di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 19 marzo 2020
La scintilla è scattata con la sospensione dei colloqui. L'epidemia di coronavirus fa esplodere proteste anche nelle carceri francesi. Lunedì scorso è morto in ospedale un detenuto del penitenziario di Fresnes nella Val de Marne. Aveva 74 anni e si era sentito male il venerdì della scorsa settimana, la ministra della giustizia Belloubet ha dichiarato che "era anziano e molto vulnerabile, con problemi di salute. Era diabetico".
Ma al di là del singolo episodio il mondo carcerario francese è in subbuglio, a Fresnes, una delle prigioni più fatiscenti del paese, sono risultati contagiati anche due infermieri e il direttore delle risorse umane. L'allarme è scattato con il divieto in tutte le carceri di visite dei parenti e dei trasferimenti. Come in Italia la misura ha immediatamente provocato la reazione dei detenuti, lunedì a Grasse, sud della Francia, un centinaio di internati ha dato vita ad una rivolta, in molti sono saliti sui tetti lanciando oggetti contro gli agenti. Non si sono registrati feriti e al termine della giornata la protesta è rientrata. Ufficialmente si dice che i detenuti credevano che fossero sospese anche le passeggiate e la consegna dei pacchi, cosa poi risultata non veritiera.
La prigione di Grasse ospita 673 detenuti a fronte di una disponibilità di 574 posti. Il sovraffollamento e la paura sono i detonatori delle esplosioni di rabbia. Lo dimostra anche ciò che è successo a Metz, la zona del Grand Est che è una di quelle dove si registra il maggior numero di contagi da coronavirus. Nella prigione della città si sono ripetute così le stesse scene di rabbia anche se in misura minore.
L'irrigidimento dei dispositivi nelle carceri non riguarda solo le visite ma anche la sospensione della formazione professionale e culturale. Un aggravio ulteriore per le condizioni dei detenuti che sembrano essere sempre al secondo posto rispetto a quella che l'Amministrazione Penitenziaria (Dap) francese ritiene la "continuità del servizio penitenziario".
Negli istituti, sono state distribuite mascherine agli agenti e kit d'igiene ai detenuti ma non viene fornita la soluzione idroalcolica per il divieto di far entrare alcool nei penitenziari. Anche gli spostamenti interni sono continuamente sotto osservazione. Le celle singole per isolamento vengono viste come un'ulteriore forma di punizione.
Su tutto regnano le politiche che quest'anno hanno riempito i penitenziari con 70.651 persone mentre i posti sono solo 61.080. Secondo l'Osservatorio internazionale sulle prigioni spesso le celle sono condivise da più 3 carcerati e almeno 1600 persone sono costrette a dormire ogni notte su materassi a terra. Le situazioni peggiori si verificano nelle carceri per detenuti in custodia cautelare o che devono scontare brevi pene.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 19 marzo 2020
Mediterranea: "La pandemia ci impone di congelare l'attività operativa. Scelta obbligata anche se le partenze sono ricominciate". Bloccate in porto anche Ocean Viking, Sea Watch e Open Arms. Le partenze dei migranti dalle coste africane sono riprese ma il Mediterraneo è destinato a rimanere senza soccorsi per chissà quanto tempo. Il coronavirus ferma anche le navi umanitarie e, una dietro l'altra, le Ong comunicano a malincuore la sospensione delle missioni.
"Una comunicazione inevitabile e difficile - dice Mediterranea, che pure nelle scorse settimane si era vista finalmente restituire le due navi, Mare Jonio e Alex, sequestrate per mesi dal decreto sicurezza - Eravamo pronti a ripartire con la tenacia e la determinazione di sempre: pronte le navi, pronti gli equipaggi. Ma lo svilupparsi della pandemia e le sacrosante misure adottate per tentare il contenimento del contagio e per tentare di salvare le persone più fragili ed esposte, ci impone oggi di congelare l'attività operativa in mare. Gli effetti di questa scelta obbligata ci fanno soffrire perché in mare c'è chi rischia la morte ogni giorno". Mediterranea confida nella disponibilità, per i soccorsi in mare delle navi civili che continuano ad operare. "Daremo loro ogni supporto possibile".
Restano al momento in porto anche le navi della Sea Watch e di Sos Mediterranée e Medici senza frontiere che hanno finito il periodo di quarantena dopo gli ultimi due sbarchi di migranti a Pozzallo e a Messina. E ferma è anche da una ventina di giorni per riparazione, la spagnola Open Arms. "Stiamo cercando di capire in che modo poter tornare in mare in sicurezza per tutti. Purtroppo in mare c'è bisogno di noi nonostante il coronavirus", dice la portavoce Veronica Alfonsi.
Le partenze dall'Africa comunque non si fermano. Il centralino Alarm phone negli ultimi giorni ha segnalato diverse imbarcazioni in difficoltà in zona Sar libica e maltese. E preoccupano gli sbarchi autonomi sull'isola di Lampedusa dove nell'ultima settimana sono arrivate 150 persone. Il sindaco Salvatore Martello ne ha disposto subito la messa in quarantena nell'hot spot ma ha chiesto al ministro dell'Interno Lamorgese un protocollo per il loro immediato trasferimento sulla terraferma per la mancanza delle necessarie misure a salvaguardia della popolazione.
Anche in Africa ormai sono centinaia i casi di coronavirus registrati nei Paesi di origine dei migranti e anche la Libia ha dichiarato lo stato di emergenza per l'epidemia. Al momento le Ong che hanno volontari impiegati nei servizi di assistenza medica e paramedica nelle aree più colpite dal territorio sono Medici senza frontiere, la cui presidente Claudia Lodesani da giorni sta lavorando a Codogno. Ma anche la piattaforma di terra di Mediterranea ha messo a disposizione le sue forze.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 18 marzo 2020
La previsione del governo è di circa tremila persone. Sono i detenuti che, in base al decreto del governo, hanno una pena o un residuo pena di diciotto mesi e, fino al prossimo 30 giugno, potranno ottenere gli arresti domiciliari.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 marzo 2020
Sono dieci i casi di positività riscontrati tra i detenuti. Colpiti anche gli agenti penitenziari. Ieri sono squillati i telefoni di tantissimi famigliari dei detenuti del carcere di Voghera. Sono stati proprio quest'ultimi a chiamarli per avvisare che almeno uno di loro è risultato affetto di coronavirus, dopo che mostrava da qualche giorno dei sintomi influenzali.
di Cosimo Maria Ferri*
Il Riformista, 18 marzo 2020
Il ministro della Giustizia che ha cancellato la riforma Orlando, ora deve assumersi la responsabilità di intervenire in maniera efficace e veloce sul sovraffollamento. Non lo sta facendo. Sono anni che parliamo di sovraffollamento carcerario, di pena, di carceri, di rieducazione e trattamento. Tutti i ministri una volta insediatisi hanno toccato il tema.
di Franco Corleone
L'Espresso, 18 marzo 2020
Sembra passato un secolo dal 6 marzo quando avevo scritto un commento preoccupato sulla disattenzione verso la sorte del carcere in tempi di corona virus. Purtroppo il ministro della Giustizia e il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria hanno compiuto errori catastrofici che hanno fatto esplodere le carceri. Sono riusciti in una impresa straordinaria, riportandoci ai detenuti sui tetti, alle rivolte che avevamo visto quaranta o cinquanta anni fa. La morte di quattordici detenuti nel carcere di Modena è archiviata come un dettaglio irrilevante, forse perché "stranieri" e "tossicodipendenti".
Intanto un detenuto si è suicidato a Porto Azzurro e uno è morto a Udine: corpi a perdere. Garanti e magistrati di sorveglianza, operatori e volontari chiedono provvedimenti seri per far uscire migliaia di persone con pene brevi in affidamento o in detenzione domiciliare. Il Governo invece dispone misure ridicole che alimenteranno la rabbia dei prigionieri con grandi rischi per la salute e per la convivenza in un momento delicatissimo.
Bisogna abbattere il sovraffollamento che è determinato dalla legge antidroga frutto di una visione ideologica legata al proibizionismo cambiando una legge criminogena. Certo è difficile che questa scelta sia compita da questo governo che per bocca del ministro Lamorgese solo un mese fa annunciava un decreto per mandare in galera anche i responsabili di fatti di lieve entità.
Purtroppo nessun responsabile si dimette o viene rimosso. Il diritto alla vita e alla salute è in pericolo nel luogo dove le persone sono affidati allo Stato; quei diritti costituzionali sono affidati al servizio sanitario nazionale ma le Regioni sono distratte e poco sensibili.
È indilazionabile una modifica dell'art. 79 della Costituzione che rende impossibile la concessione di una amnistia e di un indulto per il quorum stratosferico di due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni articolo e nella votazione finale.
Le ragioni si possono leggere nel volume "Costituzione e clemenza" curato dal prof. Andrea Pugiotto, da Stefano Anastasia e da me. Il Presidente Mattarella potrebbe dare un segno di speranza concedendo un numero significativo di grazie come testimonianza di umanità.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 18 marzo 2020
Non erano tutti condannati, almeno 3 erano in attesa di giudizio. C'era chi sarebbe tornato libero tra due settimane. Ora, con i primi dieci contagi negli istituti di pena, il sovraffollamento diventa motivo di una mini-deroga. Un nome, ce l'avevano pure loro.
di Giovanni Russo Spena
Left, 18 marzo 2020
Come usciremo dalla pandemia? Certamente non come vi siamo entrati. Come è sempre accaduto storicamente per le grandi crisi, si para dinanzi alle società un bivio. O si rafforzeranno stati di eccezione (alla Schmitt), comunità nazionalistiche ed escludenti o prevarrà una nuova percezione di senso, che ci urla che il "re è nudo", che il capitale globale è fragile, che l'Unione europea ha definitivamente fatto bancarotta. Può diventare percepita la fragilità strutturale. Il dominio del capitale può disvelarsi come un comando senza egemonia culturale. Anche noi dovremo cambiare mettendo a tema categorie classiche in parte rimosse come corpi, spazi, territori.
A questo allude, ad esempio, la tragica e prevista esplosione del carcere (oggi, 17 marzo, purtroppo sono stati rilevati i primi contagi di Covid-19 in penitenziari lombardi e a Voghera, ndr). Corpi massacrati, spazi ristretti e sovraffollati, inaudita promiscuità ci parlano di una feroce ed incostituzionale condizione carceraria. Dovrà profondamente cambiare. Parleremo con maggiore autorevolezza ed ascolto rispetto a ieri di depenalizzazione dei reati minori, di misure alternative, del carcere come ultima istanza, di abbattimento dei muri etnici, dei Centri di permanenza per il rimpatrio. Discuteremo con più forza di amnistia. Non a caso, in queste ore voci importanti nella magistratura, nell'associazionismo, le Unioni camere penali, i piccoli partiti della sinistra, stanno discutendo di indulto e di una serie di misure urgenti alternative all'ossessione giustizialista di Bonafede.
Si aprono, insomma, in forme a volte non lineari, terreni più avanzati di conflitto. Un secondo esempio. Lottiamo da anni, Giuristi democratici con i comitati degli occupanti di case che lottano per il costituzionale diritto all'abitare, per il "diritto di avere diritti" (richiamando Hannah Arendt e Stefano Rodotà). Cioè per il riconoscimento della residenza, sia per i nativi che per i migranti, essenziale per realizzare l'obiettivo, in base all'art. 3 della Costituzione. È stata emanata, molto recentemente, una decisiva sentenza della Corte costituzionale (sentenza n.44 del 2020) che sancisce che limitare l'accesso all'edilizia residenziale pubblica solo a coloro che risiedono o lavorano nel territorio regionale da almeno cinque anni è incostituzionale.
A volte, allora, si vince. La Consulta ha, infatti, annullato la legge iniqua e razzista n.16 del 2016 della Regione Lombardia, tesa ad impedire a quasi tutti i migranti l'accesso alla graduatoria. Il ricorso contro la legge del 2016 era stato presentato proprio da un cittadino tunisino attraverso l'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (Asgi) e l'Associazione volontaria di assistenza socio/sanitaria e per i diritti dei cittadini stranieri, rom e sinti. Un bel lavoro fatto insieme, dal basso, da sfruttati, migranti e Giuristi democratici conseguenti, che osano andare controcorrente. La Consulta ha richiamato espressamente il "principio di eguaglianza sostanziale, perché il requisito temporale richiesto dalla legge lombarda contraddice la funzione sociale stessa dell'edilizia residenziale pubblica". È molto importante, perché la Lombardia era stata imitata, in questa spirale razzista, dal Veneto, dal Friuli Venezia Giulia, dal Piemonte, dalla Toscana.
Ora la lotta per la casa poggia su una più forte legittimazione. È stato, infatti, ribadito dalla Corte in maniera solenne il diritto costituzionale all'abitazione, precisando che è compito della Repubblica dare effettiva attuazione a tale diritto. La Corte ci richiama ai parametri di vita dignitosa di fronte all'indigenza, a criteri economico/sociali.
E ci dice che frapporre ipocriti ostacoli temporali riguardanti la residenza è ingiusto e razzista. Ha spostato molto in avanti il conflitto sociale. E ha anche rafforzato l'impegno di Left contro l'autonomia differenziata ("la secessione dei ricchi", non a caso). L'autonomia regionale, quando diventa territorio e comunità escludenti, deve lasciare il passo all'affermazione dei diritti universali costituzionali.
Anche le difficili condizioni strutturali di una sanità regionalizzata, privatizzata, mercificata stanno facendo, in questi giorni, aprire gli occhi a milioni di persone. Potremo, forse, con più forza, ricominciare a discutere di un importante intervento pubblico, di uno Stato costituzionale che progetta e coordina. È possibile che, usciti dalla crisi della pandemia, spiri un'aria più fresca?
di Franco Corleone
Messaggero Veneto, 18 marzo 2020
Il carcere è balzato agli onori della cronaca solo grazie alle proteste e alle rivolte in molti istituti penitenziari del nord, del centro e del sud d'Italia in seguito alle norme del decreto legge del Governo che stabiliva la soppressione dei colloqui dei detenuti con i familiari e la sospensione dei permessi e della semilibertà.
di Stefania Moretti
laleggepertutti.it, 18 marzo 2020
Un'emergenza nell'emergenza: il sovraffollato sistema penitenziario italiano si ritrova ora a dover cercare di limitare i contagi in spazi ristretti ad alta densità di detenuti, dove manca perfino il sapone per lavarsi le mani. Sapevamo che poteva succedere: il Coronavirus è arrivato nelle carceri. Un detenuto risultato positivo, rinchiuso nel penitenziario di Voghera, è stato ricoverato all'ospedale San Paolo di Milano. Si tratterebbe del secondo caso registrato in un penitenziario in Italia: il primo si sarebbe verificato a Lecce. Ma sarebbero altri tre in Lombardia i detenuti contagiati, secondo l'Ansa: uno è a San Vittore, ha 19 anni ed è originario del Ghana; gli altri due sono a Pavia. Positivi anche due medici del carcere di Brescia. E adesso la paura è che il morbo abbia un altro velocissimo veicolo di contagio: il già disastrato e sovraffollato sistema penitenziario italiano.
Perché Covid-19 è ancor più temibile in carcere - Ne avevamo scritto giorni fa, parlandone in termini di possibile bomba epidemiologica. Senza esagerare, purtroppo. Facendo un conto del salumiere, il numero di persone che potrebbero ritrovarsi potenzialmente coinvolte ammonta più o meno 100mila, circa 60mila detenuti e qualcosa come almeno 35mila poliziotti che lavorano ogni giorno in carcere. Senza contare gli educatori, i volontari, gli amministrativi.
Il rischio, nelle patrie galere, è più concreto per via della ben nota emergenza sovraffollamento, tipicità tutta italiana già più volte sanzionata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo: i 60mila detenuti di cui sopra sono stipati in qualcosa come meno di 50mila posti letto. L'utenza, insomma, supera di gran lunga la capienza regolamentare totale e questo comporta che i detenuti si ritrovino a condividere celle piccole, con percentuali di sovraffollamento variabili da un carcere all'altro. Difficile, in queste situazioni, applicare l'essenziale regola del distanziamento sociale. Ma è difficile perfino lavarsi le mani, in alcuni penitenziari sprovvisti di saponi e igienizzanti. Va da sé, quindi, che seguire le precauzioni imposte dal governo, già straordinarie di per se, diventa ancor più complicato in carcere. E questo aumenta le probabilità di espandere i contagi all'esterno, qualora dovessero ammalarsi i detenuti e chi nei nostri penitenziari lavora.
Mancano guanti, mascherine, igienizzanti - Con l'ultimo decreto approvato ieri si è parzialmente intervenuti su una situazione che rischia davvero di diventare esplosiva, aumentando i contagi a dismisura. "Il decreto - come spiega il Garante nazionale dei detenuti dal suo sito Internet - semplifica la procedura di accesso alla detenzione domiciliare, condizionandola però a due fattori. Il primo è il non aver riportato sanzioni disciplinari relative a sommosse, evasione o reati commessi in carcere. Il secondo fattore riguarda l'applicazione del braccialetto elettronico per coloro che devono ancora scontare più di sei mesi di pena".
Ma il Garante fa tre considerazioni che aiutano a capire quanto la misura possa essere insufficiente in termini di prevenzione: "Il numero complessivo di coloro che devono scontare una pena fino a sei mesi, senza altre pendenze, è pari a 3785, mentre il complessivo numero di coloro che devono scontare una pena o un residuo pena fino a un anno sale a 8629. La Cassazione ha affidato comunque al giudice la possibilità di stabilire se la misura sia applicabile anche in caso di indisponibilità del braccialetto. La terza questione, infine, è che si tratta di una deroga temporanea fino al 30 giugno del 2020″.
Ne aggiungiamo un'altra, che leggiamo sul sito del ministero della Giustizia: il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha disposto la consegna immediata di 2600 kit per la protezione completa degli operatori di polizia penitenziaria. Quantità che, naturalmente, non può bastare a fronte degli almeno 35mila agenti penitenziari italiani. E mentre si attendono le 100mila mascherine annunciate dal ministero, nelle carceri continuano a essere introvabili presidi sanitari come igienizzanti e prodotti specifici. Manca tutto, mascherine comprese, denunciava il sindacato di polizia penitenziaria Osapp solo tre giorni fa. E così si pretende di combattere il virus.
- "Finalmente la politica ha acceso i riflettori sul mondo del carcere"
- Carceri, rischio bomba sanitaria e sociale
- Coronavirus e carceri, Antigone: "Insufficienti le norme previste nel decreto del governo"
- Coronavirus, carcere e droga. Servono chiarezza e proposte oltre l'emergenza
- Coronavirus, la solidarietà dei carcerati: pronti a produrre mascherine e a donare sangue










