di Antonio Russo*
acli.it, 25 marzo 2020
Sovraffollamento e solitudine, due termini in contraddizione che caratterizzano però la maggior parte delle nostre carceri. In altre parole, i detenuti sono sempre a contatto fra loro, ma in realtà sono persone molto sole. Secondo l'ultimo Rapporto di Antigone, i reclusi in Italia sono 60.439, quasi 10.000 in più rispetto ai 50.511 posti letto ufficialmente disponibili - se non si considerano gli spazi in ristrutturazione/manutenzione - per un tasso di affollamento di circa il 120%.
Insomma, mentre gli istituti di pena italiani sembrano esplodere, la solitudine implode negli animi dei detenuti, tant'è che la depressione è molto diffusa. Secondo Ristretti Orizzonti nel 2018 si è rilevato l'elevato numero di 67 suicidi. Ciò che preoccupa è che il numero di suicidi negli anni aumenta, e al di là dei motivi che portano i detenuti a compiere un gesto così estremo, è il chiaro sintomo di una sofferenza a volte inascoltata o semplicemente non capita. In questo senso il suicidio rappresenta da una parte la totale solitudine del detenuto, dall'altra, l'ultimo gesto di richiesta di comunicazione e attenzione.
Proviamo ora ad immaginare cosa significano questi due termini in tempi di Corona Virus. Dall'indice di affollamento evidenziato possiamo immaginare che vi sia un alto tasso di promiscuità fra le persone, che vi siano cattive condizioni igieniche e ambienti insalubri, dove il rischio di contagio da Covid 19 diventa elevatissimo e dove è impossibile rispettare le misure di distanziamento sociale, di igiene e di prevenzione previste dai moniti e dai vari decreti profusi dal nostro Governo.
Dall'altra parte, la richiesta di interruzione improvvisa, immediata e sine die degli incontri fra detenuti e familiari, avvocati e volontari, la sospensione delle poche attività svolte in quei luoghi, la soppressione dei permessi premio per evitare che il detenuto, rientrando possa portare il virus nei luoghi di detenzione, ha praticamente tagliato i fili degli unici contatti che il detenuto ha con l'esterno. Insomma, una situazione che rischia di aumentare il disagio e i tentativi di suicidio. A tal proposito è utile ricordare che il 40% della popolazione che vive nei circa 200 istituti penitenziari è ancora presunto innocente in quanto non ha ancora una condanna definitiva e che nel 2018 si sono contati circa un migliaio di risarcimenti per ingiusta detenzione.
Per le Acli è di dirimente importanza che in questo delicato momento di pandemia, nessuno venga lasciato indietro. Ecco perché, rispetto ai detenuti, l'Associazione chiede al Governo di stanziare ogni possibile mezzo economico, e non, per portare a termine nel più breve tempo possibile quattro azioni. La prima azione che le Acli chiedono è l'immediata sanificazione di tutte le strutture carcerarie onde evitare il diffondersi del virus e il rafforzamento dei loro presidi sanitari.
La seconda azione dovrebbe prevedere l'alleggerimento dei luoghi di detenzione mediante norme e strumenti giuridici di esecuzione penali alternativi alla detenzione, già previsti dall'ordinamento italiano. Sono circa 16.000 i detenuti a cui resta da scontare meno di due anni di reclusione che potrebbero estinguere la rimanenza della loro pena fuori dal carcere. Sarebbe una bella occasione per sperimentare la diffusione di pene alternative, molto utilizzate in alcuni Paesi europei (Svezia, per esempio), dove diminuiscono luoghi di detenzione e detenuti.
La terza azione dovrebbe rappresentare un antidoto alla solitudine dei carcerati, contro cui si chiede di mettere in campo mezzi di comunicazione alternativi, per esempio, l'uso dell'email o di cellulari comuni per non interrompere il flusso di relazione fra detenuti e familiari. La quarta azione è quella di incentivare una stretta collaborazione fra cooperative interne alle carceri, Ministero della Sanità e Ministero di Grazia e Giustizia per produrre le mascherine adatte non solo alla comunità interna ai luoghi di detenzione, ma anche alla comunità esterna. Ciò avrebbe il doppio vantaggio di produrre qualcosa di utile in un momento di tale bisogno e di dare un messaggio di solidarietà e speranza ai detenuti, dando loro un compito importante per il paese. Sarebbe un modo molto semplice per riabilitare la loro immagine a quella parte di popolazione che vede la detenzione come mera punizione.
Le Acli pensano che ai detenuti può essere tolta la libertà, ma mai si potranno loro togliere la dignità e i diritti di cui noi tutti godiamo, in primis quello alla salute fisica e mentale. Stiamo attraversando una crisi poderosa che avrà uno strascico molto lungo e che, a partire dalla sanità, toccherà tutte le altre sfere della vita umana, da quella economica a quella sociale a quella psicologica. Il termine crisi deriva dalla lingua greca krino che vuol dire separare e in senso più ampio, giudicare, discernere, valutare. In realtà, contrariamente al significato corrente negativo, crisi ha dunque un'accezione positiva, rappresentando un momento di riflessione, valutazione, scelta in una direzione piuttosto che in un'altra. Bene, è proprio in questo momento di crisi, che bisogna avere il coraggio di trovare soluzioni che consentano di tutelare la salute come diritto di tutti.
*Consigliere di Presidenza nazionale Acli con delega alla legalità
di Vincenzo R. Spagnolo
Avvenire, 25 marzo 2020
Testato a Bollate un sistema che permette ai reclusi colloqui virtuali coi propri cari. Il sistema si chiama "Webex": ideato dalla multinazionale Cisco, è stato adattato da un agente penitenziario esperto di computer. In funzione da metà marzo, ora è usato da mille detenuti al giorno. Seduto su una sediolina e con un computer portatile davanti, un detenuto guarda lo schermo e saluta moglie e figli, che stanno a centinaia di km di distanza.
Dopo l'impaccio iniziale, grazie all'alta qualità dell'immagine e dell'audio la conversazione in videoconferenza prende vita: attimi di serenità, nell'angoscia generale indotta dalla paura del coronavirus, detonatore delle rivolte che hanno infiammato gli istituti di pena nei giorni scorsi. Siamo nel carcere milanese di Bollate, dove anche oggi una quarantina di reclusi riuscirà a parlare coi propri cari, attraverso una piattaforma virtuale chiamata "Webex", ideata dalla multinazionale Cisco Systems.
Il sistema, sperimentato a Bollate da metà marzo grazie alla lungimiranza della direttrice del carcere Cosima Buccoliero, funziona così bene che in dieci giorni lo hanno adottato 35 fra istituti di pena e case circondariali in tutta Italia. Fra queste - oltre a Bollate, San Vittore e Opera nel Milanese, Varese e altri penitenziari lombardi - si contano ad esempio quelli di Rebibbia e Regina Coeli a Roma e altri ad Aosta, Mantova, Ferrara, Sulmona, Ascoli, Fossombrone, Viterbo, Altamura, Melfi, fino a Gela e Favignana.
Per ogni carcere si riescono a fare 30- 40 colloqui al giorno. Ed è una stima per difetto: vuol dire che quotidianamente oltre un migliaio di detenuti (su un totale di 60mila presenti negli istituti di pena) sta già riuscendo a virtualmente i familiari grazie alla piattaforma tecnologica. Un fatto importante, se si pensa che nei giorni scorsi rabbia e frustrazione sono montate anche per via della sospensione delle visite dei familiari, prevista nei nuovi protocolli di sicurezza fissati dal Guardasigilli Alfonso Bonafede per contrastare l'epidemia da Coronavirus.
Uno stop al quale ora il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria sta cercando di rimediare attraverso una maggior possibilità di telefonate e video colloqui. Lo ha ricordato anche, nei giorni scorsi, il Garante nazionale dei diritti dei detenuti Mauro Palma, in un appello rivolto ai reclusi: "Vi assicuro che si stanno ampliando tutte le possibilità di comunicazione con i vostri cari, anche dotando gli istituti di telefoni cellulari disponibili, oltre che di mezzi per la comunicazione video. Noi garanti controlleremo che queste possibilità siano effettive".
Fornita gratuitamente dalla Cisco Systems, per essere utilizzata nelle carceri la piattaforma "Webex" è stata "implementata", per dirla in gergo tecnico, da Costantino M., agente di Polizia penitenziaria col pallino dell'informatico. Al lavoro di squadra hanno contribuito Angelo Fienga, specialista della Cisco, e Lorenzo Lento, presidente della cooperativa "Universo".
Lento insegna nella Cisco Academy interna al penitenziario milanese e in vent' anni ha formato oltre un migliaio di studenti-detenuti, fornendo ai più volenterosi strumenti per cercare lavoro, una volta tornati in libertà. Fra le tante, spicca la storia di Luigi Celeste, che dopo aver scontato 9 anni per l'omicidio del padre violento, oggi è libero e lavora come responsabile della sicurezza informatica per diverse aziende.
"Siamo felici di collaborare con dirigenti e agenti della Polizia penitenziaria che operano nelle carceri italiane", spiega ad Avvenire Agostino Santoni, Ceo di Cisco Italia, "abbiamo iniziato 20 anni fa con il carcere di Bollate, facendo partire la prima Cisco Academy in un carcere a livello mondiale, iniziativa estesa ad altre carceri in Italia con una partecipazione annua ai corsi in aula di oltre 150 detenuti, alcuni dei quali sono riusciti a conseguire importanti certificazioni Cisco e hanno trovato lavori molto qualificati".
E ora, proprio nel momento in cui era più necessario, "grazie alla partnership consolidata nel tempo", prosegue Santoni, "abbiamo fatto partire in pochissimo tempo il progetto dei video colloqui, facendo usare a detenuti e loro familiari la piattaforma Webex, la stessa che usano aziende e istituzioni". Ad oggi, conclude il manager, "siamo in 35 carceri e il numero aumenta di giorno in giorno, grazie all'impegno dei dirigenti e degli agenti della Polizia penitenziaria, supportati da noi".
di Lorenzo Palmisciano
radiocittaperta.it, 25 marzo 2020
Quattordici morti in tre giorni. Questo il bilancio, pesantissimo, delle rivolte scoppiate in molti istituti penitenziari del nostro paese nei giorni compresi tra l'8 ed il 10 marzo scorsi. Le persone recluse nelle carceri italiane protestavano contro alcune delle misure restrittive adottate dal governo al fine di ridurre il contagio di coronavirus.
La notizia ha scalato velocemente le cronache nazionali, salvo poi scomparire con la stessa rapidità dalla gran parte dei media, anche in seguito alla sempre più preoccupante evoluzione dell'emergenza che sta colpendo il nostro paese. Abbiamo cercato, anche grazie all'aiuto di Alessio Scandurra (Osservatorio Adulti sulle condizioni di detenzione - Associazione Antigone), di fare il punto della situazione.
Le proteste - Le proteste scoppiano in alcuni istituti (Modena, Milano, Foggia, Rieti, Roma...) l'8 marzo, quando le amministrazioni rendono noto ai detenuti che le visite e i colloqui con i parenti saranno interrotte per prevenire il contagio di coronavirus all'interno delle carceri. La situazione degenera rapidamente, con scontri e tentativi di evasione. "Tutto è avvenuto in tempi abbastanza brevi, nei giorni tra l'8 ed il 10 marzo. Ad eccezione di qualche piccolo strascico, tutto si è fermato molto presto", spiega Scandurra.
L'Associazione Antigone aveva previsto e segnalato più volte, nei giorni precedenti, il rischio di un'escalation di tensione all'interno degli istituti. Gli appelli, tuttavia, sono caduti nel vuoto e la rabbia è esplosa in modo incontrollato, con un bilancio finale di 14 morti. Ricostruire i fatti dall'esterno, tuttavia, è particolarmente complicato: "Noi, normalmente, valutiamo la situazione esistente visitando i luoghi di detenzione, a cui in questo momento non abbiamo accesso; la facciamo anche parlando con operatori e volontari, ma per ora neanche loro possono entrare", afferma Scandurra. Diventa quindi difficile riuscire a fare chiarezza su cosa sia realmente accaduto e, soprattutto, su quali siano state le cause dei decessi.
La versione ufficiale arrivata dagli istituti penitenziari parla di overdose da metadone: i detenuti in rivolta avrebbero assaltato, tra le altre cose, le infermerie, riuscendo così a procurarsi medicinali che normalmente vengono somministrati con dosaggi controllati. Una versione che non riesce a convincerci del tutto: proprio mentre sono in corso proteste violente dentro le nostre carceri, con risposte che immaginiamo tutt'altro che tenere da parte delle forze dell'ordine arrivate a sostegno della polizia penitenziaria, muoiono 14 detenuti, tutti per overdose. Strano, come minimo.
Eppure non abbiamo, e probabilmente non avremo mai, elementi per sostenere tesi alternative, come sottolinea ancora Scandurra: "Le notizie che cominciano a uscire sono sorprendenti: le uniche persone di cui si ha notizia degli esiti preliminari delle autopsie confermano la tesi dell'intossicazione acuta da metadone, che è stata la tesi ufficiale sin dall'inizio. Nella mia esperienza non avevo mai sentito una cosa simile. Sappiamo che spesso i detenuti tossicodipendenti cercano di rubare farmaci, sappiamo che per un tossicodipendente in astinenza quella è l'assoluta priorità, però al tempo stesso non avevamo mai visto, né mai pensato, che potesse accadere una cosa del genere".
Le misure di prevenzione contro il coronavirus - Come detto, all'origine delle proteste c'è stata la decisione di interrompere le visite che i detenuti ricevono dall'esterno. Una scelta che è per molti versi comprensibile: è infatti indiscutibile che in un ambiente chiuso come il carcere, il rischio di contagio possa arrivare esclusivamente da chi accede agli istituti dall'esterno.
Sospendere gli incontri tra i detenuti ed i loro cari, quindi, contribuisce senz'altro a ridurre le probabilità che qualcuno, inconsapevolmente, veicoli il virus all'interno degli istituti penitenziari. Tuttavia, ci sembra che il ragionamento da fare sia più ampio.
È infatti altrettanto certo che ad accedere ogni giorno negli istituti italiani non siano soltanto i parenti delle persone detenute all'interno. Anzi, questi rappresentano probabilmente una percentuale ridotta del totale. Quotidianamente, come è logico, nelle carceri italiane entrano tutti quegli individui che fanno parte dell'amministrazione degli istituti, insieme agli agenti di polizia penitenziaria e ad operatori e volontari. Le fonti di possibile contagio, quindi, sono molteplici.
Vietare le visite contribuisce senz'altro a ridurre i rischi, ma probabilmente questa misura, presa da sola, potrebbe non essere sufficiente a scongiurare che anche nelle carceri si registrino casi di COVID-19, oltre ad acuire ulteriormente lo stato di isolamento ed il senso di solitudine dei detenuti stessi, privati anche di quei pochi momenti di contatto con i propri affetti.
Ma come salvaguardare il diritto dei detenuti a interagire con i propri cari, riuscendo allo stesso tempo a tutelare la salute di tutti?
L'associazione Antigone ha proposto di favorire le videochiamate, chiaramente sotto la supervisione del personale di controllo interno agli istituti. Allo stesso tempo, sarebbe necessario predisporre delle aree di controllo dello stato di salute di tutto il personale che entra negli istituti ogni giorno. Scelta che è stata adottata già da qualche tempo in Lombardia, vero cuore dell'emergenza, ma che tarda a trovare applicazione in altri istituti del nostro paese, nonostante il virus sia ormai diffuso su tutto il territorio nazionale. Purtroppo anche questa misura, per quanto utile, potrebbe non riuscire ad essere risolutiva. Basti pensare, ad esempio, ai possibili casi di personale asintomatico affetto da Covid-19.
Ci sembra allora evidente che gli interventi necessari non riguardino solo la prevenzione, ma anche le modalità per affrontare, nel modo più sicuro possibile, il rischio di un'eventuale diffusione del virus all'interno di uno o più luoghi di detenzione. Secondo Scandurra "la questione che angoscia i detenuti è, oltre al rischio di contagio, la consapevolezza che se si contrae il virus gli istituti non sono luoghi dove sia possibile mettere in quarantena i contagiati. Come si fa? Si può fare per uno, due, tre casi, ma cosa succede quando si supera quella soglia? La paura è anche, forse soprattutto, questa: se il virus entra non hai scelte. Sei lì e lì resti, e non parliamo di posti notori per alti standard igienici e sanitari e se stai sempre lì pensi anche alla puntata successiva. Noi, a casa, pensiamo soprattutto alla puntata precedente, pensiamo a evitare il contagio e a non dare un contributo alla diffusione della malattia, pensiamo molto meno a cosa ci succede se la contraiamo. Loro invece, secondo me, ci pensano di più". D'altra parte i dati di cui disponiamo parlano chiaro. Le nostre carceri sono abbondantemente sovraffollate, con tutte le conseguenze che questo può comportare in una situazione emergenziale come quella in corso: "parliamo di 13-14 mila persone in più rispetto alla capienza regolamentare", dice Scandurra: "Questo chiaramente ha un impatto sulle celle, sulle infermerie, sulla struttura nel suo complesso, che è tarata su una certa soglia. C'è di più: quello che penso è che in questo momento ci sia bisogno di celle vuote. Non di una presenza ottimale, ma più bassa. Prendiamo il caso di una persona che potrebbe essere stata contagiata ma non sta male (in quel caso sarebbe trasportata in ospedale), magari un asintomatico.
Ecco, questa persona deve rimanere in carcere, ma va isolata dagli altri detenuti. Come si può fare se non ci sono celle disponibili? Diciamo che in un istituto che funzioni a regime normale questi spazi ci sono (quelli destinati all'isolamento dei detenuti per ragioni sanitarie, di sicurezza, etc.), ma sono tarati su un'esigenza ordinaria e su presenze standard. È chiaro che la situazione attuale non è né ordinaria, né standard e quindi c'è bisogno, e ci sarà bisogno, di far scendere i numeri molto di più".
Non solo debellare il sovraffollamento, quindi, ma portare gli istituti ben al di sotto della capienza standard, per trovarsi pronti nel caso in cui vi fosse la necessità di fronteggiare il contagio interno. Rispetto a tutto questo, però, l'intervento del governo è stato decisamente debole.
Il decreto approvato (e già da più parti ribattezzato impropriamente "svuota carceri"), secondo la stima di Antigone, permetterà la detenzione domiciliare a circa un migliaio di detenuti: nessun indulto, nessuno sconto di pena, quindi. Solo una modifica della modalità di detenzione (dal carcere alla propria abitazione) per di più riguardante un numero di casi sfacciatamente inferiore alle reali necessità. Il tutto adottando una misura che, a tutti gli effetti, fa già parte del nostro ordinamento, come ci spiega ancora Alessio Scandurra: "Si tratta di qualcosa che già esiste, cui si aggiunge un dispositivo tecnico - amministrativo per velocizzarne l'esecuzione.
La detenzione domiciliare per chi ha meno di 18 mesi di pena già esiste, è contenuta nella legge 199 ed è in funzione da diversi anni. Ad esempio, a febbraio 2020, grazie alla legge 199, sono uscite 152 persone. Quindi abbiamo un quadro molto chiaro, di questa misura. Ora ne è stata introdotta un'altra che mantiene per la detenzione domiciliare sempre il limite dei 18 mesi di pena, con qualche esclusione in più rispetto al passato (ad esempio non potrà rientrarvi chi ha ricevuto sanzioni disciplinari durante le proteste), ma senza più la necessità della relazione degli operatori. Diventa quindi un accertamento più rapido e più oggettivo. Il giudice non dovrà più leggere e valutare le relazioni ricevute dall'istituto. L'impatto della misura, dunque, riguarda principalmente questo. Sicuramente non sarà sufficiente neanche a raggiungere la capienza regolamentare".
Conclusioni - Insomma, davanti al rischio che l'epidemia si propaghi anche all'interno delle carceri, l'unica soluzione ci sembra quella di svuotare, davvero e quanto più possibile, gli istituti. Favorendo la concessione della detenzione domiciliare, a tutela della salute di tutti: detenuti, forze dell'ordine (e familiari), operatori, volontari. Perché quella che ci troviamo di fronte è a tutti gli effetti un'emergenza nell'emergenza. È difficile, infatti, trovare altri termini per definire le condizioni di molti (la maggior parte, purtroppo) dei nostri istituti penitenziari: un sovraffollamento che si attesta attorno al 120%, condizioni igienico-sanitarie carenti, celle in cui l'acqua calda non è che un lontano ricordo o, addirittura, prive di docce.
Eppure forse la vera battaglia più difficile da vincere è un'altra.
Quella contro un'opinione pubblica sempre più feroce, sempre più pronta a isolare e punire chi ha sbagliato, a puntare il dito nel nome di un "cattivismo" che non contempla mai, per chi si trova dalla parte "sbagliata" della società, il diritto a una seconda opportunità.
di Sergio Segio
Il Manifesto, 25 marzo 2020
Mai come al tempo del Coronavirus è divenuto a tutti facile capire quanto siano fondamentali la sanità pubblica e la prevenzione: da un quarto di secolo viene invece falcidiata la prima e trascurata la seconda. Altrettanto determinante è l'informazione corretta e tempestiva sulla pandemia; tanto più in quel luogo scuro e separato che continua a essere il carcere. In queste settimane anche lì si è visto come errori, ritardi e sottovalutazioni producono disastri e perdita di vite.
Si è tornati indietro di decenni, con detenuti sui tetti e celle bruciate. Ma con la non piccola differenza, rispetto ad allora, che ben pochi si sono premurati di approfondire l'accaduto, ragionare sulle sue cause, chiedere spiegazioni ai poteri competenti (si fa per dire). Rese tanto più necessarie dalla morte di ben 13 persone detenute. La storia italiana (e non solo) della seconda metà del Novecento ci aveva insegnato come silenzi e bugie di Stato siano spesso la regola. Ma è forse la prima volta che, di fronte a fatti tanto gravi, opacità e reticenze di ministri e governi in carica non trovano significativa attenzione e opposizione.
Il ministro della Giustizia, informando il Parlamento, sul punto si è limitato a un inquietante inciso, sostenendo che i decessi "sembrano perlopiù riconducibili ad abuso di sostanze sottratte alle infermerie durante i disordini". Poche parole, all'incirca una per ogni morto, che non spiegano nulla e omettono tutto. Neppure un vago accenno alle altre cause, oltre a quella dichiarata principale.
Non un dettaglio, nessun chiarimento. Neppure lo sforzo di indicare i nomi: l'identità dei 13 solo dopo parecchi giorni sarà resa nota da un giornalista. Undici nordafricani, slavi, latinoamericani, due soli italiani. In qualche caso pene scontate quasi per intero, in altri ancora in attesa di giudizio. Chi sia morto per cosa, non è dato però sapere. Il ministro non dice e nessuno domanda. Le obiezioni più accese in Senato hanno piuttosto invocato maggior repressione, giungendo ad accusare il governo di voler "legalizzare la droga".
Come non fossero pubblici i dichiarati propositi del ministro dell'Interno attuale di mandarne ancora di più in galera per fatti di droga, in perfetta continuità di intenti con il suo predecessore. Quello dei tossicodipendenti in carcere, principale causa del sovraffollamento assieme al piccolo spaccio - come ben documenta il Libro Bianco sulle droghe, curato dalla Società della Ragione e altre associazioni -, continua a essere tema falsato e dolosamente omesso dal confronto politico.
Nessuna riflessione o interrogativo ha suscitato il fatto che così tanti detenuti siano morti perlopiù per l'assunzione smodata di metadone, un potente analgesico, sostituto di sintesi dell'eroina, usato a scopo terapeutico. Un farmaco che aiuta a superare le astinenze e attutisce dolore e sofferenze, che sono la condizione usuale e perenne del prigioniero, tossicodipendente o meno.
Pur in tempi assai difficili e luttuosi per la società libera, ci si sarebbe aspettati che la reazione, politica e amministrativa, di fronte all'inedita strage fosse appunto e semmai di provare a ridurre quella sofferenza, amplificata dai timori per l'epidemia e dalle misure di ulteriore isolamento imposte ai reclusi. Un isolamento ben diverso, integrale e spossessante, da quello cui siamo tutti costretti dal coronavirus: lì si è non solo reclusi ma ridotti a cose, distrattamente ammucchiate in una stanza.
Se il ministro omette, parla d'altro e guarda altrove, dal capo del Dap nulla è pervenuto. Assente non giustificato. Di nuovo e sempre, tocca allora provare a costruire verità e giustizia dal basso. È quello che si propone il Comitato nato a questo scopo, che ha raggiunto 500 adesioni in due soli giorni (www.dirittiglobali.it/coronavirus-morti-carceri-appello/). Non sarà facile, ma occorre provarci.
di Agnese Pellegrini
Famiglia Cristiana, 25 marzo 2020
Se n'è andato in silenzio, a 67 anni, il cappellano del carcere di Bergamo, anch'egli ucciso dalla bestia del Coronavirus. Una vita spesa al fianco dei detenuti, degli emarginati, dei senta tetto, dei ragazzi difficili. Quando a proposito di Bossetti mi disse: "Chi ha sbagliato rimane persona, sempre".
Era schivo, timido, gentile. Quando gli chiesi di poterlo intervistare, non rispose subito. Ci pensò, mi telefonò, mi ritelefonò, mi telefonò ancora, perché attorno a sé non voleva clamore, né pubblicità: desiderava continuare a svolgere il suo servizio tra gli ultimi, come aveva sempre fatto. Sporcarsi le mani nelle miserie dei più poveri tra i poveri: carcerati, ragazzi difficili, prostitute, senza fissa dimora, per cui aveva avviato il servizio Esodo, un camper con pasti caldi.
Don Fausto Resmini è morto l'altra notte, a 67 anni.
Aveva il CoVid19 ed era ricoverato all'ospedale di Como in terapia intensiva. Uno dei 20 sacerdoti della bergamasca colpiti dal coronavirus e caduti durante la loro testimonianza (sono oltre 50 a oggi in tutta Italia). Perché don Fausto andava fino in fondo. Senza paura. Senza tirarsi indietro. Rischiando in prima persona.
Era nato a Lurano, nella Bassa bergamasca: di quella terra aveva ereditato il carattere, forte e duro, coraggioso e sincero. Poi aveva scelto il Patronato San Vincenzo di Bergamo, un pilastro dell'impegno per il sociale, accanto a don Bepo Vavassori, una delle figure più conosciute e amate della Chiesa di Bergamo, fondatore del Patronato, che accoglieva i bambini sullo stile di don Bosco. Dal 1992 Resmini era cappellano del carcere di via Gleno; viveva a Sorisole, nella Comunità don Milani, dedicata al recupero di minori "difficili", da lui fondata. Ed è lì che mi diede appuntamento, in quell'oasi circondata dalle montagne, in un'afosa giornata di agosto.
Metteva quasi soggezione don Fausto, all'inizio. Perché sembrava leggerti dentro. Ma senza giudicarti. Del resto, la condanna era quanto di più lontano potesse concepire. Lo volli intervistare per una curiosità giornalistica; ottenni da lui un dono inaspettato: mi regalò un pezzo della sua anima. Dal cappellano del carcere di Bergamo volevo sapere qualcosa di Massimo Bossetti, il muratore condannato per l'omicidio della piccola Yara, una storia che a quel tempo aveva commosso l'Italia. E io desideravo capire. Come potesse un sacerdote dare la comunione a un uomo che era stato accusato di aver lasciato morire un'adolescente, prima di tutto. Ma anche come riuscisse a convivere con il Male, ogni giorno. E don Fausto iniziò parlandomi di Bossetti. Ma poi mi diede una lezione di fede. Di speranza. Di umanità. Parlando di carcere e, nello stesso tempo, parlando di tutti noi.
Don Fausto era l'unico a poter vedere tutti i giorni Massimo Bossetti. Insieme pregavano, leggevano il Vangelo, meditavano. Gli chiesi: "Don Fausto, come riesce a stare accanto a una persona accusata di aver ammazzato una bambina?".
Lui allargò le braccia, sorrise come fa un padre, quando il figlio si ostina a non capire, e mi rispose: "Che sia innocente o colpevole, a me è affidato un uomo. E in nome del Vangelo, io mi incontro con un uomo. Indipendentemente da come è dipinto dalla stampa, da come è visto dal magistrato, da come è trattato dall'amministrazione carceraria... E in quest'uomo, ora il più indesiderato e scomodo, io devo dare ascolto alla sua richiesta d'aiuto, camminare insieme a lui anche sfidando il pregiudizio... Chi ha sbagliato rimane persona, sempre".
In una mattinata intera, don Fausto mi ha raccontato i suoi 30 anni di carcere: la stagione del terrorismo, quella di Mani pulite, i tanti volti incontrati, i tossicodipendenti riscattati e adesso gli stranieri, un'emergenza nell'emergenza, nelle carceri italiane. "Se dovessi dare oggi una definizione del carcere", mi disse, "non esiterei a definirlo il carcere dei poveri, dove il 50% sono stranieri, figli di nessuno... Oggi la maggioranza non professa la fede cristiana. È per questo che il prete diventa uomo tra gli uomini non sul piano della stessa fede, ma del riconoscimento che la via della riconciliazione passa attraverso l'uomo".
I "suoi" detenuti lo amavano, perché lui sapeva incontrarli, abbracciarli: "La via per incontrare l'altro è il Vangelo, altrimenti se non c'è il riconoscimento che oltre l'errore un detenuto resta sempre una persona, come si fa a stringere la mano a chi ha compiuto reati, anche abominevoli? Noi preti dobbiamo convertirci all'accoglienza dell'altro, è nostro compito dare rilevanza, spazio e consistenza al bene. In ogni persona. Anche la più rifiutata. E dare rilevanza vuol dire fare in modo che questo bene esca e riduca i danni che il male ha fatto".
Ci credeva don Fausto, e lo testimoniava con la vita. A Sorisole, raccoglieva ragazzi difficili, appunto, ma anche coloro che gli venivano dati in affidamento, come alternativa al carcere. E sapeva essere critico: contro i buonisti cristiani ("Sono disponibili all'inserimento degli ex detenuti, ma li vorrebbero a 100 km da casa: questo è un cristianesimo di facciata"), ma anche contro una piccola parte del clero ("La Chiesa ha finito per legare la morale sessuale al consenso. Venendo a mancare il consenso, non è più stato difeso il valore che la sessualità rappresenta").
Gli chiesi se provasse imbarazzo a dare i sacramenti a un assassino, e la sua risposta fu disarmante: "Il prete è l'espressione massima dell'incontro libero con l'Altro. Quando avviene questo incontro, bisogna riconoscere innanzitutto che solo Dio sa leggere il cuore dell'uomo. In questi momenti, so che posso aver contro tutta la società, ma che ho davanti un uomo, solo un uomo che soffre. Quell'uomo chiede a me conto di Dio e io non glielo posso negare".
Prima di lasciarmi, don Fausto mi fece fare il giro della sua comunità e mi fece conoscere i ragazzi in affidamento. "Don", gli chiesi, "ma non ci sono sbarre qui: non hai paura che i ragazzi scappino?". E lui, con il solito sorriso, paziente e disarmante: "E perché dovrebbero farlo? Qui hanno una casa". Già, Resmini era "casa" per tanti. A servizio di tutti: non solo detenuti e le loro famiglie, ma anche gli agenti della Polizia Penitenziaria. Quelli di Bergamo, oggi hanno voluto ricordarlo così: "Caro Don Fausto... non poteva finire così! Quante giornate passate insieme nel carcere di Bergamo (tu da cappellano e lo scrivente da Ispettore e dirigente sindacale della Polizia Penitenziaria), a parlare e confrontarci dei problemi dei detenuti e dei nostri agenti.
Avevi a cuore le problematiche di tutti e ti facevi in quattro per cercare di risolverle e di portare un po' di sostegno morale e materiale, in particolar modo ai poveri e tanti detenuti extracomunitari indigenti e privi di ogni legame familiare. Sei stato un grande cappellano ed un grande amico e, nonostante le nostre strade si sono divise nel lontano 2015, la stima che ci legava è rimasta indelebile sulle nostre pelli. Ti ricorderemo sempre con affetto! Riposa in pace fra le braccia del nostro amato Gesù e di sua madre Maria".
Mi telefonò, don Fausto, qualche giorno dopo l'uscita dell'intervista. Non per ringraziarmi. Ma per richiamarmi: "Mi hai messo in un bel guaio", mi disse, "ora tutti mi cercano, vogliono intervistarmi, ho le troupe televisive alle calcagna, devo farmi negare...". Ma sorrideva, con la sua voce dolce. Non rilasciò mai altre interviste su Bossetti. Aveva già detto tutto a noi. Scelse, ancora una volta, l'umiltà e il silenzio. Quello stesso silenzio che lo ha accompagnato, fino alla fine e che lo ha fatto amare a molti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 marzo 2020
Le lettere preoccupate degli agenti penitenziari che arrivano al nostro giornale si moltiplicano. Mentre è giunta la buona notizia della guarigione del primo agente penitenziario colpito dal coronavirus e che prestava servizio presso il carcere di Vicenza, continuano ad arrivare notizie - trapelate da fonti sindacali - di alcuni contagi nei confronti del personale penitenziario. Non solo agenti, ma anche medici e infermieri. Nel momento in cui c'è il responso positivo del tampone, subito si attivano i regolamenti sanitari predisposti dal decreto emergenziale.
Ad esempio - come ha appurato Il Dubbio - qualche giorno fa è risultato positivo un medico che operava nel carcere di Favignana. Subito la direzione ha effettuato il tampone a tutti i detenuti e agenti che hanno avuto contatti con lui: il responso è atteso tra qualche giorno. Qualche giorno fa è risultato positivo il dirigente sanitario del carcere di Santa Maria Capua Vetere, il quale fortunatamente non avrebbe avuto contatti con nessun detenuto.
Come accade in questi casi i familiari dei detenuti vengono raggiunto da voci su eventuali contagi. Ma la cosa non risulta. Purtroppo l'angoscia sale quando non ricevono risposte. La direzione, anche per riassicurare gli animi, dovrebbe rispondere alle richieste comprensibili di chi è preoccupato. Su Il Dubbio, nei giorni scorsi, abbiamo invitato all'indomani del caso di contagio di un detenuto - la direzione del carcere di Voghera a rispondere alle richieste degli avvocati sullo stato di salute dei loro assistiti.
Finalmente ad alcuni hanno risposto, riassicurando i famigliari in comprensibile agitazione. Da precisare, però, che Il Dubbio riceve tuttora diverse lettere nelle quali i cari esprimono ancora forte preoccupazione. La magistratura di sorveglianza ha respinto l'istanza dei domiciliari ad alcuni detenuti che soffrono di talune patologie. Gli avvocati hanno fatto tale richiesta in ragione del pericolo di contagio.
La preoccupazione però serpeggia anche tra gli agenti penitenziari. Ad esempio, da oggi, il sindacato Osapp ha indetto lo stato di agitazione con astensione dalla mensa obbligatoria di servizio da parte del personale di Polizia Penitenziaria in tutta la provincia di Avellino (carceri di Ariano Irpino, Sant'Angelo dei Lombardi, Bellizzi Irpino e Lauro). Il motivo? "Ad oggi non sono stati dotati i poliziotti penitenziari di idonei strumenti di protezione dal rischio contagio in particolar modo presso la Casa Circondariale di Ariano Irpino, che si trova ad operare in un contesto difficile e in piena zona rossa e ad alto rischio contagio così come decretato dal presidente della regione Campania e di tutti gli strumenti Dpi e inoltre chiediamo il tampone a tutti gli operatori penitenziari per tutelare e ridurre il rischio contagio da Covid- 19", dichiara sempre l'Osapp.
Nel frattempo, però, al carcere La Dozza di Bologna si stanno verificando dei problemi. C'è molta preoccupazione da parte del personale penitenziario. A Il Dubbio risultano tre contagi, mentre in realtà - secondo La Repubblica, - sarebbero addirittura 17, tra medici e infermieri. Da tempo i sindacati hanno chiesto la possibilità di sottoporre tutti gli agenti penitenziari al tampone e la possibilità di avere i dispositivi per la protezione.
Ma tuttora, secondo il Sinappe, la loro richiesta è rimasta lettera morta. Hanno paura, per loro e per tutta la popolazione carceraria. Ora sembra che i vertici della Ausl e la direzione carceraria stiano correndo ai ripari, sia a tutela del personale che dei detenuti. Si spera al più presto, anche per evitare possibili ulteriori contagi e tensioni interne. D'altronde l'aria è ancora irrespirabile nella sezione devastata dalla scorsa rivolta.
di Giovanni Altoprati
Il Riformista, 25 marzo 2020
Tre soggiorni a San Casciano dei Bagni (SI), uno a Favignana (TP), uno a Madonna di Campiglio (TN), uno a Dubai e uno a Madrid. Sette viaggi per un totale di 7.619,75 euro. L'indagine di Perugia che ha travolto le toghe italiane e ha "consegnato" la maggioranza nel Consiglio superiore della magistratura al gruppo di Piercamillo Davigo ruota intorno a questi sette soggiorni effettuati da Luca Palamara fra il 2014 ed il 2017 e pagati dall'imprenditore e lobbista Fabrizio Centofanti. È quanto emerge dal provvedimento di sequestro preventivo nei confronti di Palamara disposto lo scorso 4 marzo dal Tribunale umbro.
L'emergenza Covid-19 deve aver risvegliato dopo mesi di silenzio gli inquirenti: in circa duecento pagine, con dovizia di particolari, il gip di Perugia Lidia Brutti ricostruisce la genesi dell'intera indagine, iniziata nel 2016 dalla Procura di Roma nei confronti di Centofanti, svelando gran parte delle carte in mano all'accusa. Il tema su cui si concentra l'attenzione degli investigatori è il rapporto, iniziato nel 2008, fra Centofanti e l'ex consigliere del Csm ed ex presidente dell'Anm. Una relazione, afferma il gip, "inquinata da interessi non confessabili".
"Centofanti - scrive il gip - da tempo operava come 'lobbista', aveva svolto attività di lobbying per conto di importanti gruppi imprenditoriali, nelle sedi politico/istituzionali. In tale ambito operativo aveva mirato ad accrescere la propria capacità di influenza intessendo una rete di relazioni con rappresentanti di varie istituzioni e con soggetti a loro volta portatori di interessi di importanti gruppi di pressione, alcuni dei quali avevano svolto tale ruolo in modo disinvolto e talora illecito". Il rapporto fra i due, sottolinea il gip, è "opaco" e "anomalo". Il motivo? Gli incontri avvenivano "soltanto con modalità semi/clandestine", con numerose accortezze da parte di Centofanti, come ad esempio "lasciare il telefono in auto" prima di incontrare Palamara.
Tale rapporto, che espone a pericolo di "pregiudizio l'imparzialità e il buon andamento della funzione pubblica esercitata da Palamara", manca però della pistola fumante. "Non vi è prova che Palamara abbia compiuto in conseguenza delle utilità ricevute atti contrari ai doveri d'ufficio" e "non vi sono elementi sufficienti per affermare che un effetto dannoso sia stato concretamente prodotto", puntualizza il magistrato umbro. Sui fascicoli rinvenuti nell'ufficio del pm romano e sottoposti a sequestro, "non vi è prova che Palamara abbia effettivamente dato seguito alle segnalazioni ricevute".
"Io ho scontato il fatto - si difende Palamara - che con tutto quello che ho fatto nella carriera ho ricevuto segnalazioni e richieste da parte di tanti", in primis "magistrati e forze dell'ordine". Per i magistrati le segnalazioni non riguardavano solo gli incarichi direttivi ma anche per "la legge 104". "Non dico mai no, ma cerco di rallentare, di non esaudire nella speranza che le persone desistano. Quando è possibile, nei limiti del consentito, cerco di esaudire le richieste come ho fatto con tantissime persone", aggiunge Palamara. Nella tesi investigativa gli inquirenti contestano a Palamara l'articolo 318 del codice penale nella formulazione introdotta dalla legge Severino del 2012, "corruzione per esercizio della funzione".
Il reato svincola la punibilità dalla individuazione di uno specifico atto ricollegandola al generico "mercimonio della funzione". Insomma, Palamara sarebbe stato a libro paga di Centofanti, anche se non è chiaro a quale scopo, dato che, è lo stesso gip a ricordarlo, "il contributo del singolo consigliere non può assumente rilievo determinante nell'ambito dei processi deliberativi di un organo collegiale e non sono stati individuati specifici comportamenti anti/doverosi attribuibili a Palamara".
Il sospetto, allora, è che qualcuno fra le toghe abbia voluto preparare il classico "piattino" a Palamara nel momento in cui la magistratura italiana aveva cambiato rotta. Con Unicost, la corrente di centro di cui Palarmara era stato per anni ras indiscusso, che aveva rotto lo storico rapporto con le toghe di Magistratura democratica per allearsi con la destra giudiziaria di Magistratura indipendente. Alleanza che aveva determinato, ad esempio, l'elezione nel 2018 del vice presidente del Csm David Ermini (Pd).
Il 16 maggio scorso, avvisato dal collega Luigi Spina che la Procura di Perugia ha trasmesso l'informativa al Csm, Palamara capisce di essere finito nel mirino. In una concitata telefonata con la sorella Emanuela, avvenuta il successivo 29 maggio, Palamara si sfoga: "Me la vogliono far pagare". Il pm romano, dalla scorsa estate sospeso dal servizio, è assistito dagli avvocati Roberto Rampioni e Benedetto Marzocchi Buratti. Nel procedimento disciplinare sarà invece assistito da Stefano Guizzi, consigliere della Corte di Cassazione.
di Giovanna Vitale
La Repubblica, 25 marzo 2020
L'iniziativa nasce da un appello al premier Conte da parte di alcune attiviste per i diritti delle donne per evitare che, come accaduto in Cina, dilaghino violenze e femminicidi. Ora arriva una batteria di spot in tv e sulla rete. Parte oggi la campagna promossa dal governo per combattere quella che rischia di diventare un'emergenza nell'emergenza: la violenza sulle donne ai tempi del Covid-19, della coabitazione forzata e delle restrizioni alla circolazione. Una batteria di spot programmati fino al 3 aprile per promuovere il numero 1522, centro anti-stalking attivato dalla presidenza del consiglio e gestito dal Telefono Rosa, per offrire aiuto a chi in questo periodo potrebbe averne più bisogno.
L'appello pubblico al premier Conte ha dunque colto nel segno: lanciato da due storiche attiviste - Fabrizia Giuliani ed Andrea Catizone - nel giro di poche ore ha fatto il giro della Rete e mietuto consensi. Fino a essere sottoscritto da 500 donne: docenti universitarie, avvocate, politiche, sindacaliste, professioniste nei campi più vari. Da Laura Boldrini ad Anna Finocchiaro e Livia Turco, da Cristina Comencini a Francesca Izzo passando per Anna Maria Bernardini de Pace. Mondi diversi uniti in un'unica battaglia: quella contro la violenza fra le mura domestiche che, in tempo di pandemia, rischia di produrre una strage silenziosa. Lo dimostrano i numeri: negli ultimi 15 giorni le chiamate al 1522 si sono dimezzate rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. E di circa il 50 per cento sono diminuite anche le denunce alle forze dell'ordine.
"La prescrizione di evitare il più possibile gli spostamenti e rimanere presso le proprie abitazioni se non per esigenze primarie - recita l'appello - se risponde a legittime e indiscutibili ragioni di esigenza di Salute pubblica" rischia però di creare "l'emergenza nell'emergenza: ossia le conseguenze che tali restrizioni possono avere nei contesti familiari segnati dalla presenza di maltrattamenti e violenze, fenomeni che nel nostro Paese sono purtroppo diffusi e sommersi".
In sostanza, argomentano le autrici della lettera a Conte, "occorre evitare che il principio della tutela della vita umana, alla base delle ordinanze di restrizione, venga meno o si rovesci, al contrario, in una maggiore esposizione alla violenza per le donne e i loro figli, spesso minorenni, condannati a subire o ad assistere alla violenza".
Da qui l'appello alle Istituzioni Pubbliche perché facciano "ogni sforzo per dare il senso che lo Stato non si ritira dalla battaglia contro la violenza domestica, ma invece rafforza il suo presidio, promuovendo la diffusione del numero verde 1522 in ogni comunicazione pubblica che inviti a restare a casa anche nella forma di app scaricabile sullo smartphone".
Appello che la ministra alla Famiglia Elena Bonetti e il Sottosegretario all'Editoria Andrea Martella hanno deciso di accogliere e di trasformare in una campagna tv e online. Per evitare ciò che in Cina è già accaduto: l'impennata di violenze sulle donne e femminicidi.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 25 marzo 2020
Con il decreto legge approvato ieri pomeriggio il Governo rivede in maniera un po' più sistematica le sanzioni a presidio dei più significativi obblighi di condotta imposti dall'emergenza sanitaria. E lo fa abbandonando un controverso binario penale per puntare in maniera più decisa su quello amministrativo. Così, la bozza di decreto legge introduce una sanzione amministrativa compresa tra un minimo di 400 euro e un massimo di 3.000 euro che andrà a colpire, non appena il testo sarà entrata in vigore una pluralità di comportamenti. Tra questi, come ovvio, cruciale la limitazione della circolazione delle persone, con l'ormai canonica eccezione rappresentata dagli spostamenti individuali per ragioni di necessità o lavoro. Esclusa espressamente l'applicazione di quello che sinora era stato il perno penale dei divieti, l'articolo 650 del Codice.
In caso di violazione del divieto di circolazione commessa con un veicolo, la multa non sarà accompagnata dal fermo del mezzo, ma sarà aumentata di un terzo.
La bozza di decreto, che abroga quello precedente del 23 febbraio, il n. 6, poi convertito in legge, e l'articolo 35 del decreto legge n. 9, prende atto delle difficoltà applicative dell'articolo 650 sull'inosservanza dei provvedimenti dell'Autorità. Quest'ultimo prevede infatti di punire i trasgressori, a titolo di contravvenzione, con l'arresto fino a 3 mesi o l'ammenda fino a 206 euro. Importo quest'ultimo dimezzato in caso di pagamento per oblazione con cancellazione della rilevanza penale della condotta. Troppo poco e troppo complesso per il Governo. E non solo, visto che in questi giorni alcune Procure, la prima Milano, ma poi anche Genova, avevano pensato di fare ricorso ad altre disposizioni come l'articolo 260 del testo unico delle leggi sanitarie per escludere almeno la possibilità dell'oblazione, conservando invece il profilo penale della violazione.
Ora, invece, la svolta è tutta sull'amministrativo, considerato forse più gestibile, anche per la possibilità di pagamento immediato. Il penale contravvenzionale è espressamente escluso. Resta invece la possibilità di punire a titolo di delitto le condotte più gravi, e il decreto ne evidenza una, quella di circola, malgrado la positività al virus, infrangendo l'obbligo di quarantena. In questo caso, la pena può andare da un minimo di 1 ano a un massimo di 5 anni.
di Giusy Santella
mardeisargassi.it, 25 marzo 2020
Da oramai due settimane il Covid-19 ha sconvolto le esistenze di tutti, ha modificato la nostra quotidianità e ci ha relegato nel nostro spazio domestico, limitando gli spostamenti alle sole necessità più essenziali. Ma se c'è un luogo in cui l'impatto del coronavirus è stato ancora più tragico è il carcere, dove le conseguenze rischiano di essere quelle di un vero e proprio sterminio di massa, se urgenti misure per affrontare la situazione non vengono adottate immediatamente.
L'emergenza ha messo in luce criticità che bisognava affrontare già da tempo, fin da quando nel 2013 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo con la sentenza Torreggiani condannò l'Italia per violazione dell'art. 3 della Convenzione per i trattamenti inumani e degradanti cui erano sottoposti molti detenuti a causa del sovraffollamento.
Da allora, la situazione non è cambiata e i nostri istituti penitenziari "ospitano" 10.300 persone in più rispetto ai posti letto ufficiali, senza contare quelli non realmente disponibili, sfiorando un tasso di sovraffollamento del 120%. Dunque, la paura del contagio, insieme alla mancanza di informazioni chiare e alle limitazioni di tutti i contatti con l'esterno - che per i reclusi rappresentano l'unica forma di libertà - hanno esasperato le condizioni di vita già di per sé difficili, provocando proteste in quasi cinquanta carceri durante le quali hanno perso la vita ben 14 persone di cui fino a poco fa non si conoscevano neppure i nomi.
Negli ultimi giorni, anche in altri Paesi colpiti dal coronavirus, si sono verificate sommosse nelle case di detenzione: in Francia proteste sono state messe in atto nel carcere di Grasse e nella prigione di Metz, mentre in Spagna i prigionieri hanno deciso di portare avanti uno sciopero della fame in due blocchi carcerari in Catalogna, in seguito alla notizia di un detenuto risultato positivo. Le prime notizie di contagi negli istituti penitenziari, però, stanno arrivando anche in Italia: dieci in tutto, pare, dal carcere di Pavia, Modena, Lecce, Voghera e San Vittore.
Tutte notizie frammentate e non chiare. La domanda che sorge spontanea è, quindi, come possa un recluso in un luogo sovraffollato portare avanti il cosiddetto isolamento domiciliare o rispettare il distanziamento sociale. Le uniche indicazioni che si hanno a riguardo provengono da circolari del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria che ha stabilito che nel caso in cui l'isolamento non possa compiersi in strutture apposite o in camere singole che impediscono contatti con l'esterno, esso sarà portato avanti nella propria cella, costringendo allo stesso i propri "coinquilini", che in alcuni casi sono addirittura dieci o dodici.
Intanto, nel decreto Cura Italia varato il 17 marzo, il governo ha inserito due articoli (il 123 e il 124) che predispongono misure per diminuire il sovraffollamento e prevenire i rischi di contagio. Si tratta di un intervento nei confronti del quale si era creata nei giorni scorsi una grande aspettativa, dopo che da più parti e da più autorevoli voci si era chiesto di riportare gli istituti almeno alla loro capienza regolamentare poiché solo in questo modo sarebbe stato possibile attrezzarsi per affrontare il diffondersi del virus, liberando quanti più letti e camere di pernottamento possibile. E invece, anche stavolta, le misure adottate risultano insufficienti e prive di qualsiasi valore reale.
Innanzitutto, l'art. 123 - che riguarda la detenzione domiciliare - non fa altro che ribadire una possibilità che era già stata inserita nel nostro ordinamento dalla Legge 199 del 2010, poi denominata Svuota-carceri, che, inizialmente pensata come provvedimento deflattivo temporaneo, è poi diventata parte integrante del nostro sistema sanzionatorio in via definitiva nel 2014. Si attribuisce con questa norma la possibilità di scontare la pena presso la propria abitazione, o presso altro luogo pubblico o privato che li accolga, a coloro i quali hanno una pena o un residuo di pena non superiore a 18 mesi. Il Cura Italia non fa altro che ribadire tale opportunità fino al 30 giugno prossimo, aggiungendo però una preclusione di carattere disciplinare e dal chiaro intento moralizzatore: non potranno accedervi coloro che nell'ultimo anno hanno ricevuto un rapporto disciplinare, compresi quelli hanno partecipato alle proteste delle scorse settimane. Oltretutto, è sufficiente il solo rapporto disciplinare, dunque un atto unilaterale di solito redatto dalla polizia penitenziaria, rispetto al quale non c'è alcun contraddittorio né accertamento.
È chiaro l'intento punitivo nei confronti di quanti hanno protestato per ottenere la salvaguardia e il rispetto della loro salute, con una palese violazione del fine rieducativo che l'istituzione dovrebbe perseguire. Ma questo altro non è che lo specchio del nostro governo: le uniche parole spese dal Ministro della Giustizia Bonafede a seguito delle sommosse sono state non un passo indietro rispetto all'illegalità. Non una parola sulle vittime, nulla sulla necessità di chiarezza e di indagini rispetto alle dinamiche dei fatti, nulla sulle condizioni disumane cui i detenuti sono costretti né sulla presenza di reclusi anziani e con patologie pregresse che in questo momento rischiano ancora di più.
Solo due articoli, in un decreto che si occupa di misure economiche e finanziarie, contenenti inoltre misure inefficaci. Infatti, oltre a questa preclusione, persistono le altre previste dalla Legge 199, in base alla quale sono esclusi da tale beneficio taluni tipi di reati per la loro gravità - stalking, maltrattamenti familiari, illeciti per i quali è previsto il regime dell'ostatività - i delinquenti dichiarati abituali, professionali o per tendenza e, infine, coloro che non hanno un domicilio effettivo e idoneo. Quest'ultima previsione, in particolare, rischia di tagliare fuori un grande numero di reclusi, le cui famiglie spesso non abitano in luoghi che sarebbero definiti idonei in tal senso: basti pensare ai tanti migranti che affollano le nostre carceri e a cui sarebbe preclusa qualsiasi possibilità di uscire.
L'art. 124 si occupa invece dei semiliberi, ossia coloro che escono dal carcere per svolgere lavoro all'esterno e rientrarvi la sera: per loro è prevista la concessione di permessi premio senza limiti fino al 30 giugno in modo da diminuire il rischio di contagio che il rientro comporterebbe. A diminuire ancora di più l'impatto delle misure in questione due ulteriori elementi: esse si rivolgono ai condannati in via definitiva, escludendo invece i detenuti in attesa del passaggio in giudicato della sentenza e i detenuti in custodia cautelare.
Infine, la misura della detenzione domiciliare per le pene superiori a sei mesi è subordinata alla possibilità di ottenere il famoso braccialetto elettronico. Famoso perché è un argomento che torna spesso al centro del dibattito sulle misure penali e penitenziarie: il numero di braccialetti utilizzati negli ultimi anni è irrisorio e numerosi reclusi sono in attesa della loro disponibilità. Dunque, chi accederà realmente alla misura? Il bacino di potenziali destinatari si riduce sempre di più e così, senza considerare la necessità di un domicilio effettivo e l'assenza di rapporti disciplinari, potrebbero raggiungersi al massimo 3-4.000 persone.
Dunque, tanta attesa per nulla e probabilmente quando queste persone potranno raggiungere la loro abitazione l'emergenza sarà bella che passata e migliaia saranno le vittime del sistema penitenziario. Già, non del coronavirus, ma dell'ingiustizia di un sistema che mette la propaganda politica davanti alla salute, millantando una sicurezza che non esiste e conquistando voti sulla pelle di esseri umani. Infatti, nonostante l'insufficienza e l'irrisorietà delle misure adottate, il leader della Lega Matteo Salvini ha parlato di un indulto mascherato e ha accusato Bonafede di mandare a passeggio i carcerati in un momento di così grave emergenza, subordinando all'abrogazione dei due articoli interessati il suo voto favorevole per la conversione in legge del decreto.
Si tratta della vergognosa demagogia di chi definisce il carcere luogo protetto e del vergognoso silenzio di un governo che non solo ha varato misure insufficienti che non saranno in grado di salvare la popolazione penitenziaria e chi quotidianamente negli istituti lavora, ma che dimostra di essere inconsapevole e inumano. Inconsapevole poiché le decisioni sono prese solo da chi non sa minimamente cosa sia il carcere e quali siano le sofferenze che vi si annidano, inumano perché si dimentica che si tratta di uomini che hanno il diritto di vivere come tali.
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