di Daniele Nicastrini*
tusciaweb.eu, 22 marzo 2020
A distanza di due settimane circa dalle rivolte negli istituti penitenziari di Frosinone, Velletri, Rieti, Regina Coeli e Rebibbia Nuovo Complesso, possiamo per adesso prendere atto che nelle difficoltà locali le situazioni sembrano svolgersi in una modalità apparentemente tranquilla, soprattutto grazie all'attività espressa dal personale di polizia penitenziaria e dei loro comandi di reparto dove effettivamente sono presenti e le Direzioni che si stanno adoperando a rendere tutto funzionale supportati anche da altri operatori penitenziari e sanitari.
Prendiamo atto anche come alcune direzioni penitenziarie come Viterbo, supportata da una linea di comando della polizia penitenziaria degli educatori e operatori vari contando anche da una sanità attenta ed efficace, stiano mantenendo un'attività collaborativa anche con la popolazione detenuta. Le stesse cose stanno accadendo presso gli istituti Penitenziari di Civitavecchia nonché presso gli istituti minorili di Roma (Casal del Marmo e Centro Prima Accoglienza di via Virginia Agnelli).
Non possiamo non evidenziare la vergognosa mancanza di una linea di Comando titolare al carcere di Latina lasciando il direttore da solo a dover fronteggiare un momento così delicato. Senza contare che nel Lazio la prima località "bloccata" è Fondi in provincia di Latina per disposizioni della Regione Lazio alla stessa stregua di quanto e successo a Codogno e molti colleghi vivono nei pressi o nella stessa località.
Dobbiamo purtroppo ribadire l'esigenza urgentissima di inviare materiale Dpi ovvero mascherine, disinfettanti, guanti e materiale per svolgere le funzioni di controllo per la triage prevista dalle disposizioni molto chiare del Dap e degli organismi istituzionali competenti. In queste ore abbiamo apprezzato la volontà dell'amministrazione regionale di voler tentare la possibilità di realizzare le mascherine utilizzando le sartorie delle carceri con la stoffa che però dovrà essere autorizzata dagli organismi istituzionali competenti. Questo attesa però potrebbe provocare gravissimi ripercussioni come sta avvenendo in tutti i settori lavorativi e non. Pertanto chiediamo urgentemente che siano forniti i Dpi necessari.
Non possiamo non evidenziare che la chiusura degli spacci-bar sia stata una scelta inspiegabile considerando che il personale di polizia penitenziaria svolge turnazioni anche di 12 ore per garantire la copertura dei posti di servizio preso atto che si sta andando in deroga dell'accordo quadro ed altre norme a tutela dei diritti organizzativi. Non è sufficiente porre i distributori automatici perché non tutti gli istituti per la poca consistenza del personale presente non garantisce ai gestori sufficienti guadagni e quindi declinano tale possibilità ma viene anche meno quella possibilità di garantire un minimo di benessere destinato ad un personale che sta svolgendo oltre ogni sforzo a garantire quanto disposto dalle Vostre disposizioni rispetto all'emergenza Covid-19.
Se questa possibilità dove era esistente verrà meno saremo costretti ad avviare azioni di contestazione anche virtuale esponendo questa amministrazione ad una gogna mediatica senza precedenti (la polizia penitenziaria tiene il Dap e non si vede). Infatti non è accettabile prevedere turni anche superiori per garantire l'ordine e la sicurezza oltre che la salvaguardia della loro salute oltre che di quello del personale e poi pur preso le giuste precauzioni si azzera l'unico benefit che il personale può avere in queste condizioni operative difficilissime. In attesa di urgente riscontro, stiamo per assumere iniziative pubbliche per denunciare con più forza quanto sta accadendo a chi in prima linea sta mettendo tutto quello che può mentre l'amministrazione sembra disattenta anche al cospetto dei suoi stessi dirigenti.
*Commissario straordinario Uspp Lazio
di Roberto Saviano
L'Espresso, 22 marzo 2020
Nessuno attraversa più il Mediterraneo. E i profughi rinchiusi nei campi di Tripoli, spariti dai radar, vedono le loro torture prolungarsi all'infinito. Voci dalla Libia, 16 marzo 2020. Inizio così, poi ci torno. Ancora qualche giorno fa, parlando degli incontri pubblici in programma per la primavera, c'era chi sperava non si dovessero cancellare.
Ero scettico nel sentire quell'ottimismo, ma mi ero convinto che chi diceva che le cose sarebbero tornate presto alla normalità fosse, in realtà, il più scoraggiato di tutti. Sì perché continuare a progettare, nonostante gli ostacoli fisici, è un modo per mantenersi saldi, per non cedere. Per non lasciare spazio all'insofferenza, alla tristezza.
La pandemia ha cambiato radicalmente le nostre vite al punto da non consentirci più di pensare ad altro che al cambiamento. Alzare la testa e respirare, vedere cosa accade a causa o nonostante il virus, però, è una necessità che abbiamo. Una necessità vitale.
Come restare in casa, come essere prudenti. Ora sappiamo che restare in casa è l'unico modo che abbiamo per prenderci cura l'uno dell'altro, ma allo stesso modo, nella condizione in cui stiamo vivendo, abbiamo la responsabilità di non dimenticare cosa accade lontano da noi. Oggi dobbiamo stare in casa, ma guardare lontano. I limiti fisici non sono limiti nella possibilità che abbiamo di nutrire interesse e occuparci del mondo.
La settimana scorsa ho raccontato cosa avviene al tempo del coronavirus nelle carceri italiane, che già scontano un colpevole sovraffollamento. Mi era sembrato un modo per dare voce a chi, in questo momento più che mai, non riesce ad averne. Allo stesso modo, oggi, mi trovo a scrivere sulla Libia. La Libia è scomparsa dai radar perché riteniamo di avere altro a cui pensare, eppure, quando aguzziamo la vista e sintonizziamo le antenne, capiamo quanto sia importante non recidere il filo del racconto e dell'ascolto.
Anche per continuare, in qualche modo, la vita di prima. E insieme alla Libia, dai nostri radar sono scomparse anche tutte le persone che in Libia sono schiacciate e imprigionate da un sistema che continua a riguardarci. Ci riguarda, anche e soprattutto, per gli accordi che i governi italiani hanno stretto con la Libia per contenere i flussi migratori in qualunque modo, a qualunque costo e fingendo di ignorare il calibro criminale dei loro interlocutori.
Ma ora dalla Libia non si parte quasi più, anche perché la Libia, che da noi sembra lontana anni luce, invece è proprio lì, a due passi, e gli effetti della pandemia non ci hanno messo molto a farsi vedere. Non ci resta allora che prestare attenzione per provare a capire, con ogni mezzo disponibile, cosa accade ora al di là del Mediterraneo, dove ancora si combatte una guerra a bassa intensità, dove ancora la società civile subisce scontri e dove ancora, nei centri di detenzione, sono rinchiusi migliaia di migranti prigionieri in Libia, con il Mediterraneo sbarrato dal virus e l'Unhcr che non riesce a gestire i numeri delle evacuazioni.
E allora Voci dalla Libia ci offre la possibilità preziosa di ascoltare in prima persona, dalla viva voce di chi sta in Libia, cosa accade ora lì, mentre il nostro mondo si è fermato. Il 16 marzo, è intervenuto in collegamento telefonico un ragazzo di 28 anni, arrivato in Libia dal Darfur e ora nel centro di detenzione di Zawiya.
Il ragazzo racconta di essere stato chiamato a Tripoli nell'attesa di poter essere evacuato in Niger, ha deciso di tonare nel centro di detenzione perché stare fuori, a Tripoli, per lui - per loro - è ancora più pericoloso che rientrare. E, badate bene, nei centri di detenzione le torture a scopo estorsivo continuano, le vessazioni continuano, ma fuori è peggio.
E poi ancora, alla domanda: "Ti spaventa il coronavirus?", la risposta è quasi scontata: "Sono prigioniero in Libia, non mi spaventa più niente". Oggi questi ragazzi, quando sentono i loro interlocutori italiani, si preoccupano delle loro condizioni di salute, raccomandano prudenza; seguono ciò che sta accadendo, non temono il coronavirus più delle torture che subiscono nei centri, ma riescono a guardare oltre la loro condizione.
No, non riescono, devono guardare oltre la loro condizione. Se non lo facessero, perderebbero ogni speranza. Se non si preoccupassero dei loro interlocutori in Italia, probabilmente smetterebbero di sperare di poter essere evacuati in Niger e poi magari in Canada o in uno stato europeo. Certo che è strano dover anche noi aguzzare la vista per poter scorgere la luce in fondo al tunnel. Ed è altrettanto strano che quella luce la raggiungeremo prima se non occuperemo il tempo a contemplarla.
di Michela Allegri
Il Messaggero, 22 marzo 2020
Mentre il mondo intero è in apprensione per l'emergenza coronavirus, il generale Khalifa Haftar infrange la tregua e torna a bombardare Tripoli: venerdì notte è stato sferrato un nuovo attacco nel centro della "città vecchia". È stata presa di mira una zona popolata esclusivamente da civili, vicino alla Piazza della Rivoluzione. Una donna e una bambina sono rimaste ferite.
Un agguato, messo a segno con razzi e missili, che è stato duramente condannato dall'Ambasciata d'Italia e dagli Stati Uniti. Nonostante l'appello alla prosecuzione della tregua umanitaria disposta per fronteggiare la minaccia Covid-19, negli ultimi giorni Haftar aveva già continuato a colpire la periferia di Tripoli con bombardamenti.
Ma l'attacco di ieri è ancora più grave perché, per la prima volta, il bersaglio sono state aree nel centro della città e, appunto, abitazioni civili. Sono stati presi di mira anche quartieri più periferici ma molto popolosi, come Ain Zara. Il bombardamento è stato confermato dall'account Facebook di "Vulcano di collera", l'operazione di difesa della capitale libica. L'esercito di Tripoli sottolinea che gli attacchi di Haftar sono una "nuova violazione" del cessate il fuoco e una prosecuzione "della presa di mira di civili, scuole e istituzioni".
La prima dura condanna è arrivata dall'ambasciata d'Italia, che sul suo account Twitter ha scritto di aver "accolto con favore la disponibilità del Governo di Accordo nazionale ad aderire a una tregua umanitaria per contrastare la minaccia posta dalla diffusione del coronavirus". L'Italia ha poi condannato "con fermezza i continuati, inaccettabili bombardamenti che negli ultimi giorni hanno colpito i quartieri residenziali di Tripoli, causando numerose vittime civili". Nel comunicato è stata poi rinnovata "al generale Haftar e alle sue forze la richiesta di accogliere in maniera costruttiva l'appello per una cessazione delle ostilità".
La nota si conclude con un auspicio: "Una tregua umanitaria che possa favorire il raggiungimento di un accordo per un cessate il fuoco definitivo nel quadro dei lavori della Commissione Militare Congiunta 5+5". Sono poi intervenuti gli Usa, che si sono uniti "alla missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) nell'accogliere con favore la decisione del primo ministro libico Fayez al-Sarraj di approvare un'immediata cessazione umanitaria delle ostilità per consentire alle autorità locali di unirsi in risposta alla sfida senza precedenti della salute pubblica posta da Covid- 19", si legge in una nota del Dipartimento di Stato americano, nella quale si invitano i leader libici a "dare urgente priorità alla salute del popolo libico
Ora è il momento per tutti, incluso il comandante dell'Lna Khalifa Haftar, di sospendere le operazioni militari, respingere le interferenze straniere dannose e consentire alle autorità sanitarie di combattere questa pandemia globale". Gli Stati Uniti - prosegue la nota - "si sono costantemente opposti a qualsiasi escalation militare e al continuo trasferimento di materiale e personale militari stranieri in Libia; in questo spirito, sosteniamo il dialogo facilitato dall'Onu tra gli attori libici al fine di ottenere un cessate il fuoco duraturo e creare le condizioni affinché tutti gli attori possano interrompere le loro attività militari e tornare a negoziati significativi". Giovedì scorso, durante un altro bombardamento nella periferia di Tripoli, c'erano stati quattro morti. Tra loro c'erano tre bambini, tutti della stessa famiglia.
di Angela Azzaro
Il Riformista, 22 marzo 2020
In Sicilia l'esercito è già arrivato. A Milano sta per arrivare. Altre Regioni lo chiedono e il governatore della Campania De Luca non ha timore a dire che "bisogna militarizzare tutto". Non si riferiscono al supporto da dare ai medici e agli operatori sanitari nel gestire l'emergenza, né all'assistenza alle persone anziane o malate, o all'aiuto da dare, e che finora non è stato dato, a coloro che sono senza fissa dimora, italiani e soprattutto migranti, oggi i più esposti di tutti. No. Si riferiscono ai controlli, ai divieti, alle multe. Anche quando la situazione è tragica, la molla che scatta è sempre quella di chiedere non più autorità, ma più autoritarismo, non più democrazia, che è invece quella che ci sta salvando, ma meno democrazia.
L'esercito che a Bergamo ha trasportato le bare, facendo un servizio e un gesto di grande valore, ora viene chiamato a dettar legge. E a me fa paura. Molta paura. E penso che al di là delle ideologie, una popolazione già stremata dai fatti e da come vengono raccontati da molti media, di tutto abbia necessità fuorché di venire ulteriormente spaventata. Eppure è quello che accadrà. Ci sentiremo assediati. Oggi più che mai abbiamo bisogno di pensarci come una comunità libera e non come dei sudditi di un potere militare. Il rischio è grosso.
Viene in mente la serie tv Il racconto dell'Ancella tratto dal romanzo della scrittrice canadese Margaret Atwood: con la scusa dei problemi ambientali, un piccolo gruppo di potere usa l'esercito per annientare le libertà e sottomettere le donne, ridotte in schiavitù. Sono le ancelle, le schiave, il cui unico valore è la possibilità di procreare. Un mondo senza amore, senza speranza, senza colori. Lì non si vedono persone correre - quelli che oggi sono diventati i nemici pubblici numero uno - né si creano assembramenti.
Nella serie, come nel romanzo, la scintilla che porta alla dittatura è reale: la questione ambientale. Nessuno del resto può negare che su questo fronte ci siano grossi problemi, basta chiedere a Greta Thunberg. Ma niente giustifica l'affermarsi di un sistema feroce e dittatoriale. Certo non siamo arrivati a quel punto. Ma dobbiamo stare attenti, vigilare. Se infatti un problema serio, serissimo, come il Covid-19, invece di essere affrontato con gli strumenti della democrazia viene affrontato con le misure usate anche dalle dittature, provoca sicuramente una ricaduta negativa. Molto negativa. Stiamo attraversando un crinale assai delicato.
Dobbiamo capire se, travolti dall'emergenza, davvero vogliamo affidarci a un potere assoluto, non più democratico, o se invece oggi più che mai vogliamo scommettere sulla carta della condivisione e della partecipazione. Tanti film e romanzi che abbiamo letto in questi anni ci hanno avvertito del rischio che correvamo. Paura del virus e potere dispotico si sono spesso legati nel costruire il nostro immaginario catastrofista.
Ma erano film, erano libri. Qui stiamo parlando della nostra realtà. E non ci deve essere emergenza che possa valere, non c'è pericolo che ci debba fare cambiare strada. In questi giorni stiamo giocando una doppia partita. Salvare quante più vite possibili. Fare di tutto perché il virus si fermi. Ma anche salvare il bene più prezioso: la libertà e la democrazia. Militarizzare le nostre città, va dalla parte opposta.
di Serena De Salvador
Il Gazzettino, 22 marzo 2020
Con la morte del primo agente di Polizia penitenziaria positivo al Coronavirus e le nuove disposizioni ministeriali che impongono la chiusura dei market e delle sale convegni nelle carceri ma non delle mense e delle attività appaltate a cooperative e ditte esterne, al Due Palazzi torna a montare la protesta.
Il penitenziario si attiene alle direttive del ministero della Giustizia, ma per gli agenti che vi prestano servizio le tutele per evitare il rischio di contagio sono ritenute inesistenti e ora al danno si aggiunge la beffa.
"Da giovedì una circolare del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha imposto la chiusura di tutti i bar e mini market interni alle carceri come misura di sicurezza anti contagio spiega Mattia Loforese, responsabile regionale di Sinappe Ben venga, anzi è una disposizione tardiva. Eppure è anche anacronistica: al Due Palazzi vi è un unico locale che funge da bar e negozio per i beni di prima necessità fruito esclusivamente dagli agenti.
In particolare è l'unico luogo in cui i 57 poliziotti che vivono nella caserma del penitenziario possono fare colazione e acquistare i prodotti. Ora dovranno uscire e percorrere diversi chilometri nonostante l'obbligo di limitare al massimo gli spostamenti.
Ciò non bastasse, hanno voluto chiudere il bar mentre la mensa dove due volte al giorno si riuniscono oltre cento persone continua a funzionare. Perché dunque non chiudere anche quella e dotare gli agenti dei buoni pasto?".
Il problema è stato segnalato anche dalla segreteria nazionale del sindacato che ha chiesto una deroga al presidente del Consiglio per tenere aperti i punti ristoro delle carceri di periferia o l'accesso gratuito alle mense anche per i pasti fuori dal turno di lavoro.
Il pericolo di contagio è già stato segnalato più volte, così come è stata lamentata la mancata consegna delle mascherine filtranti e dei dispositivi di sicurezza personale: "Le mascherine chirurgiche già poco utili sono ormai finite e a peggiorare la situazione è il fatto che da lunedì i colloqui di persona per i detenuti potrebbero riprendere spiegano da Sinappe.
Il provvedimento ministeriale che ne imponeva la sospensione scade il 22 e ad oggi non sono giunte proroghe. Dunque come è ammissibile che i civili escano di casa e vadano in carcere? Peraltro dal 7 marzo la tenda esterna montata da Alpini e Protezione civile che servirebbe per sottoporre a triage tutte le persone in ingresso è di fatto inutilizzata. Eppure ogni giorno entrano circa 40 fra addetti delle cooperative e della Asl penitenziaria senza alcun controllo".
Giovedì all'ospedale Sacco di Milano è deceduto il 51enne Gian Claudio Nova, agente penitenziario calabrese che non prestava servizio da dicembre e domenica era risultato positivo al Covid-19 che avrebbe contratto nel Bergamasco: "Non si è contagiato in carcere, ma questa tragedia deve essere di monito per ricordare che i nostri uomini sono in prima linea, ma meritano di essere tutelati dallo Stato che servono" ha commentato il segretario generale Sinappe, Roberto Santini.
di Giordano Stabile
La Stampa, 22 marzo 2020
Scambio di prigionieri tra Iran e Francia. Teheran ha rilasciato il ricercatore Roland Marchal. Ma il presidente Emmanuel Macron ha esortato le autorità iraniane a liberare anche Fariba Adelkhah, una studiosa franco-iraniana ancora detenuta.
In cambio la Francia ha scarcerato Jalal Ruhollahnejad, un ingegnere ricercato dagli Stati Uniti con l'accusa di aver violato le sanzioni americane. Teheran ha precisato che Marchal, arrestato nel 2019, "era stato condannato a cinque anni di prigione per attività contro la sicurezza nazionale: la sua sentenza è stata ridotta ed è stato consegnato all'ambasciata francese".
Gli altri occidentali Lo scambio è arrivato in un momento particolare per la Repubblica islamica. L'epidemia di coronavirus ha spinto le autorità a rilasciare con permessi temporanei metà dei 189 mila detenuti. La guida suprema Ali Khamenei, in occasione del capodanno persiano, ha graziato altri diecimila prigionieri.
In questo clima si sono moltiplicati i gesti di distensione nei confronti dei Paesi occidentali. Prima è stata posta agli arresti domiciliari l'operatrice britannico-iraniana Nazanin Zaghari-Ratcliffe, detenuta con l'accusa di essere una "spia" dall'aprile del 2016. Poi è stato scarcerato il veterano statunitense Michael White, condannato nel 2019 per "insulti" a Khamenei.
White, ora malato di cancro, è stato portato all'ambasciata svizzera e la sua scarcerazione è subordinata alla permanenza in Iran. Si moltiplicano i gesti di distensione Gli Usa stanno facendo pressioni perché farlo tornare in patria e chiedono la liberazione di altri americani detenuti, come l'ex agente dell'Fbi Robert Levinson, o ancora Morad Tahbaz, Siamak Namazee e suo padre Baqer Namazee, tutti e due con doppio passaporto, e infine Xiyue Wang.
Una trattativa complessa per il primo obiettivo della Repubblica islamica è un allentamento delle sanzioni, anche per ragioni umanitarie, vista la difficoltà di procurarsi medicinali e dispositivi di protezione per i medici. In questo senso lo scambio di prigionieri con la Francia segna un precedente. A maggio Parigi aveva approvato l'estradizione di Rouhollahnejad negli Stati Uniti, dove è accusato di aver favorito l'acquisizione di tecnologia militare da parte di una compagnia iraniana legata ai Pasdaran.
di Glauco Giostra
Avvenire, 21 marzo 2020
Gli effetti della pandemia di Covid-19 sulla realtà dei penitenziari e le soluzioni possibili. Non sarebbe intellettualmente onesto addebitare l'emergenza carceraria al rifiuto di recepire le parti qualificanti della riforma penitenziaria, che era stata parto culturale di quel grande concorso di esperienze e di professionalità rappresentato dal laboratorio degli Stati generali dell'esecuzione penale.
di Fabio Canavesi
L'Eco di Bergamo, 21 marzo 2020
In queste tragiche giornate in tanti non avrebbero voluto sentir parlare di carcere. Cosa è avvenuto nei giorni scorsi? In un momento difficilissimo in cui il coronavirus Covid-19 uccide migliaia di persone e costringe le altre a tenersi a distanza e a chiudersi nelle proprie case, nelle galere le voci si sono trasformate in urla di rabbia e di disperazione, in violenza contro sé stessi (il conto dei morti di metadone, overdose di farmaci e chissà cos'altro è lì a dimostrarlo) e contro le cose, provocando il panico negli operatori penitenziari e nei familiari.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 marzo 2020
Interrogazione di Roberto Giachetti di Italia Viva per i ritardi sui collaudi. Arriva in Parlamento il giallo della produzione dei braccialetti elettronici denunciato da Il Dubbio. Con una interrogazione parlamentare a firma del deputato Roberto Giachetti di Italia Viva, si chiede conto al governo se sia a conoscenza delle ragioni per le quali la procedura di collaudo risulti essere in così estremo ritardo.
adnkronos.com, 21 marzo 2020
"I detenuti già presenti in istituto, in caso di sintomatologia compatibile con il Covid-19, saranno temporaneamente sistemati in appositi spazi di isolamento: qui saranno visitati dal medico e, se necessario, sarà eseguito il tampone. Inoltre, in caso di prescrizione del tampone da parte del medico su un detenuto che debba essere trasferito verso un altro istituto, si dovrà aspettare necessariamente l'esito negativo dell'accertamento prima di procedere alla traduzione".
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