di Fatima Burhan
Human Rights Watch, 21 marzo 2020
La risposta del governo al Coronavirus nelle carceri lascia migliaia di persone a rischio. Ora che è emersa la notizia che quattro detenuti in Italia sono risultati positivi al Covid-19, la malattia causata dal nuovo coronavirus, diventa ancor più urgente che il governo prenda misure più incisive per proteggere la salute dei detenuti e degli agenti penitenziari e per alleviare il sovraffollamento del sistema penitenziario.
Il 16 marzo il governo ha adottato un decreto che, tra le altre misure, consentirà la detenzione domiciliare per i detenuti con meno di 18 mesi di reclusione da scontare. Sebbene sia una misura importante, non è sufficiente a risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri.
Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, la principale organizzazione italiana per i diritti dei detenuti, stima che il provvedimento potrebbe portare al rilascio di un massimo di 3.000 detenuti. Eppure, il sistema penitenziario italiano ha un'eccedenza di capacità, secondo le stime più prudenti, del 120 per cento, con 61.230 detenuti rispetto ai 50.931 posti letto disponibili.
Nel 2013 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha ordinato all'Italia di adottare misure per mitigare il sovraffollamento, anche tramite la riduzione al minimo della detenzione preventiva e attraverso un maggiore ricorso a misure alternative alla pena detentiva.
All'inizio di marzo ci sono stati scontri in quasi 50 carceri in tutta Italia, legati all'ansia per Covid-19 e alla rabbia per le misure restrittive imposte dalle autorità carcerarie. I disordini hanno causato 13 morti tra i detenuti e 59 guardie ferite. Le morti dei detenuti, che le autorità attribuiscono a overdose, dopo che i detenuti hanno fatto irruzione nelle farmacie carcerarie, sono sotto inchiesta.
L'epidemia rischia di aumentare l'isolamento dei detenuti. L'8 marzo, mentre imponeva restrizioni alla libertà di circolazione della popolazione del Nord Italia (che sarebbero state poi estese a tutto il Paese), il governo italiano aveva ordinato la sospensione delle visite esterne, incluse quelle di avvocati e familiari, e limitato la possibilità per i detenuti di ottenere la libertà vigilata e permessi speciali per uscire dalle strutture. Il Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private dalle libertà personale, Mauro Palma, ha sottolineato che le autorità carcerarie dovrebbero garantire a tutti i detenuti l'accesso alle videochiamate in sostituzione delle visite.
Oltre a prendere tutte le misure per prevenire o limitare lo scoppio di Covid-19 nelle carceri - come controllare la temperatura di tutti coloro che entrano e assicurarsi che il personale e i detenuti abbiano maschere e guanti - e per garantire assistenza medica a chi si ammala, le autorità dovrebbero prendere in considerazione ulteriori misure per ridurre la popolazione carceraria. Ciò potrebbe includere il rilascio di coloro che si trovano in custodia cautelare per reati non violenti e di minore entità, nonché dei detenuti più anziani e di quelli con patologie pregresse che non rappresentano un rischio per la popolazione in generale. La salute dei detenuti è salute pubblica e necessita di protezione.
di Alessio Scandurra*
Il Riformista, 21 marzo 2020
Violenze su chi ha partecipato alle proteste, anche contro anziani e malati. Braccia, mascelle, nasi rotti. Sono le segnalazioni su cui Antigone ha presentato esposti alle procure. Pm e amministrazione penitenziaria facciano piena luce su quanto avvenuto nelle carceri, oggi sbarrate al mondo esterno. Come tutto il paese anche le nostre carceri vivono una stagione di emergenza straordinaria.
C'è l'isolamento dal mondo esterno, c'è la paura del contagio, c'è la consapevolezza di vivere in condizioni di affollamento ed igiene decisamente precarie. In questo contesto, e per queste ragioni, sono esplose l'8 marzo e nei giorni immediatamente successivi numerose proteste in tutta Italia, alcune delle quali sfociate in vere e proprie rivolte, che alla fine hanno coinvolto 49 istituti penitenziari, causando la morte di 12 detenuti, numerosi ferimenti e la distruzione di intere sezioni detentive.
Fatti di una gravità senza precedenti, dai contorni non ancora del tutto chiari, e le cui conseguenze sono ancora in corso. Molti detenuti infatti sono stati trasferiti a seguito delle proteste e come è normale sono stati avviati molti procedimenti disciplinari ed anche penali, quando le condotte poste in essere erano da considerarsi reati. Perché questo è quello che avviene in uno stato di diritto quando vengono violate delle leggi.
Eppure in questi giorni ci sono arrivate notizie di fatti che con lo stato di diritto non hanno purtroppo nulla a che fare. Siamo stati infatti raggiunti da numerose segnalazioni di violenze ed abusi avvenuti non durante le rivolte, ma nelle ore e nei giorni successivi, delle vere e proprie rappresaglie contro alcune persone che avevano partecipato alle proteste. Se così fosse si tratterebbe di "punizioni" certamente non previste dalla legge.
Si tratterebbe al contrario di abusi dalla legge severamente vietati, oggi più che mai dopo l'introduzione nel codice penale italiano del reato di tortura, che punisce "chiunque, con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia".
Le segnalazioni hanno riguardato alcune carceri italiane, tra le quali quella di Milano-Opera. In particolare per Opera ben otto diverse persone (madri, sorelle, compagne di detenuti) si sono rivolte ad Antigone raccontando quanto sarebbe stato loro comunicato dai congiunti o da altri contatti interni. Le versioni riportate, che parlano di brutali pestaggi di massa che avrebbero coinvolto anche persone anziane e malati oncologici e che avrebbero portato a mascelle, setti nasali e braccia rotte, risultano tutte concordanti.
Noi non abbiamo ovviamente modo di verificare la veridicità di queste notizie, in particolare in questo momento in cui l'accesso al carcere per osservatori esterni è praticamente impossibile. Vista però la gravità e la concordanza delle segnalazioni ricevute, queste sono state inviate alla procura competente presentando un esposto al riguardo e la stessa cosa ci apprestiamo a fare per altre notizie che ci hanno raggiunto in questi giorni.
A chi di dovere il compito di svolgere le indagini. Oggi più che mai è fondamentale che si proceda ad un'indagine rapida e capace di fare chiarezza su quanto avvenuto e che, parallelamente all'azione penale, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria avvii subito un'indagine interna urgente che sappia dare un segnale chiaro e mai ambiguo di condanna assoluta del possibile utilizzo della violenza ai danni delle persone detenute. Perché lo stato di diritto non può contemplare angoli bui ed il carcere, per garantire il rispetto delle regole, non può e non deve diventare il luogo della sospensione di quelle stesse regole.
*Associazione Antigone
ansa.it, 21 marzo 2020
"Qualsiasi misura restrittiva presa nei confronti dei detenuti per prevenire il diffondersi del coronavirus deve essere basata sulla legge, essere necessaria, proporzionata, limitata nel tempo, e deve rispettare la dignità umana". Lo afferma il Cpt, comitato anti-tortura del Consiglio d'Europa, nell'elencare i principi che gli Stati devono seguire durante la pandemia nelle carceri, ma anche nelle stazioni di polizia, nei centri di detenzione per migranti, ospedali psichiatrici, case di cura e nelle zone create per isolare chi è in quarantena. "Visto che i contatti personali facilitano il contagio", il Cpt domanda agli Stati "di fare tutti gli sforzi necessari per ricorrere a misure alternative alla privazione della libertà".
Per quanto riguarda in particolare le carceri, il Cpt afferma che, "mentre è legittimo e ragionevole sospendere le attività non essenziali, ai detenuti deve essere garantito di poter mantenere un adeguato livello di igiene personale, e il diritto ad accedere quotidianamente agli spazi esterni". Inoltre "qualsiasi restrizione dei contatti col mondo esterno, incluse le visite, deve essere compensata con un maggiore accesso a telefonate e comunicazioni via internet". Infine il Cpt chiede alle autorità penitenziarie di prestare particolare attenzione "ai bisogni dei detenuti più vulnerabili - anziani e persone con problemi di salute - e di fornire a tutti in questo periodo maggiore sostegno psicologico".
Vita, 21 marzo 2020
Lettera della Giunta dell'Unione Camere Penali. "Basta menzogne, silenzi e mistificazioni sulla emergenza sanitaria in carcere. Procurare allarme nella pubblica opinione con la falsa notizia che rapinatori stupratori e assassini riempiranno le nostre città, è un atto di irresponsabilità gravissimo il provvedimento riguarda reati di modesto allarme sociale. Se esplode la bomba carcere, dentro ma anche fuori dai penitenziari, sapremo a chi imputarne la responsabilità". La lettera della Giunta Ucpi al Presidente del Consiglio Conte, al Ministro di Giustizia Bonafede, all'Onorevole Salvini, all'Onorevole Meloni.
Signor Presidente del Consiglio Conte, Signor Ministro di Giustizia Bonafede, Onorevole Salvini, Onorevole Meloni, l'altissimo rischio che l'epidemia coronavirus esploda nelle carceri, con le conseguenze catastrofiche che tutti dovremmo essere in grado di comprendere, non consente né silenzi, né mistificazioni circa le misure da adottare con assoluta urgenza.
I penalisti italiani hanno da subito indicato la strada di una drastica semplificazione procedurale della concessione, già prevista dalla legge, della detenzione domiciliare per un numero di detenuti tale da permettere l'immediata soluzione del vergognoso ed oggi esplosivo sovraffollamento delle nostre carceri, tutto da imputarsi alla ottusa, pervicace idea carcerocentrica della pena che vi anima senza sosta, vuoi per convinzione, vuoi per mero calcolo politico.
Procurare allarme nella pubblica opinione con la falsa notizia che rapinatori stupratori e assassini riempiranno le nostre città, è un atto di irresponsabilità gravissimo, visto che la norma esclude il già troppo ampio catalogo dei reati di maggiore allarme sociale, e tutti i detenuti qualificati di particolare pericolosità, ivi compresi gli autori delle recenti sommosse. D'altro canto, che addirittura Iran e Stati Uniti si muovono in questa direzione, non Vi induce a qualche riflessione più seria?
Al tempo stesso, aver subordinato la detenzione domiciliare - per le pene comprese tra sei e diciotto mesi - alla disponibilità dei braccialetti, rappresenta una mistificazione letteralmente truffaldina, indegna della etica pubblica di governo che abbiamo il diritto di pretendere in un Paese civile.
Signor Ministro, Signor Presidente del Consiglio, loro sanno perfettamente che quei dispositivi elettronici: a) sono da anni disponibili in numero limitatissimo, per la incredibile Vostra inerzia nel portarne a termine la pratica dell'ulteriore approvvigionamento; b) quelli disponibili sono tutti impegnati per fare fronte -in modo per di più gravemente deficitario- alle misure cautelari degli arresti domiciliari disposte con quella modalità di controllo.
Dunque: o siamo noi penalisti che diciamo falsità, o Voi avete adottato una misura di intervento sulla emergenza sanitaria in carcere nella piena consapevolezza della sua materiale ineseguibilità, come per fortuna sembrerebbero aver compreso anche autorevoli partner della maggioranza di governo.
Vi chiediamo dunque di comunicare immediatamente alla pubblica opinione: 1. Quale numero di detenuti avete preventivato possa beneficiare, nei prossimi giorni, di una detenzione domiciliare con braccialetto elettronico; 2. Quanti dispositivi vi risultano disponibili effettivamente, cioè al netto delle misure cautelari domiciliari con braccialetto attualmente in atto.
Due domande semplici, due risposte semplicissime. Noi non smetteremo di rivolgervele pubblicamente ogni giorno.
L'unica cosa seria da fare subito è: detenzioni domiciliari con braccialetto elettronico "ove disponibile", come nella originaria formulazione della bozza di decreto. Basta menzogne, basta mistificazioni, basta procurati allarmi: se esplode il coronavirus nel carcere, le necessità di ricovero non potranno fare distinzioni, come è ovvio e giusto che sia, tra cittadini liberi e detenuti.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 21 marzo 2020
Magari qualcuno penserà che siamo stati colti da un'ossessione. Che parliamo di carceri troppo spesso. Può darsi. Può anche darsi, invece, che siano gli altri ad avere una idea molto vaga di cosa siano una civiltà e uno stato di diritto. Io son certo che se in Francia, o in Germania, o in Spagna, o in Olanda fosse successo quello che è successo due settimane fa nelle carceri italiane, i giornali e le Tv, e i partiti, e i parlamentari, si sarebbero scatenati, e il governo sarebbe stato costretto a difendersi, e molte teste sarebbero saltate.
Il Gazzettino, 21 marzo 2020
La lettera dei detenuti di Venezia, Vicenza e Padova al Capo dello Stato e a Papa Francesco. I detenuti delle carceri di Padova, Venezia e Vicenza, attraverso Il Gazzettino, hanno scritto una lettera al Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, a Sua Santità Papa Francesco e al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
Come tutto il mondo esterno, anche noi detenuti siamo molto preoccupati da questo Coronavirus ora classificato come pandemia, che coinvolge tutti senza distinzione alcuna e che sta cambiando inevitabilmente la vita di tutti. Come è naturale che sia, anche noi tra gli ultimi della società siamo angosciati per i nostri cari che sono al di fuori di queste mura, come loro lo sono per noi. Le condizioni in cui ci troviamo a vivere sono difficili, in alcuni casi impossibili. Qualcuno potrebbe dire che nel Veneto tutto sommato la situazione non è delle peggiori (ma vi assicuriamo che è la guerra dei poveri), come pure qualcuno potrebbe dire che il carcere ce lo siamo meritato.
Il diritto a vivere - Per la stragrande maggioranza è vero, ma ci siamo meritati una pena, non una tortura. Ci dovrebbe essere tolta la libertà, non la dignità, il diritto alla salute, il diritto a vivere. Le restrizioni imposte le rispettiamo, ma non le condividiamo del tutto. Ad esempio alcune misure attuate in virtù dell'emergenza, atte al contenimento del virus, come la sospensione dei colloqui con i famigliari, le attività dei volontari e delle associazioni, i permessi premio e le attività degli uffici di sorveglianza. Facciamo fatica, signor Presidente e Sua Santità, a capire la bontà di queste scelte. Vorremmo si capisse la drammaticità di questa scelta per noi. Una visita anche un'ora alla settimana, una parola di conforto di un volontario, un'attività anche se saltuaria, sono piccole cose che ci tengono in vita. Forse tanto malessere non si sarebbe manifestato con violenza se fossero state comunicate ai detenuti le disposizioni tenendo conto del dolore che avrebbero provocato e dando subito in contemporanea la possibilità di telefonare tutti i giorni e di avere colloqui Skype più frequenti.
I fortunati - Molti di noi, che hanno avuto la fortuna di avere un lavoro grazie a molte cooperative e aziende, ancor oggi (anche se non tutti) continuano a scendere al lavoro, ma il 98% dei detenuti in Italia non hanno questa fortuna. Noi del 2% ci permettiamo di rivolgere questo accorato appello. Appello che rivolgiamo per tutti noi persone detenute in Italia (presto questo problema lo vivranno anche negli altri Paesi Europei e nel Mondo), ma ci permettiamo di rivolgerlo anche per tutto il personale dell'Amministrazione penitenziaria, agenti in primis.
Noi oggi dobbiamo lottare tutti uniti contro la stessa cosa e non contro di noi. Qui non vale più il gioco di guardie e ladri! Qui in gioco c'è la vita di ciascuno di noi. Il merito che può avere questo maledetto virus è da una parte quello, volenti o nolenti, di metterci tutti sullo stesso piano, perché tutti abbiamo bisogno l'uno dell'altro e della collaborazione vicendevole, dall'altra di imporci una seria riflessione, una vera domanda sul senso della vita, della Vita di ciascuno di noi, anche del più derelitto. Ecco perché serviva da subito, ma non è mai troppo tardi, un'attenzione più umana tanto nei confronti di noi 61.000 detenuti e delle nostre famiglie, quanto per le circa 45.000 persone, e relative famiglie, impegnate nella gestione delle 189 carceri.
Misura umana - Una più larga, completa, umana e professionale misura sarebbe stata certamente più efficace ma soprattutto compresa e ben accetta. Inutile ricordare che le condizioni carcerarie, il sovraffollamento e tutto ciò che ne concerne non permettono di rispettare anche le regole più basilari che ci vengono indicate dai mezzi di informazione a tutte le ore.
Con questa nostra missiva, altresì, vogliamo esprimere la nostra vicinanza, a tutte quelle categorie che nonostante tutto e con tutte le difficoltà del caso continuano a garantire assistenza, cure, sicurezza e controllo. Vogliamo ringraziare tutti i volontari, la loro assenza ci ha fatto capire quanto preziosi sono e a volte quanto male li trattiamo. Vogliamo ringraziare in modo particolare i nostri angeli della Sanità: ai medici e agli infermieri va un simbolico ma sincero grande abbraccio e un elogio rivolto alla professionalità ed umanità che li contraddistinguono. Guardiamo alla loro testimonianza con grande commozione. Sentiamo inoltre il bisogno di sentirci vicini a tutte quelle famiglie che hanno perso delle persone care, noi qui in carcere sappiamo benissimo che cosa voglia dire perdere una persona cara (madre, padre, moglie, figli, fratelli...) senza potergli essere accanto e per molti di noi anche senza potersi recare al funerale.
Lasciateci aiutare - In tutte le carceri in modo diverso tutti cerchiamo di aiutare come possiamo. Due esempi per tutti. Dal carcere di Venezia le detenute dopo un'assemblea hanno scritto una lettera per far sentire la loro voce in segno di solidarietà, comunicando che hanno raccolto 1 euro a detenuta per il Reparto di terapia intensiva dell'ospedale dell'Angelo di Mestre (in 70 hanno raccolto 110,00 euro). Alla Casa di reclusione di Padova tra le tante attività una in particolare riguarda proprio il mondo della sanità.
Il gruppo di lavoro, nonostante le difficoltà, la paura e la preoccupazione, continua nel suo piccolo a fornire il servizio Cup, centro unico prenotazioni per l'ospedale di Padova (Asl 6/7/5) ed un servizio per l'Ospedale di Mestre. Non potete immaginare che cosa voglia dire poter dare il nostro contributo in un momento come questo, ci fa sentire vivi! Non cerchiamo lodi o ringraziamenti, ma siamo fieri e orgogliosi del piccolo contributo che proviamo con pazienza e dedizione a offrire a persone bisognose e vulnerabili come mai in questo momento.
Il pericolo - Le nostre famiglie sono molte preoccupate per noi, cosi come noi per loro. Gli Istituti di pena non sono immuni dal pericolo, anzi sono particolarmente vulnerabili considerate le condizioni in cui versano. Ci chiediamo a questo proposito come verrebbe affrontata una diffusione dello stesso negli Istituti in caso di contagio, considerati il sovraffollamento e le stesse strutture che non permettono le essenziali norme di sicurezza. Ci preoccupa non poco la circolare che ha emesso il capo del Dap: il personale della Polizia Penitenziaria che svolge le sue funzioni presso le carceri deve continuare a prestare servizio anche nel caso in cui abbia avuto contatti con persone contagiate o che si sospetti siano state contagiate, in quanto operatori pubblici essenziali, e nell'ottica di garantire nell'ambito del contesto emergenziale, l'operatività delle attività degli istituti penitenziari e quindi di salvaguardare l'ordine e la sicurezza pubblica collettiva.
Ci sembra una provocazione di cattivo gusto! Tra di noi ci sono tantissimi soggetti con gravi patologie come diabetici, cardiopatici, invalidi, persone con problemi respiratori specialmente anziani, nonché tantissimi tossicodipendenti, persone con serie depressioni e patologie psichiatriche, permetteteci di dirlo, una discarica umana.
Fiducia - Noi tutti con molta responsabilità vogliamo lanciare allo stesso tempo un grido di aiuto ma anche un invito a provvedimenti atti al contenimento del virus all'interno delle carceri e al problema del sovraffollamento, perché connessi fra loro.
Pur essendo fiduciosi nelle istituzioni che stanno affrontando un'emergenza unica nel suo genere, vorremmo richiamare l'attenzione anche su di noi e vorremmo ricordare che esistono gli strumenti e le norme già contemplate dal nostro sistema giuridico. Malgrado l'esigua applicazione, basterebbero da sole a risolvere gran parte dei problemi.
Vorremmo ricordarLe, Signor Presidente della Repubblica, che le istituzioni tutte hanno la responsabilità e il dovere di tutelare anche le fasce più deboli e indifese della società. Al nostro Papa Francesco diciamo grazie e non ti preoccupare se i potenti non ti ascoltano o ti ascoltano poco, noi ti vogliamo bene. In questo momento particolare, in cui siamo un po' tutti più uguali, siamo molto fiduciosi che questo nostro grido di aiuto non cadrà nel vuoto. Ci dispiacerebbe se fosse l'ennesima occasione persa.
I detenuti della Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova
Cooperativa sociale Giotto. Cooperativa sociale Altra Città
Le detenute della Casa di Reclusione della Giudecca di Venezia
Cooperativa sociale Rio Terà dei Pensieri. Cooperativa sociale Il Cerchio
I detenuti della Casa Circondariale di Vicenza
Cooperativa sociale M25. Cooperativa sociale Elica
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 21 marzo 2020
Al via in tutta Italia i processi in videoconferenza. I primi esperimenti sono stati fatti già nelle scorse settimane e piano piano tutti i tribunali italiani si stanno adattando alla nuova situazione. "La Giustizia sta reagendo all'emergenza cercando, tra difficoltà e ostacoli, di garantire lo svolgimento dei processi urgenti e i diritti dei cittadini", ha confermato il Guardasigilli Alfonso Bonafede, ringraziando magistrati, avvocati e forze dell'ordine per l'impegno. Il decreto "Cura Italia" emesso dal governo ha posticipato al 15 aprile il rinvio d'ufficio delle udienze non urgenti e la sospensione di tutti i termini, ma già il precedente decreto legge dell'8 marzo forniva le prime indicazioni per attrezzarsi all'udienza online. Il testo indica espressamente l'utilizzo dei programmi Skype Business e Teams (di Microsoft) e autorizza i collegamenti sia su dispositivi dell'ufficio che su quelli personali, ma con infrastrutture e aree di data center riservate in via esclusiva al Ministero della Giustizia.
Per quanto riguarda le udienze penali, esse si svolgono con gli strumenti di videoconferenza a disposizione degli uffici e degli istituti penitenziari. Se invece non serve la fonia riservata tra il detenuto e il suo difensore, si possono utilizzare Skype Business e Teams. Per quanto riguarda le forniture di strumenti idonei, nella relazione sull'amministrazione della giustizia del 2020, risultano completate con il passaggio da tecnologia analogica a digitale 32 aule presso gli Uffici giudiziari e 123 sale del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (su un totale di 276 aule e 425 sale del Dap).
L'emergenza sanitaria, tuttavia, ha imposto a tutti i tribunali una netta accelerazione nell'aggiornamento dei propri sistemi telematici per far fronte alle necessità. In molti uffici è avvenuto con successo, soprattutto grazie alla sottoscrizione di protocolli tra avvocati, magistrati e forze dell'ordine che hanno permesso di individuare strutture, allestire aule e omologare i sistemi di videoconferenza.
Nord - A Milano, grazie a un protocollo siglato il 14 marzo dall'Ordine degli Avvocati di Milano, la Camera penale, la Procura e il Tribunale, si sono iniziati a a celebrare i processi per direttissima via web, con cinque udienze svolte con Teams. Nelle Aule del Palazzo di Giustizia, invece, sono state celebrate ieri le prime direttissime in teleconferenza.
Inoltre, è stata resa funzionante la videoconferenza tra il tribunale e il carcere di San Vittore, per provvedere a convalide di arresti e fermi e agli interrogatori di garanzia. Lo stesso sta avvenendo anche a Brescia, una delle città più drammaticamente colpite dal virus. Anche a Bologna hanno iniziato a svolgersi le prime udienze penali in video-collegamento, con sistemi e computer messi a disposizione dagli uffici. Dal 10 di marzo, il sistema è invalso anche presso la Corte d'Appello di Venezia. Nel tribunale di Cremona, invece, un giudice, con l'aiuto dei suoi studenti del corso di "sistemi digitali per il processo" dell'Università Cattolica facoltà di Giurisprudenza della sede di Piacenza, ha predisposto via Skype un sistema per svolgere le udienze anche con molte parti collegate (se ne è svolta una con 22 avvocati collegati) e con la possibilità per il cancelliere di verbalizzare in diretta schermo. Anche a Bolzano, il 13 marzo scorso, si è svolta via Skype la convalida dell'arresto di un uomo accusato di femminicidio. Per quanto riguarda Veneto, invece, già dall'11 marzo a Treviso è stato possibile concludere via Skype un processo di primo grado con rito abbreviato per estorsione. Anche a Ivrea, in Piemonte, il presidente del tribunale ha emanato una circolare in cui chiede agli avvocati di dotarsi del sistema per poter così svolgere le udienze penali urgenti.
Centro - Ieri il Tribunale di Roma ha siglato un protocollo con la Procura, il Consiglio dell'ordine degli avvocati, la Camera penale, la questura, i carabinieri, la guardia di finanza e tutti le carceri cittadini proprio in materia di udienze mediante videoconferenza. Il sistema è stato predisposto e testato, gli strumenti tecnici per consentire le udienze da remoto sono stati o organizzati e dunque anche la Capitale è pronta per la celebrazione delle udienze penali via Skype o teams. A Chieti, in Abruzzo, sono iniziate le convalide di arresto per via telematica, grazie al protocollo d'intesa firmato dal presidente del Tribunale, dal procuratore della Repubblica e dal presidente dell'Ordine degli avvocati Goffredo Tatozzi, e che prevede l'utilizzo della piattaforma Teams per lo svolgimento delle udienze.
Sud - Anche il Tribunale di Napoli, come quello di Roma, ha siglato un protocollo di intesa con Procura, Ordine forense e Camera penale e il processo a distanza inizierà a funzionare lunedì, con anche la possibilità di condivisione degli atti giudiziari in una apposita chat. Fino al prossimo 30 giugno, inoltre, saranno raccolti in videoconferenza gli interrogatori di persone detenute e i verbali dei collaboratori di giustizia. Al Tribunale di Agrigento (primo tribunale in Italia ad aver introdotto l'uso della piattaforma telematica per comunicazioni on line per lo svolgimento delle udienze civili) si sono già svolti i primi esperimenti di udienza via Skype, in particolare nel settore civile per un procedimento di affidamento tutelare di un minore. Il giudice ha incontrato virtualmente avvocati e parti e lo ha fatto da casa sul proprio pc personale, dopo che i tecnici hanno attivato i programmi necessari. Così è stato redatto anche il verbale d'udienza. Anche la giustizia pugliese sta adottando il processo online. Dopo la sanificazione degli uffici del palazzo di Giustizia di Bari, dal 23 marzo hanno iniziato a svolgersi in videoconferenza i processi per direttissima, che avvengono un l'attivazione di una videochiamata Skype per pm, giudice e avvocato presenti in aula con dispositivi anti-contagio e per il detenuto in collegamento dal carcere.
di Carlo Giovanardi
loccidentale.it, 21 marzo 2020
La rivolta nelle carceri italiane, in particolare nel carcere di Modena, e le sue tragiche conseguenze pongono una serie di interrogativi ai quali sino ad ora non sono state date risposte adeguate. Premetto di considerarmi un garantista e un convinto sostenitore dei principi costituzionali di non colpevolezza dell'imputato sino a sentenza passata in giudicato e della funzione rieducatrice della pena, negli ultimi anni in minoranza in un paese dove si fa il pieno di voti con slogan del tipo "buttiamo la chiave" e "quello deve marcire in carcere" e dove imperversa il "Davigo pensiero", di cui è devoto sostenitore il Guardasigilli in carica.
Detto questo vorrei intervenire sul punto specifico dei nove detenuti deceduti per overdose di metadone, ad alcuni dei quali mancavano pochi mesi per uscire dal carcere, un fatto gravissimo determinato da varie concause, che come cittadino modenese ho avuto modo di approfondire conoscendo personalmente gli operatori di quella struttura, a cominciare dal segretario regionale del Sappe Francesco Campobasso.
La prima osservazione è che nelle sovraffollate carceri italiane, la sicurezza non è più garantita dalla Polizia Penitenziaria ma degli stessi detenuti che possono, se lo vogliono, magari costretti da pochi facinorosi, impadronirsi dei locali con conseguenti vandalismi o peggio comportamenti autolesionistici una volta occupata la farmacia del carcere.
La seconda osservazione, con l'esperienza maturata come Ministro prima e Sottosegretario poi con delega alle politiche antidroga in tre diversi governi, è la riconfermata convinzione che i tossici in carcere proprio non ci debbano stare. Tutti quelli infatti che hanno demonizzato la legge Fini Giovanardi per ragioni ideologiche, facendo finta di non sapere che è stata il frutto di un serrato confronto con i Sert, le Comunità di Recupero e operatori del diritto come l'attuale Procuratore della Repubblica di Bologna Jimmi Amato, non si sono mai preoccupati della sua attuazione.
La legge, con le successive integrazioni (Testo Unico), dispone la sospensione della pena detentiva per reati commessi in relazione al proprio stato di tossicodipendenza "qualora sia accertato che tale soggetto si è sottoposto con esito positivo ad un programma terapeutico e socio-riabilitativo eseguito presso una struttura sanitaria pubblica od una struttura del privato sociale idonea alla cura ed al trattamento della tossicodipendenza (art 90 e seg.).
La misura alternativa è rivolta ai soggetti tossicodipendenti e alcoldipendenti che debbano espiare una pena detentiva, anche residua e congiunta a pena pecuniaria, non superiore a sei anni o a quattro anni se comminata per reati di particolare gravità o allarme sociale.
L'art 94 prevede l'istituto dell'affidamento in prova, una misura alternativa alla detenzione in carcere, appositamente rivolta ai tossici che abbiano commesso reati a causa della loro dipendenza, sempre nel limite dei 6 e dei 4 anni.
L'art. 73 comma 5bis consente per i reati di "lieve entità" connessi alla tossicodipendenza di sostituire la pena (non superiore ad un anno) con "lavori di pubblica utilità" e l'art 89 stabilisce il divieto di disporre la custodia cautelare in carcere per il tossicodipendente con la previsione della obbligatoria sottoposizione agli arresti domiciliari, da scontare anche presso strutture private di cura ed accoglienza. Nel 2011 avevamo anche in corso progetti per strutture specializzate (vedi carcere di Castelfranco Emilia) per la cura dei tossici con pene da scontare superiori ai 6 anni.
Da 9 anni purtroppo, dopo lo smantellamento di fatto del Dipartimento Antidroga della Presidenza del Consiglio, né Governi nazionali né Regioni, salvo poche lodevoli eccezioni, hanno investito risorse per applicare quello che la legge prevede.
Il Ministro della Giustizia e la Conferenza Stato-Regioni non hanno nulla da dire al riguardo? Per ultimo, ma non per ordine di importanza, il dato di fatto che tutti i nove deceduti erano extracomunitari, di alcuni dei quali non si conosceva né nazionalità né identità, con automatica perdita dei benefici di cui sopra in un perverso circuito carcere, centri di identificazione, rilascio, di nuovo carcere che nessuno sino ad ora è riuscito ad interrompere.
di Carlo Giovanardi
loccidentale.it, 21 marzo 2020
La rivolta nelle carceri italiane, in particolare nel carcere di Modena, e le sue tragiche conseguenze pongono una serie di interrogativi ai quali sino ad ora non sono state date risposte adeguate. Premetto di considerarmi un garantista e un convinto sostenitore dei principi costituzionali di non colpevolezza dell'imputato sino a sentenza passata in giudicato e della funzione rieducatrice della pena, negli ultimi anni in minoranza in un paese dove si fa il pieno di voti con slogan del tipo "buttiamo la chiave" e "quello deve marcire in carcere" e dove imperversa il "Davigo pensiero", di cui è devoto sostenitore il Guardasigilli in carica.
Detto questo vorrei intervenire sul punto specifico dei nove detenuti deceduti per overdose di metadone, ad alcuni dei quali mancavano pochi mesi per uscire dal carcere, un fatto gravissimo determinato da varie concause, che come cittadino modenese ho avuto modo di approfondire conoscendo personalmente gli operatori di quella struttura, a cominciare dal segretario regionale del Sappe Francesco Campobasso.
La prima osservazione è che nelle sovraffollate carceri italiane, la sicurezza non è più garantita dalla Polizia Penitenziaria ma degli stessi detenuti che possono, se lo vogliono, magari costretti da pochi facinorosi, impadronirsi dei locali con conseguenti vandalismi o peggio comportamenti autolesionistici una volta occupata la farmacia del carcere.
La seconda osservazione, con l'esperienza maturata come Ministro prima e Sottosegretario poi con delega alle politiche antidroga in tre diversi governi, è la riconfermata convinzione che i tossici in carcere proprio non ci debbano stare. Tutti quelli infatti che hanno demonizzato la legge Fini Giovanardi per ragioni ideologiche, facendo finta di non sapere che è stata il frutto di un serrato confronto con i Sert, le Comunità di Recupero e operatori del diritto come l'attuale Procuratore della Repubblica di Bologna Jimmi Amato, non si sono mai preoccupati della sua attuazione.
La legge, con le successive integrazioni (Testo Unico), dispone la sospensione della pena detentiva per reati commessi in relazione al proprio stato di tossicodipendenza "qualora sia accertato che tale soggetto si è sottoposto con esito positivo ad un programma terapeutico e socio-riabilitativo eseguito presso una struttura sanitaria pubblica od una struttura del privato sociale idonea alla cura ed al trattamento della tossicodipendenza (art 90 e seg.).
La misura alternativa è rivolta ai soggetti tossicodipendenti e alcoldipendenti che debbano espiare una pena detentiva, anche residua e congiunta a pena pecuniaria, non superiore a sei anni o a quattro anni se comminata per reati di particolare gravità o allarme sociale.
L'art 94 prevede l'istituto dell'affidamento in prova, una misura alternativa alla detenzione in carcere, appositamente rivolta ai tossici che abbiano commesso reati a causa della loro dipendenza, sempre nel limite dei 6 e dei 4 anni.
L'art. 73 comma 5bis consente per i reati di "lieve entità" connessi alla tossicodipendenza di sostituire la pena (non superiore ad un anno) con "lavori di pubblica utilità" e l'art 89 stabilisce il divieto di disporre la custodia cautelare in carcere per il tossicodipendente con la previsione della obbligatoria sottoposizione agli arresti domiciliari, da scontare anche presso strutture private di cura ed accoglienza. Nel 2011 avevamo anche in corso progetti per strutture specializzate (vedi carcere di Castelfranco Emilia) per la cura dei tossici con pene da scontare superiori ai 6 anni.
Da 9 anni purtroppo, dopo lo smantellamento di fatto del Dipartimento Antidroga della Presidenza del Consiglio, né Governi nazionali né Regioni, salvo poche lodevoli eccezioni, hanno investito risorse per applicare quello che la legge prevede.
Il Ministro della Giustizia e la Conferenza Stato-Regioni non hanno nulla da dire al riguardo? Per ultimo, ma non per ordine di importanza, il dato di fatto che tutti i nove deceduti erano extracomunitari, di alcuni dei quali non si conosceva né nazionalità né identità, con automatica perdita dei benefici di cui sopra in un perverso circuito carcere, centri di identificazione, rilascio, di nuovo carcere che nessuno sino ad ora è riuscito ad interrompere.
di Carlotta Di Santo
dire.it, 21 marzo 2020
"Tra i detenuti c'è preoccupazione. Se dovesse scoppiare un'epidemia in carcere sarebbe difficile da contenere, anche da un punto di vista delle infrastrutture. Gli stessi ospedali a volte non sono attrezzati, paradossalmente, figuriamoci un carcere.
Sappiamo che questo virus ha una virulenza importante e, nonostante l'amministrazione sanitaria e quella penitenziaria abbiano disposto tutte le misure di sicurezza, questo non basta a tranquillizzare la popolazione carceraria. Poi ognuno chiaramente ha il suo carattere, c'è chi è più ansioso e chi lo è di meno, ma c'è anche chi è più a rischio perché ha patologie pregresse".
Così la psicologa esperta in tematiche carcerarie, Francesca Andronico, dell'Ordine degli psicologi del Lazio, intervistata dall'agenzia Dire in merito allo stato d'animo dei detenuti in questo periodo di emergenza sanitaria per il Coronavirus.
"Le disposizioni sanitarie sono state quelle di ridurre i contatti, come è accaduto tra la popolazione fuori - ha proseguito Andronico. Non si può far entrare molto personale sanitario, le attività di gruppo sono state sospese, come tutte quelle riabilitative e rieducative, tra cui il teatro o i gruppi psicoterapeutici. E questo per i detenuti è un grosso handicap, perché la riabilitazione e la cura sono fondamentali per l'aspetto umano in carcere".
Nelle carceri si sono quindi ridotte tutta una serie di attività che vedeva impegnati i detenuti, così "anche per questo è aumentato il loro livello di ansia. Il discorso della privazione riguarda in generale tutta la popolazione - ha detto la psicologa - ma ovviamente la problematica aumenta in un'istituzione chiusa e totale come il carcere". La diminuzione dei colloqui con i familiari è stato poi "un problema enorme per i detenuti- ha sottolineato Andronico - perché il carcere già ti 'stacca' totalmente dalle tue appartenenze. I detenuti vivono in funzione del colloquio, per loro parlare con i propri familiari è fondamentale perché è un aggancio alla realtà esterna".
In merito ai colloqui con gli psicologi, invece, quali sono le principali richieste di aiuto che provengono dai detenuti in questo momento? "Chiedono misure di rassicurazione, ma noi operatori sanitari più di "contenerli psicologicamente" non possiamo fare - ha risposto Andronico alla Dire - d'altra parte siamo tutti esposti. Noi abbiamo strumenti per contenere le loro angosce, ansie e paure, ma ci sono dei rischi oggettivi che non possono essere trascurati".
Allora quello che bisogna fare, secondo l'esperta, è distinguere tra il rischio di contagio e la percezione del rischio. "Noi psicologi possiamo lavorare sulla percezione del rischio e sul contenimento - ha spiegato - cercando di far avere ai detenuti una visione il più possibile realistica e concreta di quella che è la situazione. Cerchiamo insomma di ridimensionare tutti gli aspetti che la paura può attivare".
Su cosa sia cambiato in carcere, nello specifico dall'inizio dell'epidemia da Coronavirus, la psicologa Andronico ha così risposto: "Dobbiamo partire dal pregresso: in Italia ci sono penitenziari virtuosi, ma gestire un carcere è sempre molto complesso da vari punti di vista.
C'è il problema del sovraffollamento, i presidi sanitari sono presenti ma gli operatori sono in difficoltà perché sotto organico, così come lo è la polizia penitenziaria. Quindi la risposta non è mai così efficiente rispetto alla domanda di cura. La situazione a volte è esplosiva. Questa emergenza allora non ha fatto altro che far emergere ed aggravare tutta una serie di difficoltà che già c'erano".
Il mandato degli operatori sanitari resta però quello di garantire la continuità dell'assistenza. Oggi questo viene fatto ovviamente con tutte le misure di sicurezza - ha aggiunto la psicologa - con mascherine, guanti e distanza di sicurezza, perché in un momento così difficile i detenuti non si possono abbandonare, altrimenti si perde anche tutto il lavoro svolto in precedenza.
Il carcere è un'istituzione totale e come tale comporta tutta una serie di difficoltà, non solo per i detenuti ma anche per la polizia penitenziaria. Il discorso vale in generale, ma soprattutto ora in questa situazione, dove noi sanitari, insieme agli agenti di polizia penitenziaria, non possiamo rimanere a casa, ma dobbiamo mandare avanti il lavoro", ha concluso Andronico.
- Il carcere al tempo del virus
- Carcere e rieducazione ai tempi del Covid-19
- Il volontariato nelle carceri per facilitare l'inclusione sociale dei detenuti
- Trieste. Il pm Mastelloni chiede un'amnistia per decongestionare le carceri
- Bologna. Tre sanitari positivi alla Dozza: in bilico la riapertura dei colloqui per i detenuti










