di Akram al Waara*
Internazionale, 24 marzo 2020
Dall'inizio di marzo, con l'aumento del numero dei casi di nuovo coronavirus, la paura e il panico si sono diffusi in Cisgiordania. Il 19 marzo il governo palestinese ha confermato 59 contagi nel territorio, la stragrande maggioranza a Betlemme. Le misure adottate dalle autorità per fermare la diffusione del virus hanno riportato un certo senso di calma tra la popolazione, ma per i palestinesi sono arrivate altre cattive notizie: il nuovo coronavirus ha raggiunto le carceri israeliane, dove sono rinchiusi cinquemila prigionieri politici palestinesi.
Il Comitato per i prigionieri palestinesi ha riferito che un detenuto del carcere di Ashkelon, nel sud d'Israele, aveva avuto contatti con un medico israeliano risultato poi positivo al nuovo coronavirus. Qadri Abu Bakr, presidente del comitato, ha annunciato che il detenuto è stato messo in quarantena insieme ad altri 19. Intanto i mezzi d'informazione israeliani e palestinesi hanno parlato di casi sospetti in altre due carceri, quella di Ramla e il centro di detenzione Moscobiya a Gerusalemme. In entrambe le prigioni i detenuti sono stati messi in quarantena dopo aver avuto contatti con agenti israeliani sospettati di essere stati esposti al virus.
I Servizi penitenziari israeliani hanno annunciato un piano per sgomberare un carcere vicino al confine egiziano e destinarlo ai detenuti contagiati, e hanno deciso di bloccare tutte le visite dei familiari. I palestinesi però temono che il governo e le autorità carcerarie israeliane non stiano facendo abbastanza per impedire la diffusione del virus e curare le persone che potrebbero ammalarsi.
"È noto che le carceri israeliane sono vecchie, sporche e sovraffollate. Sono carenti di forniture igienico-sanitarie, anche le più basilari", dichiara l'attivista palestinese ed ex detenuto Mohammed Abed Rabo, 48 anni. "Anche nel migliore dei casi nelle celle vivono tra i sei e i dieci detenuti, ma spesso sono di più". All'ora dei pasti e durante le attività all'aria aperta più di 120 persone stanno insieme a distanza ravvicinata.
Abed Rabo teme che il sovraffollamento sarà uno dei principali fattori della diffusione dell'epidemia tra i detenuti palestinesi. Inoltre, aggiunge, l'assenza di prodotti igienici come i disinfettanti per le mani e il sapone non farà che peggiorare le cose. "Già in condizioni normali i detenuti non hanno a disposizione i prodotti di base per lavarsi", afferma Abed Rabo. Secondo gli avvocati di alcuni detenuti i servizi penitenziari israeliani non hanno fatto niente per affrontare il problema.
"Dovrebbero dare ai detenuti mascherine, guanti, disinfettanti per le mani e una quantità maggiore di sapone, oltre a concedergli la possibilità di lavare più spesso vestiti e lenzuola. Si limitano a metterli in quarantena". Una quarantena, osserva Abed Rabo, che consiste nel finire in isolamento. "Come possono ricevere le cure adeguate se finiscono in quelle terribili celle? È così che si trattano degli esseri umani malati?".
Per anni gli attivisti palestinesi per i diritti umani hanno documentato quella che hanno definito una politica di "negligenza medica deliberata" da parte delle autorità carcerarie d'Israele. Dalla seconda intifada (2000-2005) 17 detenuti palestinesi sono morti come risultato diretto della negligenza dei medici. In un rapporto del 2016 il gruppo in difesa dei diritti umani Addameer registrava la presenza di almeno duecento prigionieri con patologie croniche, tra cui una ventina di malati oncologici, altre decine affetti da disabilità fisiche e psicologiche e 25 ricoverati in modo permanente nella clinica del carcere di Ramla.
"Molti di questi pazienti hanno problemi respiratori e cardiologici, e malattie autoimmuni", dichiara Abed Rabo, sottolineando che una parte significativa della popolazione carceraria è formata da uomini di mezz'età o anziani. "Le caratteristiche demografiche dei detenuti sono le stesse di quella fascia della popolazione per cui il nuovo coronavirus potrebbe essere letale", commenta. "E questo è terribile".
Già ora i detenuti ammalati non ricevono le cure di cui avrebbero bisogno. "I dottori vengono raramente, ai pazienti con disturbi gravi sono spesso prescritti antidolorifici generici, mentre chi ha bisogno di cure come la dialisi o la chemioterapia non le riceve con regolarità", dice Abed Rabo. "Immaginate cosa potrebbe accadere se questi detenuti dovessero essere esposti all'epidemia". Gli israeliani stanno affrontando la minaccia del nuovo coronavirus con grande serietà, ma Abed Rabo dubita che curare i detenuti palestinesi sarà una priorità. "Hanno dimostrato più volte di non avere considerazione per le vite dei palestinesi, in particolare dei detenuti. Perché ora dovrebbe essere diverso?".
*Traduzione di Giusy Muzzopappa
ilpost.it, 24 marzo 2020
Sono persone che hanno commesso reati minori e non violenti, che sono anziane o già malate. Diversi stati americani hanno deciso il rilascio anticipato di alcune categorie di detenuti per contenere la diffusione del coronavirus (Sars-CoV-2). Sono persone che hanno commesso reati minori, che sono anziane o già malate. Gli stati coinvolti da queste misure sono, tra gli altri, California, New York, Ohio e Texas. Nelle altre carceri del paese, i funzionari stanno vietando l'ingresso ai visitatori, limitando il movimento dei detenuti stessi e controllando il personale.
Negli Stati Uniti ci sono più di 2,2 milioni di persone in carcere: la preoccupazione è che corrano un altissimo rischio di contagio, a causa del sovraffollamento delle strutture, degli spazi ristretti in cui si ritrovano, della mancanza di igiene (manca il sapone e le soluzioni idroalcoliche sono vietate perché contengono, appunto, alcol) e di un sistema sanitario non eccezionale.
"Avranno il personale, le attrezzature e i servizi adeguati per curare le persone?" si è ha chiesto per esempio Steve J. Martin, un consulente per il complesso carcerario di Rikers Island a New York: "E se non ce li hanno, manderanno quelle persone in ospedale o dove potranno ottenere un'adeguata assistenza sanitaria?". Daniel Vasquez, ex guardia delle carceri statali di San Quentin e Soledad in California, ha detto al Wall Street Journal che i detenuti sono a strettissimo contatto tra loro, "alcuni in doppia e tripla cella. Penso che sarà impossibile impedire che il virus si diffonda".
Gli esperti sono poi preoccupati dal fatto che all'interno delle carceri si trovino persone ad alto rischio, cioè di età pari o superiore ai 55 anni. Dai dati del 2016 risulta che nelle carceri statali e federali americane ci siano 164 mila persone appartenenti a questa fascia di popolazione, un numero che è più che triplicato dal 1999. Per ora non sono stati segnalati focolai all'interno delle carceri, ma risultano già diversi casi di contagio, anche tra il personale delle prigioni di Pennsylvania, Michigan, New York e dello stato di Washington.
Per prevenire la diffusione del virus, i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie hanno poi suggerito di isolare gli individui sintomatici. Nelle carceri, però, questo può essere davvero difficile, "praticamente impossibile", secondo Homer Venters, ex dirigente medico dei servizi sanitari correzionali di New York. In molti centri di detenzione sono già previste aree separate per vari tipi di detenuti: uomini e donne, detenuti migranti e persone con malattie mentali. E lo spazio a disposizione è molto ridotto.
Amy Fettig, vicedirettrice del National Prison Project dell'American Civil Liberties Union (ACLU), organizzazione per la difesa dei diritti e delle libertà individuali, ha affermato che in questa situazione si dovrebbero comunque equilibrare la sicurezza pubblica con i diritti civili, come l'accesso a biblioteche e alle attività ricreative, o le visite esterne.
Alcuni funzionari della sanità pubblica e sostenitori dei diritti dei prigionieri hanno proposto liberazioni su larga scala dei detenuti. In diversi stati dove effettivamente si è ridotta la popolazione carceraria, giudici e pubblici ministeri hanno comunque cercato di dare rassicurazioni sul fatto che non si sta procedendo a una liberazione di massa: "Non stiamo aprendo le porte delle prigioni", ha dichiarato ad esempio il giudice della contea di Cuyahoga (Ohio) Brendan Sheehan. "Stiamo esaminando i casi di criminali non violenti di livello inferiore, e quelli dei detenuti che hanno un rischio medico più elevato". L'obiettivo è creare maggiore spazio per i detenuti e, se servirà, per le quarantene. Qualche giorno fa lo sceriffo della contea di Los Angeles, Alex Villanueva, ha dichiarato di aver ridotto la popolazione carceraria da 17.076 a 16.459 dalla fine di febbraio. Non solo: sono diminuiti anche gli arresti. Nella contea, che è la più popolosa degli Stati Uniti, sono scesi da circa 300 a 60 al giorno.
agenzianova.com, 24 marzo 2020
Sostituirà le guardie carcerarie nel caso fossero contagiate in massa. La marina militare del Regno Unito è pronta a correre in soccorso dell'amministrazione carceraria del paese se la situazione dell'epidemia di coronavirus dovesse farsi particolarmente difficile.
Lo riferisce oggi il quotidiano "The Times", pubblicando i piani elaborati dall'amministrazione carceraria britannica per fronteggiare l'emergenza coronavirus nelle prigioni del Regno Unito. In tale quadro, i marinai potrebbero essere chiamati a sostituire le guardie carcerarie se un'eventuale esplosione dei contagi dovesse provocare significativi vuoti nel loro ranghi.
Nelle prigioni britanniche, ricorda il "Times", sono attualmente rinchiuse 83.700 persone, 5.100 delle quali hanno oltre 60 anni e 1.800 superano i 70. L'amministrazione carceraria ha preparato piani dettagliati per far fronte alle necessità di tutti i detenuti in base ai diversi scenari che la pandemia potrebbe provocare.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 24 marzo 2020
Rivolte in 13 istituti di pena: 25 morti e centinaia di feriti. Dopo neanche 24 ore dall'annuncio, da parte residente colombiano Ivan Duque, che a causa dell'epidemia di coronavirus anche il paese latinoamericano entrerà in regime di quarantena, domenica in numerose carceri sono scoppiate rivolte. La più cruenta è quella che è andata in scena nella prigione di La Modelo, vicino Bogotà (qui sono "ospitati" 5mila detenuti) dove 23 persone hanno perso la vita.
Altri 83 hanno riportato ferite di varia natura che li hanno costretti a ricorrere alle cure degli ospedali. Tra questi 7 funzionari dell'Istituto Nazionale penitenziario e carcerario (Inpec). Le misure restrittive contro il contagio inizieranno oggi e dovrebbero durare almeno 19 giorni. Verranno limitati gli spostamenti delle persone ad eccezione del personale medico, delle forze di sicurezza e dei lavoratori di farmacie e supermercati. Fino ad ora in Colombia si sono registrati 231 casi di contagio e la morte di 2 persone. Chi ha più di 70 anni sarà in qualche modo costretto a rimanere in casa fino alla fine di maggio.
Ma la rivolta non è stata solo dalla paura del contagio, le prigioni colombiane soffrono di gravi problemi di sovraffollamento e condizioni sanitarie insalubri. I 132 penitenziari del paese hanno una capacità di 81.000 detenuti ma ospitano oltre 121.000 prigionieri, secondo i dati del ministero della Giustizia. Ma proprio la titolare di questo dicastero ha negato criticità di questo tipo. Per la ministra Margherita Cabello infatti "non esiste alcun problema sanitario che avrebbe causato questi disordini. Non vi è alcuna infezione né alcun prigioniero o personale amministrativo o amministrativo che abbia il coronavirus".
Tutto quello che è successo dunque sarebbe il frutto di un piano di evasione di massa organizzato da condannati per omicidio ed altri gravi reati. Al di fuori di La Modelo si sono radunati numerosi parenti dei detenuti accorsi per avere notizie, diversi testimoni hanno riferito di aver udito numerosi colpi di arma da fuoco mentre i prigionieri bruciavano materassi ed altre suppellettili. Ora il ministero ha avviato un'indagine dalla quale sarà comunque difficile capire cosa è realmente accaduto.
Intanto però la protesta carceraria si sta allargando a macchia d'olio, sono almeno altri 13 istituti di pena nei quali sono stati segnalati disordini. In particolare la situazione appare molto tesa a La Picota a Bogotà, Pedregal a Medellin e nell'Establecimiento Penitenciario e Carcelario di Jamundì nel dipartimento della Valle del Cauca. Una crisi che ha provocato la reazione di tutti coloro che operano nell'ambito giudiziario. Sia gli avvocati difensori che i procuratori hanno infatti chiesto che venga decretato lo stato di emergenza carceraria.
In realtà il presidente Duque ha già ordinato provvedimenti stringenti già dal 12 marzo sospendendo tutte le visite in carcere, le prigioni sono di fatto isolate dal resto del Paese. È stata messa in campo una ricerca dei presunti contagiati, i detenuti non possono uscire neanche per visite mediche se non in casi eccezionali e le udienze si tengono in videoconferenza. Unica deroga è quella concessa agli avvocati che potranno continuare a visitare i loro assistiti.
fides.org, 24 marzo 2020
Non si approfitti dell'emergenza legata al coronavirus per commettere arbitri e abusi nei confronti della popolazione. È quanto chiede l'Ong congolese per la difesa dei diritti umani Nouvelle Dynamique de la Societé Civile en RD Congo (Ndsci). In un comunicato giunto all'Agenzia Fides si invitano le autorità "a prendere le misure di carattere giuridico e amministrativo al fine di evitare arbitri e violazioni dei diritti umani, in particolare da parte dei servizi di sicurezza".
Si ricorda inoltre che il Covid-19 ha già colpito alcuni membri del governo, l'Ndsci, invita quindi i politici ad essere responsabili ed esemplari nell'accettare la quarantena, compreso eventualmente lo stesso Capo dello Stato, e a rendere pubblici i nomi di coloro che sono risultati positivi. Particolarmente preoccupante è la situazione delle sovraffollate carceri congolesi, definite "veri e propri luoghi di morte quotidiana per carestia e mancanza di cure mediche. I carcerati sopravvivono solo grazie ai volontari e alle provviste alimentari dalle loro famiglie; dato che ora, a causa di Covid-19, le visite non sono più consentite nelle carceri, l'Ndsci teme in un futuro molto vicino un'ecatombe di detenuti".
Si chiede inoltre al Parlamento di varare con urgenza un fondo nazionale "speciale Covid-19" per compensare i danni economici causati dalla pandemia nella Repubblica Democratica del Congo, nella quale la maggioranza della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Tale fondo deve essere gestito in modo da evitare malversazioni da parte di funzionari infedeli. L'Ndsci invita infine i politici congolesi "che si sono concessi enormi bonus e salari, a dimezzarli, al fine di contribuire al fondo nazionale speciale Covid-19".
di Roberto Saviano
La Repubblica, 23 marzo 2020
Le emergenze sono un'opportunità di guadagno per molte imprese, non solo quelle illecite. Ma queste ultime ne hanno un doppio vantaggio: affari e silenzio. Le organizzazioni criminali sono come la Borsa, anticipano sempre le direzioni. La natura dei mercati azionari non è fotografare la crisi, ma prevederla; così, le mafie sentono gli affari prima che le esigenze di mercato si definiscano. Cosa fanno i clan, le strutture meglio organizzate del capitalismo contemporaneo, al tempo del coronavirus? È quasi impossibile capirlo ora, ma possiamo cogliere già dei segnali. Dall'osservazione di questi giorni sembra emergere che le mafie non fossero in possesso di informazioni maggiori rispetto agli altri.
Le mafie beffate anche loro, come tutti, dal regime comunista cinese che prima ha sottovalutato, poi nascosto e, quando era ormai impossibile occultare, ha comunicato ufficialmente la diffusione del virus. Nemmeno la mafia di Hong Kong (le potenti Triadi) aveva anticipato i tempi orientando i suoi affari in vista della pandemia. Ora quello che sta accadendo dal Messico al Kosovo, dall'Italia all'Iran è che le mafie si stanno muovendo verso la grande speculazione.
Le emergenze pubbliche aumentano la possibilità di guadagno per molte imprese, non solo per le organizzazioni criminali, ma queste ultime in particolar modo ne hanno un doppio vantaggio: affari e silenzio. Qualsiasi emergenza monopolizza l'attenzione mediatica: i meccanismi criminali non occupano più il loro spazio (già esiguo) nelle cronache, l'imperativo della sopravvivenza domina su tutto. Inoltre, in Paesi come l'Italia rallenta in forma finale la già compromessa macchina giudiziaria. La pandemia è il luogo ideale per le mafie e il motivo è semplice: se hai fame, cerchi pane, non ti importa da quale forno abbia origine e chi lo stia distribuendo; se hai necessità di un farmaco, paghi, non ti domandi chi te lo stia vendendo, lo vuoi e basta. È solo nei tempi di pace e benessere che la scelta è possibile.
Basta guardare il portfolio delle mafie, per capire quanto potranno guadagnare da questa pandemia. Dove hanno investito negli ultimi decenni? Imprese multiservizi (mense, pulizie, disinfezione), ciclo dei rifiuti, trasporti, pompe funebri, distribuzione petroli e generi alimentari. Ecco, quindi, come guadagneranno. Le mafie sanno ciò di cui si ha e si avrà bisogno, e lo danno e lo daranno alle loro condizioni. È sempre stato così.
Le mafie negli anni sono riuscite ad infiltrarsi ai vertici del settore sanitario, come ha dimostrato la condanna per mafia di Carlo Chiriaco, che poteva essere al contempo direttore della Asl di Pavia e referente della 'ndrangheta nella sanità lombarda. Il business criminale vero non è quello dei furti di mascherine destinate alla rivendita. Turchia, India, Russia, Kazakistan, Ucraina, Romania hanno fermato o ridotto le esportazioni di mascherine; 19 milioni di esemplari (tra Fpp2, Fpp3 e chirurgiche) sono bloccati all'estero, nei Paesi di produzione o in quelli di transito verso l'Italia. Chi negozierà gli sblocchi e i transiti, secondo voi?
E cosa succederà quando il cibo o la benzina inizieranno ad avere una distribuzione più lenta? Chi riuscirà ad aggirare divieti ed elargire beni senza soluzione di continuità? Le mafie. Ecco perché - se ne discute in queste ore - non bisogna creare allarme sulla possibilità di reperire cibo. Bisogna mettere in sicurezza gli esercizi commerciali che vendono al dettaglio i beni di prima necessità facendo nuove assunzioni, aumentando la turnazione e gli stipendi; ogni chiusura favorisce solo le organizzazioni criminali.
Oggi più che mai la politica è chiamata a prendere decisioni che determineranno la vita del nostro Paese nei decenni che verranno. È nella stagnazione dell'emergenza che vedremo il potere delle organizzazioni criminali, non in queste prime fasi, in cui si è portati a vedere solo l'eroismo e l'abnegazione dei singoli e l'intervento di uno Stato che si muove perentorio per rispondere alla crisi assumendo il volto del salvatore (sarà solo dopo che ci troveremo ad analizzare le mancanze, i tagli alla sanità, lo stato di degrado in cui versano molti ospedali pubblici, gli stipendi da fame riservati ai ricercatori).
Ma non bisogna solo pensare alla dimensione italiana del fenomeno criminale: gli aeroporti e le compagnie navali dell'Est Europa e del Sud America che spesso vengono utilizzati per il traffico di droga ora si stanno preparando ad accogliere le nuove merci richieste dal mercato dell'emergenza. Come lo sappiamo? L'abilità delle mafie è sempre stata quella di riuscire ad applicare schemi commerciali vincenti a prodotti di volta in volta più convenienti. E il mercato della droga al tempo dell'epidemia?
L'emergenza ha favorito cartelli e cosche sull'ingrosso: in questo momento i controlli nei porti internazionali sono diminuiti, i carichi passano con più facilità. Al dettaglio, c'è stata una iniziale impennata poco prima del lockdown, quando la gente ha fatto scorte di droga esattamente come ha fatto con gli alimentari.
Fuori dai coffee shop di Amsterdam c'erano file lunghissime (a volte più lunghe che nei supermercati); a New York la marijuana gestita dagli spacciatori ha avuto un aumento esponenziale nella distribuzione nelle ore in cui le misure di chiusura sono state annunciate. I pusher hanno riempito i propri magazzini, pronti a tirarla fuori nel momento in cui i prezzi saranno saliti alle stelle; nel frattempo si sono liberati della merce più scadente che avevano in giacenza, riuscendo a piazzarla a un prezzo molto più alto rispetto a quello che il mercato normalmente avrebbe consentito.
In Italia, i clan hanno perso le piazze di spaccio e mantenuto un residuale mercato mettendosi in fila davanti ai supermercati e alle farmacie, che hanno sostituito scuole e parchi, ora chiusi. Hanno cercato di incrementare le consegne a domicilio, confondendosi nella schiera di runner che girano per le città, ma i controlli aumentati nelle strade e l'imposizione di viaggiare da soli hanno reso questo metodo difficile e rischioso. C'è, infatti, un elemento nuovo in questa situazione. Sino ad ora le mafie hanno sempre potuto contare su affari che coinvolgevano, anche in circostanze di emergenza, movimenti di materiali, di mezzi, di persone: dai terremoti, alle alluvioni, alle inondazioni.
Per la prima volta si devono relazionare con l'isolamento, con il non-movimento delle persone, con l'immobilità. La domanda non è se di questo sapranno approfittare, ma come. Come riusciranno a trarre vantaggio dalle code infinite per entrare al supermercato, dalla difficoltà (per non dire impossibilità) di fare la spesa online, dalle mascherine e dai disinfettanti introvabili, dalla perdita di lavoro che sta interessando il settore della ristorazione e del commercio in un Paese già segnato dalla disoccupazione?
Per osservare l'ultima epidemia che ha visto il crimine organizzato arricchirsi, bisogna andare indietro al 1884, quando Napoli fu devastata dal colera. Più del 50% dei decessi si registrò a Napoli. Affinché una simile strage non accadesse più, il Parlamento italiano approvò una legge per il risanamento della città di Napoli e stanziò 100 milioni di lire per le opere di bonifica. Da quel risanamento guadagnarono tutti: appaltatori corrotti e senza scrupoli, ditte che vincevano le gare al ribasso per poi eseguire lavori incompleti o di cattiva fattura, politici alleati delle famiglie di camorra. Tutti, tranne la città di Napoli.
La relazione della Commissione d'inchiesta di Giuseppe Saredo del 1900 parlava già allora di un'opera di "alta camorra". Fu una speculazione così evidente che lo storico Pasquale Villari arrivò a dire: "Meglio il colera che il Risanamento".
Ogni emergenza ha visto la criminalità organizzata sempre in prima linea. Durante la peste del '600 - raccontata da Salvatore De Renzi - l'aristocrazia, che non riusciva più a gestire l'emergenza in città, dovette fare accordi con le bande criminali, una sorta di proto-camorra che prese in carico vari servizi, dal controllo delle strade alla gestione dei cadaveri. Anche il settore agricolo, se non protetto dalla speculazione, rischia il collasso e la totale invasione criminale.
Esiste un precedente. Come scrive Piero Grima raccontando il colera in Sicilia nel 1867, i prodotti agricoli scarseggiavano perché la manodopera malata o terrorizzata non lavorava più nei campi. La mafia rurale decise di intervenire proponendo un patto ai proprietari terrieri: fornire lavoratori (che venivano costretti con minacce e ricatti, o scelti tra quelli più affamati e disposti a tutto) in cambio di pezzi di latifondo.
Questo accadeva 150 anni fa. Ma cosa potrebbe accadere oggi a una filiera in cui i clan sono già presenti dai mercati ortofrutticoli al trasporto sino al controllo della manodopera? Il rischio è che finiscano per decidere loro prezzi e modalità. E cosa accadrà dopo, quando l'emergenza sanitaria sarà finalmente passata? Come i migliori manager, le mafie stanno pensando anche a questo. Per ogni imprenditore sano che sta rischiando di chiudere il proprio ristorante o il proprio negozio, c'è un clan che è pronto a intervenire per strozzare o rilevare.
Se lo Stato non agisce sin d'ora sulle aziende in crisi, se attenderà una fase di minore allarme, sarà tardi, tardissimo. Dove il coronavirus non arriverà, arriveranno le mafie. Uno Stato che nel giro di un paio di settimane ha invitato prima a chiudere, poi a sdrammatizzare e far girare l'economia, e poi di nuovo a barricarsi in casa è uno Stato debole, facilmente preda di qualsiasi forma organizzata il cui principio di autorità è ottenuto tramite violenza e danaro pagato subito.
Anche l'Europa si è dimostrata totalmente impreparata. Le mafie non rispettano i confini, non sono spaventate dalla sospensione di Schengen, anzi, dalla chiusura ermetica dei confini traggono vantaggio perché hanno i mezzi per arrivare ovunque e fare della chiusura un'opportunità. Questa Europa ha tradito completamente le aspettative e i sogni dei padri fondatori.
Alla prima occasione di emergenza ci troviamo in una situazione in cui le gelosie nazionali impediscono la possibilità di avere una piattaforma comune per valutare la pandemia. L'Europa oggi sembra anche voltare le spalle al buonsenso e all'unico modo che abbiamo per salvarci la vita: condividere tutto. Questa Europa, così com'è, finirà probabilmente con il coronavirus, perché dopo tanta sofferenza, dopo la paura, dopo l'impossibilità che l'essere umano sta avendo di esserlo pienamente, forse nascerà qualcosa di diverso. Ora è il tempo dell'emergenza, l'imperativo è sopravvivere. Esattamente in contemporanea con l'epidemia, si stanno muovendo profitti e interessi criminali: conoscerli è parte della sopravvivenza.
garantenazionaleprivatiliberta.it, 23 marzo 2020
"Le misure restrittive adottate per contenere il dilagare dell'epidemia pongono, tra le altre, anche una grande difficoltà ai detenuti perché non potranno ricevere le visite dei propri congiunti".
Lo dichiara Mauro Palma che rivolge un appello alla popolazione detenuta: "Mi rivolgo proprio a voi detenuti per dirvi che capisco la vostra contrarietà, ma vi assicuro che si stanno ampliando tutte le possibilità di comunicazione con i vostri cari, anche dotando gli istituti di telefoni cellulari disponibili, oltre che di mezzi per la comunicazione video.
La Repubblica, 23 marzo 2020
Sono preoccupati per il coronavirus e per l'emergenza del sovraffollamento nelle carceri italiane. Per questo chiedono aiuto al Papa, al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e al premier, Giuseppe Conte. Con una lunga lettera i detenuti della Casa di reclusione Due Palazzi di Padova e le detenute della Casa di Reclusione della Giudecca di Venezia, spiegano le loro ragioni e lanciano un appello. Una richiesta a nome delle migliaia di persone che come loro scontano una pena in un istituto penitenziario in Italia.
di Sergio Mattarella
Il Gazzettino, 23 marzo 2020
La vostra lettera mi ha molto colpito perché è il segno di una sincera preoccupazione per la gravissima epidemia che sta interessando il nostro Paese ed esprime la vostra partecipazione e il vostro coinvolgimento anche nelle vicende più drammatiche di tutta la collettività, di cui voi tutti siete parte. Ho ben presente la difficile situazione delle nostre carceri, sovraffollate e non sempre adeguate a garantire appieno i livelli di dignità umana e mi adopero, per quanto è nelle mie possibilità, per sollecitare il massimo impegno al fine di migliorare la condizione di tutti i detenuti e del personale della Polizia penitenziaria che lavora con impegno e sacrificio.
ansa.it, 23 marzo 2020
Dopo proroga sospensione colloqui, agenti in stato di agitazione. Torna il rischio di sommosse nelle carceri. A lanciare l'allarme sono alcuni sindacati della polizia penitenziaria. Scatta infatti da domani la proroga della sospensione dei colloqui tra i detenuti e i loro familiari, provvedimento preso dal Dap - che ha distribuito nelle carceri 1.600 cellulari Tim e altrettanti ne ha ordinati - per contenere il contagio del Coronavirus.
- Corsa per decongestionare le carceri
- Arresto non consentito, basta che la causa di giustificazione sia probabile
- Figli con handicap, carcere ko. Spetta alla madre la detenzione domiciliare speciale
- Coronavirus, i processi penali urgenti sbarcano su Skype
- Sì, l'avvocato non chiude. Ma non deve neppure rischiare la salute










