di Ilaria Li Vigni
Italia Oggi, 16 marzo 2020
Non si può applicare retroattivamente la legge anticorruzione, con effetti diretti sull'accesso ai benefici penitenziari per i cosiddetti reati ostativi, previsti dalla Legge n. 3/2019 c.d. "Spazza-corrotti". In data 26 febbraio sono state depositate le motivazioni della sentenza emessa dalla Corte Costituzionale in data 12 febbraio.
"Se al momento del reato è prevista una pena che può essere scontata fuori dal carcere, ma una legge successiva la trasforma in una pena da eseguire dentro il carcere, quella legge non può avere effetto retroattivo", è la motivazione di fondo che ha guidato i giudici costituzionali. Infatti, si spiega, "tra il "fuori" e il "dentro" vi è una differenza radicale: qualitativa, prima ancora che quantitativa, perché è profondamente diversa l'incidenza della pena sulla libertà personale".
Sul filo di questo ragionamento, con la sentenza numero 32 del 2020, relatore Francesco Viganò, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima l'applicazione retroattiva della legge numero 3 del 2019, la cosiddetta "Spazza-corrotti".
La Corte, si legge nelle motivazioni, "ritiene necessario procedere a una complessiva rimeditazione della portata del divieto di retroattività sancito dall'art. 25, secondo comma, Cost., in relazione alla disciplina dell'esecuzione della pena". Questo perché "l'orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità circa il carattere processuale delle norme dell'ordinamento penitenziario" va oggi letto "anche alla luce delle indicazioni provenienti dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo".
Fino a ora, infatti, sia la Cassazione che la stessa Corte costituzionale avevano sempre seguito un orientamento diverso, secondo cui le pene devono essere eseguite in base alla legge in vigore al momento dell'esecuzione della pena, e non a quella in vigore al momento del fatto. A essere rimeditato è appunto l'articolo 25 della Costituzione, secondo cui nessuno può essere punito con una pena non prevista al momento del fatto o con una pena più grave di quella allora prevista, che opera come "uno dei limiti al legittimo esercizio del potere politico, che stanno al cuore stesso del concetto di Stato di diritto".
E quindi, continua la Corte, se, di regola, è legittimo che le modalità esecutive della pena siano disciplinate dalla legge in vigore al momento dell'esecuzione e non da quella in vigore al momento del fatto (anche per assicurare uniformità di trattamento tra i detenuti), ciò non può valere "allorché la normativa sopravvenuta non comporti mere modifiche delle modalità esecutive della pena prevista dalla legge al momento del reato, bensì una trasformazione della natura della pena e della sua concreta incidenza sulla libertà personale del condannato".
Questo perché la legge "anticorruzione" ha reso assai più gravose le condizioni di accesso alle misure alternative alla detenzione e alla liberazione condizionale, e, quindi, non può essere applicata retroattivamente dai giudici.
Le stesse considerazioni valgono per il meccanismo processuale della sospensione dell'ordine di esecuzione della pena in caso di condanna a non più di quattro anni per chiedere al tribunale di sorveglianza l'ammissione a una misura alternativa alla detenzione. La consulta, dopo aver sottolineato che la legge c.d. Spazza-corrotti non contiene alcuna disciplina transitoria, ha dichiarato incostituzionale parte della predetta normativa, "in quanto interpretata" nel senso che le modificazioni da essa introdotte si applichino anche ai condannati per fatti commessi prima della sua entrata in vigore, con riferimento alle misure alternative alla detenzione, alla liberazione condizionale e al divieto di sospensione dell'ordine di esecuzione della pena.
La Corte ha sottolineato che "i principi così sanciti non riguardano i permessi premio e il lavoro all'esterno, che quindi continuano ad essere regolati dalla legge in vigore al momento dell'esecuzione della pena". Tuttavia, la Corte ha chiarito che "ciò non significa, peraltro, che al legislatore sia consentito disconoscere il percorso rieducativo effettivamente compiuto dal condannato che abbia già raggiunto, in concreto, un grado di rieducazione adeguato alla concessione del beneficio".
Insomma, a parere di chi scrive, si tratta di una pronuncia che riconduce la norma nell'ambito di una coerente applicazione del principio, costituzionalmente sancito, di applicazione in bonam partem della legge penale e rieducazione del condannato, così emendando disposizioni evidentemente incostituzionali che spesso si riscontrano in molte recenti previsioni normative.
Gazzetta del Mezzogiorno, 16 marzo 2020
Dopo la rivolta nel carcere di Melfi culminata con il sequestro di quattro poliziotti penitenziari e 5 operatori dell'area sanitaria, "i detenuti del circuito Alta Sicurezza, si sono imposti con forza e prepotenza, rifiutando di entrare categoricamente nelle proprie celle e, pretendendo di circolare liberamente all'interno delle sezioni detentive, una sorta di autogestione, quando, invece, sarebbero dovuti rimanere chiusi, nelle sezioni".
Lo sostiene l'Osapp (Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria), che avverte: "lo Stato non può consentire una così palese condizione di resa alle violenze né può piegarsi al volere di chi ha violato le regole e impone con forza criminale le sue regole".
"Presso il carcere di Melfi si registra una gestione da parte della Direzione gravemente insufficiente che si ripercuote in particolar modo sul personale di Polizia penitenziaria, che vi presta servizio e che dal giorno del sequestro sta vivendo una sequela di gravi difficoltà. La stessa Direzione non sarebbe in grado di porre in essere gli urgenti correttivi rivolti a ripristinare l'ordine e la sicurezza interna", afferma il sindacato, che chiede perciò "un urgente ed autorevole intervento da parte delle autorità politiche".
di Antonio Ianniello*
Ristretti Orizzonti, 16 marzo 2020
Gli operatori dell'Amministrazione Penitenziaria e dell'Azienda Usl di Bologna - a entrambi si torna a esprimere vicinanza - stanno attuando un grande sforzo per far fronte all'attuale situazione detentiva, restando sempre alta l'attenzione circa nuovi possibili disordini e comunque considerando che rimane ancora grande il lavoro da portare avanti per il progressivo ripristino dei locali e delle infrastrutture, anche di tipo sanitario (si ricorda che le devastazioni hanno anche interessato ambulatori medici e gli spazi e la strumentazione per le visite specialistiche).
Sono stati effettuati trasferimenti di persone detenute verso altri istituti penitenziari per motivi di ordine e sicurezza in ragione dei disordini ai quali sono anche collegate gravissime conseguenze che stanno seriamente riflettendosi sulle condizioni generali di vita delle persone detenute: nel reparto giudiziario, non essendoci attualmente condizioni di sicurezza a causa delle devastazioni che hanno interessato gli spazi, le persone detenute sono per il momento chiuse nelle camere di pernottamento h 24, risultando generalmente in un normale stato di salute, secondo quanto riferito.
Già ripristinata al 1° piano la linea telefonica, rimanendo ancora parzialmente senza luce alcuni spazi detentivi.
Anche il profilo relativo al peggioramento delle condizioni di lavoro degli operatori che prestano servizio nelle sezioni detentive appare sensibile: nei giorni scorsi i sindacati della Polizia Penitenziaria in una nota congiunta hanno chiesto la chiusura del reparto giudiziario e il relativo trasferimento della totalità delle persone detenute lì collocate verso altri istituti penitenziari.
Negli altri reparti la quotidianità detentiva pur nell'emergenza va avanti in modo ordinario.
Risulta opportuno ribadire che, da quanto risulta, un consistente numero di persone detenute ha inteso adottare comportamenti responsabili, non partecipando ai disordini, anche essendo altamente probabile che non siano poche le persone detenute che, pur trovandosi in quelle stesse sezioni del reparto giudiziario coinvolte nelle violenze, non hanno alla fine partecipato attivamente alle devastazioni.
Bisognerà ripartire dal senso di responsabilità di chi non ha usato violenza durante i disordini affinché le ulteriori fasi di questa emergenza sanitaria possano essere affrontate con moderazione nel contesto penitenziario dove evidentemente l'alleggerimento degli attuali numeri delle presenze in carcere consentirebbe di creare condizioni essenziali per la possibilità di reperire spazi detentivi da utilizzare per l'eventuale isolamento delle persone sulla base delle necessità sanitarie.
A livello centrale è operativa una task force, voluta dal Ministro della Giustizia, in cui sono anche presenti il Garante nazionale delle persone private della libertà personale e i Capi Dipartimenti dell'Amministrazione Penitenziaria e della Giustizia minorile e di comunità, proprio con il compito di elaborare strategie possibili d'intervento per far fronte all'emergenza in atto, monitorando l'evoluzione della situazione negli istituti penitenziari.
Il Garante nazionale sta anche chiedendo informazioni alle Procure della Repubblica, tra cui anche quella di Bologna, come noto, essendosi verificato il decesso di una persona detenuta, circa l'apertura delle indagini in merito ai decessi al fine di proporre la presentazione come persona offesa.
Nei giorni scorsi, con nota apposita, la Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento del Dap, allo scopo di limitare il disagio delle persone detenute in questo momento, ha autorizzato l'utilizzo della posta elettronica per la corrispondenza con i familiari anche per i ristretti nel circuito Alta Sicurezza 3, anche presenti a Bologna.
Stante l'emergenza sanitaria in atto, che ha comportato la sospensione dei colloqui, si sta garantendo un maggior numero di comunicazioni telefoniche e via skype, ma sarebbe comunque necessario un potenziamento delle linee telefoniche e delle postazioni informatiche.
Da lunedì 16 marzo verranno ripristinati i colloqui con gli avvocati (per atti urgenti e improrogabili) che all'ingresso in istituto potranno essere sottoposti al c.d. triage
e saranno tenuti a compilare l'apposito modulo di autocertificazione.
*Garante per i diritti delle Persone private della Libertà personale Comune di Bologna
di Caterina Giojelli
Tempi, 16 marzo 2020
Giovanna Di Rosa, presidente del Tribunale di Sorveglianza, racconta le ore folli della sommossa nel carcere milanese tra roghi e cascate d'acqua. Per ore magistrati e agenti avevano fatto su e giù dai reparti, risalendo quei torrenti di acqua gelida che invadevano celle e scalette, detriti che galleggiavano nel buio, roghi di lenzuola, odore di gomma bruciata, caloriferi divelti, vetri ovunque, piramidi di letti di ferro e sgabelli sgangherati alte fino alle botole del soffitto.
Sapendo una cosa sola: nulla inizia e finisce per caso in carcere, ma l'alibi del coronavirus non era stato fornito da circostanze o istituzioni. Non a Milano. "Le limitazioni a San Vittore erano scattate già da 15 giorni - cioè dal 21 febbraio, quando in Lombardia si è iniziato a lavorare subito tutti e come si poteva per fronteggiare l'allarme sanitario - e nulla lasciava presagire cosa sarebbe accaduto. Non qui. Non dopo due settimane di attenzione, dialogo e gesti di vera autoresponsabilità".
La mattina di lunedì 9 marzo Giovanna Di Rosa, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, si trova a San Vittore insieme a direttore e comandante per incontrare i rappresentanti dei detenuti. Sono passate poche ore dalla pubblicazione del nuovo dpcm firmato da Giuseppe Conte con i provvedimenti più stringenti per contenere la diffusione del coronavirus in Lombardia, poche ore dallo scoppio delle prime rivolte nelle carceri di Modena, Frosinone, Pavia.
Presidente Di Rosa, per due settimane tutti gli operatori hanno spiegato le ragioni di ogni provvedimento, restrizione, limitazione alle tradizionali regole di vita del carcere. Cosa cambia il 9 marzo?
Per San Vittore sarebbe cambiato poco rispetto agli altri istituti di pena: a Milano avevamo fatto tanta comunicazione trasparente e preventiva, spiegando che la regolamentazione degli ingressi era necessaria per motivi sanitari. Erano già state ridotte all'osso le attività di volontariato o formative, entravano solo operatori penitenziari sottoposti a triage, medici e infermieri monitoravano costantemente i detenuti. Avevamo lavorato moltissimo anche in previsione della limitazione dei colloqui con i famigliari via telefono: molti detenuti temevano non tanto per la propria salute, quanto per quella dei famigliari a casa. Il carcere è un arcipelago delicatissimo, non si può mentire a un detenuto: ascolto e dialogo sono strumenti per realizzare la tanto sbandierata educazione alla legalità. Tutti i detenuti sono stati messi al corrente di tutto quello che sarebbe successo, applicando forme di attenzione, contenimento, isolamento e chiusura rispetto alla tradizionale "vita quotidiana" fin da subito.
E neanche un materasso bruciato per 15 giorni...
Dopo 15 giorni di comunicazione e autoresponsabilità - e sottolineo ancora il termine -, i detenuti della regione più colpita dal coronavirus apprendono le notizie in tv e col "tam tam" del carcere: si parla di isolamento per reclusi "sintomatici", di sospensione di tutti i colloqui, di limitazioni di permessi e semilibertà, si diffondono notizie di rivolte, decessi, evasioni di massa. Un richiamo sordo che rimbalza a tappeto da un luogo all'altro e la mattina del 9 febbraio arriva anche da noi. Ero in riunione con il direttore, il comandante e i delegati dei detenuti per affrontare il problema della gestione della prevenzione del contagio e dei colloqui telefonici e via skype quando sentiamo i primi boati. Si propagano di reparto in reparto, insieme a grida furiose, i detenuti iniziano a fuggire nei corridoi, distruggere materassi, incendiare coperte e lenzuola, spaccare tutto, l'impianto elettrico e i tubi dell'acqua, i caloriferi. In pochi minuti alcuni reparti sono piombati nel buio, altri hanno iniziato ad allagarsi. Tutto era pieno di fumo, odore di gomma bruciata. Due agenti sono stati presi in ostaggio. Alcuni detenuti hanno saccheggiato l'infermeria e sono andati in overdose da metadone. Arrivati all'ultimo raggio ci siamo trovati davanti una scena surreale: erano state issate delle barricate di letti alte fino al soffitto, erano state distrutte le botole, alcuni uomini si erano radunati sul tetto.
Si capisce il cortocircuito della comunicazione. Ma a far scattare la rivolta sono state le nuove misure di sicurezza o la paura del contagio?
Forse entrambe le cose, forse nessuna delle due. San Vittore è un istituto di pena dove arrivano persone appena arrestate, all'inizio del loro percorso giudiziario, in attesa di giudizio o di processo. San Vittore è lo specchio dell'Italia da record di detenuti in attesa di giudizio, della carcerazione preventiva, qui sono ospitati circa 1.100 detenuti a fronte di una capienza di circa 600 posti. San Vittore è un simbolo del sovraffollamento carcerario. Per capirci: a Bollate non abbiamo registrato proteste, a Opera proteste più contenute seppur gravi. Il problema dei detenuti di San Vittore non è il coronavirus.
Insieme a direttore, comandante, provveditore, al procuratore aggiunto Alberto Nobili e al pubblico ministero Gaetano Ruta, lei ha condotto una trattativa per sedare la rivolta. Alcuni giornali hanno titolato: "I detenuti comandano, i giudici si piegano"...
Non ho avuto tempo di leggere i giornali. Se per questi trattare significa venire a patti con i detenuti sulle barricate, ebbene non c'è stata nessuna trattativa. Le dico io cosa c'è stato: c'è stata da parte nostra la promessa di farci carico delle loro istanze e riportarle al ministro e al Dap. E questo per tre motivi molto semplici: una risposta è dovuta; su tanti fascicoli gravano le attese di migliaia di persone ed era il momento di dare a queste la precedenza; nessuno può permettersi un altro fronte caldo nella Milano del coronavirus. Nessuno ha promesso un risultato o trattato la pace in cambio di un esito specifico, nessuno si è piegato a un ricatto, tanto è vero che nessuno a Milano ha parlato di timbro della legge per ottenere l'indulto: nella lettera inviata a Roma si chiede al ministero di Giustizia e al Dipartimento di amministrazione penitenziaria di prendere sulle spalle la responsabilità del sovraffollamento e prevedere modifiche anche normative che allevino la permanenza dei detenuti in queste condizioni. Questo abbiamo fatto: la storia ci insegna che si può intervenire con bastoni e idranti, noi non li abbiamo usati. E i detenuti hanno capito che non avrebbero ottenuto nulla con le barricate.
Il suo Tribunale di Sorveglianza, intanto, si è attivato per "liberare" le carceri "il più possibile" e avviato "intese con il Sert" (il servizio contro le tossicodipendenze)...
Sì, l'obiettivo è potenziare gli affidamenti terapeutici e le misure alternative anche con un tavolo che si è costituito con il Tribunale di Sorveglianza di Brescia e le direzioni delle carceri, il Provveditorato regionale e Regione Lombardia, i garanti e l'Unep. Adesso c'è il coronavirus ma il coronavirus ci impone di prendere in mano tutte quelle valutazioni rimandate per anni. Non vedo continuità con la "decarcerazione" seguita alla sentenza Torreggiani (quando lo Stato italiano è stato condannato per sistematica violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea ovvero la proibizione di trattamenti inumani e degradanti) o con i provvedimenti seguiti i correttivi Cedu, o con i rimedi compensativi previsti dall'articolo 35-ter che riconoscono al detenuto, sottoposto a condizioni che violino l'articolo 3, una riduzione della pena ancora da espiare o il risarcimento del danno. È possibile ottenere nuove forze e accelerare la strada per realizzare misure alternative? Maggior ricorso alle misure alternative e la riduzione dell'applicazione della custodia cautelare sono argomenti espressi dalla Corte europea che invita gli Stati a esortare in questa direzione giudici e procuratori. Sono un dovere. Fuori la vita va avanti? Va avanti anche dentro. Va avanti anche in carcere, che ricordo essere la casa dello Stato. Casa per sessantamila persone che non termineranno la reclusione con la fine dell'emergenza coronavirus.
palermotoday.it, 16 marzo 2020
Dopo gli episodi risalenti alla settimana scorsa, ecco la nuova bozza di decreto con le misure per rispondere all'emergenza. Obiettivo: ripristinare la piena funzionalità e garantire le condizioni di sicurezza degli istituti penitenziari danneggiati.
"Al fine di ripristinare la piena funzionalità e garantire le condizioni di sicurezza degli istituti penitenziari danneggiati nel corso delle proteste dei detenuti anche in relazione alle notizie sulla diffusione epidemiologica a livello nazionale del Covid-19, è autorizzata la spesa di 20 milioni di euro per la realizzazione di interventi urgenti di ristrutturazione e di rifunzionalizzazione delle strutture e degli impianti danneggiati". È quanto si legge nella nuova bozza di decreto con le misure per rispondere all'emergenza coronavirus.
Per quanto riguarda i fatti di Palermo, in particolare, si legge nella bozza, "si segnalano nella casa circondariale di Palermo-Pagliarelli, danni per un ammontare complessivo stimato in due milioni e 150 mila euro". La sommossa dei detenuti nella struttura penitenziaria risale alla notte tra domenica (8 marzo) e lunedì della scorsa settimana.
Tutto iniziò - seguendo l'esempio delle altre carceri italiane - con degli incendi appiccati all'interno delle celle, poi con alcune stoviglie sbattute contro le grate in ferro delle finestre sbarrate, quindi grida e fischi. Una rivolta che parallelamente si svolse all'esterno del carcere, con i parenti dei detenuti che a lungo bloccarono viale Regione Siciliana.
di Camillo Giuliani
cosenzachannel.it, 16 marzo 2020
Mettere ai domiciliari i detenuti per proteggerli dal coronavirus. È questa la richiesta della Camera penale di Cosenza al direttore del carcere di Vaglio Lise, al presidente del Tribunale di sorveglianza di Catanzaro e ai magistrati che si occupano della stessa materia a Cosenza.
L'annoso problema del sovraffollamento delle carceri italiane, infatti, con l'epidemia in corso si è aggravato e i detenuti sono esseri umani, come chi è in libertà. E allora può mai prevalere il timore per la sicurezza sociale sulla tutela delle vite?
La risposta è no e la Camera penale - nella lettera firmata da Guido Siciliano e Pietro Perugini, segretario e presidente della sezione bruzia - lo ribadisce a gran voce. Già nei giorni scorsi, infatti, la Giunta nazionale aveva paventato "danni irreparabili ai detenuti, al personale carcerario e a tutti coloro che per lavoro o per necessità frequentano le carceri".
Il monitoraggio delle prigioni calabresi ha evidenziato la necessità della "immediata e non più rinviabile applicazione di misure alternative", quali appunto gli arresti domiciliari. I rischi per la salute dei detenuti sono elevatissimi. Esposti al contagio per i contatti continui col personale che entra ed esce dagli istituti penitenziari, si ritrovano a vivere in celle sovraffollate.
E anche solo ipotizzare di poter mantenere le distanze di sicurezza tra le persone in una situazione simile è una chimera. La casa circondariale di Cosenza, ad esempio, dovrebbe ospitare al massimo 218 persone, ma dietro le sbarre ce ne sono 260. Una situazione già disumana, dunque, che l'epidemia in corso rende pericolosissima.
Il ricorso agli arresti domiciliari per le fasce di criminalità medie e basse, potrebbe invece scongiurare un disastro irreparabile. Serve dunque una risposta immediata, scrivono Perugini e Siciliano, da parte della magistratura di sorveglianza, "chiamata a tutelare concretamente il costituzionale diritto alla salute dei detenuti".
di Fabio Fazio
La Repubblica, 16 marzo 2020
La lezione dell'isolamento: proviamo a mettere ordine, non solo nei cassetti di casa e nelle tasche dei vestiti dimenticati nell'armadio, ma in noi stessi.
Sono giorni durissimi in cui abbiamo tutti modo di riflettere sul significato delle parole e su tutti quei gesti quotidiani piccoli e preziosi che ci mancano.
Stiamo vivendo la prova più dura e inattesa che ci potessimo trovare di fronte ma potremmo uscirne migliori per davvero se, lasciando da parte paura o al contrario rimozione, provassimo a fare un esercizio di consapevolezza. Per imparare a guardare in noi stessi, per provare ad ascoltarci e a specchiarci nell'altro e soprattutto per ordinare le cose da cui ricominciare.
Sì, proviamo a mettere ordine, non solo nei cassetti di casa e nelle tasche dei vestiti dimenticati nell'armadio, ma in noi stessi.
Propongo un esercizio che potrà tornarci utile per quando arriveranno giorni migliori. E, stiamone certi, arriveranno.
Mettiamo in fila, tutti insieme, le cose che ogni giorno stiamo imparando. Che sono tante. Tantissime, quante sono le parole.
Elenco delle cose che ho imparato.
1. Devo rimettere in ordine la mia scala di valori per scoprire quel che veramente è importante.
2. Quando tutto ciò sarà finito, devo attenermi alla suddetta scala di valori.
3. La cosa che di sicuro più conta è stare vicini alle persone a cui vogliamo bene. Nulla è più importante di un abbraccio ai nostri figli.
4. Devo ricordarmi che è ora di riconnettermi con la Terra e con l'ecosistema: solo rispettandone l'equilibrio ne saremo rispettati e saremo preservati.
5. Mi sono reso conto che le cose capitano anche contro la volontà degli uomini: non siamo onnipotenti.
6. Ho riscoperto il valore di alcune parole e concetti che troppo in fretta avevamo liquidato: Stato sociale per esempio. Solidarietà, per fare un altro esempio.
7. È diventato evidente che chi non paga le tasse non commette solo un reato ma un delitto: se mancano posti letto e respiratori è anche colpa sua.
8. Mi sono ripromesso di non accettare più nessuna forma di cinismo: in questo momento così duro è comunque bello volersi bene e sentirsi parte della stessa cosa.
9. Mi sono persuaso che il significato delle parole è sacro.
10. Mi sono ripromesso di pretendere che chi ha ruoli di responsabilità e di governo sia più preparato di quelli che da lui sono governati.
11. Ho imparato il valore di una stretta di mano.
12. Ho imparato la necessità di tendere la mano.
13. Ho imparato che siamo connessi per davvero e non solo in rete.
14. Mi sono reso conto che i confini non esistono e che siamo tutti sulla stessa barca.
15. E dal momento che siamo tutti sulla stessa barca, è meglio che i porti, tutti i porti, siano sempre aperti. Per tutti.
di David Allegranti
Corriere Fiorentino, 15 marzo 2020
Non c'era purtroppo bisogno dell'emergenza coronavirus per capire che le carceri italiane sono generalmente inadeguate e sovraffollate. Ma se qualcuno aveva ancora qualche dubbio sul vertice dell'amministrazione penitenziaria, se li sarà tolti dopo le rivolte in tutta Italia, Toscana compresa (Sollicciano, Prato): che cosa aspetta Francesco Basentini, capo del Dap, a dimettersi? È evidente che non è in grado di fronteggiare una situazione "ordinaria" (anche se ordinaria non è), figuriamoci adesso.
di Francesco Neri e Stefano Anastasia
poliziaedemocrazia.it, 15 marzo 2020
Un'insurrezione quasi sincronizzata che ha coinvolto molti istituti di pena, da Milano a Roma, da Modena a Palermo, da Padova a Parma, da Foggia a Lecce e Matera. 22 carceri italiane in rivolta, più di dieci morti per overdose da psicofarmaci o soffocamento. Da anni non accadeva nulla del genere nel sistema penitenziario italiano.
di Roberto Saviano
L'Espresso, 15 marzo 2020
Così sono visti in questi giorni i cittadini che stanno in carcere. Un pianeta disumano che vogliamo rimuovere dalla coscienza. Soprattutto adesso. Prima di iniziare a scrivere pensavo: c'è qualcosa che vorrei dire ora e che non ho mai detto prima? Qualcosa che, in queste ore buie, sento l'urgenza di comunicare?
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