di Laura Tedesco
Corriere di Verona, 27 marzo 2020
Carcere al tempo del coronavirus: "Tempo scaduto, è giunta l'ora delle decisioni". A dirlo sono gli avvocati penalisti veronesi che hanno posto le loro istanze nero su bianco scrivendo al presidente del Tribunale di Sorveglianza di Venezia, ai magistrati di Sorveglianza di Verona, al comandante della polizia penitenziaria della Casa circondariale di Verona: "Noi avvocati in questi giorni abbiamo sentito le voci di decine e decine di detenuti che oggi si sentono ancora più reclusi perché senza alcun contatto con l'esterno, senza colloqui con i propri famigliari, senza permessi, senza attività lavorativa, senza scuola e senza incontri con gli insegnanti, con i volontari e che possono contattare solo telefonicamente i propri difensori.
Voci piene di speranza tuttavia e che - si legge nel documento della Camera penale scaligera - incoraggiavano noi avvocati a presentare istanze perché i magistrati avevano promesso loro una risposta rapida alle loro richieste. Noi avvocati abbiamo gli anticorpi necessari per comprendere che ogni fascicolo è diverso e non vogliamo in alcun modo dare l'impressione di cavalcare l'onda emergenziale per ottenere facili risultati. Tuttavia, oggi - rimarcano i penalisti veronesi - dopo esserci confrontati con la Direzione del carcere, con l'Area sanitaria ed il Garante, siamo preoccupati per il numero davvero limitato di riconoscimenti di misure alternative per persone che pure dispongono di un idoneo alloggio, di un lavoro stabile, di un programma terapeutico esterno o di condizioni di salute talmente precarie che vista la pandemia in atto potrebbero per taluno risultare fatali.
Per i medici in carcere le possibilità di contatto o di contagio con personale sanitario e/o personale di polizia potenzialmente infetto nella forma asintomatica o sintomatica lieve o di incubazione è più alta della possibilità di contagio in quarantena nella propria abitazione con i soli familiari più stretti e che una eventuale epidemia interna avrebbe effetti disastrosi sulla salute della popolazione detenuta, della polizia penitenziaria, del personale civile". Per questo, conclude la Camera penale, "il tempo è scaduto perché la pandemia in atto non ammette ritardi né ripensamenti: è l'ora delle decisioni coraggiose".
di Sandro Barberis
La Provincia Pavese, 27 marzo 2020
Aumentano i contagi nelle carceri della provincia di Pavia: sono già undici i positivi accertati. Cinque malati Covid nel penitenziario di Voghera, sei in quello di Pavia. È allarme tra gli agenti di polizia penitenziaria che sono preoccupati sia per la loro salute, ma anche per le accuse di violenza e cattiva gestione che gli sono state rivolte da alcuni detenuti di Voghera tra cui l'ex boss della Mala del Brenta Felice Maniero.
"Le proteste dei detenuti in alcuni casi sono giuste perché temono il contagio, ma in altre sono strumentali: e comunque non ci sono stati casi di violenza" spiegano dal coordinamento regionale del sindacato di Polizia penitenziaria. A Vigevano ci sono 385 detenuti (capacità 242), a Voghera 451 (capacità 341) e a Pavia 723 (capacità 518).
"Non ci sono riscontri di violenze e dell'uso di mezzi di coercizione fisica nel carcere di Voghera - spiegano dal coordinamento regionale dei sindacati della polizia penitenziaria. C'è una protesta diffusa da parte di alcuni detenuti di una sezione che hanno tentato di ribellarsi utilizzando come leva le giuste preoccupazioni per il timore di contagio.
Una protesta strumentale da parte solo di alcuni detenuti che volevano violare le regole, il personale è intervenuto senza violenza per riportarli nelle camere. Questo in un quadro di turni massacranti, riposi saltati e preoccupazione da parte degli agenti che da settimane lavorano in condizioni difficili per via dell'emergenza".
Una situazione a rischio, non solo a Voghera, che ieri ha portato i sindacati a chiedere di nuovo interventi per le tre prigioni pavesi ai vertici nazionali e regionali dell'amministrazione carceraria. "Non si può ancora sottovalutare l'enorme rischio di contagio all'interno degli istituti - spiega il coordinatore regionale, il vigevanese Michele De Nunzio.
Le notizie di positività ai test di alcuni detenuti sono ormai note e alcune direzioni stanno organizzando sezioni ad hoc per i "positivi", nonché zone di isolamento sanitario. Tutto questo, però, senza un benché minimo standard di sicurezza per il personale di polizia che, in alcuni casi, viene addirittura "inviato al fronte senza armi", ovvero all'interno di questi reparti senza guanti, mascherine e occhiali".
Per questo i sindacati della polizia penitenziaria chiedono, ancora, tamponi a tappetto in tutti gli istituti. Circa 2mila persone tra detenuti, agenti e civili. "I focolai di Covid hanno appiccato una catena di contagio che verrà fermata solo attraverso scelte serie, urgenti e ragionate - chiude De Nunzio -. L'interesse di tutti è quello di fermare una diffusione incontrollata del virus, serve un tampone ogni dieci giorni". Ieri il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha promesso "8mila mascherine al giorno per le carceri italiane".
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 27 marzo 2020
Lavorava nel carcere di Opera. C'è un secondo morto per virus Covid-19 tra il personale della Polizia Penitenziaria: era un assistente capo, veniva dalla provincia di Foggia, lascia moglie e figli, nel 2014 aveva ricevuto una medaglia di bronzo al Merito di servizio, ed è morto ieri all'ospedale milanese Humanitas, dove era stato ricoverato da alcuni giorni.
Lavorava nella Casa di reclusione milanese di Opera, ma di fatto era in servizio al Nucleo Traduzioni dei detenuti, e nell'ambito di questo compito aveva piantonato all'ospedale Niguarda un detenuto, il quale aveva probabilmente contratto l'infezione proprio durante il ricovero da otto mesi. Il 9 marzo, ai primi sintomi della malattia, l'agente era stato posto in isolamento precauzionale in caserma, e il giorno successivo il tampone aveva dato esito positivo.
L'altro ieri in parlamento il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha indicato (su 58.200 reclusi in 50.000 posti teorici) i detenuti positivi in 15, e in 248 le persone in isolamento sanitario precauzionale per quarantena, aggiungendo che in Italia con il suo recente decreto legge sono usciti in detenzione domiciliare appena 5o detenuti con meno di 18 mesi da scontare, e 150 semiliberi in licenza.
di Matteo Salvini
Il Gazzettino, 27 marzo 2020
Dopo Mattarella e Conte anche il leader della Lega interviene sulla lettera al Gazzettino dei carcerati.
Egregio direttore, mi permetto di intervenire dopo la lettera dei detenuti nelle carceri del Veneto e che ha ricevuto le risposte del Capo dello Stato e del Presidente del Consiglio. Prima di tutto, però, mi permetta di rivolgermi alle donne e agli uomini della Polizia Penitenziaria: molti di loro, in tutta Italia, non hanno mascherine e guanti protettivi. Una situazione comune ad altre Forze dell'Ordine e addirittura a parecchi medici, infermieri, operatori sanitari.
Il governo, come ho chiesto direttamente al premier Conte, deve intervenire immediatamente. È questa la prima emergenza: aiutare i nostri eroi a difendere gli italiani in piena sicurezza. Sono convinto, invece, che lo svuota-carceri non sia una necessità, e soprattutto ritengo che il dibattito nasca in un momento sbagliato.
Non possiamo dimenticare quanto successo nelle recenti settimane. Decine di case circondariali, da Nord a Sud, hanno subìto rivolte o proteste che hanno provocato danni superiori ai 30 milioni di euro, tredici morti tra i detenuti, decine di feriti tra le Forze dell'Ordine, evasioni di gruppo. Pensare di mandare ai domiciliari migliaia di carcerati, fra cui anche condannati per spaccio di droga, rapina, furto e truffa, sarebbe la resa dello Stato.
Uno schiaffo alle Forze dell'Ordine e alla certezza della pena. Molti detenuti non avrebbero nemmeno un alloggio in cui scontare la condanna, e infatti il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano si è rivolto al Comune per chiedere case o alberghi. Non mi sembra accettabile. Il problema del sovraffollamento carcerario è figlio anche della carcerazione preventiva: troppi innocenti sono dietro le sbarre. È questa la vera vergogna, altro che perdere mesi con la prescrizione. Questo è un problema strutturale che vogliamo e dobbiamo risolvere, quello dei troppi innocenti finiti ingiustamente in galera. Aggiungo che servirebbe un piano carceri per realizzare nuove strutture, ma non è mai stata una preoccupazione del centrosinistra e dei grillini.
I governi targati Pd avevano approvato almeno cinque svuota-carceri, sempre con la scusa del sovraffollamento, ma il problema si è poi puntualmente ripresentato. È inutile dire, direttore, che chi è in carcere abbia tutto il diritto di essere protetto dal virus, dalla malattia, dalla paura.
Né mi sfugge l'importanza delle iniziative di solidarietà che hanno visto detenute e detenuti donare quanto potevano per le terapie intensive, oppure continuare a tener vivo il servizio di prenotazione sanitario in alcuni territori, ma la preoccupazione del Coronavirus non può essere la scusa per spalancare i cancelli. Oltretutto, i detenuti semiliberi che hanno scritto la lettera non dovrebbero avere contatti con gli altri reclusi. Le loro preoccupazioni mi sembrano quindi eccessive: ci si ammala più fuori dal carcere che dietro le sbarre.
Aggiungo che nel piano del governo andrebbero a casa migliaia di condannati senza che vengano valutate la pericolosità o il pericolo di fuga. Piuttosto, è ragionevole immaginare strade alternative per permettere loro di avere rapporti con i parenti. Magari con le videochiamate.
In tutta Italia e nel Nordest la gente si ammala e rischia di morire. C'è un'emergenza sanitaria che diventerà economica e sociale. Alla casella
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 27 marzo 2020
Corte di cassazione - Sezione VI penale - Sentenza 26 marzo 2020 n. 10659. Nel caso di incertezza della giurisprudenza sui termini utili per impugnare, la parte deve seguire l'orientamento più restrittivo per evitare di incorrere nella sanzione della decadenza. Un criterio che vale a maggior ragione quando, come nel caso esaminato, l'orientamento che estende di più la facoltà processuale non è quello dominante, ma rappresenta solo una delle due vie possibili, indicate dalla giurisprudenza, prima dell'intervento risolutivo delle sezioni unite.
La Corte di cassazione, con la sentenza 10659, bolla come inammissibile il ricorso contro la decisione con la quale la corte d'Appello aveva considerato, a sua volta, inammissibile perché tardiva, l'impugnazione arrivata dopo la scadenza dei 45 giorni dal deposito delle motivazioni della sentenza, giunte entro i 90 giorni previsti. Nello specifico si trattava di un giudizio abbreviato in assenza dell'imputato.
Un caso rispetto al quale, dopo l'intervento della legge 67/2014, che ha introdotto l'istituto dell'assenza passando un colpo di spugna sulla contumacia, si era creato un contrasto giurisprudenziale proprio rispetto ai termini per l'impugnazione. Due gli opposti orientamenti che si erano affermati, prima dell'intervento delle Sezioni unite, sugli effetti dell'abolizione della contumacia. Secondo il principio abbracciato dalla decisione impugnata, la notifica della sentenza emessa nel giudizio abbreviato non era più necessaria, mentre l'altra tesi sosteneva la necessità della notifica dalla quale sarebbe dovuto decorrere il termine per l'impugnazione e non dalla pubblicazione della sentenza. Il ricorrente avrebbe dovuto scegliere la via più restrittiva.
di Francesco Errani
francescoerrani.it, 27 marzo 2020
Durante le tensioni scoppiate anche all'interno del carcere della Dozza a Bologna, in seguito alle restrizioni imposte dalle misure anti-coronavirus che hanno limitato i colloqui con i familiari, alcuni detenuti hanno sottratto le medicine dall'infermeria e un detenuto della Casa Circondariale di Bologna è morto per un'overdose da psicofarmaci. Le rivolte nelle carceri sono episodi molto gravi e la violenza, oltre a essere sempre sbagliata, è anche controproducente.
Oltre ai danni economici, dobbiamo purtroppo "contare" anche i danni umani, creati da una gestione superficiale della situazione carceraria, che ha messo in difficoltà tutto il personale che opera già in condizioni difficili all'interno delle carceri. Penso naturalmente al personale della polizia penitenziaria e agli educatori. Nelle carceri italiane, oltre alle carenze strutturali degli edifici, è allarmante anche la carenza di personale della polizia penitenziaria e di educatori: nel carcere Dozza di Bologna sono solo 6 gli educatori per 891 detenuti.
Il decreto "Cura Italia" punta a facilitare la detenzione domiciliare per le persone che sono a fine pena, per rispondere così sia alla crisi legata al sovraffollamento che all'epidemia Coronavirus. In Italia ci sono più di 8.000 detenuti che devono scontare da 1 giorno a 12 mesi e altrettanti da 1 a 2 anni come pena residua. Parliamo di circa 16.000 perone.
Il quotidiano "La Repubblica" scrive di quattro contagi all'interno del carcere Dozza di Bologna. Bisogna prevenire l'epidemia, non cercare rimedio dopo. Bisogna ricorrere alle misure alternative e aumentare la detenzione domiciliare, tenendo presente che 16mila detenuti hanno una pena residua inferiore ai due anni.
Gentile Presidente, nelle carceri, gli interventi proposti dal Ministro Bonafede temo siano insufficienti. Non è previsto ad esempio il distanziamento sociale, impossibile da applicare nei casi di sovraffollamento, mentre sappiamo essere un comportamento richiamato come indispensabile dalla Comunità scientifica mondiale per evitare i contagi: la distanza minima di un metro dentro alle celle non viene infatti rispettata.
Il decreto è anche inadeguato perché non serve a ripristinare l'ordine e la sicurezza sanitaria dentro le carceri, ormai vicine al collasso. L'introduzione del braccialetto elettronico per la detenzione domiciliare per chi ha una pena inferiore ai 18 mesi da scontare è sbagliato, perché rallenta il sistema e lo appesantisce di nuove procedure. Inoltre, non inciderà sufficientemente sul problema del sovraffollamento, perché, con tutte le limitazioni imposte, non sono così numerosi coloro a cui resta da scontare meno di 18 mesi.
Bisogna intervenire prima che l'epidemia entri dentro agli istituti di pena, causando problemi sanitari e di sicurezza sociale enormi per il Paese, aumentando la pressione per il nostro sistema sanitario nazionale.
In uno Stato democratico, vista l'emergenza del Coronavirus, l'amnistia e l'indulto sarebbero provvedimenti necessari. I tribunali sono congestionati da milioni di processi pendenti e la popolazione carceraria è oltre il limite di legge. In alcune carceri italiane, il sovraffollamento ha picchi del 200%: alla Dozza la capienza massima di 500 persone è ampiamente superata dalla presenza di 890 detenuti.
Oggi in una lettera su Repubblica, la moglie di un detenuto denuncia come "i detenuti non siano considerati da nessuno, dimenticati da tutti e da tutto". Gentile Presidente, se non vogliamo che il carcere sia un processo di esclusione sociale, di disumanizzazione, scontare una pena deve poter essere un percorso che ristabilisce giustizia, non che aggiunge ingiustizia, e dobbiamo garantire condizioni di lavoro e di vita dignitose sia per chi lavora (polizia penitenziaria e educatori) che per gli uomini e le donne detenuti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 marzo 2020
Hanno fatto alcune richieste per risolvere delle problematiche, ma nello stesso tempo hanno capito l'importanza del divieto dei colloqui visivi per evitare il contagio e hanno anche stigmatizzato la rivolta scorsa inscenata da alcuni di loro. Parliamo dei ristretti del carcere napoletano di Poggioreale. Mercoledì scorso il garante locale delle persone private della libertà Pietro Ioia, si è recato, accompagnato dalla sua collaboratrice Sarah Meraviglia, presso la casa circondariale "G. Salvia" di Napoli Poggioreale per incontrare il direttore dell'Istituto, Carlo Berdini, nonché i delegati dei detenuti per monitorare l'impatto e le ripercussioni dello stato d'emergenza sulle condizioni di vita e di salute dei detenuti. Durante le sette ore di colloqui, le delegazioni rappresentanti ciascuno degli undici reparti dell'istituto hanno portato all'attenzione del Garante le preoccupazioni della popolazione ristretta per l'emergenza sanitaria che tutti stanno vivendo in queste ore.
A tal proposito numerosissimi detenuti hanno richiesto a gran voce la possibilità di donare il proprio sangue, effettuare donazioni in danaro o contribuire alla fabbricazione di mascherine sanitarie. Inoltre hanno mostrato consapevolezza sulla necessità delle misure governative anti- contagio in seguito alle quali sono stati sospesi i colloqui con i familiari fino a data da destinarsi. Gli stessi hanno inoltre condannato l'uso improprio della forza da parte di quei detenuti che lo scorso 8 marzo hanno provocato tramite azioni violente danni da oltre un milione di euro. Ai detenuti è stata data la possibilità di continuare ad avere contatti con i propri cari attraverso due videochiamate a settimana della durata di 10- 15 minuti.
Tra le principali problematiche di cui si farà carico il Garante figura la questione relativa alla gestione della procedura che assicura il recapito ai familiari dei pacchi dei detenuti in uscita dall'istituto. Secondo quanto riportato da Ioia, il nuovo direttore Carlo Berdini si è dimostrato determinato nell'ascoltare le istanze e le preoccupazioni dei detenuti. Oltre a mettere in atto una serie di misure di prima necessità quali la fornitura di detergenti disinfettanti per l'igiene all'interno delle celle nonché l'acquisto di mascherine e di guanti per il personale della polizia penitenziaria (potenziale vettore per il contagio avendo contatti costanti con l'esterno), la direzione ha reso possibile l'installazione di uno scanner termico all'ingresso dell'istituto, a tutela dei detenuti e di tutto il personale.
Il Garante intende altresì rassicurare i familiari dei detenuti circa l'espletamento all'interno della struttura dei protocolli Asl di contenimento del contagio (come il triage per i nuovi giunti) nonché la predisposizione di un reparto intero attualmente non ospitante detenuti in vista di eventuali futuri casi di sospetto Coronavirus. Il Garante si unisce alla popolazione detenuta tutta nel rivolgere un appello alla Magistratura di Sorveglianza affinché vengano velocizzate le procedure per la concessione di misure alternative al fine di ridurre le presenze.
di Stefano Pagliarini
anconatoday.it, 27 marzo 2020
L'avvocato Francesca Petruzzo, segretario della Camera Penale di Ancona, ha già segnalato la questione. Tra Ufficio e Tribunale di Sorveglianza di Ancona sono presenti due addetti al giorno e tutte le richieste degli avvocati per i loro assistiti, sono ferme. Sono ferme perché quelle richieste, come ad esempio le misure alternative di detenzione, dovrebbero essere elaborate da impiegati, che però sono stati costretti ad andare in malattia o prendere le ferie dall'inizio del mese.
Dunque i diritti dei detenuti del carcere di Barcaglione di Ancona sono sospesi perché nessuno, all'interno di un palazzo istituzionale, scarica le mail dei legali, di chi invoca il diritto ad una misura di pena alternativa. Lo invocano soprattutto oggi, quando il Coronavirus rischia di essere una bomba all'interno degli istituti penitenziari ed è proprio per la quarantena forzata che gli uffici di Sorveglianza sono svuotati. Infatti le leggi anti Coronavirus servono a prevenire il diffondersi della pandemia ma, quanto meno ad Ancona, a prezzo dei diritti civili dei detenuti. Tutto questo in carceri già sovraffollate e dove, anche alla luce delle rivolte esplose nelle scorse settimane in varie zone d'Italia, la Polizia penitenziaria fa fatica a garantire il diritto alla salute dei detenuti.
Petruzzo Francesca avvocato-2Per questo l'avvocato Francesca Petruzzo, segretario della Camera Penale di Ancona, ha già segnalato la questione all'avvocato Simone Mancini, responsabile dell'Osservatorio delle Carceri dell'Unione camere penali italiane e l'avvocato Andrea Nobili, garante dei detenuti delle Marche.
In quelle Pec mai scaricate ci sono richieste legittime, per detenuti che avevano raggiunto i limiti di legge prescritti, per chi aveva già in atto una istruttoria per misure alternative e per chi, oltre tutto, si trova in condizioni precarie di salute anche per età anagrafica. Tutto fermo. Non perché illegittime o pretestuose, ma perché la giustizia si è dovuta fermare per motivi di salute. La salute che, come si dice, viene prima di tutto.
Oggi anche prima dei diritti civili, in attesa che qualche addetto del Tribunale di Sorveglianza torni dalle ferie e accenda un computer. Insomma l'attività di cancelleria è rimessa alla buona volontà di chi è già al lavoro e svolge una attività che non rientrerebbe tra le sue funzioni. Si parla di 1, massimo 2 esigenze al giorno. Difficile sapere come e quando si potrà sbloccare la situazione, ma di sicuro, di tutte le richieste inviate dagli avvocati fin dall'inizio dell'emergenza Covid, l'Ufficio di Sorveglianza dorico non ha dato, ad oggi, nessun riscontro.
"Si chiede un intervento quanto mai celere per cercare di aiutare i colleghi anconetani a risolvere la situazione" ha detto l'avvocato del foro di Ancona Francesca Petruzzo, che poi spiega: "Io chiedo che si applichi la legge. Per cui chi ha diritto, deve essere mandato a casa o in semilibertà con licenza. Chi non ha maturato il limite di pena per la detenzione domiciliare e ha diritto ad altre misure alternative può andare a casa in affidamento provvisorio o in detenzione domiciliare provvisoria. Se il virus si diffonde in carcere il sistema sanitario penitenziario non è in grado di reggere il colpo. Inoltre a causa delle rivolte a Barcaglione sono arrivati altri 20 detenuti da Bologna quindi è praticamente impossibile per i detenuti mantenere la distanza di un metro e mezzo".
Gazzetta di Reggio, 27 marzo 2020
È la richiesta dei sindacati per evitare l'ulteriore diffusione del Coronavirus Denunciata anche la situazione di sovraffollamento. "Non vogliamo medaglie, vogliamo poter lavorare in sicurezza". È il grido dei lavoratori degli istituti penitenziari, che già nei mesi scorsi avevano indetto una manifestazione, sia a Reggio Emilia sia davanti al Provveditorato di Bologna, per denunciare "l'insostenibile situazione di vita e di lavoro negli istituti penitenziari di Reggio Emilia". Manifestazione che voleva mettere in luce tutti i problemi che continuano a riguardare le carceri, ma che è stata sospesa a causa dei provvedimenti legati all'emergenza Covid-19.
Uil Pa, Sinappe, Cnpp, Uspp, Fns Cisl e Fp Cgil si erano mobilitati per denunciare la situazione di sovraffollamento, inadeguatezza della struttura, concentrazione di detenuti pericolosi e psichiatrici, carenze degli organici e mancanza di figure legate alla gestione del sistema penitenziario, a partire dai magistrati di sorveglianza, direttori, educatori, assistenti sociali dell'esecuzione penale esterna, polizia penitenziaria. L'obiettivo era porre l'attenzione su "un sistema al collasso, che ha dimostrato tutte le sue debolezze con i gravissimi disordini di due settimane fa anche a Reggio Emilia". Pur nella consapevolezza delle difficoltà che attraversa anche il nostro territorio a causa dell'emergenza Covid-19, i sindacati denunciano che "le misure prese fino ad oggi sono insufficienti".
Non solo. Proprio durante questa emergenza è evidente come non siano state prese misure per evitare la diffusione del virus. "È indispensabile quanto prima, per evitare il potenziale diffondersi del Coronavirus in carcere, che tutti gli operatori costretti a recarsi al lavoro siano sottoposti a tampone", la richiesta dei sindacalisti. Solo così, dicono, "potremo evitare il peggio, salvaguardare l'incolumità degli operatori, delle loro famiglie e di tutta la comunità carceraria, ed evitare, in questo modo, possibili incrementi della diffusione del virus, di allarmismi e di ulteriori disordini tra la popolazione detenuta".
Concludono i sindacalisti: "Siamo ancora in tempo per limitare i danni con una migliore organizzazione e provvedimenti come quello auspicato per evitare il peggio. Le medaglie si danno agli eroi. Noi vogliamo solo essere annoverati tra i servitori dello Stato che fanno il loro dovere - sottolineano - e, allo stesso tempo, chiedono riconoscimento della dignità per un lavoro fondamentale, per la tenuta dello Stato, in rispetto della Costituzione e delle leggi Italiane".
rainews.it, 27 marzo 2020
Un agente penitenziario in servizio al carcere "Bodenza" di Enna è risultato positivo al test del coronavirus. L'uomo, che aveva accusato febbre e difficoltà respiratorie è già stato ricoverato ma altri 10 agenti in sevizio nello stesso penitenziario, accusano sintomi febbrili e respiratori.
A comunicarlo è stato il segretario nazionale dell'Unione sindacati Polizia Penitenziaria, Francesco D'Antoni, secondo il quale la direzione della casa circondariale non sarebbe intervenuta per garantire che venissero "eseguiti accertamenti diagnostici utili ad evitare che gli stessi potessero contagiare quanti operano nel penitenziario".
D'Antoni chiede che siano eseguiti test "veloci" su tutto il personale in servizio ad Enna e che venga garantita la fornitura dei dispositivi di protezione individuale, oltre alla costante e programmata sanificazione degli ambienti di lavoro.
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