato con Cassa ammende e con fondi straordinari. Un piano che preveda uno stanziamento significativo per sostenere tutte quelle iniziative che sgraveranno il sistema carcerario di quei 5 o 10mila detenuti che potrebbero usufruire delle misure straordinarie approvate e anche di quei detenuti che hanno un fine pena sotto i 4 anni e potrebbero tranquillamente accedere all'affidamento in prova" suggerisce Pedrotti.
di Alessandro Parrotta*
Il Dubbio, 28 marzo 2020
È sensata l'obiezione della Procura di Genova, che ritiene inapplicabile la "Inosservanza dei provvedimenti dell'autorità": al tempo del Covid-19, chi mente sui propri spostamenti non altera le "generalità" e, soprattutto, si tratta di un illecito "oblazionabile" con una piccola somma. Molto più efficace contestare l'invece dimenticato articolo 260 del Testo unico delle Leggi sanitarie: che, in caso di condanna, impone la trascrizione nel casellario giudiziario.
In questo periodo di profonda crisi, il susseguirsi di provvedimenti nazionali e regionali, per i quali, a seguito delle misure stringenti del governo, tutti i cittadini si vedono - legittimamente - limitati nei propri spostamenti, sono sorti alcuni - inevitabili - problemi collaterali, legati alle conseguenze penali in caso di inosservanza della normativa di emergenza adottata dall'organo esecutivo.
In particolare, il governo ha progressivamente adottato diversi decreti legge, l'ultimo dei quali, annunciato nella serata di martedì scorso dal presidente Conte, introduce alcuni chiarimenti, da un lato, in relazione al rapporto tra i provvedimenti del governo e quelli delle regioni e, dall'altro lato, in ordine al sistema sanzionatorio previsto per coloro che non osservano quanto disposto finora.
In particolare, con l'approvazione del nuovo decreto, la condotta di coloro che violeranno le misure restrittive sarà punita con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 500 a euro 4.000; non si applicheranno più le sanzioni contravvenzionali previste dall'articolo 650 del codice penale.
Come noto nel diritto penale vi sono una serie di principi fondamentali, quali il principio di legalità e di tassatività o sufficiente determinatezza della fattispecie penale, finalizzati a garantire che ad un soggetto possa essere comminata una pena solo in presenza di una legge preesistente che configura in maniera chiara e tassativa il comportamento ritenuto punibile quale un reato.
Se un soggetto ha posto in essere un reato occorre guardare agli elementi costitutivi della fattispecie penale asseritamente violata: in altre parole, vi deve essere una perfetta coincidenza tra ciò che dice la legge e la condotta posta in essere dal soggetto, a noi tutti nota quale tipicità nel diritto penale.
Tralasciando ulteriori approfondimenti legati agli altri elementi del reato, quali antigiuridicità e gradazione dell'elemento soggettivo, occorre rilevare che dal punto di vista tecnico, in questa attuale situazione di crisi epidemiologica in cui il governo ha adottato precise misure restrittive, vi sono tre tipologie di fattispecie penale ipoteticamente realizzabili legate direttamente all'inosservanza di dette disposizioni: la prima sicuramente era riconducibile all'art. 650 c.p. ("Inosservanza dei provvedimenti dell'Autorità"), la seconda legata ai cosiddetti reati di falso e la terza, residuale, relativa alla diffusione - colposa o dolosa - della pandemia (contagio da risiko-delikt).
Per quanto riguarda la contravvenzione di cui all'art. 650 c.p. - che con l'adozione del nuovo provvedimento non troverà più applicazione - non vi sono molti dubbi interpretativi. In tale sede, risulta doveroso, tuttavia, rilevare come tale fattispecie penale sia una contravvenzione e non un delitto (al pari delle violazioni del cosiddetto Tulps, Testo unico di Pubblica sicurezza).
Di delitti, invece, si parla in caso di falsa attestazione del soggetto colto fuori dal proprio domicilio senza, quindi, giustificato motivo. Per queste tipologie di reato i cittadini potranno continuare a rispondere dinanzi all'Autorità giudiziaria. In tale ipotesi, le fattispecie penali configurabili sono quelle legate all'495 cp, "Falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla identità o su qualità personali proprie o di altri", e quelle relative al combinato disposto degli artt. 477, 482 e 483 dello stesso codice.
Identificare la tipicità della norma - ovvero, come detto, la perfetta coincidenza tra quanto posto in essere e quanto punito dalla legge - non è così agevole poiché vi sono elementi soggetti ad interpretazione, quali, ad esempio, la natura dell'atto con cui il cittadino attesta falsamente la propria condizione, se atto pubblico o certificazione amministrativa.
Ed infatti, sul punto, sono già sorte le prime criticità: condivisibile (e non poteva andar diversamente) la scelta operata dalla Procura della Repubblica di Genova che ha promosso richiesta di archiviazione in relazione proprio alla violazione dell'art. 495 c.p. in quanto tale delitto - secondo l'interpretazione dell'Ufficio di Procura - verrebbe integrato esclusivamente dalle false attestazioni aventi ad oggetto l'identità, lo stato od altre qualità della persona. Secondo tale interpretazione, quindi il soggetto che attesta falsamente una condizione lavorativa o personale non rientra nel caso di falsità relativa ad un proprio stato o ad una propria qualità.
Le conclusioni cui è pervenuta la Procura di Genova sono, come detto, figlie di una interpretazione legalmente orientata della lettera della norma penale. Non si può escludere che altre Autorità scelgano, invece, la prosecuzione del procedimento penale collegando la falsità su una condizione lavorativa o personale del cittadino quale alterazione dello stato o di una qualità del soggetto medesimo, condizione richiesta dall'art. 495 c.p. per la configurazione del delitto: è il prezzo che -ontologicamente- il Sistema paga in virtù dell'indipendenza del Magistrato (che ad avviso di chi scrive fa dell'Ordinamento italiano l'espressione più alta della democrazia) e dell'assenza del precedente vincolante.
Ma senza entrare in teoremi di filosofia del diritto, l'interpretazione della Procura di Genova appare condivisibile soprattutto perché l'imputazione per il reato di falso - in generale - incorre nell'ovvio limite da parte dell'Accusa di dover provare la falsità dell'attestazione, ed in occorrenza di una situazione di crisi del genere, appare chiaro come, pertanto, non esiste una norma stringente in grado di consentire la concreta ed immediata applicazione delle misure anti-contagio se non la Legge del buon senso.
Tuttavia, se proprio si volesse ricondurre una siffatta condotta ad una fattispecie penalmente rilevante, a parere di chi scrive, sarebbe più opportuno fare riferimento al dettato di cui all'art. 260 del Testo unico delle Leggi sanitarie: tale disposizione punisce con l'arresto fino a sei mesi e con l'ammenda chiunque non osservi un ordine legalmente dato per impedire l'invasione o la diffusione di una malattia infettiva dell'uomo.
Già ad una prima lettura, la tipicità descritta dalla norma risulta più aderente alla realtà che stiamo vivendo, trattando proprio il caso di una malattia infettiva. Peraltro, questa disposizione - uscendo per un attimo dal ruolo dell'avvocato penalista e ponendosi dal punto di vista di coloro che devono applicare la norma - ha la caratteristica, rispetto alla "previgente" contestazione di cui all'art. 650 c.p., di non essere oblazionabile: in caso di condanna, la stessa verrebbe trascritta nel casellario giudiziario. Più severità, quindi e -forse- più ascolto.
*Avvocato, direttore Ispeg - Istituto per gli studi politici, economici e giuridici
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 marzo 2020
Il sottosegretario Variati a "Radio Radicale". Ora la vicenda dei braccialetti elettronici è più chiara. I dispositivi ancora non sono disponibili, come aveva evidenziato Il Dubbio in un articolo, da quale è poi scaturita una interrogazione parlamentare di Roberto Giachetti di Italia Viva. Ieri la conduttrice di Radio Radicale Giovanna Reanda ha intervistato il sottosegretario agli Interni Achille Variati e gli ha chiesto proprio di fare il punto sulla questione, specificando la vicenda del bando di gara vinto da Fastweb, secondo il quale la produzione di 1000- 1200 braccialetti mensili sarebbe dovuta partire già 15 mesi fa.
"Ma quindi perché sono così pochi?", ha chiesto Reanda. "In realtà nella giornata di oggi (27/ 03/ 2020, ndr) - ha risposto il sottosegretario Variati - verrà firmato il decreto interdirettoriale tra il capo della Polizia e il capo dell'Amministrazione penitenziaria, dando così seguito al particolare articolo presente nel decreto "Cura Italia". Quindi ha proseguito Variati - verranno resi disponibili circa 5000 braccialetti che saranno consegnati con un numero non inferiore ai 300 a settimana". Poi ha aggiunto: "Già da domani fino alla fine di giugno ci saranno un totale di circa 5000 braccialetti".
Grazie all'intervista di Radio Radicale si è scoperto forse finalmente l'arcano, ovvero che fino ad oggi ancora non è partita la fornitura di nuovi braccialetti perché mancava la fase di collaudo come ha evidenziato Il Dubbio. Ricordiamo, infatti, che l'Amministrazione dell'Interno, nel dicembre 2016, ha avviato una procedura ad evidenza pubblica per la fornitura di braccialetti elettronici conclusasi nell'agosto del 2018 con l'aggiudicazione definitiva dell'appalto a Rti Fastweb: il servizio prevede, per un periodo minimo di 27 mesi, la fornitura di 1.000-1.200 braccialetti mensili per l'intera durata triennale fino al 31 dicembre del 2021. L'erogazione del servizio sarebbe dovuta partire già da ottobre del 2018, previa nomina da parte del ministero dell'Interno di una commissione di collaudo, ma tale organo è stata nominato o solo a fine novembre 2018 e ad oggi, dal sito della Polizia di Stato, risulta che la procedura di collaudo sia ancora aperta. Infatti è stato pubblicato esclusivamente il decreto di approvazione del verbale di collaudo positivo relativo alla fase uno e non risulta invece il "piano di collaudo della fase 2" che rappresenta la base di tutte le attività di verifica di conformità della fornitura e che deve essere sottoposto a valutazione e approvazione da parte dall'Amministrazione. Ora sappiamo che da oggi - come annunciato dal sottosegretario a Radio Radicale - dovrebbe finalmente partire la fornitura dei braccialetti elettronici in maniera tale da garantire i domiciliari per i detenuti che ne necessitano.
dire.it, 28 marzo 2020
Nelle carceri si sono ridotte tutta una serie di attività che vedeva impegnati i detenuti, così "anche per questo è aumentato il livello di ansia dei detenuti". Spiega la psicologa esperta in tematiche carcerarie, Francesca Andronico, dell'Ordine degli psicologi del Lazio, intervistata dall'agenzia Dire in merito allo stato d'animo dei detenuti in questo periodo di emergenza sanitaria per il Coronavirus.
"Tra i detenuti c'è preoccupazione - prosegue Andronico - se dovesse scoppiare un'epidemia in carcere sarebbe difficile da contenere, anche da un punto di vista delle infrastrutture. Gli stessi ospedali a volte non sono attrezzati, paradossalmente, figuriamoci un carcere. Sappiamo che questo virus ha una virulenza importante e, nonostante l'amministrazione sanitaria e quella penitenziaria abbiano disposto tutte le misure di sicurezza, questo non basta a tranquillizzare la popolazione carceraria. Poi ognuno chiaramente ha il suo carattere, c'è chi è più ansioso e chi lo è di meno, ma c'è anche chi è più a rischio perché ha patologie pregresse".
Il discorso della "privazione" riguarda in generale tutta la popolazione ma ovviamente la problematica aumenta in un'istituzione chiusa e totale come il carcere. La diminuzione dei colloqui con i familiari è stato poi "un problema enorme per i detenuti - prosegue Andronico - perché il carcere già ti "stacca" totalmente dalle tue appartenenze. I detenuti vivono in funzione del colloquio, per loro parlare con i propri familiari è fondamentale perché è un aggancio alla realtà esterna".
In merito ai colloqui con gli psicologi, i detenuti chiedono misure di rassicurazione "ma noi operatori sanitari - prosegue Andronico - più di "contenerli psicologicamente" non possiamo fare d'altra parte siamo tutti esposti. Noi abbiamo strumenti per contenere le loro angosce, ansie e paure, ma ci sono dei ischi oggettivi che non possono essere trascurati". Allora quello che bisogna fare, secondo l'esperta, è distinguere tra il rischio di contagio e la percezione del rischio.
"Noi psicologi possiamo lavorare sulla percezione del rischio e sul contenimento - spiega - cercando di far avere ai detenuti una visione il più possibile realistica e concreta di quella che è la situazione. Cerchiamo insomma di ridimensionare tutti gli aspetti che la paura può attivare". Su cosa sia cambiato in carcere, nello specifico dall'inizio dell'epidemia da Coronavirus, la psicologa Andronico ha così risposto: "Dobbiamo partire dal pregresso: in Italia ci sono penitenziari virtuosi, ma gestire un carcere è sempre molto complesso da vari punti di vista. C'è il problema del sovraffollamento, i presidi sanitari sono presenti ma gli operatori sono in difficoltà perché sotto organico, così come lo è la polizia penitenziaria. Quindi la risposta non è mai così efficiente rispetto alla domanda di cura. La situazione a volte è esplosiva. Questa emergenza allora non ha fatto altro che far emergere ed aggravare tutta una serie di difficoltà che già c'erano".
Il mandato degli operatori sanitari resta però quello di garantire "la continuità dell'assistenza. Oggi questo viene fatto ovviamente con tutte le misure di sicurezza - ha aggiunto la psicologa - con mascherine, guanti e distanza di sicurezza, perché in un momento così difficile i detenuti non si possono abbandonare, altrimenti si perde anche tutto il lavoro svolto in precedenza. Il carcere è un'istituzione totale e come tale comporta tutta una serie di difficoltà, non solo per i detenuti ma anche per la polizia penitenziaria. Il discorso vale in generale, ma soprattutto ora in questa situazione, dove noi sanitari, insieme agli agenti di polizia penitenziaria, non possiamo rimanere a casa, ma dobbiamo mandare avanti il lavoro". Ha concluso Andronico.
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