di Liana Milella
La Repubblica, 25 marzo 2020
Intervista al Garante dei detenuti. L'appello ai Comuni: "Si diano da fare per dare un domicilio a chi non ce l'ha". E sui braccialetti elettronici: "Non bastano". Mauro Palma, il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà, entra nel suo ufficio dietro Regina Coeli e apre il suo computer: "In questo momento ci sono 58.810 detenuti nelle camere di pernottamento, cioè i detenuti realmente in carcere".
E questo dato cosa significa?
"Vuol dire che c'è un calo rispetto ai dati che precedono l'esplosione del Coronavirus, quando i detenuti erano, al 29 febbraio, 61.230".
Che è successo?
"L'emergenza, prima ancora dei decreti, ha già spinto a trovare tutte le soluzioni che, nella collaborazione tra tribunali di sorveglianza e istituti, erano possibili in termini di licenze per chi già si trovava in semilibertà e i permessi premio per chi ne usufruiva. Niente di nuovo, ma c'è stata solo un'accelerazione sotto il controllo della magistratura. Quindi anche un grande lavoro degli operatori del carcere nel preparare le carte. Poi, negli ultimissimi giorni, ci sono stati anche gli effetti del decreto...".
Quindi è andato a casa chi già era semilibero?
"Sì, quei detenuti adesso si trovano a casa in detenzione domiciliare, e poi ci sono le scarcerazioni di chi già aveva dei permessi, e che hanno ottenuto un prolungamento".
Però tutto questo, soprattutto dopo le parole di Mattarella, non basta.
"Sì, non basta. Perché c'è un problema di spazi, il carcere ne ha bisogno per affrontare un'epidemia dove è necessario isolare le persone. C'è estremo bisogno di tutelare il personale per avere relazioni non troppo vicine con i detenuti. Servono spazi non solo per fornire i presidi sanitari, ma proprio per non stare troppo vicino alle persone. Infine i detenuti stessi hanno il diritto di non essere costretti a stare a pochi centimetri l'uno dall'altro, perché la capienza regolamentare delle nostre prigioni è di 51.094 detenuti, ma ci sono quasi 4mila posti non disponibili per lavori in corso".
Lei sta dicendo che in concreto bisogna il più rapidamente possibile svuotare il carcere?
"Svuotare è un'espressione che non userei mai. Io dico solo che bisogna alleggerire il carcere in modo drastico andando a incidere su tutte quelle situazioni in cui si può esercitare una sicurezza esterna senza mantenere la detenzione".
Realisticamente, con questa situazione politica, lei cosa vede possibile?
"L'emergenza sanitaria deve superare la contrapposizione politica perché è interesse di tutti che questa parte di cittadini italiani non sia attaccata dal virus, anche per i riflessi sulla comunità esterna. I detenuti sono un pezzo della nostra società, è un pezzo vulnerabile. Oggi l'emergenza supera tutto. Tenga conto che abbiamo 22.374 persone condannate che hanno una pena residua inferiore a tre anni".
Ma lei si rende conto che il centrodestra, già in battaglia su questi temi, farebbe le barricate nell'ipotesi di scarcerare detenuti in numeri così alti?
"Sono convinto che anche il centrodestra, come tutte le altre forze, pur avendo un'idea diversa della pena, ha a cuore la dignità delle persone. Detto questo, non è un problema di scarcerazioni, ma di graduale passaggio, a partire da chi ha un anno ancora da scontare, a forme diverse di esecuzione penale. Che ci deve essere, perché la pena deve essere certa, ma ciò non vuol dire rifiuto della flessibilità. Per questo bisogna passare a forme diverse di esecuzione che non affollino le carceri".
Visto che il decreto deve essere convertito nei prossimi giorni, lei cosa propone?
"Il decreto incide solo su una posizione molto ridotta, perché riguarda chi deve scontare ancora 18 mesi. Bisogna non far dipendere, se non quando è proprio necessario, dal braccialetto elettronico l'effettiva detenzione domiciliare. Il braccialetto va potenziato, va sveltita la procedura, ma non può essere per tutti l'elemento preclusivo".
Ma lei sa che i numeri dei braccialetti disponibili sono molto esigui...
"Proprio per questo credo che il braccialetto vada usato solo quando ce n'è un'effettiva necessità. Aggiungo che comunque già le sezioni unite della Cassazione, nel 2016, pure in un contesto diverso, hanno affermato il principio che la non disponibilità del braccialetto non può essere un criterio perché il giudice non possa decidere anche sulla misura da prendere".
Quindi lei realisticamente a che misure pensa?
"A un'estensione della liberazione anticipata, al maggiore sostegno agli uffici dell'esecuzione penale esterna per dare l'affidamento in prova al servizio sociale. Comuni e territorio devono provvedere a dare un domicilio a tutte le persone detenute che ne sono prive...
Scusi, ma non sta chiedendo l'impossibile?
"No, perché nel nostro panorama c'è moltissimo volontariato, e tanti luoghi da utilizzare. Si tratta solo di mettere in rete queste energie che il territorio ha già".
Ma lei, proprio in questo momento, teme altre manifestazioni violente nelle carceri?
"Non le temo. Invece temo soprattutto che non ci siano condizioni di tutela per tutte le persone che lavorano in carcere, che entrano materialmente ogni giorno, che fanno un lavoro che le espone e quindi, di conseguenza, può esporre avere conseguenze sugli altri. La loro protezione è un dovere per tutti noi e anche un fattore di protezione per chi è ristretto in carcere".
di Mary Liguori
Il Mattino, 25 marzo 2020
Ci sono altri due casi di contagio connessi al carcere di Santa Maria Capua Vetere. Sono positivi i tamponi eseguiti su due infermieri entrati in contatto con il dirigente medico del servizio sanitario penitenziario risultato infetto da covid-19 una settimana fa.
Dopo il test sul medico, che non sarebbe mai entrato in contatto con i detenuti in quanto impiegato in ufficio, all'"Uccella" sono stati eseguiti 35 tamponi su sanitari e su agenti penitenziari. Al momento non si conoscono i risultati di tutti i tamponi. Non sono invece stati eseguiti test sui detenuti che non sarebbero entrati in contatto con il personale contagiato.
Lo conferma il garante, Samuele Ciambriello, che però ha chiesto che dopo Poggioreale anche le altre carceri campane siano dotate di termo-scanner, così da poter individuare eventuali sintomatici e sottoporli al test. E, nel quadro dei decreti, spinge per la concessione dei domiciliari ai detenuti per reati non ostativi che devono espiare pene dai 18 mesi in giù. "La politica non sia cinica: escludendo il discrimine dell'ostativo, ma considerando solo i brevi periodi da espiare, si alleggerirebbe la popolazione carceraria, a giovamento di detenuti e del personale".
Giornale di Brescia, 25 marzo 2020
Una donazione da oltre 2mila e 200 euro che vale dieci cento volte tanto perché arriva da due luoghi spesso considerati al margine della nostra comunità. E che hanno dimostrato invece di sentirsi parte di Brescia e della battaglia che il nostro territorio sta combattendo. Parliamo dei detenuti della Casa circondariale Nerio Fischione e dalla Casa di reclusione di Verziano, che hanno voluto contribuire alla raccolta fondi AiutiAMObrescia.
Sin dall'inizio di questa emergenza - scrive il direttore Francesca Paola Lucrezi - la popolazione detenuta negli istituti cittadini ha dimostrato grande senso di responsabilità e compartecipazione al difficile momento che condividono con tutta la cittadinanza".
Sin dall'inizio - prosegue il direttore - hanno preso le distanze da quanto stava accadendo in altri istituti penitenziari della nazione, scegliendo la strada del dialogo con le istituzioni per far giungere lo loro voce, le loro preoccupazioni, le ansie di chi si trova a vivere questo drammatico momento lontano dai propri cari, impotenti dinnanzi agli eventi".
Un atteggiamento di responsabilità che pub fungere da esempio per molti. "Mai come in questo momento - spiega Francesca Paola Lucrezi - le restrizioni a cui tutti noi cittadini siamo giustamente sottoposti, ci possono far comprendere cosa significa essere privati della libertà personale, ed anche da questi drammatici momenti, ne sono convinto, dobbiamo trarre insegnamento sul valore di quei diritti che forse diamo troppo spesso per scontati".
"A noi tutti operatori penitenziari, al personale sanitario e, non ultimi ai volontari piace pensare che il senso di consapevolezza e partecipazione che i ristretti stanno dimostrando, sia il fruito di un processo di revisione delle proprie azione posto in essere grazie all'instancabile lavoro che si sta portando avanti da anni Mai come in questo momento mi senti di dire: il grado di civiltà di una comunità si misura dallo stato in cui versano i suoi penitenziari".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 marzo 2020
Un anno fa si era fratturata e ha bisogno di terapie specifiche. Dopo oltre un anno di calvario, il tribunale di Reggio Calabria ha accolto l'istanza presentata dall'avvocato Antonino Napoli per ragioni di salute. Finalmente Rosa Zagari, sottoposta in custodia cautelare e che ha subito un gravissimo trauma, potrà andare ai domiciliari. Lei, fino a ieri, è stata sottoposta in custodia cautelare per una condanna in primo grado a otto anni al processo denominato "Terramara Closed".
La vicenda è stata seguita fin dall'inizio dall'associazione Yairaiha Onlus che ha denunciato la sua incompatibilità con il carcere. Il nove febbraio dell'anno scorso, quando era al carcere di Reggio Calabria, Rosa è caduta nella doccia. Subito è stata trasportata all'ospedale, nel reparto di neurologia, e dalla tac è emersa una "duplice rima di frattura lineare in corrispondenza del processo trasverso di destra di L3 e rima di frattura a livello del processo trasverso di L2". Il primario ha consigliato delle cure adeguate per evitare peggioramenti.
"Riposare su letto rigido idoneo - si legge nella cartella clinica - praticare terapia medica con antalgici al bisogno e proseguire con la terapia antitrombotica come da prescrizione neurochirurgica. Si consiglia inoltre di iniziare fin da subito a sottoporsi a prestazioni di Magnetoterapia alla colonna, a massaggio leggero decontratturante dei muscoli paravertebrali, alla rieducazione motoria degli arti inferiori, per cicli di 20 gg. al mese per almeno 5 mesi". E infine: "Utile, ma solo dopo il terzo mese e dopo controllo radiografico e specialistico, oltre alle prestazioni di fisioterapia, la rieducazione dei muscoli paravertebrali e della colonna dorsolombare in piscina, in assenza di carico sul rachide".
Cure che sono state attuate nel carcere di Messina, trasferita dopo la denuncia dell'associazione Yairaiha che ha messo in luce le mancate cure nel penitenziario precedente. Ma purtroppo non hanno avuto efficacia. Infatti, nell'ordinanza della giudice Giovanna Sergi, si legge che il consulente di parte ha diagnosticato "dolore cronico in sede L- S in esito a pregressa frattura dei processi trasversi di L2 ed L3, con sospette rizopatie multiple e deficit funzionale secondario del rachide D- L- S ed agli arti inferiori in paziente con iniziali segni di coxartrosi a sx ed esiti di frattura diastasata dell'angolo esterno del tetto aceta bolare di sx, fibromi algia in corso di accertamenti immunitari e depressione ansiosa reattiva cronica di moderata entità".
La giudice, alla luce di tali circostanze, ha disposto la perizia medico- legale che ha confermato il dolore cronico lombosacrale con sindrome fibromialgica e contrattura antalgica della muscolatura lombare con conseguente limitazione alla normale deambulazione, con protusioni discali, la lesione nodulare epatica meritevole di approfondimenti, la magrezza patologica, il dolore pelvico in presenza di evidenza ecografica di polinodularità, l'utero ingrossato di volume per sospetta fibromatosi e la sindrome depressiva reattiva.
Quest'ultima ha contribuito alla perdita di peso, tanto da poter parlare di magrezza patologica. Il perito, pur riconoscendo una sostanziale compatibilità carceraria delle condizioni di salute della periziata, ha sottolineato la necessità di effettuazione, in termini rapidi, degli esami strumentali atti ad accertare la natura delle problematiche ginecologiche ed epatiche della detenuta ed evidenzia, quanto alla questione scheletrica, l'insuccesso della terapia riabilitativa messa finora in pratica presso l'istituto di detenzione.
La giudice ha ritenuto di condividere le argomentazioni e le raccomandazioni del perito, che trovano conferma nella documentazione medica. Quindi, alla luce del complessivo quadro di salute della detenuta e dell'insuccesso delle terapie mediche e riabilitative seppur praticate con costanza presso il carcere, "al fine di salvaguardare le sue condizioni di salute - scrive -, ormai peggiorate e non efficacemente fronteggiabili presso l'istituto di detenzione, risulta necessario disporre la sostituzione della misura carceraria con gli arresti domiciliari".
Imperianews.it, 25 marzo 2020
Anche i detenuti di Imperia chiedono un intervento delle istituzioni per risolvere la già emergenziale situazione carceraria, aggravatasi dopo l'esplosione dei casi di coronavirus. Uno di loro ha scritto una lunga lettera, sottoscritta dall'intera popolazione carceraria imperiese, indirizzata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al ministro della giustizia Alfonso Bonafede, al garante per i detenuti nazionale e regionale, al ministro della salute Roberto Speranza e al ministro dei rapporti con il parlamento Federico D'Incà.
Cinque pagine scritte a mano per ricordare, nonostante la solidarietà con le azioni mosse nelle carceri delle altre città, come i detenuti della casa circondariale imperiese non abbiano voluto mettere in piedi azioni di protesta che avrebbero potuto far collassare il già fragile sistema. "Pur essendo solidali per la causa, ci asterremo da ogni forma di violenza verso il personale della polizia penitenziaria che nulla può in merito alla decisione espressa inerente alla chiusura temporanea dei colloqui visivi", scrivono. Dopo il diffondersi dei contagi, il ministero ha infatti disposto la sospensione dei colloqui tra i detenuti e i familiari, scatenando le feroci proteste delle scorse settimane che hanno provocato la morte di alcuni carcerati.
Questo all'interno del carcere di Imperia è riconosciuto, e nella lettera, i detenuti ricordano la scelta di tenere un comportamento collaborativo, "scegliendo di indirizzare gli sforzi con e non contro la polizia penitenziaria poiché vogliamo ricordare, quando è in discussione il diritto alla vita, non vi è colore della pelle né religione, né divisa a ostacolare il senso comune di solidarietà reciproca che porti a costruire ponti di comunicazione e non muri ostativi con la consapevolezza che tali muri risultano, in ogni contesto, controproducenti, e in alcuni casi lesivi e denigratori della dignità umana, soprattutto di fronte a uno stato emergenziale che oggi l'umanità intera si trova ad affrontare".
A Imperia, come più volte denunciato dagli stessi sindacati, il carcere è numericamente sovraffollato, e lo ricordano i detenuti nella lettera, chiedendo la valutazione di misure alternative, come l'indulto, per chi ha già scontato un periodo ragionevole della pena: "Non bisogna avere un dottorato in psicologia rieducativa - si legge ancora - per comprendere che la punizione, se non supportata da un monito, e seguita, dopo ragionevole periodo di detenzione, da una sorta di perdono anche attraverso la concessione di misure alternative, concedendo un atto di clemenza rivolto ai detenuti attraverso questo atto, che esso sia l'incremento della concessione di misure alternative alla detenzione o di un indulto/indultino sarà certamente una ragionevole presa di posizione da parte delle istituzioni che porterà respiro ai detenuti che versano in condizioni proibitive, per le condizioni strutturali delle metrature, per le condizioni igienico-sanitarie, per la sospensione dei colloqui che impedisce ai detenuti il contatto con i propri cari, per l'impossibilità di proteggere con libero arbitrio la propria persona, perché privati della libertà affidando il difficilissimo compito di impedire il contagio del covid-19 all'interno delle carceri, lasciando la responsabilità di un incarico così importante ad agenti di polizia penitenziaria, che si ricorda non appartengono al sistema sanitario nazionale".
"Siamo fiduciosi nella nostra corrente di pensiero - concludono i detenuti - e sicuri che le istituzioni lavoreranno coese per sanare le problematiche di interesse collettivo, apportando nuove iniziative volte al recupero delle carenze che gravano sulla comunità carceraria e tutto il personale a essa legato".
di Marco Geddes e Antonio Floridia
Il Manifesto, 25 marzo 2020
Pandemie. Solidarietà, responsabilità, legalità, nella scelta tra bene pubblico e privato. È la scommessa per uscire da questa radicale emergenza. "Oro, fuoco e forca!", fu la risposta che Giovanni Filippo Ingrassia diede, nel 1575, a chi gli chiedeva quale fosse stata la sua strategia contro l'epidemia di peste che si diffuse in quell'anno a Palermo e che egli riuscì a "contenere" con buoni risultati.
Nato a Regalbuto (il paese di Leonardo Sciascia) nel 1510, riuscì a studiare e laurearsi in medicina a Padova, o forse a Bologna; medico personale di molti regnanti, sull'onda della fama conseguita il vicerè Pedro de Toledo gli assegnò nel 1544 la cattedra di Anatomia e Medicina teorica a Napoli. Rientrato a Palermo nel 1563, fu nominato da Filippo II "protomedico" di Sicilia, e poi capo di una
Deputazione generale di salute pubblica che affrontò lo scoppio di quella pestilenza. Il senso di quella formula è evidente e possiamo tradurla in termini "moderni": risorse economiche, risanamento sanitario, stringenti normative che obblighino all'osservanza delle regole.
Sono ricette a cui possiamo appellarci ancor oggi, di fronte alla frattura epocale che sta provocando il Coronavirus? Sulle prime (l'oro), non ci sono molte parole da spendere: la pandemia cui stiamo assistendo attoniti richiede e richiederà una radicale riconversione delle logiche economiche del mondo contemporaneo. Quanto al "fuoco", appare evidente come non si tratti solo di approntare risposte cliniche e farmacologiche, ma di combattere seriamente quel gravissimo deterioramento ambientale, alle origini dei devastanti effetti di questo virus, e forse della sua stessa genesi.
Naturalmente, il grande tema dell'oggi, è quello della "forca", che non pochi tendono a invocare come "estremo rimedio" all'indisciplina sociale; e che, per altro verso, molti temono come l'esito autoritario di un governo dello stato di eccezione. Anche qui conviene dare uno sguardo al passato. L'epidemia di peste di Marsiglia, nel 1720, fu circoscritta in quell'area, ma schierando il 40% dell'esercito francese in un assedio crudele; l'ultima epidemia sul suolo italiano, a Noja (Bari) nel 1815-16, fu "curata" con un assedio e con la fucilazione di alcuni poveretti che non avevano rispettato le norme. La cittadina ne uscì ferita e profondamente mutata. Cambiò perfino nome: oggi è Noicàttaro.
Anche la peste manzoniana (1630) fu affrontata in modi diversi. A Milano le norme furono applicate con cieca rigidità; i presunti untori, furono torturati e giustiziati alla Colonna Infame, ma nel contempo affollate e ripetute processioni indette dal Cardinale - contro il parere di molti medici - esacerbarono il contagio. In quella stessa epidemia, a Firenze i provvedimenti di sanità furono oggetto di controllo, non applicando tuttavia pene quando si riconosceva che l'infrazione era motivata da reali necessità di lavoro e di assistenza. I presunti untori furono solo due, poi scagionati e anche risarciti per l'ingiusta detenzione. Le Confraternite svolsero un ruolo prezioso e quando l'Arcivescovo decise di indire una processione, con l'immagine della Madonna dell'Impruneta, lo fece con l'autorizzazione dell'Ufficio di Sanità, concordando che il pubblico avrebbe assistito al passaggio dell'immagine a 100 metri di distanza. Due approcci diversi con risultati diversi, espressione non solo di sistemi giuridici e di governo differenti, ma anche - si direbbe oggi - di una diversa robustezza della società civile e della sua partecipazione al governo cittadino. A Firenze l'epidemia fu molto più contenuta. Il modo con cui l'Italia sta affrontando questa emergenza potrà forse affermarsi come un positivo modello di gestione democratica di una gravissima crisi sanitaria.
Certo, è ancora presto per dirlo, molto dipende dagli esiti di questa vicenda, e forse questo giudizio potrà essere rivisto, rovesciato o magari rafforzato; ma intanto possiamo affermare che stiamo assistendo ad una strategia che cerca di conciliare l'uso di strumenti legali (norme e regole, dotate di possibili sanzioni) e l'appello alla responsabilità individuale e alla solidarietà sociale. Difficilissimo equilibrio, in un paese come l'Italia, dove la dotazione di "spirito civico" scarseggia storicamente in molte parti del paese e, in altre, si è venuta pericolosamente depauperando. Eppure, è l'unico possibile equilibrio che possiamo oggi ricercare: restare dentro i confini di uno stato di diritto (ricordiamo l'art. 16 della Costituzione), ma non illudersi, nemmeno per un momento, che si possa ottenere il rispetto delle regole (in una società dove la potenziale mobilità individuale raggiunge vette impensabili anche solo 50 anni fa), senza la compartecipazione attiva e consapevole dei destinatari di quelle regole. La mera "legalità" non regge se non vi è "legittimazione", ossia la convinta adesione. Una vicenda come quella che stiamo vivendo non può essere governata solo con una verticalizzazione del comando.
La campagna ossessiva di denuncia degli "irresponsabili" non rende giustizia alla compostezza della grandissima maggioranza degli italiani; ma ciò non toglie legittimità alle possibili sanzioni, in difesa della più radicale delle libertà: la libertà dai rischi della malattia e della morte. E soprattutto, ha poco senso preoccuparsi oggi del restringimento degli spazi di libertà privata, quando l'esercizio incontrollato di questa libertà - e questo è un dato certo - produce danni collettivi. Forse torna d'attualità un antico insegnamento del pensiero socialista: la libertà dell'individuo può vivere solo insieme alla libertà degli altri.
di Severino Nappi
Il Riformista, 25 marzo 2020
Persino il sindaco di Roma, Virginia Raggi, l'altro giorno ha scoperto che in Italia esiste il lavoro nero! Un esercito di persone che, fra le sue truppe, arruola tanti che certo non hanno scelto loro di lavorare fuori dalle regole, ma lo accettano soltanto perché è l'unico modo che hanno per mantenere la propria famiglia. Un fenomeno che attraversa l'intero Paese, ma che al Sud tocca tra il 20 e il 30 per cento della popolazione. Dunque una questione enorme che però sfugge del tutto ai radar del Governo.
Certo, la pandemia già mette a durissima prova la tenuta della stessa economia regolare: le grandi aziende barcollano sotto i colpi di una borsa altalenante; quelle piccole e medie - l'ossatura del nostro tessuto produttivo - rischiano il tracollo; la filiera agroalimentare soffre per l'abbandono dei braccianti stranieri; i commercianti che hanno abbassato le saracinesche si domandano se avranno la possibilità di rialzarle quando l'emergenza sarà rientrata. Al netto della loro evidente insufficienza, le prime misure adottate sono servite a certificare la consapevolezza del Governo di doversi far carico di offrire delle risposte.
Proprio per questo vi chiedo però di immaginare cosa ha potuto provare invece il popolo degli invisibili nello scorrere l'elenco degli interventi e scoprire di non ritrovarsi neppure citato. Di fronte a tutto questo non c'è retorica del balcone che tenga, anzi l'unità nazionale scricchiola quando sono in tanti a non poter mettere il piatto a tavola. Ecco, questo è il vero tema che il lavoro nero pone nei giorni del Coronavirus. Chi vive di mance che diventano stipendio, di fine settimana a fare il cameriere in pizzeria, di pulizie ad ore, di fabbrichette che non possono regolarizzarti, di lavori edili saltuari e di altre mille forme di precarietà deve avere un segnale, subito. Il mio non è buonismo, ma è consapevolezza di quello che può accadere nella mente di chi è chiuso in una casa di cui probabilmente sa di non poter pagare l'affitto tra pochi giorni.
La spinta all'illegalità e alla criminalità è forte in queste condizioni, non prendiamoci in giro. E se il senso di dignità che caratterizza l'esistenza di quasi tutti i lavoratori in nero può fare da deterrente alla deriva illecita, lo scoramento di sentirsi soli, per giunta in un momento come questo, rappresenta una lacerazione profonda nella nostra società. Non possiamo permettercela guardando avanti, guardando alla grande fatica che tutti saremo chiamati a compiere quando, speriamo al più presto, dovremo iniziare il percorso della ricostruzione. Per poterlo fare tra qualche mese, dunque servono oggi misure straordinarie e coraggiose, che diano un segnale ai milioni di lavoratori sommersi di questo Paese.
In America, Donald Trump sta valutando l'ipotesi di inviare un assegno di mille dollari ad ogni americano. In Italia - incrociando le banche dati - si possono rapidamente censire tutti i nuclei familiari in cui non c'è nessuno che percepisce redditi, pensioni o altre altre forme di sostegno. A questi nuclei si deve assegnare un sussidio straordinario per questi 2/3 mesi di blocco totale delle attività, vincolato alla spesa e al fitto di casa. Un sostegno - da cui escludere i nuclei familiari senza reddito dichiarato ma coinvolti in vicende di criminalità organizzata, traffico di droga o reati gravi contro la persona - da erogare su domanda, da accompagnare con l'indicazione e le modalità dell'attività svolta in modo irregolare. Questo non con finalità delatorie o sanzionatorie, ma soltanto per iniziare anche a costruire quella "banca dati" del mondo del lavoro nero che in Italia non è mai esistita. Insomma, l'emergenza può rappresentare anche l'occasione per avviare una risposta strutturale al tema del lavoro nero.
di Annalisa Chirico
Il Foglio, 25 marzo 2020
La presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano, Giovanna Di Rosa: "La presenza e la disponibilità all'ascolto sono fattori importanti per chi è recluso dietro le sbarre. Bisogna uscire dall'idea che l'unica pena sia quella carceraria".
"Non ho mai interrotto la mia attività: vado in ufficio e in carcere, con ogni cautela del caso", spiega al Foglio la presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano Giovanna Di Rosa. "Mi sembra che anche medici e infermieri continuino a lavorare, noi magistrati abbiamo adottato la formula del presidio per le urgenze, nei casi ordinari ci rechiamo in ufficio a orari differenziati per evitare la concentrazione. Ma io, per il mio ruolo istituzionale, ho il dovere di stare in ufficio dalla mattina alla sera, pure nei giorni di festa".
Il direttore del Dap Basentini è stato criticato per non essersi recato in carceri dopo le rivolte. "La presenza e la disponibilità all'ascolto sono fattori importanti per chi è recluso dietro le sbarre". Le rivolte dell'8 e 9 marzo hanno coinvolto 6mila detenuti, circa il 10 per cento del totale.
"L'8 marzo mi trovavo a San Vittore quando sono partite le proteste con la distruzione degli spazi comuni. Eravamo andati lì con i rappresentanti di diversi reparti per spiegare le cautele sanitarie da adottare contro il rischio di contagio. Milano, com'è noto, si è mossa con due settimane d'anticipo rispetto al resto d'Italia: dal 21 febbraio abbiamo trasmesso le nuove misure stringenti da applicare, inclusa l'interruzione delle visite esterne. Abbiamo sensibilizzato operatori e detenuti per far comprendere loro i motivi e la portata del provvedimento".
Ciò è accaduto in Lombardia ma non nel resto del paese dove il ministero della Giustizia, e il Dap, non avevano predisposto un piano preventivo. "Io conosco il contesto territoriale in cui opero: nel distretto milanese insistono 13 istituti penitenziari ma le proteste si sono registrate soltanto in tre carceri. L'8 marzo, in serata, ho visitato anche Opera dove ho assistito alla stessa scena: un nugolo di rivoltosi con punte di follia e poi tutti gli altri detenuti che osservavano silenti, anzi si dissociavano. Nel caso milanese, si sono ribellati soprattutto i cosiddetti 'nuovi giunti', cioè le persone appena arrestate e perciò prive di un trattamento già avviato".
Si è levata l'ipotesi di una regia esterna. "Non mi stupirei: la tempistica della rivolta nelle diverse carceri, a livello nazionale, è quantomeno sospetta. Sul piano delle richieste però è emersa l'assenza di una coesione collettiva". Il ministero di via Arenula ha varato un provvedimento che estende gli arresti domiciliari ai detenuti con un residuo pena fino a diciotto mesi. "In realtà, il testo richiama la legge 199 che fu varata nel 2010 nel pieno dell'emergenza del sovraffollamento. Per chi ha da scontare fino a un massimo di sei mesi tale estensione è consentita anche in assenza del braccialetto elettronico, e a prescindere dal pericolo di fuga e di reiterazione del reato. Sono esclusi i detenuti condannati per mafia, terrorismo, corruzione, e a queste categorie il provvedimento aggiunge i maltrattamenti in famiglia e lo stalking. Esclusi anche i capi della rivolta e, in generale, quanti hanno ricevuto rapporti disciplinari in seguito alle sommosse".
I giudici di sorveglianza potranno aprire le porte degli istituti penitenziari senza aspettare la relazione delle direzioni carcerarie. "Esatto, si stima che le nuove misure riguarderanno circa tremila unità in modo da ridurre la popolazione carceraria e attenuare il sovraffollamento. Ad oggi il coronavirus non circola nelle prigioni italiane ma, se malauguratamente non fosse più così, il contagio sarebbe presto fuori controllo". Dieci detenuti risultano positivi al coronavirus.
"Allo stato attuale, la situazione non desta allarme. Di fronte al pericolo di un virus con bassa letalità ma altamente contagioso, la capienza regolamentare delle carceri deve tener conto dell'effettiva capacità di isolamento, e oggi non disponiamo di un numero sufficiente di reparti a ciò finalizzati".
Secondo il leader della Lega Matteo Salvini, l'automatismo mal si concilia con il principio della certezza della pena. "Bisogna uscire dall'idea che l'unica pena sia quella carceraria. Con l'estensione dei domiciliari la pena resta certa ma viene eseguita secondo modalità differenti. Lo stato non fa sconti, anzi l'esecuzione funziona come il gioco dell'oca: se violi le prescrizioni e ti comporti male, riparti dalla casella uno e ti viene revocato il tempo che hai scontato in misura alternativa. L'esecuzione della pena non può prescindere dalla tutela della salute della persona ristretta, un valore costituzionale che i magistrati di sorveglianza hanno il dovere istituzionale di preservare. La miscela di sovraffollamento e virus sarebbe letale".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 25 marzo 2020
Corte di cassazione - Sentenza 10562/2020. La presunta inerzia nell'attivazione della pena sostitutiva del lavoro di pubblica utilità da parte del condannato per guida in stato di ebbrezza, non è sufficiente affinché il Gip revochi la misura meno afflittiva, ripristinando l'arresto e l'ammenda. Egli ha infatti prima il dovere di verificare se il Pm ha dato corso alla notifica del provvedimento all'ente di destinazione. Non essendovi alcun obbligo del condannato di dare avvio al procedimento. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 10562/2020, annullando, con rinvio, l'ordinanza del Gip.
Il ricorrente ha dedotto la mancata notifica della sentenza di condanna all'ente benefico, per cui pur essendosi recato più volte presso la sede dell'ente, non aveva mai ottenuto una risposta sull'inizio dei lavori di pubblica utilità. Per la Prima sezione penale dalla "mera lettura della decisione" e "del foglio allegato con traccia delle notifiche" risulta "evidente che non vi era stata la rituale comunicazione alla 'Confraternita di Misericordia' presso la quale avrebbe dovuto svolgersi il lavoro di pubblica utilità". "Ciò - prosegue la decisione - giustificava la mancata conoscenza della decisione da parte dell'Ente e quindi la mancanza di un piano organizzativo del lavoro, senza che ciò potesse essere addebitato al ricorrente". Infatti, "l'attivazione del procedimento finalizzato all'esecuzione dell'attività di pubblica utilità, cosi come le scelte discrezionali legate alla sua imposizione ed alle modalità di prestazione, sono rimesse all'iniziativa, non dell'obbligato, ma dell'autorità penale".
Spetta al giudice, prosegue la Corte, il potere di comminare la sanzione sostitutiva e di individuarne modalità attuative senza imporre oneri in capo al condannato, "il quale può soltanto sollecitare il potere del giudice, ma non è tenuto ad attivarsi per indicare l'ente o la struttura presso la quale svolgere il lavoro di pubblica utilità". Deve dunque ritenersi che sull'obbligato "non gravi l'onere di avviare il procedimento per lo svolgimento in fase esecutiva dell'attività".
In definitiva, conclude la Corte, è compito della Procura avviare la fase di esecuzione della sanzione sostitutiva "mediante comunicazione della sentenza di condanna all'Ente individuato nella sentenza". "Ne consegue che non risponde alla disciplina specifica dell'istituto e nemmeno ai principi generali in materia di esecuzione del giudicato penale sanzionare il ricorrente con la revoca della misura sostitutiva per la mancata prestazione del lavoro di pubblica utilità a fronte della sua presunta inerzia".
Il Sole 24 Ore, 25 marzo 2020
La Settima sezione penale della Corte di cassazione ha deciso oggi alcuni ricorsi relativi ad imputati detenuti con termini massimi di custodia cautelare prossimi a scadere, con la partecipazione alla camera di consiglio di alcuni consiglieri "da remoto". Lo comunica la Corte. La possibilità di svolgere le camere di consiglio delle adunanze che non prevedono la partecipazione dei difensori con l'utilizzazione di strumenti di collegamento sicuro da remoto, prosegue la nota, è stata recentemente stabilita con decreto n. 44 del 23 marzo 2020 del Primo Presidente. Il provvedimento ha la finalità di limitare il contatto e gli spostamenti dei giudici e del personale coinvolto per la celebrazione dell'udienza - in ossequio a quanto stabilito dalla vigente normativa per contrastare l'emergenza epidemiologica da Covid-19 - senza pregiudicare la funzionalità dell'Ufficio. La celebrazione dell'adunanza non ha registrato alcun inconveniente dal punto di vista tecnico, essendosi svolta anche con l'assistenza del personale informatico in base al sistema da remoto validato dal Ministro della Giustizia.










