di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 marzo 2020
La denuncia di un Comitato di familiari dei detenuti del carcere pugliese. Il video l'hanno visto tutti. I cancelli sono aperti, fuori solo due pattuglie della polizia e un centinaio di detenuti evadono con apparente tranquillità. Solo alcuni scappano per raggiungere delle auto nel parcheggio con la speranza di rubarle e fuggire. Parliamo della più grande evasione di massa mai avvenuta in Italia e il protagonista è il carcere di Foggia, teatro della forte rivolta avvenuta il 9 marzo scorso.
A segnalare l'evento anomalo sono proprio un folto gruppo di familiari dei detenuti del carcere pugliese che hanno anche formato un comitato. Hanno prodotto un video, che Il Dubbio ha potuto visionare, nel quale si vede come il giorno prima della rivolta, i detenuti avevano iniziato una protesta pacifica con la cosiddetta battitura. "Possibile che visto gli avvenimenti dei quei giorni in tv e visto l'inizio di una protesta, nessuno sia riuscito a prendere provvedimenti prima?", si chiede il comitato.
Ma non solo. Dopo la rivolta i familiari vivono in un blackout totale. Al comitato arrivano testimonianze di parenti i cui figli e mariti hanno chiamato lamentandosi di avere ancora addosso la roba di una settimana fa. "Il carcere di Foggia non vuole darci nulla e noi familiari non possiamo spedirli", denuncia la portavoce del comitato. Alla richiesta di avere indietro la roba, secondo quanto testimoniano i familiari, è che avrebbe provveduto il carcere a spedirla.
"Ma è passata una settimana, i nostri cari sono stati trasferiti lontano e non hanno ancora indumenti", denuncia il comitato dei familiari dei detenuti di Foggia. "Di alcuni di loro non si hanno ancora notizie, non ci danno notizie, qualcuno ha preparato e spedito pacchi con la roba ma a quanto pare per l'emergenza coronavirus il pacco è fermo e non può essere consegnato", testimoniano ancora i familiari.
Sono preoccupati, non hanno notizie. "Noi non possiamo stare zitti - tuonano i componenti del comitato -, vogliamo dei chiarimenti. Non giustifichiamo l'accaduto, hanno sbagliato ma hanno reagito per paura perché quel carcere è da anni che versa in condizioni critiche". Denunciano che la polizia penitenziaria di Foggia, il giorno della rivolta, non indossava mascherine perché il carcere non le avrebbe fornite. Poi il comitato sottolinea un evento che potrebbe far capire il motivo scatenante della rivolta. "Molti nostri compagni lamentavano di detenuti con febbre. È normale aver paura - spiegano i familiari - noi vogliamo chiarimenti".
Una paura che però coinvolge - in generale - anche gli agenti penitenziari, i quali lamentano di non essere protetti. D'altronde numerosi sono i comunicati di varie sigle sindacali che chiedono provvedimenti, protezione e gestione efficace delle emergenze. Ma ritorniamo ai detenuti che sono riusciti ad evadere, poi riacciuffati.
La compagna di uno di loro racconta a Il Dubbio che soffre di asma e l'assistenza sanitaria del carcere foggiano non riuscirebbe ad assisterlo come dovuto. "Io sono consapevole che nel passato ha sbagliato. Però non si sarebbe mai comportato così. Io sono certa che lui era evaso per paura dell'epidemia: mi disse che se con un semplice attacco d'asma non lo curano, figuriamoci con il coronavirus. Non avrebbe mai fatto una cosa del genere - racconta accoratamente a Il Dubbio. Non si sarebbe mai finito di rovinare con le sue stesse mani, se non avesse avuto così tanta paura".
di Silvia Mancinelli
adnkronos.com, 17 marzo 2020
"Sulle morti nel carcere di Rieti non può cadere il silenzio. Già da più di un mese e mezzo il virus è in Italia, l'allarme si diffonde, diventa sempre più forte e vicino a noi tutti. Sappiamo come noi, persone fuori dalle galere, abbiamo reagito alla nostra paura, alla nostra quotidianità che cambiava in peggio giorno dopo giorno, alle notizie di ospedali pieni e incapaci a garantire le adeguate cure a chi si ammalava.
Intanto nelle carceri il sovraffollamento mette insieme troppe persone in celle strette, detenute e detenuti anche anziani, malati, senza le minime distanze uno dagli altri. Tutto questo in un'assistenza sanitaria che lascia al quanto a desiderare, un'assistenza che già in tempi di non emergenza sanitaria, riusciva a garantire solo psicofarmaci e, a malapena, qualche tachipirina". Inizia così la lettera scritta dai parenti dei detenuti morti nel carcere di Rieti e affidata all'Adnkronos.
"La tensione aumenta e lo Stato decide, per contenere il contagio, di adottare misure, le più restrittive, quali la sospensione di ogni attività, fino all'interruzione dei colloqui con i familiari. In compenso - si legge - gli operatori e gli agenti penitenziari continuano a rispettare i loro turni di lavoro ed entrano ed escono dalle galere, senza alcuna precauzione, nemmeno dotati di mascherine e guanti. Nessuna misura di prevenzione di carattere sanitario.
Dal carcere di Salerno la rivolta si estende 'contagiando', in pochissime ore, ben 27 carceri di tutta Italia. Quattordici i decessi tra i detenuti di Modena, Alessandria e Rieti. Tutte morti, ci dicono dagli esiti di autopsie fatte in fretta e furia e, probabilmente, in assenza di figure legali nominate dalle famiglie, dovute ad abuso di psicofarmaci presi dalle infermerie interne alle carceri.
"Ci volevano le rivolte affinché il Ministro della Giustizia, oltre ad esprimere il pugno di ferro nei confronti di chi ha partecipato alle rivolte, distribuisse 100 mila mascherine. Ma come si sedano le rivolte? - chiedono i parenti dei detenuti - Trattando con i detenuti, oppure con pestaggi reiterati. Non è una novità. Lo sa chiunque abbia vissuto direttamente o indirettamente (avendo un proprio caro lì rinchiuso) il carcere. In questi difficilissimi giorni, in cui l'impegno di ognuno di noi è tutto volto alla tutela della collettività, c'è chi non ha alcuna tutela".
"Chiediamo che il Direttore Generale della Asl di Rieti, anche competente e responsabile della salute delle persone detenute nel carcere, si impegni nell'accertamento delle condizioni dei detenuti. Ci domandiamo come mai a fronte di ben 4 morti i garanti, nazionale e regionale, dei diritti dei detenuti non si siano ancora recati sul posto. Li invitiamo a farlo al più presto, nel loro ruolo di tutela delle persone private della loro libertà".
di Ambra Notari
Redattore Sociale, 17 marzo 2020
In una nota Antonio Ianniello, Garante dei detenuti di Bologna, fa il punto sulla situazione alla Dozza: "Ci sono luoghi non agibili: le devastazioni hanno interessato anche gli ambulatori medici e gli spazi per le visite specialistiche. Si riparta dal buon senso dei detenuti che hanno scelto di non partecipare alla rivolta".
"Nel reparto giudiziario, non essendoci attualmente condizioni di sicurezza a causa delle devastazioni che hanno interessato gli spazi, le persone detenute sono per il momento chiuse nelle camere di pernottamento h24. Alcuni spazi detentivi sono ancora senza luce. Sono peggiorate anche le condizioni di lavoro degli operatori che prestano servizio nelle sezioni detentive: nei giorni scorsi i sindacati di Polizia Penitenziaria in una nota congiunta hanno chiesto la chiusura del reparto giudiziario e il relativo trasferimento della totalità delle persone detenute lì collocate verso altri istituti penitenziari". A fare il punto della situazione in cui si trova la Casa circondariale Rocco D'Amato di Bologna è il Garante dei detenuti di Bologna, Antonio Ianniello, che in una nota mette in fila tutte le esigenze che riguardano l'istituto, parzialmente devastato dalle rivolte dei giorni scorsi, che hanno portato alla morte di un detenuto per cause ancora da chiarire. "Dobbiamo ringraziare l'amministrazione penitenziaria e l'Azienda Usl di Bologna - sottolinea -. C'è ancora molto lavoro da portare avanti per il progressivo ripristino dei locali e delle infrastrutture, anche di tipo sanitario: le devastazioni, infatti, hanno anche interessato ambulatori medici e spazi e strumentazione per le visite specialistiche".
Nei giorni scorsi sono stati effettuati trasferimenti di persone detenute verso altri istituti per motivi di ordine e sicurezza, ma i problemi permangono: dalla chiusura h24 dei detenuti del giudiziario nelle proprie camere detentive; alle peggiorate condizioni di lavoro degli agenti, per giorni costretti a lavorare immersi nell'odore acre dei roghi spenti della rivolta. "È stata ripristinata al 1° piano la linea telefonica, i colloqui sono sospesi ma si sta garantendo un maggior numero di comunicazioni telefoniche e via skype. Ritengo, però, sarebbe necessario un potenziamento delle linee telefoniche e delle postazioni informatiche".
Nei giorni scorsi la Direzione generale dei detenuti e del trattamento del Dap, per limitare il disagio delle persone detenute in questo momento, ha autorizzato l'utilizzo della posta elettronica per la corrispondenza con i familiari anche per i ristretti nel circuito Alta Sicurezza 3, anche presenti a Bologna. Da oggi, poi, saranno ripristinati i colloqui con gli avvocati, per atti urgenti e improrogabili, che all'ingresso in istituto potranno essere sottoposti al triage; saranno anche tenuti a compilare l'apposito modulo di autocertificazione.
"Risulta opportuno ribadire che, da quanto risulta, un consistente numero di persone detenute ha scelto di adottare comportamenti responsabili, non partecipando ai disordini. È anche altamente probabile che non siano poche le persone detenute che, pur trovandosi in quelle stesse sezioni del reparto giudiziario coinvolte nelle violenze, non hanno alla fine partecipato attivamente alle devastazioni.
Bisognerà ripartire dal senso di responsabilità di chi non ha usato violenza durante i disordini affinché le ulteriori fasi di questa emergenza sanitaria possano essere affrontate con moderazione nel contesto penitenziario dove evidentemente l'alleggerimento degli attuali numeri delle presenze in carcere consentirebbe di creare condizioni essenziali per la possibilità di reperire spazi detentivi da utilizzare per l'eventuale isolamento delle persone sulla base delle necessità sanitarie".
A livello centrale è operativa una task force, voluta dal Ministro della giustizia, in cui sono anche presenti il Garante nazionale delle persone private della libertà personale e i Capi dipartimenti dell'amministrazione penitenziaria e della Giustizia minorile e di comunità, proprio con il compito di elaborare strategie possibili d'intervento per far fronte all'emergenza in atto. Il Garante nazionale sta anche chiedendo informazioni alle Procure della Repubblica, tra cui anche quella di Bologna, circa l'apertura delle indagini in merito ai decessi per proporre la presentazione come persona offesa.
parmatoday.it, 17 marzo 2020
Lo annuncia il Garante dei Detenuti Roberto Cavalieri. Nel carcere parmigiano di via Burla arriveranno altri 50 detenuti, che sono stati trasferiti dal carcere Sant'Anna di Modena nel penitenziario della nostra città dopo le rivolte della settimana scorsa.
Dopo il trasferimento di 16 detenuti dal carcere di Modena e di due dal carcere di Reggio Emilia il giorno stesso e nei giorni immediatamente successivi alla protesta, ora i nuovi trasferimenti. A Parma dovrebbero arrivare anche altri 15 detenuti dal carcere di Bologna".
Corriere del Mezzogiorno, 17 marzo 2020
"Siamo rimaste sveglie tutta la notte per conoscere il contenuto del decreto e alla fine, la delusione". Maria, nome di fantasia per questioni di privacy, parla del "cura Italia": il Dpcm varato ieri.
È la moglie di un detenuto nel carcere di Matera. Una tra le persone che hanno protestato nei giorni scorsi in via Cererie, davanti ai cancelli della casa circondariale della città dei Sassi. Si aspettava "qualcosa di più dal ministro Bonafede" e invece "usciranno solo tremila persone, quelle che erano già in libertà vigilata. Ho paura che adesso succeda una rivolta".
Maria e le altre donne ricevono da mariti, figli, fratelli, lettere cariche di preoccupazione. L'incubo è che qualcuno possa essere contagiato dal Covid19. "Se il coronavirus arriva nel carcere - dice Maria - fa una strage. Allora sì che usciranno anche trentamila persone, ma in una cassa di legno. L'onorevole Rita Bernardini dei Radicali, con cui sono sempre in contatto, ci aveva spiegato che avremmo potuto avere i colloqui tramite Skype, ma niente.
Neppure questo. Il carcere di Matera non è attrezzato per consentire i collegamenti, così io non vedo mio marito dal 5 marzo. Da allora c'è stata solo una telefonata di neppure dieci minuti, tre giorni fa. Sono molto preoccupata. In cella ci sono quattro persone. Non riescono certo a mantenere la distanza di sicurezza di un metro".
La Protezione civile ha allestito intanto anche nell'istituto di Matera le tende per il pre-triage. I timori però non sono solo per il coronavirus. Ma pure per le conseguenze di eventuali reazioni violente come quelle viste in altre città. Si pensi a Modena, dove non sono mancati i morti.
"Mio marito mi scrive che potrebbe scoppiare una nuova protesta e che se lui non partecipasse rischierebbe di subire ritorsioni dagli altri detenuti. Come si può evitare tutto questo? Chi ci assicura che i nostri uomini stanno bene? Lui uscirà tra due anni e tre mesi. Io, intanto, sono malata. Ho un tumore. Vivo con la paura che non riusciremo più a vederci". Dall'altra parte c'è la Polizia penitenziaria a dover gestire il tutto. I sindacati di categoria da anni denunciano la carenza di personale in carceri sempre più sovraffollate.
Gazzetta del Mezzogiorno, 17 marzo 2020
Con un'operazione alla quale hanno partecipato circa 200 uomini della Polizia penitenziaria, 70 detenuti del carcere di Melfi (Potenza) - tutti della sezione "alta sicurezza" - che il 9 marzo scorso si erano rivoltati prendendo in ostaggio nove persone fra agenti di custodia e personale sanitario, sono stati trasferiti stamani in altri istituti di pena d'Italia.
La rivolta era cominciata, come in decine di altre carceri italiane, per protestare contro le misure - come la sospensione dei colloqui con i parenti - prese per contrastare la diffusione del coronavirus. I 70 detenuti trasferiti stamani, anche dopo aver rilasciato gli ostaggi, non erano rientrati in cella e la situazione di tensione era rimasta.
Il segretario generale del Sindacato di Polizia penitenziaria, Aldo Di Giacomo, ha definito l'operazione di stamani che ha portato al trasferimento dei detenuti più turbolenti "una prova di forza dello Stato necessaria. Speriamo - ha aggiunto - che si continui su questa strada perché bisogna mantenere alta la guardia in tutti gli istituti italiani, ancora di più in questo momento segnato dall'emergenza per il covid-19".
globalist.it, 17 marzo 2020
Parla suor Franca, che lavora alla Casa di Reclusione della Giudecca: "Una voce fuori dal coro. Le donne hanno raccolto una cifra simbolica". Una "protesta solidale" in risposta alle violente rivolte scoppiate all'interno delle carceri italiane al seguito del diffondersi del coronavirus. È questa l'iniziativa delle detenute della Casa di Reclusione Femminile della Giudecca - Venezia.
Pur essendo solidale con gli altri detenuti e chiedendo comunque di poter vedere i propri cari, la stragrande maggioranza delle donne del carcere (71 su 85) si è dissociata dalle violenze, si è unita e ha dato vita a una raccolta fondi per mostrare vicinanza alle persone che stanno combattendo il coronavirus.
Le donne hanno così raccolto 110 euro in un giorno da donare al Reparto di Terapia Intensiva dell'Ospedale dell'Angelo di Mestre. "Si tratta di una cifra simbolica, è vero, ma per alcuni anche un euro può significare tanto. E queste ragazze hanno dato tutto ciò che avevano. Quell'euro era tutto ciò che avevano", spiega suor Franca, membro delle Suore di Maria Bambina, che lavora nel carcere.
Suor Franca, le detenute hanno raccolto 110 euro in un giorno. Come diceva, una cifra simbolica, ma significativa per chi lavora in prigione...
Esatto, soprattutto in questi giorni, in cui queste donne hanno visto interrotte, per un periodo non prevedibile, tutte le attività delle cooperative che danno loro lavoro all'interno di vari laboratori e progetti (lavanderia, laboratorio di cosmetica, orto, sartoria), a causa del quasi completo azzeramento delle commesse da parte dei committenti esterni, rappresentati qui a Venezia dalle grandi catene di alberghi di lusso, tutti desolatamente chiusi.
Un gesto lodevole quello di raccogliere fondi anche in un momento così delicato per loro...
Sì, mi viene in mente un'immagine evangelica: la vedova che, al tempio, dà due spiccioli. E quegli spiccioli sono tutto quello che ha. Ecco, allo stesso modo, queste donne mi hanno commosso. Volevano far sentire la loro solidarietà alla popolazione veneziana, a medici e infermieri in prima linea e all'Italia intera che sta subendo questo flagello. La loro è una bella voce da far sentire.
Una voce fuori dal coro, no?
Assolutamente, vista anche la situazione nelle altre carceri. Le donne della Giudecca si sono dissociate dalle proteste violente. Questo non perché non siano solidali con gli altri detenuti. Al contrario, anche se alla Giudecca il problema del sovraffollamento non esiste, nelle carceri italiane rimane il grande fardello. Infatti, il vero motivo delle proteste è quello: immaginiamo di vivere, in questo periodo storico, in una cella a stretto contatto con altre persone. Se scoppia il contagio nelle carceri diventa molto difficile riuscire a fronteggiare il problema. Per questo, la paura travolge e, purtroppo, in alcuni posti, si trasforma in violenza. Le detenute della Giudecca, invece, hanno scelto la via della solidarietà. Quella più efficace e che può ricongiungere tutti.
Quindi, come si sono organizzate per diffondere questa "protesta solidale", come loro stesse hanno chiamato l'iniziativa?
Si sono riunite e, nel corso di un'assemblea, hanno scritto una lettera. Poi hanno chiesto alla direttrice del carcere, la dottoressa Antonella Reale, di poter far arrivare la loro voce anche all'esterno della prigione.
Cosa chiedono?
Attenzione per tutta la popolazione detenuta e pregano le autorità di valutare la possibilità di misure che permettano, almeno a una parte di loro, di ricongiungersi con le famiglie. Inoltre, chiedono di non essere dimenticate.
Partiamo dal primo punto. Com'è la situazione per loro adesso? Non deve essere facile non poter vedere i propri cari...
In questo momento, hanno la possibilità di effettuare quattro chiamate a settimana con Skype, oltre alle telefonate normali. I colloqui visivi sono stati interrotti per tutelare la sicurezza dei detenuti e dei loro cari. Sono state seguite le direttive del decreto. C'è da dire che in questo momento, stiamo vivendo un po' tutti agli arresti domiciliari, forse adesso capiamo cosa significa essere privati della libertà. Noi almeno abbiamo Internet e riusciamo a restare in contatto e connessi col mondo, loro non hanno nulla. Adesso che si è bloccato tutto - anche le attività - il tempo dentro il carcere non passa mai.
E com'è l'umore delle detenute?
Noi suore e l'amministrazione cerchiamo di portare serenità, un grido di speranza, cerchiamo di star loro vicino e di far loro compagnia. Adesso stiamo dipingendo un cartello con su scritto #andratuttobene. Però la paura c'è, questo è un tempo sospeso. In uno spazio ristretto, la sensazione di angoscia aumenta ancora di più. Anche perché le detenute sono dentro e sono in pensiero per i loro cari.
Torniamo al secondo punto. Ha detto che le carcerate chiedono di non essere dimenticate. Cosa intendono?
Il carcere è un luogo ancora poco conosciuto perché fa paura. Nell'immaginario collettivo, i cattivi sono dentro e i buoni sono fuori. Quando, invece, inizi a conoscerlo poi ti accorgi che hai a che fare con persone che hanno sbagliato, che stanno pagando per i loro errori, ma che spesso vengono ingiustamente dimenticate. Un essere umano non è solo il reato che ha commesso, c'è molto di più dietro, è ombra e luce come lo siamo tutti noi.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 17 marzo 2020
Oggi il Consiglio europeo decide la sospensione degli ingressi in Europa per trenta giorni. "Dobbiamo dire la verità ai cittadini: sarà una crisi seria, lunga e difficile. Dobbiamo serrare i ranghi". Quando parla, il presidente del Consiglio Ue Charles Michel ha appena finito un vertice tenuto in videoconferenza con i leader del G7 mentre per oggi ha convocato un consiglio straordinario con i capi di Stato e di governo europei dove si discuteranno nuove misure per contrastare la diffusione del Coronavirus: "È fondamentale fare di tutto per contenere i contagi", spiega Michel. "Bisogna garantire le forniture di attrezzature mediche, sostenere la ricerca e limitare il più possibile i danni all'economia".
È l'annuncio che verranno adottate misure ancora più rigorose nella speranza di contenere l'epidemia. E tra queste c'è la decisione di chiudere l'Unione europea al resto del mondo, decretando lo stop temporaneo dei viaggi non essenziali nell'Unione. La misura verrà decisa nel vertice di oggi, durerà trenta giorni (salvo rinnovo) e riguarderà tutti i Paesi che non fanno parte dell'area Schengen.
"Lo facciamo per non far ulteriormente diffondere il virus dentro e fuori il continente e per non avere potenziali ulteriori pazienti che pesino sul sistema sanitario dell'Ue", spiega la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. Dalla restrizione è esclusa la Gran Bretagna, che nonostante la Brexit continuerà fino al 31 dicembre a far parte dell'Unione.
Nella decisione dei vertici europei c'è sicuramente l'intenzione di contenere il contagio, ma anche la speranza di riuscire in questo modo a salvare quanto rimane del trattato di Schengen, messo sempre più a rischio dalle scelte fatte dai singoli Stati di ripristinare i controlli alle frontiere. Sono nove quelli che finora hanno comunicato alla Commissione Ue l'intenzione di chiudere i propri confini. Si tratta di Germania, Danimarca, Ungheria, Austria, Repubblica Ceca, Polonia, Lituania, Estonia e, dalla mezzanotte di ieri, anche la Spagna. A questi si aggiungono poi Svizzera e Norvegia che fanno parte di Schengen pur non appartenendo alla Ue. "La Commissione ritiene che chiudere le frontiere non è necessariamente il modo migliore di garantire un ulteriore contenimento dell'epidemia all'interno dell'Unione europea" spiegava, inutilmente, in mattinata un portavoce della Commissione. Che ieri ha comunque diffuso delle linee guida alle quali gli Stati membri dovrebbero attenersi.
Tra le misure decise sono previsti controlli sanitari alle frontiere esterne dell'Unione dove sarà consentito sottoporre a screening tutti "i cittadini Ue e non Ue" che intendono entrare nell'area Schengen. Per i Paesi sarà inoltre possibile vietare l'ingresso a chi dovesse mostrare sintomi pertinenti o che risulti essere stato esposto al virus.
Ma lo stop alle persone non deve assolutamente riguardare anche le merci, raccomanda la Commissione preoccupata da un possibile rallentamento dei rifornimenti di cibo e di materiali sanitari. Un anticipo di quanto potrebbe accadere lo si è visto già ieri, quando ai valichi di frontiera si sono create lunghe code di camion rimasti fermi per ore a causa dei controlli. Proprio per evitare queste situazioni la Commissione ha quindi raccomandato agli Stati la creazione di corsie prioritarie per il trasporto delle merci, per le quali non è previsto che vengano imposte ulteriori certificazioni in aggiunta a quelle già esistenti.
di Luigi Ferrajoli
Il Manifesto, 17 marzo 2020
Scopriamo la fragilità e l'interdipendenza del mondo e insieme crescono, nel senso comune, il valore della sfera pubblica, il primato dello Stato e la solidarietà. Il coronavirus non conosce confini. Si è ormai diffuso in quasi tutto il mondo e certamente in tutta Europa. È un'emergenza globale che richiederebbe una risposta globale. Possiamo quindi trarne due insegnamenti, che ci costringono a riflettere sul nostro futuro.
Il primo insegnamento riguarda la nostra fragilità e, insieme, la nostra totale interdipendenza. Nonostante le conquiste tecnologiche, la crescita delle ricchezze e l'invenzione di armi sempre più micidiali, continuiamo - tutti, semplicemente in quanto esseri umani - ad essere esposti alle catastrofi, talune provocate da noi stessi con i nostri inquinamenti irresponsabili, altre, come l'attuale epidemia, consistenti in calamità naturali. Con una differenza, rispetto a tutte le tragedie del passato: il carattere globale delle catastrofi odierne, le quali colpiscono tutto il mondo, l'umanità intera, senza differenze di nazionalità, di cultura, di lingua, di religione e perfino di condizioni economiche e politiche.
Ne consegue purtroppo - da questa pandemia planetaria - una drammatica conferma della necessità e dell'urgenza di realizzare un costituzionalismo planetario: quello proposto e promosso dalla scuola "Costituente Terra" che abbiamo inaugurato a Roma il 21 febbraio scorso. Il secondo insegnamento riguarda la necessità che di fronte a emergenze di questa natura vengano adottate misure efficaci e soprattutto omogenee, onde evitare che la varietà dei provvedimenti adottati, in molti casi del tutto inadeguati, finisca per favorire il contagio e moltiplicare i danni per tutti. E invece ciascun paese adotta misure diverse, talora del tutto insufficienti come quelle prese negli Stati Uniti e in Inghilterra, i cui governi stanno sottovalutando il pericolo per non danneggiare le loro economie. Perfino in Europa i 27 paesi membri si muovono in ordine sparso, adottando ciascuno strategie differenti: dalle misure rigorose dell'Italia e della Spagna a quelle più lievi della Francia e della Germania. Eppure, almeno per quanto riguarda l'Europa, una gestione comune dell'epidemia sarebbe addirittura imposta dai Trattati.
L'articolo 168 del Trattato sul funzionamento dell'Unione, dedicato alla sanità pubblica, dopo aver affermato che "l'Unione è garante di un livello elevato di protezione della salute umana", stabilisce che "gli Stati membri coordinano tra loro, in collegamento con la Commissione, le rispettive politiche" e che "il Parlamento europeo e il Consiglio possono anche adottare misure per proteggere la salute umana, in particolare per lottare contro i grandi flagelli che si propagano oltre frontiera". Inoltre l'art. 222, intitolato "clausole di solidarietà", stabilisce che "l'Unione e gli Stati membri agiscono congiuntamente in uno spirito di solidarietà qualora uno Stato membro sia vittima di una calamità naturale".
È mai possibile che l'Unione Europea sia capace di imporre agli Stati membri soltanto sacrifici e politiche di austerità a beneficio dei pareggi di bilancio, e non anche misure sanitarie a beneficio della vita dei suoi cittadini? La Commissione europea ha tra i suoi componenti un commissario per la salute, un altro per i diritti sociali, un altro ancora per la coesione e le riforme e perfino un commissario per la gestione delle crisi. Cosa aspettano costoro a prendere in mano questa emergenza e a promuovere in tutta Europa, con direttive vincolanti, misure omogenee ed efficaci dirette a fronteggiarla?
Ma soprattutto il carattere globale di questa epidemia conferma la necessità - già evidente in materia di aggressioni all'ambiente, ma resa ancor più visibile e urgente dal terribile bilancio quotidiano dei morti e dei contagiati - di dar vita a una Costituzione della Terra che preveda garanzie e istituzioni all'altezza delle sfide globali e a tutela della vita di tutti. Esiste già un'Organizzazione mondiale della Sanità. Ma essa non ha i mezzi e gli apparati necessari neppure per portare nei paesi poveri i 460 farmaci salva-vita che 40 anni fa stabilì che dovessero essere accessibili a tutti e la cui mancanza provoca ogni anno 8 milioni di morti. Oggi l'epidemia globale colpisce tutti, senza distinzione tra ricchi e poveri.
Dovrebbe perciò fornire l'occasione per fare dell'Oms una vera istituzione di garanzia globale, dotata dei poteri e dei mezzi economici necessari ad affrontare la crisi con misure razionali e adeguate, non condizionate da interessi politici o economici contingenti ma finalizzate alla garanzia della vita di tutti gli esseri umani solo perché tali.
Di questo salto di civiltà - la realizzazione di un costituzionalismo globale e di una sfera pubblica planetaria - esistono oggi tutti i presupposti: non soltanto quelli istituzionali, ma anche quelli sociali e quelli culturali. Tra gli effetti di questa epidemia ci sono infatti una rivalutazione della sfera pubblica nel senso comune, una riaffermazione del primato dello Stato rispetto alle Regioni in tema di sanità e, soprattutto, lo sviluppo - dopo anni di odio, di razzismi e di settarismi - di un senso straordinario e inaspettato di solidarietà tra le persone e tra i popoli, che si sta manifestando negli aiuti provenienti dalla Cina, nei canti comuni e nelle manifestazioni di affetto e gratitudine, sui balconi, nei confronti dei medici e degli infermieri, nella percezione, in breve, che siamo un unico popolo della Terra, accomunato dalla condizione comune in cui tutti viviamo. Forse da questa tragedia può nascere finalmente una consapevolezza generale in ordine al nostro comune destino, che richiede perciò un comune sistema di garanzie dei nostri diritti e della nostra pacifica e solidale convivenza.
caritasroma.it, 17 marzo 2020
La Caritas di Roma e le associazioni di volontariato chiedono interventi per evitare il contagio. Le associazioni del mondo cattolico impegnate in carcere chiedono al Governo di mettere in campo con urgenza e senza esitazioni dei provvedimenti che consentano di affrontare in maniera adeguata e nei tempi necessari il rischio del diffondersi del contagio da Covid 19 in carcere.
Occorre fare uscire le persone fragili e chi ha un fine pena breve, ampliando la detenzione domiciliare speciale per liberare spazi all'interno degli Istituti di pena, in un momento in cui lo spazio è essenziale per fermare la diffusione dell'epidemia. Non bastano i presidi sanitari. In un luogo chiuso come il carcere occorrono provvedimenti coraggiosi e decisi a tutela di tutti.
Sottoscrivono: Associazione volontari in carcere; Caritas diocesana di Roma; I cappellani degli Istituti penitenziari di Roma; Ispettore generale dei Cappellani penitenziari; Seac; Comunità di Sant'Egidio; Sesta Città rifugio; VoReCo; I Gruppi di Volontariato Vincenziano.
- Modena. Progetto "Nuova dimora", promosso da Camera Penale e Ass. Porta Aperta
- Brasile. Caos nelle carceri a San Paolo: evadono oltre 1.000 detenuti
- Rivolte nelle carceri. Le vite a latere costrette alla noncuranza
- Carceri, un Comitato per la verità e la giustizia
- L'Associazione Antigone propone interventi contro disperazione e solitudine nelle carceri










