di Francesco Lo Piccolo*
huffingtonpost.it, 24 marzo 2020
La cronaca della protesta e le paure raccontate direttamente dai detenuti delle redazioni di Voci di dentro di Chieti e Pescara, le preoccupazioni dei loro parenti, la prima chiamata Skype "tesoro prezioso, unico momento di umanità" come lo definisce Ludovica.
Questo e tanto altro nel numero speciale della rivista dell'associazione Voci di dentro, 40 a pagine (per ora solo on line), realizzato in questi giorni di emergenza utilizzando Skype e telefono. Dal carcere gli scritti ci sono arrivati per posta ordinaria o sono stati dettati ai familiari durante i colloqui telefonici. Tutto il lavoro è frutto dell'impegno di volontari e di esperti che conoscono a fondo gli istituti penitenziari.
La rivista ha per titolo "Metamorfosi", ovvero cambiamento di un essere o di un oggetto in un altro di natura diversa, ma anche modificazione funzionale o strutturale di un animale. Trasformazione dunque, parola più che mai appropriata per descrivere questi nostri giorni al tempo del Covid-19. Giorni che d'ora in poi saranno giorni del prima e del dopo Coronavirus e che stanno trasformando il nostro mondo e le nostre vite. In copertina in uno sfondo verde brillante si affaccia il "nostro mostro-virus" che in poche settimane, prima in Cina, poi in Italia e ora anche nel resto del mondo, ha infettato migliaia di persone.
Altro che invincibili e padroni della natura: eccoci invece fragili, indifesi, in uno stato di panico collettivo, terrorizzati, mortali. E trasformati: non più gruppi, comunità, società, incontro. Tutti soli, isolati, rinchiusi nelle nostre case, obbedienti alla regola, "prigionieri" in uno mondo militarizzato per "stato d'eccezione per gravi motivi di salute e sicurezza pubblica". Irrazionali e istintivi (come sempre) dopo il sogno di poter governare la natura con la tecnica.
Convinti che il male fosse portato dall'esterno, dal diverso, dallo straniero, è così che ora scopriamo (non tutti perché tanti sono fortemente distratti e accecati da un perfetto e funzionale sistema mediatico e penale) che il male viene da noi, è dentro di noi. Le foto dai satelliti ce lo mostrano bene: strade vuote, niente traffico, pochi aerei nei cieli, niente più nubi grigie di particolati e ossido di carbonio che ci avvelenano ed uccidono molto più del Covid-19. Disciplinati e comandati (non sappiamo fino a quando) stiamo a casa, anche noi ora prigionieri, quasi agli arresti domiciliari "in una strana affinità di animali in gabbia" come scrive Silvia Civitarese.
Senza nessuna via di fuga come non ce l'hanno gli oltre 60 mila detenuti nelle carceri italiane, ignorati come persone e inascoltati: 13 di loro hanno trovato la morte nella loro folle rivolta tra il 9 e il 10 marzo. Tempo e inchieste ci diranno il come e il perché di questa strage di vite umane. Vite ai margini, esplose per il Coronavirus, ma soprattutto per "cause trascurate, sottovalutate, o volutamente ignorate da chi istituzionalmente ha il dovere morale e giuridico di scandagliare e indagare, nella consapevolezza che tutto ciò che accade lì dentro non è altro che lo specchio del loro fare o non fare", scrive Internal Observer. Senza voler comprendere, rammenta Domenico Silvagni, che un carcere umano conviene a tutti.
C'è una parola che usa dire Ennio: questa parola è riappacificazione. Chissà che la metamorfosi in atto ci porti a questo, "a una primavera senza inferriate" come auspica lo scrittore Giovanni D'Alessandro. È una speranza, un grido contro l'isolamento che Christian Bardeglinu lancia con queste parole: "Mi voglio unire a voi che lì fuori state combattendo una grande battaglia e voglio combattere con l'unica mia arma a disposizione, unendomi a voi in un solo grido: "andrà tutto bene, ce la faremo".
*Giornalista, direttore di "Voci di dentro"
di Grazia Zuffa
studiquestionecriminale.wordpress.com, 24 marzo 2020
Ci sono già stati due decreti della presidenza del Consiglio per "governare" (si fa per dire) l'emergenza coronavirus in carcere. Di mezzo, una rivolta sanguinosa che ha fatto tredici morti fra i detenuti. Il ministro della Giustizia ha dichiarato in Parlamento che "quasi tutti sono morti per assunzione di farmaci".
Di quali farmaci siano rimasti vittime, in che modo gli intossicati siano stati soccorsi in quella situazione, perché siano morti i pochi che non hanno assunto i farmaci, sono questioni che il ministro non ha affrontato senza peraltro rimandare a ulteriori indagini. Possiamo accettare che la consueta nebbia (di indifferenza e di disattenzione) che avvolge il carcere si faccia oggi più spessa, complice l'emergenza, fino a rinunciare alla verità su quelle morti? Non si può, e infatti molti cittadini e cittadine si sono mossi firmando l'appello per un Comitato di Verità e Giustizia.
È dovere civile non dimenticare i morti, lo è altrettanto preoccuparsi dei vivi che rimangono dietro le sbarre. Con questo spirito, cerco di esaminare le misure governative alla luce di principi etici generalmente riconosciuti nell'affrontare la questione carcere e opportunamente riassunti nel parere del Comitato Nazionale di Bioetica del 2013 (La salute dentro le mura): ai carcerati va riconosciuto il diritto a essere tutelati nella salute psicofisica alla pari degli altri cittadini; avendo chiaro che questo diritto "entra in contraddizione con la condizione stessa di privazione della libertà". Da qui il forte richiamo alla "responsabilità etica nei confronti dei detenuti, in quanto gruppo ad alta vulnerabilità bio-psico-sociale".
Questa attenzione specifica va tenuta presente, guardando alla cornice generale di legittimità delle misure eccezionali, che in questi giorni vengono adottate dai governi. Come nota il Nuffield Council on Bioethics, i provvedimenti che in nome della salute pubblica comportino limitazioni o sospensione della libertà personale e dei diritti devono rispettare criteri di proporzionalità, in rapporto all'efficacia prevista; e all'onere che queste comportano sulla vita delle persone, specie le più deboli e vulnerabili.
Detto in termini semplici: sospendere i diritti individuali non è cosa da prendere alla leggera, può essere decisa in nome della salute pubblica a fronte di aspettative di risultati significativi e valutando con attenzione il peso di tale sospensione sulla quotidianità delle persone. E questa valutazione deve tenere conto delle differenze, in primis delle disparità, economiche e sociali fra le persone. Tanto per fare un esempio: può essere ammissibile confinare le persone a casa, a patto che nel contempo ci si preoccupi di offrire un riparo il più possibile sicuro a chi la casa non ce l'ha.
Nella valutazione delle misure eccezionali da prendere, va inclusa l'aspettativa circa il livello di aderenza delle persone alle nuove regole. Come dire: trattandosi di sospensione di diritti e libertà che scandiscono l'ordinarietà della vita quotidiana, l'onere del rispetto delle nuove regole non può essere tutto sulle spalle del cittadino obbediente, ma anche del decisore politico che deve con sapienza bilanciare fra i due beni, l'individuo e i suoi diritti da una parte, la salute pubblica dall'altro. Di nuovo, tenendo conto delle differenze e delle disparità: se il livello di sopportabilità delle misure varia a seconda delle persone e dei gruppi, anche la compliance seguirà di conseguenza, a differenti livelli.
Sulla base di questa cornice generale, possiamo valutare le prime misure governative sul carcere (soppressione dei permessi e della semilibertà, soppressione dei colloqui). Cominciamo dall'onere sulla vita dei detenuti e delle detenute. Non c'è dubbio che queste misure incidono in profondità sulla loro condizione, in misura più rilevante di quelle, assai pesanti, che riguardano i cittadini "fuori". La reclusione domestica dei cittadini "fuori" non è assoluta, ed è comunque mitigata dai contatti telematici, alla portata di quasi-tutti.
La sospensione di colloqui e permessi preclude al detenuto le poche possibilità di contatto con l'esterno. In più, per chi vive una condizione di ordinario e assoluto "non- controllo" della quotidianità, tale sospensione si inserisce - aggravandola- in questa ordinarietà di incertezza totale circa il proprio orizzonte di vita: a differenza del cittadino "fuori", che, pur costretto in casa, ha tuttavia coscienza della straordinarietà della sua condizione attuale, contribuendo ad alleviarla.
È questo un aspetto della particolare "vulnerabilità" psicosociale del detenuto e della detenuta, già citata dal parere del CNB. Non sembra che se ne sia tenuto conto nel predisporre le misure. Non solo non si è fatta opera di informazione capillare per spiegare la ratio degli interventi; si è rimandato ad un tempo successivo (il secondo decreto della Presidenza del Consiglio) la previsione di adeguamento telematico degli istituti e di incremento della detenzione domiciliare, che avrebbe potuto alleggerire l'impatto delle prime misure. In altri termini, si è proceduto ripercorrendo la via della "ordinaria incertezza" del carcere.
Tanto per fare alcuni esempi: la detenzione domiciliare è subordinata all'uso dei braccialetti elettronici. Che però mancano, sebbene le procedure per attivarli siano partite anni fa. Ancora: ho notizia che nel penitenziario di Sollicciano il collegamento via skype funziona parzialmente per gli uomini, mentre per le donne non funziona affatto. Come si vede, l'ordinaria incertezza si snoda attraverso le ordinarie gerarchie di priorità. C'è da supporre che in molti altri istituti la situazione sia la stessa.
Se poca attenzione è stata concessa all'impatto delle nuove regole sulla vita dei detenuti, tanto meno si è considerato come queste sarebbero state accolte. Ancora meno si è pensato che questa delicata valutazione fosse in carico all'istituzione: e infatti il biasimo si è totalmente riversato sui detenuti che si sono ribellati, senza una parola sulla natura improvvida delle misure, o quanto meno sulle modalità discutibili con cui sono state messe in campo. Biasimo che si è tradotto in punizioni esemplari, compresa l'esclusione dalla detenzione domiciliare.
Il che è tanto più grave perché la detenzione domiciliare è in questo caso direttamente collegata alla tutela della salute. Trattarla come un privilegio per meritevoli può configurarsi come un vulnus alla parità nell'accesso alla tutela della salute, fra chi sta "dentro" e chi sta "fuori". Governare l'emergenza coronavirus non è facile, tanto meno lo è in carcere. Tuttavia, aggrapparsi ai "ganci etici" di cui si è detto permette di intravedere il sentiero.
Per prima cosa: il coronavirus è emergenza sanitaria, dunque la prima parola è al Servizio Sanitario Nazionale. Il governo non perde occasione per ricordare che le decisioni prese hanno alle spalle i suggerimenti della scienza epidemiologica. Ebbene, si è pensato a un comitato ad hoc di esperti sanitari, in grado di approfondire la particolare situazione del carcere, per tutelare detenuti e operatori?
Le domande da porre sono tante. Quali possono essere le misure di screening più opportune in un luogo chiuso come quello? Qual è il piano per fronteggiare le ahimè probabili emergenze cliniche? Come attuare le misure di prevenzione basilari prescritte a chi sta "fuori", ossia la "distanza di sicurezza", il "non assembramento", le precauzioni di igiene personale?
In presenza di uno sforzo serio per tutelare diritti e salute, l'adesione ai doveri sarà più convinta perché anche i detenuti si sentiranno parte della "comunità Italia", di cui tanto si parla. All'assunzione di responsabilità collettiva, farà seguito una più convinta risposta di responsabilità individuale. Altrimenti, vinceranno l'incomprensione e il risentimento.
di Giuseppe Conte*
Il Gazzettino, 24 marzo 2020
Alle donne e uomini degli istituti penitenziari di Padova, Venezia e Vicenza Vi ringrazio per il senso civico con il quale avete espresso il vostro pensiero e per la solidarietà che avete mostrato con il vostro gesto di generosa partecipazione.
di Giuseppe Pietrobelli
Il Fatto Quotidiano, 24 marzo 2020
Mattarella: "Grande generosità, mio impegno a garantire dignità nelle carceri". I detenuti del Veneto hanno scritto una lettera al presidente della Repubblica e a Papa Francesco per avere maggiori tutele: "Ci meritiamo la pena, non questa tortura". Il Capo dello Stato risponde sul Gazzettino e ringrazia: "Avete trovato la sensibilità e la forza per aiutare chi soffre".
di Domenico Ciruzzi
Il Riformista, 24 marzo 2020
Il bluff del governo non deve farci smettere di chiedere che si cambi rotta e che si mettano al sicuro migliaia di detenuti. Le carceri già sovraffollate, ora a rischio virus. Fuggono anche i detenuti qualche volta, ma troppo di rado, e io vorrei che le evasioni fossero ben più numerose: me lo augurerei di cuore" (E. Turati, "Il cimitero dei vivi", da un discorso alla Camera dei Deputati sulle condizioni del sistema carcerario del 1904).
A fronte delle grida di dolore che si levano dalle carceri e dal personale penitenziario, il Governo ha tecnicamente risposto con una presa in giro - un "cinico bluff" come definito, con parole vere e chiare, dal presidente dell'Unione camere penali, Gian Domenico Caiazza - che, nella migliore delle ipotesi, consentirà a poche centinaia di detenuti di scontare il residuo di pena all'interno delle proprie abitazioni.
La presa in giro si annida nella parte finale del provvedimento: la concessione della detenzione domiciliare è subordinata (salvo che per i detenuti con un residuo di pena inferiore a sei mesi) alla disponibilità dei braccialetti elettronici. Sì, proprio quegli introvabili braccialetti elettronici la cui cronica e colpevole indisponibilità è la causa di quasi la totalità delle custodie cautelari in carcere: è irridente; è disumano.
Pochissimi dunque usciranno dal carcere e a turno - come in una sorta di tragica riffa - via via che i braccialetti si liberanno Quella moderazione, quell'evitare fughe in avanti, quella sana logica del miglior compromesso possibile a cui ci si è sottoposti per tentare di raggiungere un risultato intermedio in grado di salvare numerose vite umane sembrerebbe essere risultata vana. Il confronto sembra essere impossibile con gli integralisti delle manette, veicolo sicuro per attrarre il consenso. Ma non vogliamo e non possiamo arrenderci.
Continuiamo ad invitare ed esortare il Governo e il Parlamento a cambiare rotta e ad assumere provvedimenti che realmente mettano al sicuro la salute delle decine di migliaia di detenuti, guardie penitenziarie ed operatori del carcere in questo momento sottoposti ad inaccettabili rischi. Aggiungiamo, inoltre - anche attraverso un appello al Presidente della Repubblica perché svolga quel compito di moral suasion che costituisce l'essenza fondamentale del suo ruolo all'interno degli equilibri costituzionali - la necessità di emanare provvedimenti di amnistia e indulto che possano consentire al nostro paese di rientrare nei confini della civiltà e dell'etica.
Mantenere lo status quo significa rappresentarsi ed accettare non già il possibile rischio bensì il più che probabile evento che moltissimi detenuti e guardie penitenziarie possano contrarre il virus ed in alcuni casi morire. Agire (o non agire) pur sapendo che necessariamente una simile condotta produrrà certi risultati significa assumere su di sé la responsabilità politica e giuridica delle eventuali morti.
Si è davvero disponibili a tutto questo pur di restare coerenti alla brutale e demagogica propaganda? Quattordici detenuti sono già morti nei giorni delle rivolte, "perlopiù" - come improvvidamente riferito in Parlamento dal Ministro di Grazia e Giustizia - per intossicazione da abuso di farmaci e metadone. Evitiamo tra qualche mese di contare decine di decessi tra i detenuti, perlopiù a causa del coronavirus. Nel 2020, cosa direbbe Filippo Turati sul carcere al tempo del coronavirus?
di Lucia Capuzzi
Avvenire, 24 marzo 2020
Preghiamo "per i fratelli e le sorelle che sono in carcere". Più volte nelle ultime settimane, Papa Francesco ha rivolto un pensiero speciale ai detenuti che vivono l'ansia perla pandemia separati dal mondo esterno. Una bolla in cui paura e rabbia si amplificano come dimostra la fibrillazione due settimane fa con tumulti in 49 istituti penitenziari.
Ai disordini ha partecipato il 10 per cento della popolazione reclusa. Una minoranza, dunque. L'estensione del fenomeno, però, ha squarciato il velo, mostrando alla società il dramma di chi deve affrontare il virus dietro le sbarre.
"Che cosa vuoi dire? Il detenuto sente dai media che si deve stare a un metro di distanza dagli altri e che è necessario lavarsi le mani di continuo. Lui, però, riesce a ritagliarsi appena un centimetro di spazio, ha il rubinetto spesso rotto e il familiare non viene più al colloquio a portargli il sapone. Può comprarlo, certo ma il malessere aumenta. Si sente due volte ingabbiato. Alla prigionia fisica si somma quella mentale. Da questo deriva il corto circuito".
Mauro Palma, Garante nazionale peri detenuti, non intende giustificare le violenze degli ultimi giorni. "Vorrei solo aiutare a decodificarle. Già di norma i detenuti si sentono ininfluenti, marginali rispetto alle discussioni sui problemi che riguardano tutti, anche loro. Hanno la sensazione di subire le decisioni, senza aver alcuna voce in capitolo. Se interviene un fattore esterno a fare da amplificatore - in questo caso il coronavirus - la paura si trasforma in angoscia e in panico", sottolinea.
Il Garante ha definito un passo avanti l'iter semplificato per i domiciliari per quanti, hanno una pena, anche residua, fino a diciotto mesi, disposto dal decreto legge del 18 marzo scorso. Ma chiede "ampia possibilità" di accedervi a quanti hanno i requisiti. "Non si tratta solamente di andare incontro alle istanze dei carcerati. Si risponde a una necessità sanitaria, con grande beneficio della comunità esterna. Quest'ultima, per il suo stesso bene, non può consentire che i penitenziari diventino bubboni infetti, pronti ad esplodere".
Oltretutto, i reclusi sano un settore particolarmente vulnerabile al Covid-19. "La gran parte ha il sistema immunitario compromesso. Molti hanno l'epatite C, altri sono sieropositivi, altri ancora dipendenti. L'impatto del coronavirus su di loro rischia di essere davvero forte. La mortalità potrebbe essere il triplo di quella di fuori", afferma Andrea Maria Scarpa, medico penitenziario in servizio al carcere di Pontedecinio di Genova.
Una struttura riservata alle donne e ai cosiddetti "protetti", ovvero i detenuti per crimini sessuali, con una popolazione di meno di un centinaio di persone. "Oggi termina l'isolamento del primo gruppo di cinque nuovi giunti. Non è stato facile trovare uno spazio idoneo. Abbiamo riservato il piano terra alla quarantena, spostando i detenuti negli altri due piani. Ma sei numeri dovessero aumentare si porrebbe un problema enorme. Ripeto: il contesto è già difficile, la popolazione penitenziaria è fragile di fronte al virus", ribadisce il medico.
I dati lo confermano. Un quarto dei quasi 6Omila detenuti ha problemi di abuso di sostanze legali - come alcol e psicofarmaci - e illegali, ovvero droghe, secondo l'ultimo rapporto di Antigone. "In Liguria, dove lavoro, la percentuale è più alta. Nell'istituto di Marassi, al 31 dicembre scorso, 411 dei 680 prigionieri erano in carico al Sert, racconta Ratnon Presta, operatore del Ceis di Genova, impegnato nella Conferenza volontariato e giustizia della Liguria e in quella nazionale. Le tredici vittime delle scorse settimane erano dipendenti. Questi ultimi, in genere, hanno un ruolo defilato nell'organizzazione dei disordini.
La loro fragilità li porta a divenirne, però, le prime vittime. "Nel marasma, il loro malessere autodistruttivo li ha spinti a saccheggiare la farmacia alla ricerca di sostanze e ad assumerle senza freni - conclude l'operatore del Ceis. Già nel 2017-2018, gli Stati generali del ministero di giustizia avevano sottolineato l'importanza di puntare sulle pene alternative per questa fascia di popolazione. Purtroppo, però, il loro appello è rimasto inascoltato".
di Franco Corleone
Il Riformista, 24 marzo 2020
Per ricostruire un clima di nonviolenza e di comprensione, di responsabilità e di autonomia nell'universo carcerario bisogna imporre la discussione in questo momento, nel fuoco della crisi, non rimandandola al futuro. Nell'immediato bisogna immaginare non i pannicelli caldi ma misure serie per rispondere alla possibile se non probabile emergenza e per impedire solo l'ipotesi dell'ecatombe.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 24 marzo 2020
Il capo dello Stato conforta i detenuti. Ma dal mondo penitenziario sale un coro: "Rischi gravissimi di contagio, subito altre misure". "Carceri sovraffollate e non sempre adeguate a garantire appieno i livelli di dignità umana". È la versione laica del "preghiamo per i carcerati" pronunciato da Papa Francesco, la lettera che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inviato a Il Gazzettino in risposta al drammatico appello dei detenuti del Nordest lanciato nei giorni scorsi ("Ci meritiamo la pena, non questa tortura", scrivevano).
Il Foglio, 24 marzo 2020
Buone ragioni per seguire alla lettera i suggerimenti dei prof. di Diritto penale. Anche l'Associazione italiana dei professori di Diritto penale (Aipdp) richiama l'attenzione del governo sull'emergenza carceraria causata dal coronavirus. Per evitare che l'epidemia si diffonda nelle carceri sovraffollate, innescando una "bomba epidemiologica" tra i detenuti, il Consiglio direttivo dell'Aipdp, che riunisce oltre 150 docenti di diritto penale, ha proposto diverse misure di deflazione penitenziaria, aggiuntive a quelle già adottate dal governo e ritenute largamente "insufficienti".
I professori di Diritto penale propongono di innalzare a 24 mesi (dai 18 previsti dall'ultimo decreto) il limite di pena, anche residua, per la quale è possibile richiedere la detenzione domiciliare, e di rendere facoltativo (e non più obbligatorio) il controllo mediante dispositivi elettronici per chi deve espiare una pena superiore a sei mesi, "data la ben nota scarsa disponibilità di braccialetti elettronici", che "rischia di limitare eccessivamente l'applicabilità della misura" e che "si espone a censure di illegittimità costituzionale per violazione del principio di eguaglianza-ragionevolezza (art. 3 Cost.)".
L'Aipdp propone inoltre: il differimento fino al 30 giugno dell'emissione dell'ordine di esecuzione delle condanne fino a quattro anni; la reintroduzione della liberazione anticipata speciale; la previsione fino al 30 giugno della possibilità per tutti i semiliberi e gli ammessi al lavoro all'esterno, che abbiano già dato prova di buona condotta, di permanere presso il proprio domicilio o altro luogo di assistenza; l'introduzione di una disciplina temporanea che imponga al giudice di tener conto, al momento della scelta della misura cautelare, anche dell'emergenza sanitaria legata al coronavirus; l'istituzione, presso ogni istituto di pena, di unità di crisi che coinvolgano rappresentanti di tutti gli operatori, compresi i volontari; l'adozione di misure straordinarie per l'adeguamento delle strutture sanitarie e l'assunzione urgente di personale medico, socio-sanitario e penitenziario, nonché per l'agevolazione della comunicazione a distanza tra detenuti e famigliari; provvedimenti mirati per i detenuti particolarmente vulnerabili al contagio.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 24 marzo 2020
Intanto penalisti e Comitato anti-tortura dell'Unione europea chiedono il rispetto dei diritti umani nel momento dell'emergenza sanitaria. Nel giorno in cui si teme che si possano riaccendere le rivolte nelle carceri, per la proroga dello stop ai colloqui con i familiari, il ministero della Giustizia annuncia l'avvio dell'autoproduzione di mascherine all'interno degli istituti penitenziari.
L'autoproduzione - Via Arenula, nell'informare dell'invio di altre 20 mila mascherine destinate al personale penitenziario, comunica il via libera al confezionamento nelle carceri in cui c'è un laboratorio di sartoria, riconvertito per creare questi dispositivi in tessuto non tessuto, come previsto dall'ultimo decreto legge. Solo per il periodo di emergenza sanitaria, nelle prigioni si faranno mascherine, in un numero che il Dap stima attorno alle 10 mila al giorno, inviando prima un'autocertificazione all'istituto superiore di sanità. Individuate le strutture subito operative in quasi tutte le regioni d'Italia, dal Piemonte alla Sicilia.
L'allarme dei penalisti - Negli istituti di detenzione resta comunque alta la tensione a causa della proroga delle restrizioni imposte sui contatti per i parenti per limitare il rischio contagio, ma anche per l'assenza di risposte da parte del Governo sui problemi relativi all'emergenza coronavirus. A puntare il dito sul silenzio dell'Esecutivo la Giunta dell'Unione camere penali, che sottolinea l'interesse per tutti "dagli idraulici ai servizi veterinari", mentre Conte e Bonafede dimenticano le persone private della libertà che in carcere lavorano. La Giunta, visto il sovraffollamento, torna a chiedere quale sarà il numero dei detenuti che, nei prossimi giorni, potrà godere di misure alternative, compresi i domiciliari con il braccialetto elettronico.
Il Comitato anti-tortura dell'Unione europea - Una luce sui detenuti la accende anche il Comitato anti-tortura dell'Unione europea che chiede di rispettare la dignità umana nell'adottare le misure restrittive anti Covid-19. Azioni che devono essere necessarie, proporzionate e limitate nel tempo.
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