di Roberta Barbi
vaticannews.va, 27 marzo 2020
Carenza di acqua e cibo, scarse misure igieniche e difficoltà nel comunicare con l'esterno segnano la vita dei detenuti in Brasile. I vescovi della Pastorale dei detenuti interna alla Conferenza episcopale brasiliana pubblica sul suo portale una denuncia sulla gestione delle carceri in questo periodo di crisi del sistema sanitario dovuta alla pandemia da Coronavirus. "La realtà dimostra che i direttori delle carceri di tutto il Brasile hanno scelto di aumentare il numero di barriere in ingresso a cibo pulito, materiale per l'igiene personale, pulizia e medicinali", si legge.
Carenza di cibo per i detenuti - In Amazzonia, ad esempio, i vescovi della Pastorale carceraria che normalmente lavorano con i detenuti e con le loro famiglie, indicano che ci sono segnalazioni di problemi alimentari, sia a causa della mancanza di cibo che della sua scarsa salubrità: ciò provoca una riduzione delle vitamine nel corpo e, di conseguenza, una diminuzione dell'immunità fisiologica: "Nel Minas Gerais abbiamo anche ricevuto lamentele per il divieto di consegna delle merci da parte dei parenti - scrivono - i prodotti per l'igiene personale e per la pulizia sono costantemente messi alla porta".
Non entrano oggetti dall'esterno - In una prigione situata all'interno di San Paolo, i presuli della Pastorale sottolineano che i detenuti non ricevono saponi, dentifricio, carta igienica, medicinali, cibo sano, tra gli altri oggetti essenziali per combattere qualsiasi epidemia. "I parenti, molti dei quali versano in precarie condizioni economiche, hanno speso per l'acquisto dei prodotti e per l'invio tramite posta. L'autorità responsabile della gestione del carcere, tuttavia, ha vietato l'ingresso di qualsiasi materiale dall'esterno", evidenziano.
Interrotte le visite - Secondo i parenti, quindi, in molti istituti di pena sono interrotte sia le visite dei parenti sia la consegna dei beni che arrivano per posta dall'esterno, mentre lo Stato non riesce a supplire adeguatamente alle esigenze dei reclusi. A Rio de Janeiro, la Pastorale penitenziaria ha ricevuto la notizia che sono stati incrementati i turni delle infermerie per compensare la mancanza di medici, visto l'aumento di persone con problemi respiratori, ma senza la quantità necessaria di farmaci e attrezzature per il trattamento.
Rischio di cure sommarie - Sempre dalle famiglie, in forma anonima, è arrivata ai vescovi della Pastorale carceraria la segnalazione che ci sarebbero almeno 300 detenuti che presentano sintomi simili a quelli causati dal virus. Tuttavia, questo non viene trattato: "Danno uno sciroppo per chi ha la tosse, una medicina per il dolore e dicono che passerà", denunciano i parenti.
Razionamento dell'acqua - Tra le altre denunce arrivate alla Pastorale carceraria del Brasile c'è il razionamento dell'acqua e la diminuzione delle ore trascorse fuori dalle celle: "In questo momento, i detenuti sono sempre più spesso rinchiusi nelle loro celle, senza il diritto di ricevere una dose giornaliera di luce solare, senza il diritto di camminare per più di 1 metro, senza il diritto di esistere per più di 50cm²", sottolinea l'articolo.
Mancanza di informazioni - Inoltre i familiari sono preoccupati per la mancanza di notizie e di informazioni: "Di fronte a questa pandemia che sta affliggendo il mondo intero, come stanno realmente i nostri parenti?", domandano. La Pastorale penitenziaria, nonostante la sua azione limitata in questo momento a causa della quarantena stabilita e del divieto di visite, si è comunque mantenuta accanto alle famiglie, raccogliendo materiale per i detenuti che però non viene loro recapitato: "In questo momento in cui le porte sono limitate al nostro ingresso, più che mai le nostre preghiere saranno la nostra forza", si legge.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 27 marzo 2020
Primo caso ufficiale di Covid-19 nella struttura detentiva per migranti di Gradisca d'Isonzo. A rischio tutte le altre. Si moltiplicano gli appelli al rilascio dei reclusi. Una misura di buon senso a protezione dei loro diritti e del sistema sanitario nazionale messo sotto pressione dalla pandemia.
All'interno del Centro di permanenza per i rimpatri di Gradisca d'Isonzo un uomo è risultato positivo al Covid-19. Si tratta del primo caso ufficiale in una struttura detentiva per migranti. È stato confermato martedì scorso dal prefetto di Gorizia Massimo Marchesiello a Linda Tomasinsig (Partito democratico), sindaca del paese del Friuli Venezia-Giulia.
"Il Prefetto mi ha informato che il detenuto è stato posto in isolamento fin dall'arrivo al Cpr e che sono stati messi in atto accorgimenti per evitare contatti con il personale", scrive la prima cittadina. Nello stesso comunicato esprime forte preoccupazione per la mancanza di trasparenza intorno alla comunicazione dei casi presenti sul territorio gradiscano e sottolinea come "ancora una volta ciò che ruota attorno all'istituzione Cpr è mantenuto riservato e fuori dal controllo pubblico".
La persona affetta da Coronavirus è stata trasferita ieri in ospedale e il locale in cui era trattenuto sanificato. Era arrivata a Gradisca il 19 marzo scorso da Cremona, uno degli epicentri dell'epidemia. "In un momento di emergenza sanitaria come questo, disporre simili trasferimenti è una scelta discutibile e pericolosa", afferma Giovanna Corbatto, Garante comunale delle persone private della libertà personale. Una scelta che ha messo a rischio anche gli agenti che hanno accompagnato il migrante in un viaggio in macchina durato diverse ore e il personale dell'ente gestore del Cpr.
Dentro la struttura, intanto, i reclusi sono in sciopero della fame. Per la rete "No Cpr e no frontiere - Fvg", in contatto con alcuni reclusi, circa 50 persone starebbero rifiutando il cibo da lunedì scorso. Hanno paura di contrarre il virus e denunciano la scarsa assistenza medica. Chiedono di essere liberati. Secondo il Prefetto, invece, la situazione è "sotto controllo" e la protesta, realizzata a rotazione, riguarderebbe le singole situazioni.
"Il 18 marzo ho portato la spesa al mio compagno che è trattenuto nel Cpr di Ponte Galeria, alle porte di Roma - racconta Carla Livia Trevisan - Gli agenti mi hanno detto che se fossi tornata mi avrebbero denunciato per inottemperanza delle misure previste dal Dpcm. L'altro ieri ci sono andata di nuovo e ho ricevuto lo stesso avviso. Sono preoccupata: non indossavano guanti, né mascherina". Nella struttura detentiva le persone vivono in 8 per stanza. Qui, come negli altri Cpr, è impossibile rispettare le distanze di sicurezza e le misure di prevenzione indicate dall'Organizzazione mondiale della sanità e dalle autorità mediche nazionali.
Anche nel Cpr di Palazzo San Gervasio (provincia di Potenza) nei giorni scorsi le persone hanno rifiutato il cibo, chiedendo di essere liberati. "Non siamo protetti dal virus, non abbiamo mascherine né niente - raccontano al manifesto alcuni reclusi - C'è un ragazzo tunisino in isolamento a causa di un'ernia. Si dice che abbia anche la febbre alta". I migranti sono molto preoccupati che agenti e operatori, che entrano ed escono dal Cpr, possano introdurre il virus nella struttura di reclusione.
La stessa preoccupazione è condivisa su vari livelli. "Il pericolo di contagio proviene anche da soggetti asintomatici per cui le misure eventualmente adottabili non appaiono idonee a scongiurare il rischio di diffusione del virus nei centri", ha scritto il 12 maggio scorso un cartello di associazioni in una lettera indirizzata al ministro dell'Interno, prefetti e questori. Con quel testo, che elenca le ragioni per cui l'ingresso del virus nei Cpr avrebbe "conseguenze drammatiche", i numerosi firmatari hanno chiesto l'immediata sospensione di ogni nuovo ingresso delle strutture, la disposizione di misure alternative al trattenimento e la massima tempestività nella progressiva chiusura dei centri.
Analoghe richieste sono giunte ieri dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa Dunja Mijatović. "Il rilascio dei migranti detenuti è l'unica misura che gli Stati membri possono adottare durante la pandemia da Covid-19 per proteggere i diritti delle persone private della libertà e più in generale quelli di richiedenti asilo e migranti", recita l'appello rivolto a tutti i paesi facenti parte dell'organizzazione internazionale. Il Commissario dà notizia di avvenuti rilasci in Belgio, Olanda, Regno Unito e Spagna. Nel paese iberico tre centri di detenzione sono stati chiusi in virtù dell'emergenza.
Al 24 marzo scorso erano 381 le persone recluse nei Cpr italiani. Tra loro 33 donne. Lo ha reso noto con una nota il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Mauro Palma. Rispetto alle due settimane precedente la figura di garanzia ha registrato una diminuzione di 44 unità.
Nella stessa nota, il Garante ha sollevato un problema dirimente rispetto alla detenzione amministrativa delle persone migranti nell'attuale congiuntura pandemica. "La questione riguarda la sensatezza della privazione della libertà in funzione del rimpatrio di persone che al momento non possono essere rimpatriate, data la chiusura dei confini e l'inesistenza di collegamenti aerei o navali con la gran maggioranza degli Stati", scrive il Garante, che ha sollevato il tema al ministero dell'Interno ed è in attesa della relativa risposta.
Le modalità di diffusione del Covid-19 e i suoi effetti sul sistema sanitario dovrebbero spingere a interpretare la detenzione amministrativa dei migranti in forma radicalmente differente rispetto al passato. Non solo inutile da un punto di vista funzionale, dal momento che i rimpatri sono fermi, ma anche come un vero e proprio pericolo per la società nella sua interezza.
Con gli ospedali in forte difficoltà, e in alcuni casi vicini al collasso, la diffusione del virus negli affollati Cpr costituirebbe un aggravio per il sistema sanitario nazionale e quindi un rischio per tutta la popolazione, italiana e migrante. Questo dato di fatto dovrebbe essere sufficiente a produrre l'immediato rilascio di tutte le persone recluse, al pari di quanto sta già accadendo in altri paesi europei.
ufficiostampabasilicata.it, 27 marzo 2020
I detenuti della Casa circondariale hanno organizzato una raccolta di fondi a sostegno della Protezione Civile. Dalla Casa Circondariale di Potenza parte una raccolta Fondi per la Protezione Civile Italiana promossa dai detenuti. Una notizia che colpisce, che fa riflettere; che supera luoghi comuni, pregiudizi. Che fa guardare al di là di quelle sbarre dove c'è anche tanta solidarietà.
Nella lettera con la quale i detenuti hanno comunicato la loro lodevole iniziativa una frase colpisce fra tutte: ""Ognuno di noi - scrivono - è chiamato a fare la propria parte, secondo le proprie possibilità, perché i detenuti fanno parte della società civile come affermato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e noi con questo piccolo contributo vorremmo far sentire proprio alla società civile la nostra appartenenza". E della società civile, della quale sentono di far parte, esprimono "la piena solidarietà a tutti coloro che in questo momento difficile per il nostro paese stanno mettendo in gioco se stessi più di quanto il senso civico richiede e a quanti hanno perso la vita per questa epidemia.
Vorremmo fare un plauso - scrivono ancora - in primis ai medici, agli operatori della Protezione Civile e a tutti i volontari che quotidianamente si battono in prima linea contro questo virus, mettendo consapevolmente a rischio le proprie vite, sacrificando gli affetti familiari con turni massacranti spesso in strutture carenti sul piano della sicurezza personale, in più di un'occasione sprovvisti dei più elementari materiali di protezione, mostrando un altissimo senso del dovere". Nella lettera i detenuti menzionano anche "tutti coloro che ogni giorno lavorano per garantire i servizi essenziali. In uno scenario apocalittico - concludono - nessuno può rimanere indifferente. Ognuno è chiamato a fare la propria parte. Anche la popolazione detenuta di questo istituto". Non aggiungiamo altro.
di Fiorenza Elisabetta Aini
gnewsonline.it, 27 marzo 2020
Le donne che da 10 anni gestiscono la torrefazione impiantata nella casa circondariale femminile di Pozzuoli, le Lazzarelle, si sono prese "una pausa per capire cosa stesse accadendo" tutto intorno a loro, nel mondo fuori e dentro.
Nel tempo sconosciuto che il Coronavirus ha reso inizialmente incomprensibile per donne e uomini, che ha costellato di ostacoli il percorso di ciascuno, che ha sparigliato le carte e le ha distribuite alla cieca. Come hanno detto molto bene loro: "Come tutti i cambiamenti c'è voluto un tempo di adattamento e abbiamo preferito il silenzio in queste settimane per riflettere su cosa fare".
Le Lazzarelle si descrivono "donne libere, abbiamo scelto di impegnarci attivamente in una impresa tutta femminile che valorizzi i saperi artigianali e generi inclusione sociale". Ora sono ritornate in campo e hanno ripreso in mano quel 'miracolo' che dieci anni fa crearono, avviando una iniziativa imprenditoriale nel carcere di Pozzuoli, grazie al progetto Chicco Solidale finanziato dall'Assessorato alla Politiche sociali della Regione Campania, riuscendo a impiegare dieci detenute nella gestione della torrefazione.
Le lavoratrici, 56 quelle che si sono avvicendate nella produzione in questi 10 anni, sono state formate come esperte in tecniche di torrefazione e tostatura; si sono occupate fin dall'inizio - nel 2010 - della gestione dei magazzini, della pulizia, della cura e della manutenzione di macchine e locali, con il supporto delle associazioni Il Pioppo e Giancarlo Siani, insieme alla cooperativa partner del progetto Officine.ecs.
La produzione, la tostatura e il confezionamento di chicchi di ottima qualità provenienti da Brasile, Costa Rica, Colombia, Guatemala, India e Uganda, hanno richiesto un serio e costante impegno lavorativo per poter mettere in commercio, nei circuiti tradizionali e in quelli dell'economia equa e solidale, confezioni di caffè con il nome di Lazzarelle.
Ora si riparte, come hanno spiegato: "Da lunedì saremo nuovamente operative anche con le nostre spedizioni e siamo riuscite ad avere un accordo con i nostri corrieri: per tutto il periodo di questa emergenza, le nostre spedizioni avranno un prezzo unico, quali che siano le quantità, di 4,90 euro". Hanno sanificato la torrefazione, indossato camici, guanti e mascherine e riavviato la produzione, per i clienti certo, ma "anche per dare una prospettiva economica alle nostre Lazzarelle e sostenerle. Perché se la situazione che viviamo fuori è dura, in carcere lo è ancora di più".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 27 marzo 2020
Ci sono due passaggi cruciali nella decisione con cui un giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Trani ha respinto l'istanza di scarcerazione nei confronti di due napoletani, attualmente detenuti nel carcere di Poggioreale e in attesa del processo, con rito abbreviato e slittato a ottobre, in cui sono accusati di armi e violenza privata per aver esploso colpi di pistola verso la finestra di casa di un abitante di Trani.
È uno dei due passaggi del provvedimento del gip sta facendo molto discutere gli avvocati napoletani. È quello in cui il giudice scrive che la misura cautelare in carcere non va modificata non solo in base a una valutazione sulla pericolosità sociale degli indagati (e fin qui nulla di straordinario) ma considerando "che lo stato di restrizione in un ambiente difficilmente permeabile dall'esterno (quale è il carcere, ndr), rispetto a quello sicuramente più rischioso del domicilio dove risiedono soggetti non ristretti e, quindi, liberi di avere contatti, sia pur limitati con contesti potenzialmente infetti, salvo mutamenti della situazione che eventualmente verranno valutati in seguito, meglio garantisce la salute del pervenuto".
Come a dire che la salute dell'indagato è più tutelata in carcere che fuori. E tra gli avvocati è subito polemica. "Non è possibile pensare di valutare la salute di un detenuto immaginando che il carcere sia più sicuro di altri luoghi rispetto al rischio di contagio da coronavirus" è stato il commento. "Anche in carcere ci si può ammalare di Covid-19, e anche il carcere può essere veicolo di contagio perché frequentato da persone che arrivano dall'esterno, come ad esempio gli agenti della penitenziaria, gli educatori e così via".
La decisione sembra destinata ad aprire un'ampia discussione negli ambienti giudiziari. Intanto i difensori dei due indagati, gli avvocati Leopoldo Perone e Antonio Rizzo, hanno dichiarato: "Questa è la manifestazione, con agghiacciante evidenza, della distanza siderale che corre tra i principi virtuosi, declinati dai rappresentanti della magistratura associata nei roboanti proclami offerti alla stampa (vedasi Md e Mi per tutti) e le determinazioni assunte nella ponderosa penombra della camera di consiglio dei singoli rappresentanti dell'ordine magistraturale. Non ci resta - hanno concluso - che augurare a noi e ai nostri cari l'intervento salvifico di una generalizzata riduzione in vinculis della popolazione attiva".
coe.int, 27 marzo 2020
Dichiarazione della Commissaria per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Dunja Mijatović: "Chiedo a tutti gli Stati membri del Consiglio d'Europa di rivedere la situazione dei richiedenti asilo respinti e dei migranti irregolari in centri di detenzione per immigrati e di procedere al loro rilascio nella massima misura possibile.
Di fronte alla pandemia globale di Covid-19, numerosi Stati membri hanno dovuto sospendere i rimpatri forzati di persone non più autorizzate a rimanere nei loro territori, compresi i cosiddetti rimpatri di Dublino, e non è chiaro quando potranno essere ripresi. Secondo la normativa in materia di diritti umani, la detenzione per immigrazione a fini di rimpatrio può essere legittima solo qualora il rimpatrio possa effettivamente avere luogo. Al momento, è evidente che in molti casi questa non è una prospettiva concreta. Inoltre, generalmente le strutture di detenzione per immigrati offrono ai migranti e al personale scarse possibilità di mantenere il distanziamento sociale e attuare altre misure di protezione contro l'infezione da Covid-19.
Rilasci sono stati registrati in numerosi Stati membri, tra cui Belgio, Spagna, Paesi Bassi e Regno Unito. Quest'ultimo ha appena annunciato una revisione della situazione di tutti i migranti nei centri di detenzione per immigrati. Ora è importante che tale processo venga portato avanti e che altri Stati membri procedano allo stesso modo. La priorità dovrebbe essere assegnata al rilascio delle persone più vulnerabili. Poiché la detenzione dei minori migranti, siano essi non accompagnati o con le loro famiglie, non è mai nel loro migliore interesse, questi dovrebbero essere rilasciati immediatamente. Le autorità degli Stati membri dovrebbero inoltre astenersi dall'emettere nuovi ordini di detenzione per le persone che hanno scarse probabilità di essere rimpatriate nel prossimo futuro.
Gli Stati membri dovrebbero inoltre assicurare che le persone rilasciate dai centri di detenzione abbiano adeguato accesso a un alloggio e ai servizi di base, compresa l'assistenza sanitaria. Questo è necessario per tutelare la loro dignità e anche per proteggere la salute pubblica negli Stati membri. Il rilascio degli immigrati detenuti è solo una delle misure che gli Stati membri possono prendere durante la pandemia di Covid-19 per proteggere i diritti delle persone private della loro libertà in generale, come anche quelli dei richiedenti asilo e dei migranti".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 marzo 2020
La vigilanza in residenze per anziani e hotspot è tra i compiti dell'autorità. C'è forte preoccupazione all'interno di alcune Residenze Sanitarie assistite (Rsa) per gli anziani dove il contagio aumenta a dismisura. Basti pensare al tragico bilancio della Rsa don Mori di Stagno Lombardo, nel cremonese, dove sono morti, nel giro di un mese, 21 anziani su 70 ospiti.
Per questo motivo, il sindaco Roberto Mariani ha scritto all'Asst di Cremona chiedendo tamponi per personale e ospiti. Non si sa se i decessi siano legati al Coronavirus ma il dato "ha messo in allarme tutti. Per questo motivo - ha spiegato - ho deciso di inoltrare la richiesta".
Anche il consigliere regionale del Pd Matteo Piloni ha chiesto non solo di autorizzare i tamponi per il personale delle Rsa, ma anche di "utilizzare le strutture ospedaliere dismesse per accogliere i pazienti" dimessi per Coronavirus.
Una situazione difficile per gli operatori sanitari, oramai allo stremo. A Trento, ad esempio, si stanno estendendo diversi focolai e le assenze di operatori socio-sanitari per malattia o positività ai tamponi arrivano in alcune strutture anche al 50%.
Da qui la richiesta alla Provincia dell'Ordine delle professioni infermieristiche, di dispositivi di protezione e dotazioni infermieristiche sicure. Il personale è costretto a turni prolungati con carichi assistenziali ed emotivi elevatissimi. "Siamo professionisti - ha spiegato in una nota il presidente dell'ordine Daniel Pedrotti -, stiamo dando il massimo e di più e continueremo a farlo, ma pretendiamo di lavorare in sicurezza".
Di tutto questa situazione se ne sta occupando, ovviamente, il Garante nazionale delle persone private della libertà, perché rientra tra i suoi compiti. Si tratta di una figura di garanzia che copre le diverse aree di intervento: tutte connotate dalla privazione della libertà. Quindi non solo i detenuti. Difficile non considerare privative della libertà strutture come gli hotspot, dove le persone sono ristrette per fini identificativi. Così come è difficile non vedere la privazione della libertà di una persona anziana o disabile che, entrata un tempo volontariamente in una struttura di tipo residenziale, abbia poi perso la capacità legale e i propri riferimenti parentali o assistenziali e sia nel concreto affidata in tutto alla struttura stessa.
Così come è di vitale importanza che il Garante si occupi anche della quarantena, altra limitazione della libertà per evidenti motivi emergenziali. Proprio in momenti come questi una figura di garanzia deve vigilare sui diritti essenziali dell'uomo privato della libertà. Non è un caso che qualche giorno fa - fa sapere i Garante Mauro Palma nel bollettino - l'associazione per la prevenzione della tortura di Ginevra ha svolto una riunione in video-conferenza con 29 partecipanti, la maggior parte rappresentanti di Meccanismi nazionali di prevenzione (Npm) europei, avente come oggetto l'impatto delle misure prese per contenere il virus (a livello regionale o nazionale) e le sfide che la situazione pone per le attività di monitoraggio.
Ma ritorniamo alla questione delle Rsa. L'autorità del Garante fa sapere che, secondo la sua banca dati realizzata per la geolocalizzazione delle strutture sul territorio italiano, le Rsa sono 4.629, di cui 2.651 al Nord, 668 al Centro, 493 al Sud e 817 nelle Isole. Solo in Lombardia, la regione più colpita dalla pandemia, le Rsa sono 689. Seguono il Piemonte con 616 strutture, l'Emilia- Romagna con 565 e il Veneto con 324. Al centro Italia è la Toscana, con 315 strutture, ad avere il primo posto per numero di Rsa, mentre nel Sud la Puglia è la regione nella quale si registra la presenza più elevata.
Inoltre, il Garante rileva che il rischio di diffusione del Covid-19 nelle strutture socioassistenziali e sanitarie residenziali, per minori e adulti è particolarmente elevato. Basti pensare che il totale di posti letto in queste strutture è pari a 340.593. Solo al Nord sono 226.516, al Centro 45.124, al Sud 36.562 e infine nelle Isole 32.391. Il Garante ha inviato un questionario finalizzato ad acquisire informazioni sulla gestione di eventuali casi di sospetto o conferma di positività al Covid- 19 e adottare strategie di rafforzamento dei programmi di prevenzione delle infezioni correlate all'assistenza.
centroterritorialevolontariato.org, 27 marzo 2020
Consegnati anche generi alimentari di prima necessità e prodotti per l'Igiene. L'isolamento a cui siamo tutti tenuti in questi giorni per contenere la diffusione del coronavirus, l'incertezza della situazione e il rincorrersi di notizie preoccupanti tocca in particolare le persone più fragili: tra queste i detenuti e le detenute. Abbiamo visto tutti quello che è successo a livello nazionale. Per garantire la salute di tutti le Case Circondariali hanno sospeso i colloqui con i famigliari e questa misura in alcuni casi ha generato delle tensioni.
Senza giustificare in nessun modo i fatti che si sono verificati in alcune carceri, conoscendo però un po' questo mondo complesso, è importante provare a immaginare che cosa voglia dire tagliare quel sottile filo che lega chi è in carcere con il mondo esterno (si prova paura, non si comprende la situazione, si hanno preoccupazioni per sé e per i propri cari).
Per ovviare a questo, in sostituzione dei colloqui, il Carcere di Vercelli ha subito aumentato la possibilità di telefonare a casa, ma non tutti i detenuti e le detenute sono in grado di pagare le telefonate. Il Tavolo Carcere insieme a Sant'Egidio si è quindi attivato con una raccolta fondi, arrivando a 1050 euro che sono ora a disposizione dei detenuti in condizioni economiche più difficili. Il Tavolo Carcere è nato circa due anni fa su un preesistente gruppo di Caritas ed è facilitato da Ctv, riunisce associazioni e volontari che operano in carcere.
di Fabio Pace
telesudweb.it, 27 marzo 2020
I detenuti della casa circondariale "Pietro Cerulli" di Trapani hanno raccolto una somma da donare in beneficenza per l'acquisto di materiale sanitario da destinare al reparto di terapia intensiva dell'ospedale Sant'Antonio Abate di Trapani. I reclusi sono riusciti a raccogliere quasi 1500 euro. La somma sarà consegnata nei prossimi giorni dal comandante della Polizia Penitenziaria, Giuseppe Romano, al direttore generale dell'ASP, Fabio Damiani.
Non appaia, quella di 1.500 euro, una piccola somma: è il frutto di sacrifici personali. Per chi è recluso ogni euro è fondamentale per i piccoli acquisti consentiti: sigarette e sopravvitto, in prima battuta. Vogliamo leggere questa raccolta di denaro da destinare al reparto di terapia intensiva come un segnale, un messaggio che possa far comprendere al mondo di fuori, a noi, come la preoccupazione per il coronavirus sia vissuta allo stesso modo, e forse perfino in maniera amplificata, all'interno delle carceri.
Questa preoccupazione, manifestata con i gesti eclatanti delle rivolte, non può certo giustificare gli atti di violenza, i danneggiamenti, l'atteggiamento di sfida verso la polizia penitenziaria e le forze dell'ordine in generale. Bisogna tuttavia ammettere che proprio la protesta ha acceso una attenzione generale sulle carceri italiane che è approdata fino al Parlamento dove ieri s'è svolto il question time nel corso del quale, attraverso interpellanze e interrogazioni, diversi esponenti, di maggioranza e opposizione sono arrivati a chiedere le dimissioni e la rimozione del capo del Dap, il dipartimento della amministrazione penitenziaria.
Infine va sottolineato come ancora in corso sia il dibattito, tra giuristi, avvocati penalisti, magistrati e garante dei detenuti, sulla opportunità, a fronte dell'affollamento delle carceri, di ridurre la popolazione carceraria applicando misure restrittive alternative, almeno per le pene comminate per i reati meno gravi e per quelle in scadenza.
di Matteo Angeli
ytali.com, 27 marzo 2020
Mentre centinaia di detenuti sono già in quarantena, gli istituti penitenziari cercano di isolarsi dai contatti esterni e di mettere al sicuro i soggetti più deboli. Se uno si ammala, si ammalano tutti, perché in carcere non c'è posto dove ripararsi. Suona così, come una condanna senza appello, uno dei grandi enigmi che attanagliano le autorità pubbliche di fronte alla crisi da coronavirus: come proteggere la popolazione carceraria dall'avanzata dell'epidemia, là dove lo spazio a disposizione è molto ridotto ed è praticamente impossibile mettere in atto pratiche di distanziamento sociale?
Negli Stati Uniti, dove centinaia di detenuti sono già in quarantena e, in molti stati, le visite di famigliari e avvocati sospese, le amministrazioni degli istituti penitenziari hanno scelto, per far fronte al panico, di liberare alcuni detenuti e di confinarli ai domiciliari. Solo nella scorsa settimana, il New Jersey, ad esempio, ne ha liberati a centinaia.
L'obiettivo è di ridurre l'affollamento nelle prigioni e contenere così la diffusione del virus tra i 2,3 milioni di persone che stanno scontando una pena in America, ma anche tra il personale penitenziario e sanitario. La maggior parte dei carcerati vive infatti in spazi angusti, simili a dormitori. Se uno si ammala, gli altri non possono scappare: è come una condanna a morte per i soggetti più deboli. Non è solo un problema di spazio. Le autorità sanitarie e i direttori degli istituti penitenziari mettono l'accento anche sulle condizioni igieniche, che lascerebbero a desiderare nella maggior parte dei casi e che farebbero delle prigioni americane l'habitat perfetto per la propagazione del virus.
In questo contesto, c'è chi chiede al presidente Donald Trump di concedere la grazia a quei detenuti che sono gravemente malati e ad altri soggetti potenzialmente a rischio, come le persone anziane e quelle con problemi di salute. Quest'appello è stato attivamente sostenuto da un gruppo bipartisan di quattordici senatori - tra i quali figurano quattro ex candidati alle primarie democratiche (Elizabeth Warren, Amy Klobuchar, Cory Booker e Kamala Harris), che ha inviato una lettera al Dipartimento della giustizia, chiedendo di rilasciare gli anziani (più di sessant'anni), i malati terminali e i detenuti "poco pericolosi", commutandone la pena in un arresto ai domiciliari. Una richiesta che, a dire la verità, le associazioni che lottano per una riforma del diritto penale avevano avanzato già a partire da fine 2018, quando Trump aveva firmato una legge che estende i casi in cui si possono applicare gli arresti domiciliari.
Finora, il Dipartimento di giustizia non aveva ceduto a queste pressioni, ma ora la situazione di estrema eccezionalità rende urgente e inderogabile il rilascio dei detenuti più a rischio. A questo proposito, domenica, in conferenza stampa, Trump ha rivelato di stare riflettendo alla possibilità di adottare un ordine esecutivo che permetterebbe ai detenuti anziani e non violenti di uscire dalle carceri federali. Solo quelli "totalmente non violenti", ha tenuto a rimarcare il presidente. Ma intanto il panico dilaga, colpevole anche la notizia di un contagio illustre come quello di Harvey Weinstein. Il produttore cinematografico, condannato a ventitré anni di prigione per aggressione sessuale, sta scontando la sua pena nel Walden Correctional Center di Alden, una cittadina appena fuori Buffalo, nello stato di New York. Domenica, Weinstein, che ha sessantotto anni, e un altro prigioniero dell'istituto penitenziario sono risultati positivi al Covid-19 e sono stati messi in quarantena, così come alcuni membri del personale carcerario.
Intanto, i legali di un altro detenuto famoso, l'attore e comico Bill Cosby, ottantadue anni, anche lui in carcere per violenza sessuale, ne chiedono l'immediato rilascio e la messa agli arresti domiciliari, perché preoccupati per il suo stato di salute. Fanno notare che un dipendente del carcere della Pennsylvania in cui è detenuto Cosby sarebbe stato trovato positivo al virus e già questo, di per sé, rappresenterebbe una gravissima minaccia per la salute del loro cliente.
Se per i detenuti più anziani e malati gli istituti penitenziari aprono le loro porte, per il resto della popolazione carceraria il messaggio è l'opposto: è il momento di chiudere le prigioni, isolarle dai contatti esterni per evitare l'ingresso del temuto virus. Basta visite (avvocati e famiglia), meno trasferimenti di carcerati da un prigione all'altra e rigidi controlli sanitari per i nuovi arrivati. Meno libertà, meno diritti. Per chi è già prigioniero il confinamento ha un sapore particolarmente amaro.
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