di Antonio Ianniello*
Ristretti Orizzonti, 30 marzo 2020
Le misure di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da Covid 19 presso gli Istituti Penitenziari diramate dalla Direzione Generale Cura della Persona, Salute e Welfare della Regione Emilia-Romagna, anche raccomandando di promuovere attività di informazione nei confronti delle persone detenute per favorire l'esatta conoscenza dell'emergenza sanitaria, prevedono che, in caso di positività al tampone, si dovrà prevedere un isolamento sanitario all'interno dell'istituto in locale adeguato, provvisto di servizio igienico ad uso esclusivo, salvo necessità di ricovero ospedaliero della persona. Sono stati in questo senso predisposti 14 spazi dedicati nel locale istituto penitenziario.
Le linee guide dell'OMS per la prevenzione del contagio nei luoghi di restrizione evidenziano come nei luoghi di detenzione possa essere accentuata la vulnerabilità al contagio proprio per l'assenza strutturale di quel distanziamento sociale necessario, ferma restando la necessità di garantire gli stessi standard di assistenza sanitaria
previsti per la società esterna. Delicato è il profilo legato alla reazione psicologica delle persone detenute in caso di positività, risultando anche necessari, sempre secondo l'OMS, un sostegno psicologico e un'azione di corretta informazione sulla malattia, garantendo la continuità dei contatti con la famiglia.
Per quanto riguarda la gestione dei casi, ancora l'OMS raccomanda che le persone detenute vengano messe in quarantena per 14 giorni dall'ultima volta in cui sono state esposte a un paziente positivo al Covid 19, fornendo uno spazio in cui vi sia un adeguato ricambio d'aria e una disinfezione ordinaria dell'ambiente preferibilmente almeno una volta al giorno.
Si pone l'accento sull'adeguatezza della ventilazione nello spazio in cui vengono collocate le persone positive, risultando poi imprescindibile, in termini di numero e qualità, un'adeguata disponibilità di dispositivi di protezione individuale, e anche di prodotti per l'igiene personale e ambientale. E ancora si raccomanda la designazione di una squadra di operatori sanitari e personale penitenziario con il compito di occuparsi esclusivamente di casi sospetti o confermati per ridurre il rischio di trasmissione.
Calando nel locale contesto penitenziario, già segnato drammaticamente dai disordini delle settimane scorse, le premesse indicazioni, in questo tempo di emergenza sanitaria che ha reso ancora più ampia la distanza fra l'universo carcerario e la società esterna, emergono limpide, da un lato, in ragione delle condizioni strutturali dell'istituto, le evidenti difficoltà oggettive nell'attivazione delle procedure previste per garantire l'efficacia degli interventi di contenimento della diffusione del contagio; e dall'altro, l'enormità dello sforzo organizzativo e operativo al quale sono chiamati gli operatori sanitari e penitenziari, il cui numero già sta riducendosi per i contagi. Nel mezzo di questa emergenza sanitaria, se si vuole decisamente garantire l'efficacia degli interventi di contenimento della diffusione del contagio all'interno, anche in un'ottica di tutela della salute pubblica, non si può prescindere da un opportuno alleggerimento degli attuali numeri delle presenze in carcere, anche partendo dalle persone con pregresse patologie e anziane.
*Garante per i diritti delle Persone private della Libertà personale
newsicilia.it, 30 marzo 2020
Un secondo agente di Polizia penitenziaria sarebbe risultato positivo al Coronavirus nel carcere "Pasquale Di Lorenzo" di Agrigento. La scorsa settimana era stata diffusa la notizia del contagio di un collega. I due poliziotti sarebbero concittadini, in quanto entrambi residenti a Raffadali (Agrigento). Pare che, fortunatamente, i due non siano stati a contatto con i detenuti.
Sono tuttavia in corso ulteriori accertamenti per ricostruire la rete dei contatti dei due presunti contagiati. Negli scorsi giorni, il sindaco di Raffadali, Silvio Cuffaro, aveva donato oltre 400 mascherine alla Polizia penitenziaria e ai vigili del fuoco del comando provinciale di Agrigento.
di Fabrizio Brignone
laguida.it, 30 marzo 2020
Dai rappresentanti degli agenti di custodia, la richiesta di maggiori controlli sanitari, anche dopo l'arrivo di detenuti da Modena. Anche in Granda è alta l'attenzione sul sistema carcerario e sulle condizioni dei detenuti e del personale, nelle case di reclusione del territorio ad Alba, Cuneo, Fossano e Saluzzo. E proprio da Saluzzo giunge un allarme, raccolto dai rappresentanti sindacali degli agenti di custodia: nella struttura sono giunti nei giorni scorsi 48 detenuti dalla casa circondariale di Modena, tra quelle in cui le scorse settimane si sono registrate le rivolte più gravi.
I rappresentanti sindacali richiedono un intervento delle autorità locali per garantire controlli sanitari e per prevenire eventuali contagi: "Finora il personale in servizio con grande spirito di sacrificio e abnegazione è riuscito a evitare situazioni emergenziali e manifestazioni violente da parte della popolazione detenuta. Oggi, non ci sono più le condizioni per garantire tale clima di tranquillità".
Anche nelle carceri della Granda l'emergenza sanitaria ha comportato l'annullamento di attività didattiche e lavorative, oltre alla sospensione dei colloqui: si è cercato di compensare con videochiamate, ma non sempre le linee fisse consentono di soddisfare le esigenze dei detenuti (sono anche stati assegnati 22 telefoni cellulati tra i 1.600 messi a disposizione da Tim in tutta Italia, tra cui sette a Cuneo e dieci a Saluzzo.
di Alfredo Di Costanzo
iltabloid.it, 30 marzo 2020
La notizia non arriva certo inaspettata: il coronavirus è arrivato anche dentro al carcere delle Vallette a Torino. D'altronde le misure di prevenzione istituite nelle carceri del nostro paese sono state praticamente nulle, anche perché il cronico e noto sovraffollamento rende materialmente impossibile rispettare distanze di sicurezza e norme igienico-sanitarie.
Mentre ogni giorno a tutti i cittadini viene detto di #stareacasa e rispettare le distanze di sicurezza, ai detenuti viene negato anche il più basilare diritto alla salute: evidentemente, al di là delle parole, per il ministro Bonafede e per tutto questo governo, i carcerati sono cittadini di "serie B", a cui si può negare anche il diritto alla salute.
Detenuti preoccupati - Solo pochi giorni fa Nicoletta, rinchiusa proprio in quel carcere, raccontava circa la preoccupazione dei detenuti dopo che si era diffusa la notizia della positività di due secondini. Ora, con la positività accertata di due carcerati, la situazione rischia di esplodere. Noi crediamo che l'unica soluzione per evitare che le carceri si trasformino in grandi lazzaretti sia concedere l'amnistia per i reati sociali, l'indulto e le misure alternative come i domiciliari, oltre che dotare dei necessari DPI tutto coloro che rimarranno in carcere. Molti detenuti devono scontare meno di due anni residui, tantissimi sono in carcere per reati minori: a tutti loro bisogna concedere, subito, i domiciliari.
Così come bisogna concedere l'amnistia a tutti coloro i quali, come Nicoletta, si trovano in carcere per le loro battaglie in difesa dei diritti di tutti e tutte noi. Ma bisogna fare presto, prima che la situazione degeneri.
di Pietro Barghigiani
Il Tirreno, 30 marzo 2020
Dal 30 marzo e sino alla fine dell'emergenza sanitaria le udienze si terranno in ambienti separati attraverso videoconferenze. Conoscere leggi e procedure non basta più. Gli avvocati devono diventare smart. Non c'è tempo per imparare se qualcuno è a digiuno di nozioni web. Il nuovo corso, senza una scadenza temporale, inizia domani.
E il verbo nelle virtuali aule giudiziarie sarà dettato dalla funzionalità di Skype. Abili nel diritto, agili nella tecnologia. Il 30 marzo è il giorno del battesimo dei processi a distanza in provincia di Pisa. Videoconferenze che il legale può affrontare usando tablet e telefonino standosene nel salotto di casa o nel proprio studio. È sempre consentito recarsi in Tribunale, ma rimanendo nella camera di consiglio, mai in aula dove ci sono giudice e cancelliere. L'obiettivo è evitare la condivisione degli stessi spazi. Il difensore può anche presentarsi nel luogo in cui il cliente viene trasferito da chi lo ha arrestato. Sono le opzioni inserite nelle linee guida per la celebrazione delle udienze da remoto per la convalida dell'arresto, del fermo e delle direttissime.
È un documento sottoscritto dalla presidente del Tribunale, Maria Giuliana Civinini e dalla Procura con il sostituto procuratore Giancarlo Dominijanni, estensore di gran parte dei contenuti. I programmi, pilastri del processo a distanza, sono due: Skype for Business e Microsoft Teams. Tutti gli operatori dovranno dotare i dispositivi informatici di queste applicazione. In pratica si potrà gestire un'udienza interloquendo con giudice e pm (loro nelle rispettive sedi di lavoro) utilizzando anche un telefonino rimanendo accanto in modo virtuale al cliente piantonato in un altro immobile della provincia.
Accorgimento estremo, ma che rende l'idea delle barriere ormai superabili di spazio e luogo. Un esempio pratico. Le forze dell'ordine arrestano nella notte una persona per furto a San Miniato. L'avvocato, d'ufficio o di fiducia, abita a San Giuliano Terme e viene avvertito dalla polizia giudiziaria con una mail. Anche senza installare il programma, cliccando sul link si entra nella cosiddetta "stanza virtuale" che, altro non è, che la partecipazione all'udienza.
Basta avere un Pc, uno smartphone o un iPad collegato a Internet. L'avvocato può decidere se andare in Tribunale a Pisa (nella stanza della camera di consiglio), o nel luogo dove si trova il suo assistito. Tre opzioni territoriali: giudici di pace di Pontedera, San Minato e Volterra, se l'arresto viene fatto in quelle zone di pertinenza. Se vuole andare in studio o restare a casa può farlo e così ha inizio la videoconferenza. Anche i pm possono restare nel loro ufficio o andare in Tribunale.
Tradotto: dialogando in remoto da quattro posti fisici diversi e lontani (arrestato a San Miniato, avvocato in casa a San Giuliano Terme, pm in Procura e giudice in Tribunale) viene celebrata l'udienza per la convalida dell'arresto. Stessa modalità, con videoconferenza dal carcere, se la convalida o l'udienza con detenuti avviene davanti al gip.
L'Ordine degli avvocati e la Camera penale non hanno firmato il documento. Scrive il presidente dell'Ordine, Stefano Pulidori: "Abbiamo fatto presente che il soggetto arrestato o fermato non è in alcun modo assimilabile al detenuto, all'internato e al soggetto sottoposto a custodia cautelare e che la fattispecie restava regolata dalle norme ordinarie, con udienza da svolgersi alla presenza fisica della parte interessata. Da questo conseguiva, pur sempre con non poche riserve, che la partecipazione da remoto dell'arrestato o fermato all'udienza di convalida avrebbe, al più, potuto ammettersi col di lui consenso e quello del suo difensore". Da domani i processi si fanno a distanza fino alla fine della pandemia.
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 30 marzo 2020
Le misure messe in campo dal ministero per l'emergenza virus. Emergenza coronavirus: nell'eccezionalità del momento e dopo le rivolte dell'8 marzo scorso scoppiate in 27 carceri del paese, al sistema penitenziario italiano arriva un'iniezione di oltre 1.100 nuovi agenti della polizia penitenziaria.
Messi in campo dal ministro Bonafede, senza aver avuto neppure il tempo di terminare il proprio periodo di formazione, sono lo specchio di una situazione senza precedenti a cominciare dalle cinque circolari emesse in un mese dal dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del ministero della giustizia in tema di procedure sanitarie per i detenuti negli istituti, disposizioni per le traduzioni da e verso gli istituti e misure anti contagio per il personale di polizia penitenziaria.
In primo piano un'emergenza nell'emergenza, il carcere con i suoi 61.230 detenuti: oltre dodicimila in più a fronte di una capienza regolamentare di 50.931 detenuti registrata dalle statistiche del ministero al 29 febbraio 2020. Un sovraffollamento ora reso ancor più pericoloso dal pericolo di diffusione del contagio da Covid-19.
Nel decreto legge n. 18 del 17 marzo scorso battezzato Cura Italia, le norme chiave per il nostro sistema penitenziario sono quattro e contenute negli articoli 83, 86, 123 e124. Il primo, l'articolo 83, comma 16, ha sospeso dal 9 marzo al 22 marzo scorso i colloqui negli istituti penitenziari e negli istituti penali per minorenni tre detenuti e familiari, da svolgersi a distanza con telefonate e videochiamate autorizzabili anche oltre i limiti di legge.
Prorogata, invece, al 31 maggio 2020,1a sospensione dei permessi premio da parte della magistratura di sorveglianza. L'articolo 86 destinato a "misure urgenti per il ripristino della funzionalità degli Istituti penitenziari e per la prevenzione della diffusione del Covid-19" autorizza invece la spesa di 20 milioni di euro nell'anno 2020 per la realizzazione di interventi urgenti di ristrutturazione e di rifunzionalizzazione delle strutture e degli impianti danneggiati e per l'attuazione delle misure di prevenzione per il contrasto e il contenimento del virus anche in carcere. E a determinare in concreto i casi di detenzione domiciliare, ci pensa l'articolo 123 in base al quale, fino al 30 giugno 2020, su istanza e previa esclusione di casi particolari, la pena non superiore a diciotto mesi, anche se costituente parte residua di maggior pena, si sconta presso l'abitazione del condannato o in altro luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza.
Tuttavia, per chi abbia una pena o un residuo inferiore a 18 mesi ma superiore ai 6, è prevista l'applicazione del braccialetto elettronico secondo un programma di disponibilità da definirsi dall'Amministrazione penitenziaria di concerto con il capo della polizia entro dieci giorni dall'entrata in vigore del decreto legge.
L'articolo 124 riguarda invece le persone detenute che sono in regime di semilibertà e prevede che siano loro concesse delle licenze fino al 30 giugno 2020 così da liberare spazi per le esigenze interne degli istituti. Nella corsa delle aziende del paese incentivate all'autoproduzione di mascherine chirurgiche, il 23 marzo scorso è partita anche quella dei presidi sanitari autoprodotti dalle sartorie interne alle carceri da Biella a Taranto, laboratori sartoriali riconvertiti per la fabbricazione di questi dispositivi.
Una produzione che una volta a regime, stima il Dap, potrebbe sfornare circa 10 mila pezzi al giorno. Per quanto riguarda i tamponi, si prevede invece che i detenuti già presenti in istituto, in caso di sintomatologia compatibile con il Covid-19, siano temporaneamente sistemati in isolamento dove saranno visitati dal medico e, se necessario, sottoposti a tampone.
Una nuova circolare Dap del 20 marzo scorso ha poi previsto la temporanea dispensa dal servizio in caso di esposizione al rischio di contagio per la polizia penitenziaria. E in caso di prescrizione del tampone da parte del medico su un detenuto da trasferirsi in altro istituto, prima della traduzione, si dovrà aspettare necessariamente l'esito negativo del tampone.
Quanto al triage a cui sottoporre detenuti e personale, al 18 marzo scorso, gli istituti dotati di una tensostruttura per il triage, sono risultati 120, il 63% dei 190 istituti del paese. Nei restanti istituti dove non è presente la tensostruttura, sono stati intanto individuati e resi funzionanti locali idonei allo svolgimento del triage.
Ma non finisce qui perché, in aggiunta ai mezzi già previsti, è prevista da parte di Tim la distribuzione di 1600 telefonini con altrettante sim-card ai provveditorati regionali e di lì agli istituti penitenziari territoriali così da ampliare la possibilità di chiamate e videochiamate dei detenuti ai familiari.
di Liana Milella
La Repubblica, 30 marzo 2020
Durante l'Angelus Bergoglio lancia un appello per risolvere il problema del sovraffollamento nei penitenziari e per un cessate il fuoco globale nelle zone di guerra. Poco prima, nell'omelia in Santa Marta, ha rivolto un pensiero alla "tanta gente che piange" come gli anziani e i ricoverati e a coloro che non riescono a dare da mangiare ai figli a causa della pandemia.
di Marco Menduni
Il Secolo XIX, 30 marzo 2020
"Ora è tutto fermo e non poteva essere diversamente. C'è anche rammarico, perché il lavoro stava proseguendo bene e ormai veleggiavamo verso il debutto. Ma non si poteva fare diversamente: la tutela della salute è il bene primario da difendere, soprattutto dentro le mura di un carcere". Mirella Cannata è la presidente di una Onlus, Teatro Necessario.
Un progetto che dal 2005 ha portato l'esperienza della recitazione all'interno di una casa circondariale importante come quella di Marassi, a Genova. Nel 2016 nasce il Teatro dell'Arca, esempio unico in Europa di un teatro edificato nell'intercinta carceraria. È stata utilizzata un'area in disuso, alla quale dopo la riqualificazione possono accedere sia i detenuti che il pubblico. La struttura ospita duecento posti a sedere e il suo palcoscenico può accogliere spettacoli professionali.
Presidente, che cosa sta accadendo in questo momento di emergenza alla vostra attività in carcere?
"Abbiamo fermato tutto. Con grande attenzione agli eventi e alla sicurezza, ma anche con rammarico, lo ammetto, perché eravamo ormai in dirittura di arrivo per il debutto, ad aprile, al Teatro della Corte, del nuovo spettacolo".
Che cosa stavate provando in queste settimane, di che pièce di tratta?
"Il titolo è Profughi da tre soldi, ispirato a Brecht. Un argomento davvero attuale, visto che l'azione si svolge in una sgangherata struttura di accoglienza e molti tra gli attori sono stranieri. Loro sono i primi a rammaricarsi, ma hanno capito benissimo la situazione. Noi siamo ottimisti, siamo consapevoli che è assurdo parlare di aprile come di un mese praticabile, ma lo spettacolo è soltanto rinviato a quando sarà possibile rappresentarlo".
Queste attività in carcere hanno sicuramente un particolare valore equilibratore di tante tensioni latenti...
"È assolutamente così. Purtroppo sono ferme le prove e anche i corsi tenuti dai nostri artisti. Consapevole dell'importanza di queste attività, anche la direzione del carcere non era ostile al fatto che si potesse trovare il modo di andare avanti, anche parzialmente, in totale sicurezza".
Poi la decisione diversa...
"Sì, ci siamo parlati, abbiamo capito che bisognava guardare alla salute, tutelare soprattutto loro, i detenuti, in questo periodo non ci si può permettere nessuna sbavatura".
Ora bisogna guardare al futuro...
"Ripeto: siamo ottimisti, L'emergenza non può durare in eterno. Così noi siamo pronti a ripartire appena possibile, con tutti i nostri attori".
di Giuliana Covella
Il Mattino, 30 marzo 2020
I detenuti di Poggioreale scendono in campo contro l'emergenza Coronavirus e scrivono a Mattarella: "Sig. Presidente - si legge nella lettera inviata tramite il garante dei detenuti di Napoli Pietro Ioia - vogliamo donare il sangue ai pazienti ricoverati negli ospedali di Napoli e Campania. Ma vogliamo anche tutele per la nostra salute: siamo senza mascherine in celle anguste e non sarebbe dignitoso morire come bestie.
Non vediamo più le nostre famiglie ai colloqui, non riceviamo più pacchi e sappiamo che è giusto, ma abbiamo paura e ci sentiamo ancora più isolati". Un appello per non dimenticare le condizioni di chi vive ai margini e in questo difficile momento, seppure dietro le sbarre, dimostra solidarietà e dignità umana. Questo il senso della lettera che i detenuti del carcere di Poggioreale hanno inviato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella affidandola al loro garante comunale Pietro Ioia.
"Attualmente a Poggioreale siamo in 2mila, rispetto a una capienza di 1.600 - scrivono i carcerati. In una cella viviamo in 8-10 persone ed è giusto che scontiamo la nostra pena per i reati commessi, ma siamo terrorizzati all'idea di ammalarci e fare la fine di topi in trappola". Paure e preoccupazioni che i reclusi di tutti i padiglioni (incluso il "Sex offender" per i reati sessuali) hanno espresso a Ioia, che continua a effettuare visite in carcere nonostante le sue precarie condizioni di salute (un mese fa ha avuto un infarto): "Vado a Poggioreale tre volte a settimana - dice - con il nuovo direttore Carlo Berdini abbiamo instaurato un fattivo rapporto di collaborazione che mira al dialogo con i detenuti.
Molti temono il contagio e grazie all'associazione Fevoss Santa Toscana di Verona con il progetto "Cuci e cura" circa 800 detenuti, per lo più i lavoranti di sezione, quelli che fanno lo spesino o stanno in cucina e i nuovi aggiunti, avranno le mascherine. Ma - sottolinea Ioia - le istituzioni sono sorde di fronte alla tragedia di chi vive in una cella, non ha più colloqui né riceve pacchi dalla famiglia".
Nonostante ciò i carcerati hanno manifestato la volontà di rendersi utili per la collettività contro l'emergenza Covid. Firmatari sono i detenuti dei padiglioni Avellino (Alta sicurezza), che "vogliono donare sangue a tutti gli ospedali campani"; ma anche Roma, Milano e Firenze che "vogliono elargire donazioni in denaro per le strutture sanitarie che hanno reparti Covid"; o ancora il padiglione Napoli che "vuole confezionare in laboratorio mascherine per medici e infermieri in prima linea per salvare vite umane".
di Aldo Natalini
Il Sole 24 Ore, 30 marzo 2020
Modello Seul anche nel nostro Paese? Da più parti lo si invoca, con i dovuti adattamenti. La tracciabilità digitale dei potenziali contagiati da Covid-19 aprirebbe la strada all'utilizzo, da parte del Governo, dei dati geo-referenziati di flusso telefonico, per fini emergenziali di sanità pubblica.
Si attuerebbe così, con app e algoritmi, la regola delle "quattro T" dell'Oms: "Trova il contagiato, isolalo, Testalo, Tratta ogni caso e Traccia ogni contatto".
In applicazione dell'articolo 76 del Dl Cura Italia è nata una task force governativa guidata da Walter Ricciardi per "studiare soluzioni innovative, tecnologiche e di digitalizzazione al fine di contrastare e contenere il diffondersi del coronavirus".
Obiettivo del gruppo di lavoro è emulare, con i dovuti adattamenti, le migliori pratiche internazionali, sperimentando tecnologie digitali di contact tracing attraverso i telefonini che consentono di ricostruire la catena di contatti, prevenire le trasmissioni di contagio.
Tutto questo grazie alla geo-referenziazione dei soggetti più esposti al virus - contagiati (asintomatici, paucisintomatici) o a rischio contagio (anziani) - e attraverso l'identificazione dei singoli focolai su mappe molto precise che permettono di controllare il fattore di riproduzione.
Parallelamente il ministro per l'Innovazione tecnologica, Paola Pisano, il 23 marzo scorso ha diramato un invito pubblico alle aziende, università, enti e centri di ricerca "che hanno già a disposizione piattaforme o le possono in brevissimo tempo adattare, tecniche e algoritmi di analisi e intelligenza artificiale, robot, droni e altre tecnologie per il monitoraggio, la prevenzione e il controllo del Covid-19 nel rispetto dei principi della privacy, sicurezza ed etica, che possano essere utilizzati per il supporto ai pazienti così come dalla Protezione civile e gli altri Enti interessati". "Innova per l'Itala" insomma è alla ricerca di tecnologie all'avanguardia: non solo app, ma anche robot che svolgano attività generalmente effettuate dagli operatori sanitari e droni per disinfettare le aree pubbliche e monitorare dall'alto il rispetto dei presidi sanitari.
La raccolta dei big data - Ci ha già pensato da tempo la Nso - l'azienda israeliana specializzata in spyware - che ha annunciato di aver sviluppato una tecnologia in grado di dare un contributo importante al contrasto all'epidemia da coronavirus analizzando enormi volumi di dati per mappare i movimenti delle persone contagiate e per identificare con chi sono venute in contatto. I Big data, per l'appunto.
Nell'attuale contesto informatizzato in cui pressoché tutti i contenuti media sono resi disponibili in digitale e gran parte delle attività economiche e sociali sono migrate su internet, le interazioni di noi utenti, sia di tipo online che offline, generano grandi quantità di dati (sulle condizioni di legittimità della rilevazione effettuata mediante cookies v. Corte di giustizia, Grande Sezione, 1° ottobre 2019, causa C-673/17).
I servizi online, spesso alimentati dagli utenti stessi, costituiscono una fonte enorme di Big data: dalla posta elettronica, alla navigazione satellitare, ai social networks, i cui i fruitori caricano i propri contenuti (foto, video, testi), condividendoli pubblicamente sulle piattaforme, sulle app e sui siti internet. A ciò si aggiunge la raccolta dei dati generati dalle funzionalità dei dispositivi personali (quali smartphone, tablet e pc).
Le attività degli utenti, anche in assenza di interazione diretta col dispositivo, generano dati (offline) e possono fornire informazioni rilevanti sui comportamenti e sulle preferenze degli individui: si pensi, per tutti, ai dati di geolocalizzazione degli individui forniti dagli smartphone.
I social e molte applicazioni - come Fb, Google maps, mytaxi, Uber, Find-my-phone, Deliveroo - usano il Gps degli smartphone per dare l'esatta posizione del telefonino, autorizzata dal possessore nelle condizioni iniziali. E si tratta di localizzazioni precisissime, che leggono l'indirizzo di casa (numero civico compreso).
Allo stesso modo, le videocamere di sorveglianza, nel riprendere la presenza e i movimenti degli individui in una certa zona, acquisiscono dati che poi possono essere elaborati al fine di inferire informazioni sui flussi delle persone. Ma anche gli strumenti di pagamento elettronici consentono di acquisire informazioni sui comportamenti di acquisto e sulle preferenze degli utilizzatori.
Dopo la Corea, l'esperimento lombardo - Ora si tratta di capire come poter utilizzare - legittimamente - questa massa di dati per sconfiggere il nemico invisibile che ci attanaglia.
La Corea del Sud, dopo aver puntato sui test a tappeto, sfruttando la propria legislazione sanitaria, ha fatto largo impiego delle applicazioni mobili, attingendo a Gps per il contact tracing ei dati delle transazioni delle carte di credito per creare una mappa del contagio in tempo reale, utile anche per allertare le persone che potrebbero aver incrociato un infetto.
Da par nostro, nelle scorse settimane la regione Lombardia, dopo il lockdown, per capire quanti abitanti ancora fossero in movimento, ha analizzato gli spostamenti "da cella a cella" dei telefonini usando i dati messi a disposizione dalle compagnie (registrando un calo solo del 60 per cento).
In questo caso, a legislazione vigente, sono stati utilizzati dati anonimi sui flussi di mobilità aggregati, offerti da Vodafone e Tim sul numero di cellulari agganciati alle antenne in un dato momento, senza risalire all'identità degli utenti.
È stata una versione light rispetto a soluzioni più articolate e delicate che si stanno studiano in questi giorni per controllare la diffusione dell'epidemia. L'acquisizione di trend di mobilità, purché effettivamente anonimi, è la strada più facilmente percorribile e la meno invasiva, ma serve solo per fini di intelligence politica.
Tecnologie di contact tracing - Per fini di prevenzione epidemiologica, solo un sistema di tracing dei singoli contagiati e dei loro contatti stretti può essere realmente utile nel contrasto all'epidemia. Nondimeno per poter trattare (legittimamente) i dati identificativi degli utenti, senza il loro consenso, sono necessarie adeguate garanzie che solo una disposizione di legge e per di più a efficacia temporalmente limitata può assicurare.
Peraltro la valutazione relativa alla geo-localizzazione, quale strumento di ricostruzione della catena epidemiologica, ha un senso solo se esiste, a monte, un divieto assoluto di spostamento per una certa categoria di persone (ad esempio per quelli isolati individualmente o per quelli residenti in una "zona rossa"); diversamente, potrebbe apparire una misura del tutto sproporzionata se non anche inutile quando dovesse coinvolgere soggetti che, sia pure a certe condizioni, possono muoversi.
Si tratta, insomma, di compiere scelte legislative e tecnologiche trasparenti, efficienti, proporzionali e coerenti tra obiettivi perseguiti e strumenti utilizzati, sulla base di progetti concreti fondati su dati e algoritmi, per i quali va garantita esattezza, gradualità, qualità e revisione ove necessario.
La cornice sovranazionale - Il margine di manovra normativa per comprimere la privacy, senza annientarla del tutto, è fissato nell'articolo 23 del regolamento Ue n. 679/2016, che prevede "limitazioni", tra l'altro, per fini di sicurezza pubblica e per importanti obiettivi di interesse pubblico generale dell'Unione o di uno Stato membro quali quelli in materia di sanità pubblica.
Lo stesso l'articolo 15 della Direttiva e Privacy n. 58/2002 dà la possibilità agli Stati membri di adottare ogni "misura necessaria, opportuna e proporzionata all'interno di una società democratica per la salvaguardia della [...] della sicurezza pubblica".
Prospettive de iure condendo: la sedes materiae - Entro questa cornice sovranazionale di riferimento, la sedes materiae "domestica" per un possibile intervento sul contact tracking ci sarebbe già: l'articolo 14 del Dl Sanità n. 14/2020 (in "Guida al Diritto", 2014, n. 14, pagine 77 e 78), in fase di conversione in legge (Atto Camera n. 2428, assegnato alla Commissione affari sociali di Montecitorio).
La nuova norma, per garantire la protezione dall'epidemia transfrontaliera del coronavirus, autorizza al trattamento dei dati sanitari dei pazienti gli operatori della protezione civile, i soggetti attuatori, l'Istituto superiore di sanità e le strutture (pubbliche e private) del Ssn; ciò anche allo scopo di una più efficace gestione dei flussi informativi e dell'interscambio dei dati clinici, più che mai indispensabile per fini di medicina preventiva e di indagini epidemiologiche.
Potrebbe allora prevedersi, per via emendativa, un'integrazione all'articolo 14 che autorizzi gli stessi operatori della protezione civile, i soggetti attuatori, il ministro della salute e le regioni, fino a cessata emergenza (31 luglio 2020: termine previsto dalla deliberazione del Cdm del 31 gennaio 2020) al trattamento dei dati di traffico telefonico, telematico e di geo-localizzazione, nonché a quelli disponibili sui dispositivi elettronici degli utenti, prevedendo altresì una verifica periodica in ordine alla persistenza della necessità, proporzionalità ed efficacia delle misure di tracciamento digitale che potrebbe essere affidato - sotto forma di parere obbligatorio - all'autorità garante per la privacy, che sarebbe chiamata a valutare in maniera indipendente la coerenza tra l'obiettivo pubblico perseguito e gli strumenti in concreto utilizzati.
Dovrebbe poi definirsi, sempre per legge, chi ha il dovere di tenere i dati digitali (provider telefonici, fornitori di servizi), i limiti di tempo della loro conservazione e da quando scatta l'obbligo di cancellazione, sempre nel doveroso rispetto dei principi di ragionevolezza, necessità e di gradualità del trattamento. L'emergenza può implicare una perdita di quota delle nostre libertà costituzionali, purché non avvenga in modo irreversibile e sproporzionato.
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