sardegnalive.net, 20 marzo 2020
Svariati i problemi presenti nelle carceri anche prima del Covid-19. Maria Grazia Caligaris, socia fondatrice associazione Onlus "Socialismo diritti riforme" fa un quadro della situazione attuale delle carceri sarde. Secondo la donna i tanti problemi, presenti anche prima dell'emergenza Coronavirus, vano risolti quanto prima.
"Il provvedimento con cui il Governo è intervenuto per alleviare la presenza dei detenuti nelle carceri, con l'intento di dare una risposta all'emergenza Covid-19, non risolverà la condizione di grave sofferenza in cui si trova anche il sistema penitenziario in Sardegna. È un primo passo ma non sufficiente. Occorre ampliare il ricorso alle pene alternative e promuovere una mini amnistia o un indulto", scrive la Caligaris.
"Nella nostra isola al problema del sovraffollamento in alcuni Istituti (Oristano-Massama, Cagliari-Uta e Sassari-Bancali) si aggiungono le carenze 'storiché che il Ministero della Giustizia e il Dap non hanno mai seriamente affrontato e risolto. La costruzione di quattro nuove strutture penitenziarie ha paradossalmente complicato la realtà isolana dove sono aumentati i detenuti in alta e massima sicurezza e la carenza di personale (direttori, agenti, educatori e amministrativi). È inadeguata l'organizzazione sanitaria, deficitaria sotto il profilo dell'efficienza. Aspetti che rendono difficile tenere insieme esigenze diverse nel rispetto dei diritti di tutti. Senza parlare della Magistratura di Sorveglianza che necessita di numeri decisamente più importanti per rendere il ricorso alle pene alternative più snello ed efficace.
Non si può fare a meno di considerare che se nelle carceri isolane non si sono verificati atti inconsulti lo si deve al senso di responsabilità delle persone private della libertà e dei loro familiari ma ha avuto un ruolo determinante il personale. In queste settimane dell'imperativo "restare a casa" abbiamo sperimentato, almeno in parte, che cosa significa vivere con limiti alla libertà. Da cittadini responsabili abbiamo rinunciato a uscire di casa se non per necessità.
Molti hanno sofferto a tal punto questa condizione da non riuscire a portarla a termine completamente. Hanno frequentato le edicole o il market o la farmacia più di una volta, senza neanche l'urgenza. Hanno avuto al loro fianco moglie o marito, figli, nipoti. Hanno avuto momenti di socialità attraverso il computer o il cellulare.
Imporre restrizioni a chi vive una condizione limitata, violando così anche le norme vigenti che permettono ai detenuti di vedere almeno i propri familiari (principio peraltro fondamentale per il reintegro sociale e per mantenere relazioni con i figli) oppure i volontari ha creato non pochi problemi a Direttori e Comandanti di Reparto. Ha imposto agli Agenti e agli Educatori un surplus di lavoro costringendoli, in un momento della loro vita condizionato da una grave emergenza sanitaria, a fare leva quasi solo sull'arma della comunicazione.
Non è stato facile spiegare perché, condividere lo scopo delle nuove più rigide limitazioni palesando un fine comune per il rispetto della vita di tutti. Tutto questo è stato fatto, anche con il contributo dei Cappellani, durante le ultime tre settimane costruendo un nuovo modo per stare insieme in una realtà chiusa. A questo equilibrio delicato e sempre instabile ha contribuito il personale sanitario in grande difficoltà. Tutti, anche i volontari, aspettano un ulteriore provvedimento del Ministro Bonafede che con senso di responsabilità, senza il condizionamento degli insensati allarmi per la libertà a vantaggio di violentatori, pedofili e assassini, assuma una decisione in grado di incidere più opportunamente per alleviare una situazione che, forse non si è ancora capito, è molto delicata.
Non basta riconfermare un dispositivo di legge esistente (199/2010), come ha fatto. Non basta garantire l'uscita dal carcere a chi deve scontare ancora 18 mesi. Serve coraggio e determinazione per consentire a chi sta concludendo il percorso detentivo di andare a casa, seppure in detenzione domiciliare. Una mini amnistia e/o un indulto sarebbero l'ideale, anche perché la situazione dei Tribunali non è facile. Il Ministro non aspetti oltre intervenga affinché la salute di tutti sia salvaguardata in condizioni di vita in cui l'igiene sia davvero garantita ed esclusa o almeno controllata la promiscuità".
di Agostino Pantano
ilreggino.it, 20 marzo 2020
Il garante regionale si appella al Presidente Santelli: "Nel piano di emergenza si pensi ad un capitolo dedicato all'assistenza sanitaria". La governatrice Iole Santelli inserisca nel piano per l'emergenza coronavirus, un capitolo dedicato all'assistenza sanitaria in caso di contagio nelle carceri. È questa la richiesta forte che arriva da Agostino Siviglia, Garante regionale per i diritti dei detenuti, che offre un quadro della situazione nei 12 istituti penitenziari calabresi, a partire dall'unica emergenza per ora riscontrata nella struttura di Arghillà.
"Qui manca il referente sanitario - spiega - e solo dopo un nostro sollecito l'Asp ha potenziato il personale infermieristico". A parere del Garante per ora la situazione nei 12 istituti penitenziari sparsi nella regione è sotto controllo, "ma - afferma - visto che il Dap ha comunicato che sono già 10 i casi di contagio rilevati in tutto il territorio nazionale, la Regione tramite le Asp deve appontare misure idonee ad evitare che nel caso di espansione anche nelle nostre strutture dell'epidemia, la situazione possa precipitare".
E mentre è di un detenuto di Vibo Valentia il primo caso di passaggio ai domiciliari, per via di un quadro clinico che secondo il giudice lo renderebbe più vulnerabile se subisse un contagio, la condizione calabrese si inserisce in un quadro nazionale che continua a preoccupare dopo le proteste violente dei giorni scorsi, tenuto conto che anche in Calabria sono stati trasferiti i carcerati protagonisti delle varie sommosse.
Un allarme che non riguarda solo i detenuti e gli agenti penitenziari, ma anche gli operatori volontari, come riferisce il cappellano del carcere di Palmi, don Silvio Mesiti, che chiosa: "Siamo preoccupati, ma se un detenuto mi chiede un colloquio, io più che mettere la mascherina non posso fare".
di Luigi Mastrodonato
wired.it, 20 marzo 2020
Il virus non è una grande livella: un dramma ulteriore si sta consumando lì dove tendenzialmente
lo sguardo non arriva, nel mondo degli ultimi, degli emarginati e dei soggetti fragili.
Quella che stiamo vivendo in questi giorni è una tragedia collettiva, continuiamo a ripeterci. Nella Covid-19 non ci sono privilegiati a cui è concesso di continuare normalmente la propria vita e condannati a cui è richiesto di cambiare in toto le proprie abitudini: siamo tutti sulla stessa barca, una barca in un mare in tempesta, e a tutti sono richiesti gli stessi sacrifici, in una sorta di mal comune mezzo gaudio che nella sua drammaticità può aiutare a farci forza.
Eppure va da sé che queste settimane di pandemia, con tutto quello che si stanno portando dietro, hanno impatti differenti sui differenti profili sociali. Il Covid-19 è una tragedia globale, che ci riguarda tutti, ma è anche una tragedia soggettiva, nel senso che la sua violenza è variabile. Non esiste la grande livella, quando si parla di virus.
I precari, tra gli altri, usciranno maggiormente sconfitti da questa situazione, perché la sospensione lavorativa avrà effetti molto più netti sulle loro finanze e la loro sopravvivenza: perché l'accesso alle cure sanitarie e psicologiche sarà economicamente più difficile, perché il contesto abitativo in cui si trovano renderà la quarantena meno sopportabile rispetto a chi può permettersi una villetta a schiera con giardino. Ma al di là di queste disuguaglianze attuali e, soprattutto, future, che riguardano la società visibile, un altro dramma si sta consumando lì dove tendenzialmente lo sguardo non arriva, nel mondo degli ultimi, degli emarginati. Dei soggetti già fragili. Un mondo sommerso, già tormentato nella normalità, ancora più messo in ginocchio ora.
Il paradosso più significativo di questi giorni riguarda le denunce nei confronti dei senza dimora, colpevoli di stare all'aperto quando le ordinanze chiedono di non uscire. Una concretizzazione della scritta homeless go home diventata virale grazie alla sua assurdità. Di fatto si chiede a chi una casa non ce l'ha di stare a casa, mettendo il dito nella piaga di fragilità con cui queste persone sono già costrette a confrontarsi. In queste settimane, per scongiurare gli assembramenti, sono peraltro state chiuse diverse mense, sono stati limitati gli accessi ai dormitori, e alla distribuzione dei pasti caldi si è sostituita l'offerta in qualche piazza di alimenti essenziali da consumare a distanza. Sono stati sospesi i servizi di docce e lavaggio e il numero di volontari che assistono i senza dimora si è ridotto, a causa delle limitazioni negli spostamenti. Il Covid-19 ha insomma accentuato la solitudine e la fragilità di chi vive in strada, in parallelo a una criminalizzazione di questa condizione (che tanto piacerà ai teorici del decoro).
Ma il virus è entrato con tutta la sua violenza anche in altri mondi invisibili, come quello delle carceri. Ai detenuti da ormai un mese sono stati sospesi alcuni diritti per contenere il contagio, annullando di fatto i contatti con l'esterno. Se noi fatichiamo a stare 24 ore senza una corsetta al parco, ci lamentiamo dai nostri salotti con Netflix su uno schermo e Facetime sull'altro che squilla dieci volte al giorno con la fidanzata o l'amico pronti a tenerci compagnia, immaginiamoci cosa può significare - per chi in quarantena vive da anni - perdere anche quell'ora settimanale di contatti con i parenti. Le rivolte in decine di istituti nelle scorse settimane, le vittime che sono state avvolte nel silenzio e su cui ancora non si è fatta chiarezza, sono un dramma nel dramma del coronavirus.
Ma altre conseguenze tragiche sono dietro l'angolo. Nelle scorse ore le Ong hanno dichiarato che si trovano costrette a sospendere le loro operazioni di soccorso nel mar Mediterraneo, a causa delle restrizioni in corso. È un problema, perché per quanto i sovranisti urleranno ai megafoni che questo comporterà l'azzeramento degli sbarchi a causa della fantomatica legge del pull factor, nella realtà i barconi continueranno a solcare il mare, senza però poter contare sull'assistenza umanitaria in caso di difficoltà. Durante la politica dei porti chiusi di Salvini, nel mar Mediterraneo sono morte 1.151 persone, a riprova di quanto la presenza delle Ong sia fondamentale per scongiurare queste tragedie.
Sono solo alcuni esempi della violenza soggettiva con cui il Covid-19 si sta abbattendo sulla popolazione. Se è vero dunque che siamo tutti sulla stessa barca, è anche vero che si tratta di una barca con business class, prima classe e seconda classe. Il mare in tempesta c'è per tutti, ma per alcuni - gli ultimi - il dramma si sta facendo sentire in modo ancora più violento.
Il Gazzettino, 20 marzo 2020
Le autorità italiane non sono responsabili per la morte di un detenuto avvenuta alla fine del maggio 2005 nel carcere veneziano di Santa Maria Maggiore, e hanno condotto un'inchiesta efficace per determinarne le cause.
Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani che ha assolto l'Italia dall'accusa, formulata dai parenti del detenuto, di aver violato il suo diritto alla vita perché le autorità penitenziarie non hanno preso misure adeguate ad evitare la tragedia, e le autorità inquirenti non hanno condotto un'inchiesta efficace per verificare i fatti.
A ricorrere alla Corte di Strasburgo, nel 2013, sono stati due parenti del carcerato, un uomo con problemi di tossicodipendenza, trovato morto nella sua cella alla fine del maggio 2005.Gli accertamenti disposti dalla procura consentirono di accertare che l'uomo morì a causato "dell'inalazione volontaria del gas contenuto nella bombola usata per cucinare".
Gli atti di autolesionismo sono uno dei problemi più preoccupanti nei penitenziari della regione, che soffrono di cronico sovraffollamento di detenuti (a fronte di una capienza regolamentare di 1.942 posti i penitenziari della regione hanno ospitato mediamente 2.394 detenuti) mentre il numero di agenti di polizia penitenziaria è sempre più carente.
Nell'ultimo anno censito dalle statistiche ufficiali, sono raddoppiate le morti per suicidio, passate da 2 a 4 (una a Padova e tre a Verona), mentre i tentati suicidi sono lievitati da 57 a 81 e gli episodi di autolesionismo da 556 a 674. Il 2020 si è aperto a gennaio con il suicidio di un colombiano, detenuto per droga, che è riuscito a togliersi la vita dopo un tentativo non andato a buon fine.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 marzo 2020
Mentre per le rivolte in carcere sono stati aperti dei fascicoli di indagine su presunti maltrattamenti nei confronti di alcuni rivoltosi, è in corso una verifica per quanto riguarda una presunta aggressione a un detenuto al 41bis ristretto nel carcere milanese di Opera. Il fatto sarebbe avvenuto il 23 febbraio.
Cinque agenti della polizia penitenziaria, capitanati dal Comandante, sarebbero entrati nella cella. Quest'ultimo, per far aprire la cella, avrebbe sfidato il detenuto fronteggiandolo in maniera diretta e lo avrebbe spinto con un colpo al petto, facendo perno con le proprie braccia sui montanti che sorreggono l'inferriata posta all'ingresso della cella. In questa maniera avrebbe fatto arretrare il detenuto, consentendo a tutti di entrare.
A quel punto, con il supporto degli agenti che avrebbero accerchiato il detenuto, il comandante avrebbe continuato a sfidarlo verbalmente, fino a quando lo avrebbe preso per il collo con entrambi le mani, ma con una tale forza da lasciargli i segni della stretta. Il detenuto avrebbe quindi reagito, con una testata nel volto del presunto aggressore, per interrompere l'atto di violenza.
La denuncia è arrivata sul tavolo della Procura milanese da parte dell'avvocato difensore Eugenio Rogliani. Ma per capire meglio la vicenda, bisogna partire dall'inizio. L'avvocato spiega che il suo assistito, nel corso del suo lungo periodo al regime duro, ha più volte manifestato segni di grave instabilità psichiatrica con atti di autolesionismo.
A causa della sua patologia, il detenuto è sottoposto a una massiccia somministrazione di antidepressivi, ansiolitici e antipsicotici. L'avvocato Rogliani sottolinea che purtroppo non basta, non essendo sottoposto ad alcun programma di psicoterapia. Condizioni che ovviamente accentuate, essendo sottoposto al regime del 41bis.
Fatte le dovute premesse, cosa è accaduto? Il recluso, a causa di una grave infiammazione al nervo sciatico, è stato costretto ad assumere un farmaco a base di cortisone. L'episodio è avvenuto la mattina del 23 febbraio, intorno alle 9, quando il detenuto ha chiesto agli agenti di poter ricevere una cassa d'acqua, per smaltire correttamente il farmaco. Ma gli agenti non avrebbero acconsentito. A quel punto il recluso al 41bis avrebbe reiterato la sua richiesta più volte nel pomeriggio. Ma senza ottenere nulla. A causa delle continue richieste rigettate, e in considerazione del suo profilo psichico, il detenuto, per reazione, si è opposto all'ispezione giornaliera degli agenti. In sostanza non ha voluto far entrare gli agenti nella sua cella. Ed è lì che sarebbe avvenuta l'aggressione come ritorsione alla sua opposizione.
Secondo l'avvocato Rogliani, il suo assistito sarebbe stato vittima di un chiaro travalicamento dei limiti legislativamente imposti all'uso della forza nei confronti dei detenuti. "Infatti - sottolinea l'avvocato a Il Dubbio - gli agenti intervenuti non hanno avuto il minimo riguardo del criterio di proporzionalità che dovrebbe ispirare la scelta dei meccanismi e degli strumenti di coercizione del detenuto sulla scorta delle modalità con le quali viene attuata la resistenza ad opera dello stesso".
Allo stesso modo, spiega l'avvocato, "deve segnalarsi che il ricorso alla forza è intervenuto a scopo eminentemente punitivo e intimidatorio, giacché la passiva resistenza opposta dal mio assistito all'ingresso degli agenti in cella era stata vinta già da diversi istanti prima dell'aggressione". In tutto questo, ci sarebbe anche l'aggravante che il recluso è affetto da una grave patologia psichiatrica, quindi l'approccio sarebbe dovuto essere, a maggior ragione, diverso.
di Erminia Voccia
Il Messaggero, 20 marzo 2020
Le carceri sono luoghi ideali per l'incubazione e la rapida diffusione delle malattie infettive. Su questo punto gli esperti sono tutti d'accordo. Ambienti chiusi, sovraffollati, dove le persone vivono in condizioni igieniche non certo ottimali, le carceri sono per queste ragioni il veicolo perfetto per la trasmissione del nuovo coronavirus, in tutto il mondo.
Già nel 2018 uno studio della celebre rivista The Lancet aveva avvertito che il rischio che i detenuti possano contrarre malattie come l'HIV, l'epatite B e C, la sifilide o la tubercolosi, è molto più alto rispetto agli altri individui. Ma spesso, specificava lo studio, i detenuti soffrono di altre patologie croniche, malattie non infettive, come problemi cardiaci. Ciò non fa che aumentare il rischio di infezione da Covid-19.
La questione è esplosa drammaticamente in Italia nelle scorse settimane, ma anche nel resto del mondo si iniziano a prendere misure per provare a contenere la diffusione del virus nelle carceri. Il pericolo riguarda la possibilità che il personale impiegato, guardie, operatori sanitari, personale di altro tipo, possa trasmettere il virus ai detenuti, ponendo le premesse per la trasmissione del contagio a centinaia di persone.
Le prigioni cinesi sarebbero state particolarmente colpite dal Covid-19, ma il problema è emerso anche in Iran, dove il regime ha permesso il rilascio temporaneo di 85mila persone, inclusi prigionieri politici. Nella Repubblica islamica la situazione è molto critica. Il 9 marzo l'Iran ha annunciato la liberazione di 70mila prigionieri come misura contro la diffusione del coronavirus, ma nessuno di questi era prigioniero politico. Come scive il New York Times, lo Special Rapporteur per i diritti umani in Iran ha chiesto al governo di Teheran di liberare tutti i prigionieri politici dalle affollate prigioni iraniane.
Rehman ha affermato però che solo chi ha da scontare una pena inferiore a 5 anni è stato liberato, mentre chi ha pene più pesanti è rimasto in cella, compreso chi ha partecipato alle proteste contro il regime degli ultimi mesi. Mercoledì 18 marzo, inoltre, nel Regno Unito è stato registrato il primo caso confermato di coronavirus in un carcere di Manchester. A riferirlo il Guardian.
In Cina la diffusione del coronavirus nelle carceri e nei campi di detenzione è una questione che afferisce, non solo ai diritti umani, ma anche alla credibilità di Pechino sulla scena mondiale. L'opacità e la mancanza di trasparenza sui dati, la comunicazione tardiva delle informazioni sulla diffusione della malattia, anche in relazione alle prigioni, gettano nuove ombre sulla Repubblica Popolare.
Secondo la rivista The Diplomat, gli oltre 550 casi di contagio nelle prigioni cinesi hanno svelato le mancanze della Cina nella gestione dell'emergenza, delle crepe preoccupanti nelle misure di contenimento del coronavirus. Molto difficile avere dati aggiornati sulla diffusione della malattia nelle prigioni cinesi. Il 26 febbraio il Ministero della Giustizia di Pechino ha diffuso la seconda parte di uno studio su Covid-19 e sistema detentivo.
In data 25 febbraio c'erano almeno 555 casi di infezione in cinque carceri di tre province cinesi: Hubei, Shandong e Zhejiang, un numero certamente destinato a salire. Il 26 febbraio la Cina non riferiva di alcun caso di decesso nelle carceri. Il carcere femminile di Wuhan risultava già il più colpito, tanto che il dirigente è stato licenziato.
Anche in questo caso la Cina ha informato delle infezioni solo molto tempo dopo i primi casi riscontrati. I media di stato cinesi hanno provveduto ad annunciare il licenziamento degli ufficiali e dei responsabili della giustizia a livello locale, nel tentativo di trovare un colpevole.
A preoccupare anche la condizione dell'oltre un milione di uiguri detenuti nei campi di detenzione della regione autonoma dello Xinjiang. Ad Hong Kong, inoltre, riferiscono alcuni media, le detenute sono sfruttate per la produzione di mascherine protettive. Lavoro a basso costo richiesto proprio a chi è più vulnerabile al virus.
di Laura Barbuscia
La Repubblica, 20 marzo 2020
A 11 giorni dalla rivolta, a Rebibbia è tornata la calma apparente, un reparto è stato liberato nell'eventualità di una quarantena, alcuni tamponi sono stati fatti ma sono risultati negativi, trasferimenti e domiciliari previsti dovrebbero alleggerire il sovraffollamento, ma la tensione e le preoccupazioni restano alte. E poi c'è la conta dei danni.
Nelle ore della rivolta sono andati a fuoco arredi e suppellettili, ma anche i libri. Non un danno da poco, visto che nel carcere sono tanti i reclusi che provano ad agguantare un diploma o una laurea, come accaduto a Renata Sejdic, prima rom a laurearsi, come raccontato da Repubblica.
Il rogo dei giorni scorsi ha mandato in fumo i volumi e in parte i sogni di Roberto, detenuto comune e studente di Lettere dell'Ateneo di Roma Tor Vergata, che ha scritto di suo pugno una lettera post sommossa - avvenuta all'interno del suo stesso reparto, il G11 - indirizzata al tutor, Fabio Pierangeli: "Sono stati bruciati molti libri della biblioteca, anche i miei di studio, compreso il computer si legge nero su bianco nella missiva inviata al prof. dagli agenti per email - Anche per noi qui è una sorta di quarantena, niente colloqui, niente visite di volontari, sala universitaria chiusa". Ora a tenere banco è la questione della salute di agenti e detenuti.
Le mascherine sono arrivate, ma non bastano. E se la bocca e il naso degli agenti sono protette con quelle con il filtro FFP2, lo stesso non si può dire per quelli dei carcerati, coperti dalle maschere monouso. Altre ne verranno prodotte, e arriveranno dalla Toscana entro il fine settimana. Per tamponare l'emergenza, dal laboratorio sartoriale interno a Rebibbia escono mascherine antivirus con pelle d'uovo e cotone al 100%, riutilizzabili previo lavaggio e bollitura, da donare a chi opera e si trova dentro il carcere, ma anche a chi ne ha bisogno dall'esterno. Procede l'installazione delle attrezzature per i video-colloqui.
Al femminile sono in funzione 5 postazioni Skype, al penale invece 3, i tablet sono 5. ne arriveranno altri per aumentare le videochiamate. All'interno delle mura carcerarie intanto un'altra protesta, questa volta pacifica, prende forma. E sul tavolo del Capo dello Stato arriva una lettera in cui i detenuti chiedono rispetto. Oltreché l'estensione delle misure alternative.
Tra quelle previste nel decreto "Cura Italia", la possibilità di richiedere i domi - ciliari per chi deve scontare meno di 18 mesi. E braccialetti elettronici per coloro che hanno pene residue.
di Mary Liguori
Il Mattino, 20 marzo 2020
C'è anche un dirigente del servizio sanitario penitenziario del carcere "Uccella" di Santa Maria Capua Vetere, tra i dieci casertani positivi al coronavirus per i quali il risultato del tampone è arrivato nella giornata di ieri. Il medico, che era in isolamento da alcuni giorni, non avrebbe mai avuto contatti diretti con i detenuti, in quanto ricopre un ruolo di dirigente e lavora prevalentemente in ufficio e non in infermeria.
Proprio per questa ragione, tra ieri e oggi, sono stati eseguiti una decina di tamponi sulle persone che hanno avuto contatti diretti con lui. Si tratta di personale sanitario, medici e infermieri, e di alcuni agenti di polizia penitenziaria. Nessun detenuto, invece, fino a ieri, era stato sottoposto al tampone. Tra le persone che attendono il test, ci sono un poliziotto e un infermiere che hanno avuto con il medico più contatti prima che lo stesso andasse in isolamento in attesa dell'esito del tampone.
È chiaro che il fatto che il medico contagiato non abbia avuto contatti diretti con i detenuti, non basta a placare gli animi già agitati dell'"Uccella" dove sono un migliaio per persone recluse a fronte degli 800 posti disponibili. Dieci giorni fa, sulla scia di quanto accaduto a Foggia, Modena, Poggioreale e in altre carceri italiane, anche all'Uccella c'è stata una rivolta contro lo stop ai colloqui tuttora in vigore e disposto nell'ambito delle misure di contenimento del contagio.
Un blocco non gradito né dai carcerati né dai detenuti che hanno protestato in alcuni casi con epiloghi drammatici: evasione di massa da Foggia, otto morti a Modena. Meno irruenta l'iniziativa dei detenuti di Santa Maria Capua Vetere che, lo scorso 10 marzo, hanno approfittato dell'ora d'aria per scavalcare una balaustra e protestare dai passeggi esterni del terrazzo mentre una trentina di familiari raggiungeva l'area esterna del penitenziario.
La rivolta investì anche l'Alta sicurezza, con cinquanta "reclusi" eccellenti che presero possesso del reparto e distrussero suppellettili e letti. La notizia del medico contagiato ha ovviamente gettato nel panico i familiari dei detenuti che, da ieri pomeriggio, stanno telefonando agli avvocati per ottenere notizie su quanto sta accadendo all'interno delle mura carcerarie. La situazione dei penitenziari è apparsa come una polveriera già dopo il boom di contagi in Italia e i conseguenti decreti per il contenimento del virus che hanno interrotto le visite. È evidente che un contagio tra il personale non può che alimentare altre pericolose tensioni.
In questi giorni per effetto delle misure di contenimento, i detenuti in ingresso vengono sottoposti prima al triage nella tenda allestita all'ingresso del perimetro carcerario e poi tenuti in isolamento in un reparto predisposto ad hoc in attesa del risultato dei test cui tutti i nuovi arrivati debbono sottoporsi. Una strategia che mira a evitare contagi in prigione dove il sovraffollamento è un humus pericolosissimo. Al momento, comunque, all'"Uccella" si è in attesa dei risultati degli altri tamponi eseguiti sul personale che ha avuto contatti con i detenuti e solo dopo si potrà capire se all'"Uccella" esiste un'emergenza sanitaria.
di Mara Rodella
Corriere della Sera, 20 marzo 2020
Forti critiche al dl in materia di contenimento del virus per detenuti e personale. Senza braccialetti elettronici "non sarà possibile accedere alla detenzione domiciliare nei limiti di pena indicati".
Una decisione "scellerata" e "del tutto insufficiente a fronteggiare la situazione critica delle carceri". È una posizione dura, netta, oltre che - come sottolineano - "doverosa", quella presa in maniera congiunta dal consiglio direttivo della Camera penale e dal Garante per i detenuti di Brescia, in relazione alle disposizioni contenute nell'articolo 123 del decreto legge del 17 marzo sulla detenzione domiciliare, e che "dovrebbero contribuire ad alleviare" le drammatiche condizioni in carcere, dove "a repentaglio" c'è "la salute dei detenuti, della polizia penitenziaria e di tutti gli operatori che ci lavorano".
Le norme introdotte nel decreto, denunciano penalisti e Garante, "sono assolutamente insufficienti per rispondere a sovraffollamento e insicurezza". E non genericamente, ma nel dettaglio. A cominciare dal comma 3, là dove "prevede che, a esclusione dei condannati minorenni o con pena da eseguire non superiore a sei mesi, la concessione della detenzione domiciliare introdotta si applica unitamente alla procedura di controllo con mezzi elettronici o altri strumenti tecnici resi disponibili dagli istituti penitenziari".
Viene da sé il comma 5, per il quale il numero di queste dotazioni viene "individuato" nei limiti delle risorse finanziarie disponibili a legislazione vigente". Quindi, continuano, appare evidente che "senza la concreta disponibilità di braccialetti elettronici" da parte dei singoli istituti "non sarà possibile accedere alla detenzione domiciliare nei limiti di pena indicati" nella norma stessa.
Non solo. "Non è prevista alcuna forma di obbligatoria e immediata messa a disposizione dei dispositivi necessari per attivare la citata procedura di controllo; e da ciò si deve necessariamente desumere che la prevista ed eccezionale misura della detenzione domiciliare non potrà essere applicata se non in un numero esiguo di casi, comunque insufficiente per far fronte alla gravissima emergenza del coronavirus negli istituti penitenziari italiani, atteso che, qualora scoppiasse, anche in uno solo di essi, un focolaio di infezione, la situazione diverrebbe assolutamente ingestibile dal punto di vista sanitario e della sicurezza di detenuti e operatori".
Da qui non solo la denuncia della Camera penale e del Garante di Brescia, ma anche un appello "alle autorità e alle istituzioni", a fronte di una decisione arrivata, peraltro, "dopo che, in precedenza sembrava venisse inserita la locuzione "se disponibili", riferita ai braccialetti elettronici, grazie alla quale si sarebbe evitato l'aberrante effetto qui denunciato".
di Roberto Giovene Di Girasole*
Il Dubbio, 20 marzo 2020
Violate le regole processuali, i difensori spesso accusati degli stessi reati dei loro clienti. Le cifre: 605 arrestati, 334 condannati 2.086 anni di reclusione. Il Covid-19, con la sua drammatica scia di morti, ricoverati in rianimazione e contagiati ha sconvolto la vita di tutti noi determinando, in un sempre maggior numero di Stati, una grande limitazione dei diritti fondamentali, tra i quali in Italia quelli di movimento e di riunione fisica (certamente giustificata dall'esigenza di tutelare la salute ex art. 32 della Costituzione) attraverso la sospensione di tutte le attività non strettamente indispensabili.
Ha provocato, nel mondo, la chiusura dei monumenti, dei musei più celebri, il rinvio di tutte le più importanti competizioni sportive a livello globale ma non ha fermato, invece, la repressione del dissenso. Quanto accade in Italia, dove nelle carceri c'è un'emergenza sanitaria resa ancora più grave da una situazione di sovraffollamento che le misure adottate dal Governo non sono idonee a mitigare, non può farci dimenticare la situazione di avvocati, giornalisti e difensori dei diritti umani perseguitati per la loro attività in tante parti del mondo.
Per quanto riguarda la Turchia il 12 marzo scorso ben tredici avvocati sono stati arrestati, subendo anche la perquisizione dei loro studi, nelle provincie del sud est, a maggioranza curda, di Urfa e di Diyarbakir, città quest'ultima dove, nel novembre 2015 venne barbaramente assassinato il presidente del consiglio dell'Ordine degli avvocati Tahir Elci. Alcuni di essi avevano denunciato le violenze perpetrate dalla polizia nei confronti di 54 persone nel giugno 2019.
Un ennesimo episodio di repressione in Turchia, dove agli avvocati viene impedito il libero esercizio della professione, mediante intimidazioni, violenze, arresti, processi e condanne, ottenute anche mediante il ricorso a testimoni la cui identità resta sconosciuta, negando alla difesa ogni possibilità di contraddittorio. La possibilità per gli avvocati di essere accusati di concorso nei medesimi reati contestati ai loro clienti è altissima.
Sempre in Turchia, il 3 febbraio scorso hanno iniziato lo sciopero della fame otto avvocati turchi, appartenenti all'associazione Çhd, Çagdas Hukukçular Dernegi (Progressive Lawyers Association), attualmente detenuti nel carcere di Sliviri (località a circa 70 KM dal centro di Istanbul), che hanno subito pesanti condanne fino a 18 anni e 6 mesi di reclusione, il 20 marzo 2019, poi confermate in appello. Un processo caratterizzato dalle violazioni delle più elementari regole processuali. Non si hanno notizie certe sulle loro condizioni di salute, a causa della cessazione della possibilità di colloqui per l'epidemia.
Il Dubbio ha pubblicato le motivazioni del loro sciopero. Purtroppo la pandemia sta paralizzando anche le missioni di osservazione dei processi all'estero e quelle all'interno delle carceri, non solo in Turchia, Paese che per primo ha bloccato i voli da e per l'Italia, ma anche in altri Stati, ma non ferma certamente l'azione di informazione sulle repressioni e le violenze e la solidarietà verso chi subisce, ingiustamente, la privazione della libertà.
Il 5 aprile prossimo si celebra, come ogni anno, la giornata dell'avvocato in Turchia, Anche quest'anno, pur con tutti i problemi derivanti dal Covid-19, ci si prepara ad una mobilitazione internazionale, soprattutto sui mezzi di informazione e sui social, affinché sulla repressione del dissenso non cada il silenzio.
Per l'occasione il Consiglio Nazionale Forense pubblicherà, in lingua italiana, il rapporto 2019 dell'associazione Arrested lawyers Initiative, composta da avvocati turchi in esilio. 605 arrestati e 334 condannati, complessivamente a 2086 anni di prigione, queste le drammatiche cifre della repressione a carico degli avvocati. Un modo per non spegnere la luce, ma tenere, invece, accesa la speranza per quanti pagano, dal carcere, con la loro prigionia un prezzo molto alto anche per difendere la nostra libertà.
*Componente commissione rapporti internazionali e Paesi del Mediterraneo del C.N.F.
- Iran. Dopo le 85.000 scarcerazioni arriva l'amnistia per 10mila detenuti
- Vercelli. 60 detenuti rinunciano al vitto per donarlo all'associazione don Longhi
- Padova. Tribunale, da lunedì via alle direttissime online
- "Liberate i prigionieri". L'Egitto arresta 4 attiviste
- Libia. Haftar chiude scuole e moschee. Poi bombarda Tripoli










