ana.it, 18 marzo 2020
Fra i 50 e i 100 detenuti del carcere di Grasse, nel sud della Francia, hanno protestato ieri contro il blocco dei colloqui in parlatorio con i familiari per ostacolare la propagazione del coronavirus. La protesta ha innescato un inizio di ammutinamento che in breve - secondo fonti sul posto - è rientrato. Si registra, alla fine della protesta, soltanto qualche danno alle recinzioni e un inizio di incendio in una garitta, subito domato. Sono intervenuti gendarmi e poliziotti. Fonti della prefettura hanno spiegato che "i detenuti credevano che l'amministrazione volesse interrompere anche le passeggiate o la consegna di pacchi, cosa che non risponde a verità".
di Giuliano Santoro
Il Manifesto, 18 marzo 2020
Insediamenti informali. L'Unione inquilini chiede al governo interventi per le tendopoli di migranti e rom. La casa è diventata il rifugio, l'argine individuale di fronte all'epidemia in corso. Ma spesso dimentichiamo le migliaia di persone che abitano nei rifugi di fortuna o nei veri e propri slum disseminati in tutto il paese, da nord a sud. Sono cittadine spontanee che spesso si inseriscono nel tessuto produttivo come serbatoi di manovalanza a basso costo, spesso costituita da migranti senza diritti.
L'allarme arriva da Unione inquilini, che ieri ha scritto al governo e alle amministrazioni competenti per chiedere quali misure stiano prendendo per tutelare i migranti delle baraccopoli, con particolare attenzione alle tendopoli di San Ferdinando e della Piana di Gioia Tauro, in Calabria, dove vivono fino a 2mila persone. Il sindacato degli inquilini chiede che agli abitanti delle baraccopoli informali, i ghetti per lavoratori stagionali più grandi d'Europa, vengano riconosciuti una sistemazione degna e a quelli che vivono nelle tendopoli si forniscano strutture che consentano un ambiente più salubre.
Nel rapporto si citano i documenti prodotti da Medici per i diritti umani, da Mediterranean Hope (il programma migranti e rifugiati della Federazione delle chiese evangeliche in Italia), da Sanità di Frontiera, dal centro socio-culturale Nuvola Rossa di Villa San Giovanni e dal Comitato solidarietà migranti. Sono testimonianze che riportano dati che tra l'altro provengono dalla clinica mobile di Medici per i diritti umani che lavora sul campo e che evidenziano come molti braccianti presentino casi di infiammazione delle vie respiratorie.
Per limitarsi agli ultimi mesi, questo tipo di patologia è stato diagnosticato nel 23% dei pazienti visitati. "È la dimostrazione - sostiene il rapporto - di come le condizioni abitative favoriscano il protrarsi dei sintomi e il decorso di problemi legati alle malattie respiratorie". E il sindacato inquilini: "Date le condizioni strutturali e igienico-sanitarie dei luoghi di dimora dei migranti, per lo più impiegati in agricoltura, nel caso in cui si presentasse un caso di positività al Covid-19, la propagazione potrebbe avvenire in modo rapido e difficilmente controllabile".
La denuncia punta l'obiettivo sull'abitare informale e sulle situazioni di povertà estrema. Mentre le carte di Unione inquilini vengono trasmesse a Palazzo Chigi, gli operatori dell'Associazione 21 luglio raccolgono ed elaborando gli ultimi dati sugli effetti del decreto emergenziali del presidente del consiglio sulle persone che vivono in cinque baraccopoli formali di Roma.
Il documento verrà diffuso domani e riguarderà le condizioni di vita di tutte le persone che vivono ammassate nei campi, spesso rom e sinti, all'epoca della contenzione da virus. Si tratta delle baraccopoli di Castel romano, di via Salone, di Casal Lombroso, di via dei Gordiani e di via Candoni, alla Magliana. Insediamenti riconosciuti che l'attuale giunta aveva promesso di chiudere e nei quali vivono in più di 2mila.
"Se una persona è positiva in un campo devono metterne in quarantena centinaia - racconta Carlo Stasolla, della 21 luglio. Se dovesse scattare l'ordinanza che dichiara il regime di isolamento fiduciario domiciliare il servizio sanitario dovrebbe provvedere all'alimentazione per tutti gli abitanti". C'è già un precedente. A Cuneo, in un campo in cui vivono in 50, una persona aveva avuto contatti con un'altra risultata positiva e sono scattate le restrizioni
di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 18 marzo 2020
Il paradosso: scatta l'allarme sanità e gli americani si precipitano a comprare coltelli e fucili per abbattere i criminali che volessero approfittare del caos che potrebbe scatenarsi per il panico dovuto alla pandemia.
Le code interminabili davanti alle armerie di tanti americani spaventati da coronavirus e dunque subito precipitatisi a comprar nuovi coltelli, nuove pistole, nuove carabine e nuovi mitragliatori per abbattere i criminali che volessero approfittare del caos che potrebbe scatenarsi nelle strade per il panico dovuto alla pandemia, la dicono lunga sugli incubi a stelle e strisce.
Basti guardare le decine di foto stupefacenti dilagate su Internet, come quelle postate ad esempio dal Mail Online: non ce n'è uno, tra quegli acquirenti ordinatamente in fila davanti ai fornitissimi magazzini di armi da fuoco, che indossi i guanti o la mascherina. Ma come, si dirà, vedono più concreta la minaccia di una revolverata che quella di un'ondata di contagi che ieri sera, secondo il monitoraggio della Johns Hopkins University aveva già ucciso nel mondo 7.519 persone?
Eppure, per un assurdo e immondo paradosso, hanno perfino qualche ragione: tutti i morti per il coronavirus in tutto il mondo fino a ieri sera, uccisi dalla pandemia più grave dell'ultimo secolo dopo la "spagnola" del 1918, non arrivavano neppure alla metà dei morti assassinati nei soli Stati Uniti nel solo 2019: oltre 16.000.
Nessuno stupore. Stando alle statistiche, infatti, circa 330 milioni di americani possiedono almeno 357 milioni di pistole da borsetta, 38 Magnum, doppiette da caccia, fucili a pompa, kalashnikov e così via. Una media pazzesca: almeno un'arma a testa.
Armi difese a spada tratta, al fianco dei potentissimi produttori e trafficanti sempre generosi nelle loro donazioni, da quel Donald Trump che una ventina giorni fa, quando gli italiani stroncati dal coronavirus non arrivavano a una venti, sconsigliava ai compatrioti di stare alla larga dal nostro Paese, considerato "poco sicuro". Prova provata che, come spiega ad esempio il costituzionalista Lucio Pegoraro nel suo ultimo saggio "Individuare un nemico", che il nemico assoluto, eterno, immanente non esiste: ognuno se lo sceglie. Mezzo mondo invoca letti di rianimazione, disinfettanti, medici, infermieri, mascherine. Altri una nuova scorta di pallottole...
Mettono spavento, a dispetto della teoria che più armi ci sono in mano ai cittadini e più sicurezza c'è nella società, i numeri della violenza negli Usa. Basti dire che la sola città di Baltimora, che ha poco più degli abitanti di Genova, ha contato l'anno scorso 348 omicidi. Più che tutta l'Italia, quasi cento volte più popolosa, messa insieme.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 17 marzo 2020
Fuori dal carcere e agli arresti domiciliari chi ha non più di 18 mesi di pena da scontare. Con differenza tra chi ha non più di 6 mesi e chi invece ha da 6 mesi e 1 giorno a 18 mesi (solo per questi ultimi la modalità di controllo prevista è quella del braccialetto elettronico). Per un totale di detenuti interessati vicino a 4.000. È questa la soluzione, modulata sulla "svuota-carceri" del 2010, la legge n. 199, messa a punto dal ministero della Giustizia per affrontare l'emergenza sanitaria negli istituti carcerari.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 marzo 2020
Niente libertà anticipata speciale, ma semplificazione della misura già esistente e licenza ai semiliberi fino al 30 giugno. Sono queste le misure deflattive - inserite del decretone - per ridurre il sovraffollamento penitenziario in maniera tale da facilitare le misure sanitarie in caso di coronavirus in carcere. Si recupera così il modello già sperimentato con la legge 26 novembre 2010 n. 199, che già prevede la possibilità di eseguire ai domiciliari le pene detentive di durata non superiore a diciotto mesi. Parliamo della misura, che però - se utilizzata in maniera ottimale dai magistrati di sorveglianza - farebbe uscire dal carcere circa 3.000 detenuti.
di Riccardo De Vito*
Il Foglio, 17 marzo 2020
Non ci sarà più sicurezza, più libertà e più salute se lasceremo a sé stesso il sistema penitenziario. Circola una metafora per descrivere lo stato degli italiani in guerra contro il virus maledetto: la reclusione. Non è abusata, perché è la prima volta che le generazioni successive alla seconda guerra mondiale si confrontano con l'orizzonte del coprifuoco.
Ristretti Orizzonti, 17 marzo 2020
Gentile Ministro, chi le scrive è un detenuto, non importa quale sia il mio nome o la pena che sto scontando, non importa in quale carcere io sia collocato adesso o in quale carcere a breve sarò spedito, non importa se lavoro o meno, non importa se ho rapporti continui con i miei famigliari o meno, non importa se nel carcere dove sono rinchiuso è stato impedito l'accesso ai volontari e familiari, non importa se ci è stato impedito di approvvigionarci di generi alimentari o denaro tramite colloqui, non importa se chi non ha soldi sul conto del carcere rischia di non poter chiamare per rassicurare ed essere rassicurato dai propri famigliari, non importa nemmeno se, per lungo tempo agli agenti di polizia penitenziaria non è stata fornita alcuna mascherina.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 17 marzo 2020
Vengono usati per controllare coloro che vanno ai domiciliari. Piacciono tanto anche al ministro Bonafede ma è tutto bloccato e si rischia di limitare i permessi. Circa 3.000 detenuti con condanne o residui pena non superiori a diciotto mesi potrebbero nei prossimi giorni lasciare le carceri in direzione della propria abitazione, agli arresti domiciliari.
Lo prevede il decreto governativo sul coronavirus, un piccolissimo passo rispetto a quel che propone da giorni il Riformista insieme alle Camere Penali. Bisogna risalire alla cultura radicale, liberale e di una parte della sinistra d'un tempo per ritrovare qualcuno (come ha fatto nei giorni scorsi Matteo Renzi) che ricordi come la detenzione in carcere dovrebbe essere l'extrema ratio nell'applicazione della pena.
La quale dovrebbe servire a rieducare e non a vessare, soprattutto con strumenti che ledano la dignità della persona. E anche che se le carceri scoppiano (61.230 carcerati su una capienza di 50.931) il fatto è dovuto prima di tutto all'uso abnorme della custodia cautelare, poi alla scarsissima applicazione delle misure alternative previste dal codice del 1989 e infine a una serie di norme fortemente repressive e spesso incostituzionali votate dagli ultimi governi.
Il provvedimento del governo ha già in sé un ostacolo, il reperimento dei braccialetti elettronici, che per il ministro Bonafede sono indispensabili come lo erano una volta i ceppi ai piedi. Ci troviamo quindi già davanti a una nuova, faticosa scommessa. Si riuscirà a usare il metodo "ponte di Genova", dando un calcio alle lungaggini burocratiche, per reperire questi strumenti di controllo, oppure, dopo l'immane sforzo di democrazia il ministro Bonafede, esausto, si affiderà alla sorte, cioè ai tempi biblici per eseguire il provvedimento?
Lo svuotamento delle carceri è indispensabile, il provvedimento di ieri è già tardivo e non ha saputo evitare le proteste dei detenuti in seguito alla sospensione dei colloqui. Se ci sono infatti luoghi dove la sofferenza quotidiana può trasformarsi in angoscia e stress in presenza della possibilità di epidemia, queste sono le istituzioni totali. Il Coronavirus ha illuminato a giorno la loro esistenza: il buio delle carceri, la solitudine delle case di riposo, il disagio delle malattie psichiche.
Quello che oggi per tutti noi, con la presenza di un virus ignoto e insidioso, comporta già un mutamento radicale della vita quotidiana, un presente che non vede nell'immediato un futuro, una privazione del sogno e del progetto, per persone già prive della libertà rischia di essere solo un buco nero senza fine.
Per questo, oggi più che mai, un programma liberale per la giustizia è quanto mai urgente. Ripensare daccapo i principi del codice accusatorio, già fortemente inquinato nel corso degli anni da un legislatore condizionato da una casta di magistrati ancorati alla vecchia inquisizione. E porre un freno alle manette facili del carcere preventivo.
Ma, prima ancora di mettere mano alle riforme, mettere in campo provvedimenti come l'amnistia e l'indulto, come forme di riparazione verso una serie di norme repressive che hanno trasformato il carcere nel contenitore di ogni problema sociale, persino di ogni fastidio. Ci sarebbe piaciuto che il provvedimento del governo non fosse stato determinato dal coronavirus e dalle proteste, ma che fosse solo un fatto di civiltà.
Che fosse esteso per esempio anche ai tanti anziani, malati psichici, tossicodipendenti che vivono nelle prigioni italiane. Si tratta di persone che dovrebbero stare altrove, nelle case, negli ospedali, nelle comunità. Sempre, non solo quando c'è il timore che un virus ignoto e pericoloso crei un problema di salute nella convivenza e nella promiscuità. Perché il problema c'è sempre. Basterebbe applicare le norme della Costituzione per affrontarlo, e magari risolverlo.
di David Allegranti
Il Foglio, 17 marzo 2020
Il fine settimana non è bastato a trovare un accordo nella maggioranza sui provvedimenti da prendere per gestire l'emergenza sanitaria in carcere. E ancora ieri, fino a sera, il confronto fra il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e gli alleati è stato serrato (soprattutto con il sottosegretario alla giustizia Andrea Giorgis del Pd e con Italia viva, fin dall'inizio molto critica con la gestione dell'amministrazione penitenziaria guidata da Francesco Basentini, di cui chiede le dimissioni).
Il decreto in teoria dovrebbe puntare alla deflazione carceraria per ridurre il sovraffollamento. Quali sono però le norme contenute? L'articolo 120 del testo punta sull'esecuzione domiciliare delle pene, una misura alternativa già prevista dal nostro ordinamento (fu introdotta durante il governo Berlusconi, con Angelino Alfano ministro della Giustizia, dalla legge 199 del 2010) per chi abbia da scontare ancora 18 mesi di detenzione in carcere. Una norma che in dieci anni, dall'entrata in vigore fino al 29 febbraio 2020 ha fatto uscire di carcere, secondo i dati del ministero della Giustizia, 27.152 persone.
Qual è dunque la novità? Anzitutto, vengono ampliati i reati per cui la detenzione domiciliare non si può applicare (maltrattamenti contro familiari o conviventi e atti persecutori; delinquenza abituale). Per nessuno di questi reati, semplicemente, viene verificata la possibilità che il detenuto abbia a disposizione un domicilio diverso da quello in cui vivono per esempio le persone che avevano subito maltrattamenti. In più vengono esclusi dalla detenzione domiciliare anche quei detenuti "nei cui confronti sia stato redatto rapporto disciplinare (...) in quanto coinvolti nei disordini e nelle sommosse verificatesi negli istituti penitenziari dalla data del 7 marzo 2020 fino alla data di entrata in vigore del presente decreto". La novità più consistente, si fa per dire, riguarda la velocità e la semplificazione procedurale con cui dovrebbero essere disposte le detenzioni domiciliari. Il magistrato di sorveglianza provvede "con ordinanza adottata in camera di consiglio, senza la presenza delle parti, con riduzione del termine per decidere a cinque giorni. Quindi, la cancelleria dell'ufficio di sorveglianza, entro quarantotto ore, comunica l'ordinanza all'istituto, che provvede all'esecuzione, nonché all'ufficio locale di esecuzione penale esterna e alla questura competenti per territorio". Questa procedura a "contraddittorio differito", in cui l'ordinanza è notificata al condannato o al difensore e comunicata al procuratore generale della Repubblica, i quali entro dieci giorni dalla comunicazione possono proporre reclamo al tribunale di sorveglianza, "assicura decisioni più celeri". La relazione tecnica del decreto prevede che le disposizioni in esame potranno far uscire di carcere solo tremila persone a fronte dei 61 mila detenuti, di cui circa diecimila non definitivi. "Dal punto di vista finanziario si rappresenta che le disposizioni in esame, che potranno trovare applicazione nei confronti di un limitato numero di detenuti chiamati a scontare una pena residua non superiore a 18 mesi (contingente stimato in un massimo di 3000 unità) e per un periodo circoscritto, legato all'emergenza epidemiologica Covid-19, fino al 30 giugno 2020, non sono suscettibili di determinare nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello stato".
I braccialetti elettronici, necessari a verificare lo stato della detenzione domiciliare, dovranno essere usati "ferma ovviamente la disponibilità degli strumenti", salvo per detenuti con residuo pena di sei mesi che andranno in detenzione domiciliare senza dispositivo elettronico. Domanda: questi braccialetti ci sono oppure no? Il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese ha annunciato in Consiglio dei ministri di avere già a disposizione 2.500 braccialetti e che i rimanenti saranno acquistati.
"Il ministro della Giustizia si assuma la responsabilità del momento, non scarichi sugli altri e affronti il tema del sovraffollamento carcerario alla luce del Covid-19. Su detenzione domiciliare va aumentato il termine della pena residua, così non serve a niente", dice al Foglio Cosimo Maria Ferri, deputato di Iv e componente della commissione Giustizia.
"Quelle del pacchetto Bonafede sono norme manifesto, non cambia niente. Ci vuole coraggio e visione per gestire un'emergenza sanitaria anche nel settore Giustizia e ancora di più nel settore penitenziario. Non si deve pensare al consenso o alla popolarità della norma introdotta ma alla salute di tutti e al bene del paese".
Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 17 marzo 2020
La situazione del carcere può diventare tragica da un momento all'altro, con grave pericolo per tutti noi cittadini. Antigone ha pubblicato un appello insieme a Cgil, Anpi, Arci e Gruppo Abele per spingere il governo ad adottare misure urgenti. A breve si riunirà il Consiglio dei ministri. È fondamentale che ne esca con alcuni seri provvedimenti deflattivi. Il ministro Bonafede ha affermato che "lo Stato non arretra" di fronte alle proteste dei detenuti. Cosa significa? Quale sarebbe l'arretramento?
Cominciamo col dire che, come lo stesso ministro ha riportato, solo 6.000 detenuti su oltre 61.000 hanno preso parte a disordini violenti. Per tutti gli altri si è trattato di pacifiche rimostranze di fronte a misure insufficienti a far fronte a un pericolo sanitario incombente e a una situazione di chiusura dei colloqui visivi con le famiglie poco spiegata e non affiancata da un potenziamento di quelli telefonici. Pacifiche rimostranze del tutto comprensibili e che necessitano di una risposta urgente.
Lo Stato arretrerebbe, secondo Bonafede, se trasformasse alcune pene carcerarie in misure di controllo di altro tipo, essenzialmente la detenzione domiciliare. Far uscire dal carcere un certo numero di detenuti - scelti tra coloro che hanno pene brevi da scontare, che hanno tenuto comportamenti corretti, che hanno una salute particolarmente cagionevole - e mandarli a chiudersi nelle loro abitazioni costituirebbe secondo il ministro una forma di resa.
Ora: non voglio spiegare quel che troppe volte ho scritto anche su queste colonne, vale a dire che le misure alternative alla detenzione sono una pena a tutti gli effetti. Non voglio ripetere che la nostra Costituzione cita le pene usando la forma linguistica del plurale, riconoscendo che il carcere non sia la sola possibilità di punizione. Non voglio far riflettere sul controllo estremo cui è sottoposta la persona in misura alternativa, sul rigido programma per lui stabilito dal magistrato di sorveglianza, sui controlli di polizia, sulle relazioni del servizio sociale che al primo sbaglio possono annullare ogni autonomia di movimento. Non voglio qui sottolineare quel che ogni giurista sa bene, e cioè che la certezza della pena non è affatto incompatibile con la previsione di misure alternative alla detenzione, poiché queste ultime sono un altro tipo di pena ma sono tuttavia certissime, hanno un inizio e una fine, un rigido percorso, un ancor più rigido controllo.
Voglio dire altro. Voglio dire che io, da cittadina, sono terrorizzata all'idea che il virus possa fare ingresso in qualche carcere. Girano voci che l'abbia già fatto, a volte smentite, a volte ripetute. Non si sa ancora nulla. Le carceri in Italia sono quasi 200. Se il virus entrasse in tre, quattro, sette, dieci istituti, si propagherebbe immediatamente a tutte le persone lì rinchiuse. Sicuramente ai detenuti, ma quasi altrettanto sicuramente ai poliziotti e agli altri operatori. Immediatamente avremmo migliaia di malati in più da gestire. Immediatamente, tutti insieme.
Il diritto alla salute è un diritto universale, che prescinde dallo stato di detenzione o di libertà. Spero che nessuno vorrà pensare che a quel punto lo Stato avrà meno dovere verso i malati detenuti. Se quindi si ammaleranno in migliaia, tra cui molti giovani, peseranno drammaticamente sulla nostra sanità già allo stremo. I respiratori andranno portati in carcere. Quindi, ne avremo di meno noi fuori. Qualche malato in più, tra le persone libere e incensurate, resterà senza. Lo Stato, secondo la strana interpretazione di Bonafede, non avrà arretrato. Ma avrà messo a rischio qualcuno dei suoi cittadini. Siamo ancora in tempo per evitarlo. Ma basta con gli slogan. Che il buon senso di tutti resti unito contro il coronavirus.
*Coordinatrice associazione Antigone










