ildispaccio.it, 15 marzo 2020
"Il grado di civiltà di un popolo si misura con l'attenzione e le cure che rivolge alla propria parte più debole, riconoscendola come propria e cercando di recuperarla alla funzione complessiva del corpo. Con ciò non penso al virus che attualmente imperversa in ogni parte del paese ma, a quella parte più antica che trasforma il malessere in trasgressione delle regole e per questo motivo si trova ristretta in luoghi di detenzione a meditare e fare ammenda per i propri errori.
Come ufficio del Garante Metropolitano, eravamo intervenuti nei giorni scorsi, per sottolineare come per allentare le tensioni provocate dall'emergenza "coronavirus" che ha creato sommosse in alcune carceri del territorio italiano, fosse necessario fornire ai detenuti alternative ai colloqui con i familiari, aumentando il numero di telefonate e le video chiamate oltre che, valutare la possibilità per i semiliberi e per chi usufruisce dei benefici dell'art. 21 (lavoro esterno) di non rientrare in cella la sera ma, di poter dormire nel proprio domicilio fino a che l'emergenza non sarà passata.
In questo la sensibilità del Tribunale di Sorveglianza e dei direttori delle carceri ha accolto, quand'anche non l'abbia preceduta, la richiesta di questo ufficio del Garante Metropolitano e di ciò rendiamo merito alla saggezza di chi ha reso possibili siffatti provvedimenti". Lo afferma in una nota Paolo Praticò, garante metropolitano dei detenuti di Reggio Calabria.
di Danilo Loria
strettoweb.com, 15 marzo 2020
Marrari: "in piena emergenza Covid-19 non è possibile abbandonare il personale sanitario e i detenuti degli Istituti Penitenziari della nostra provincia. Dopo mesi e mesi di battaglie, di solleciti e di vane rassicurazioni da parte dei Dirigenti Aziendali, l'ASP dimentica il suo personale in una situazione infuocata e pronta ad esplodere".
"In piena emergenza Covid-19 non è possibile abbandonare il personale sanitario e i detenuti degli Istituti Penitenziari della nostra provincia. Dopo mesi e mesi di battaglie, di solleciti e di vane rassicurazioni da parte dei Dirigenti Aziendali, l'ASP dimentica il suo personale in una situazione infuocata e pronta ad esplodere". È quanto scrive in una nota il Coordinatore Regionale del Cgs Nursind Calabria, Dr. Vincenzo Marrari. "Già a fine febbraio u.s., l'Area Sanitaria del carcere di Reggio Calabria-Arghillà ha avviato, di concerto con la Direzione d'Istituto, un protocollo sanitario di emergenza, condiviso tempestivamente con i detenuti che hanno compreso l'importanza del momento e ne hanno sostenuto i contenuti ed accettato le conseguenze. Ma, oggi, giungono ulteriori allarmanti notizie, legate al recente incremento ad Arghillà della popolazione detenuta ad alta assistenza sanitaria.
Come potrà essere garantita l'adeguata assistenza? Come si potrà avviare il turno infermieristico notturno senza personale? Come potranno, quattro infermieri, in servizio gestire tutte le attività ordinarie e di emergenza? Chi fornirà i necessari Dpi che a brevissimo saranno terminati? Non è più possibile aspettare questo silenzio dell'ASP di Reggio Calabria.
Il Nursind, conscio che in questo grave momento storico sia necessario garantire la presenza del personale in servizio, fa presente che non intende assolutamente promuovere giornate di sciopero che possano ritorcersi contro l'assistenza sanitaria prestata ai detenuti, ma auspica che in questa perdurante criticità vi siano interventi concreti da parte dei vertici dell'Azienda Sanitaria, volti ad integrare la forza lavoro necessaria per poter fronteggiare questa emergenza; senza dover prontamente denunciare il tutto all'A.G.", conclude.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 15 marzo 2020
Il 15 marzo di nove anni fa il vento delle "primavere arabe" investì anche Damasco Il regime reagì con durezza scatenando un conflitto che, nei successivi scenari, non è ancora finito. L'inizio delle rivolte - esattamente il 15 marzo 2011 - non fu molto diverso da altre rivolte già osservate in passato. Le folle scesero nelle strade di Damasco e dintorni a metà marzo. Il regime, come al solito, reagì con il pugno di ferro. Bombe, cecchini, torture.
La repressione durissima apparve sproporzionata rispetto agli slogan delle piazze, composte in maggioranza da studenti e giovani, che chiedevano per lo più democrazia e la fine della dittatura e del nepotismo.
Non molto diverso da ciò che era accaduto per esempio ad Hama nel gennaio - febbraio 1982, quando i carri armati inviati da Damasco spararono sulla popolazione, i caccia bombardarono e interi quartieri vennero rasi al suolo. Ancora oggi resta sconosciuto il numero preciso dei morti tra le organizzazioni legate ai Fratelli musulmani e tra i civili, sebbene la cifra più accettata si aggiri intorno ai 20 mila in poche settimane.
La differenza questa volta fu che le manifestazioni continuarono. Anzi, all'inizio dell'estate cominciarono a organizzarsi militarmente. Che cos'era cambiato nel frattempo? La diffusione dei social media aveva permesso di fare conoscere al mondo i fatti e coordinare le piazze tra gli attivisti; la corruzione e le ingiustizie elette a sistema tra i ranghi del governo baathista avevano raggiunto soglie insopportabili; la speranza di poter replicare i successi delle rivolte in Tunisia e in Egitto, con le defenestrazioni di Zine El-Abidine Ben Ali e di Hosni Mubarak, aveva aumentato l'eccitazione. La novità insomma - in quei mesi carichi di sogni per "primavere" mediorientali e nordafricane che si annunciavano epocali - era che forse finalmente si potevano davvero cambiare le cose e i popoli conquistavano consapevolezza.
Era il vento impetuoso delle "primavere arabe": più tardi tanto vituperate, ma in quel momento cariche di promesse e ottimismo. Bashar Assad aveva ereditato undici anni prima da suo padre Hafez il sistema della dittatura, con il suo esercito e soprattutto il potentissimo servizio segreto interno dominato dalla minoranza alawita, la stessa della famiglia presidenziale, che aveva cooptato come fedeli alleati i maggiorenti della comunità cristiana.
Durante le prime settimane la maggior parte degli attivisti delle rivolte non pretendeva il cambio di regime. Nonostante la nomenklatura siriana li abbia accusati di essere "agenti stranieri corrotti", chiedevano sostanzialmente graduali riforme politiche, il cambiamento democratico della Costituzione, libere elezioni monitorate da osservatori internazionali.
Eppure, già il 6 marzo il braccio armato della polizia aveva colpito senza pietà lasciando capire nei fatti quanto fosse ostile a qualsiasi compromesso sostanziale. Una quindicina di allievi del liceo di Daraa, nel sud-ovest del Paese presso il confine con la Giordania, avevano scritto sui muri slogan in favore delle sommosse.
Catturati e identificati, erano stati torturati in cella. Il cadavere di uno di loro, il quattordicenne Hamza al Khataeb, era stato consegnato alla famiglia con i genitali strappati. C'era in realtà poco di nuovo. Gli abusi sessuali sono sempre stati una "specialità" dei carcerieri siriani. Ma ora la foto del cadavere sfigurato venne postata su internet, diventando un motivo ulteriore di rabbia popolare.
Tra la fine dell'estate e l'inizio del 2012 lo scontro si fece ancora più violento. Cuore delle sommosse erano Homs, Hama, i villaggi sulla dorsale montuosa che corre parallela alla costa, le periferie di Damasco, le regioni di Idlib e Aleppo. Cresceva però anche l'elemento settario religioso: tanti sunniti (che rappresentano la maggioranza della popolazione) si unirono alle rivolte contro la minoranza alawita, setta sciita tradizionalmente legata all'Iran e alle milizie libanesi dell'Hezbollah.
Già a metà del 2012 le unità di Hezbollah si posero a fianco dei soldati di Bashar praticamente su ogni fronte. Crebbe il numero di effettivi dell'esercito regolare pronti a disertare pur di non dover sparare nelle piazze. Alcuni scapparono con le armi in mano. Nacque allora il cosiddetto "Free Syrian Army", una sorta di forza armata dell'opposizione che cercava di proporsi come alternativa radicale alla violenza del regime con una catena di comando gerarchica e unificata. Il progetto per qualche mese parve reggere. Tuttavia, ben presto si vanificò nella miriade di contrasti interni e nel carattere localistico dei conflitti. Era ormai guerra civile aperta, complicata dalla presenza di guerriglieri stranieri e interferenze di altri Paesi.
Sul vento genuino della lotta di liberazione contro la dittatura si innestò quello fanatico e intollerante della guerra di religione. Dal confine turco nord-occidentale cominciarono ad arrivare i volontari stranieri jihadisti, molti si accamparono sotto la bandiera nera di Al Qaeda: presto sarebbero diventati i ranghi fondatori dell'Isis siriano grazie agli aiuti di qualche principe saudita e del Golfo. Tra questi: talebani afghani e pakistani, estremisti del Fis algerino, palestinesi di Hamas, miliziani ceceni, rivoltosi tunisini e marocchini. Avevano armi e soldi: l'internazionale islamica irruppe sulla scena.
La sfida si fece spietata. Tutto fu permesso, dal ricorso alle armi chimiche agli attacchi deliberati contro ambulanze, medici, cliniche, scuole e ospedali. Gli agenti del regime trattarono allora con i capi dei gruppi islamici, compresi elementi di Al Qaeda, rinchiusi nel grande carcere di Sadnaya, non distante dalla capitale. L'accordo fu presto concluso: sarebbero stati liberati. In cambio avrebbero eliminato gli elementi moderati dalla rivoluzione. In questo modo le opposizioni vennero criminalizzate e gli Stati Uniti, assieme agli alleati della Nato, persero i loro interlocutori e la motivazione stessa per intervenire in difesa della rivoluzione. "Se mi cacciate, il mio posto verrà preso da Al Qaeda", ripetè Assad ai pochi giornalisti occidentali che accettò d'incontrare. Il suo piano era coadiuvato dagli uomini della famigerata Shabiha, la forza paramilitare fedele al regime incaricata dei "lavori sporchi": rapiva, assassinava, violentava. A documentare la gravità delle violenze arrivarono nell'agosto del 2013 le 53.275 foto diffuse da Caesar, fotografo siriano impiegato dai servizi segreti interni. A detta di Human Rights Watch, le immagini dei corpi straziati, deceduti per fame, castrati, gli occhi strappati, erano quelle di almeno 6.876 desaparecidos, in maggioranza giovani uomini, finiti nelle mani della polizia segreta.
Presto l'attenzione e l'orrore della comunità internazionale furono però distolti dalle riprese dei prigionieri decapitati in piazza dai fanatici dell'Isis, prima nella regione di Raqqa e poi a Mosul, quando nel giugno 2014 la guerriglia islamista irruppe dalla Siria nell'Iraq settentrionale. Fallirono così i tentativi di mediazione dell'Onu. La comunità internazionale rimase perlopiù a guardare. L'Europa non si mosse. Il precedente fallimentare della guerra in Iraq e soprattutto in Libia paralizzava qualsiasi progetto di intervento della Nato.
I moniti delle "linee rosse", annunciate da Barak Obama per l'azione Usa nel caso Bashar avesse utilizzato le armi chimiche contro la sua gente, vennero presto rinnegati. Tuttavia, nell'autunno 2014 gli Stati Uniti scelsero per la prima volta di operare militarmente con le forze curde accerchiate nella cittadina frontaliera di Kobane. Fu l'inizio della fine di Isis: tra ottobre e dicembre 2014 perse oltre 10 mila uomini, il fior fiore dei suoi volontari (allora circa 50 mila), per lo più bombardati dai droni Usa sui cento chilometri di strada tra Raqqa e Kobane.
Fu allora che la Turchia di Erdogan scese in campo per evitare la nascita di un'entità autonoma curda in Siria che potesse fare da puntello ai curdi autonomisti in Turchia, ma anche per evitare la ripresa del flusso di profughi sunniti siriani verso nord. In quel contesto Vladimir Putin, in piena coerenza con la tradizione russa di appoggio a Damasco per garantirsi le basi della marina tra Latakia e Tartus, decise di accrescere il sostegno a Bashar. La svolta fu nel 2015: grazie agli aiuti iraniani e alla copertura dei Mig di Mosca, l'esercito siriano, che solo l'anno prima pareva destinato alla sconfitta, riguadagnò terreno, si consolidò a Damasco, Homs, Hama, Palmira, mirò a riprendere Aleppo. Il Paese era ridotto in rovina, l'economia al collasso. I morti superavano il mezzo milione; i profughi all'estero, perlopiù in Turchia (alla volta dell'Europa), Giordania e Libano, erano oltre sei milioni, altrettanti gli sfollati interni.
I tragici sviluppi della crisi nelle ultime settimane sono oggi la diretta conseguenza dello scenario definito tra il 2017 e la sconfitta di Isis nel 2019 nelle sue ultime roccaforti lungo la valle dell'Eufrate. A fronte della marginalità delle forze Nato, e con circa 600 soldati americani attestati nelle aree petrolifere della provincia curda del Nord-Est, Assad appare determinato a riprendere il controllo del Paese grazie al contributo iraniano e soprattutto russo. I curdi stanno trattando la resa a Bashar. A contrastarlo c'è soltanto l'esercito turco, attestato nella regione di Idlib assieme alle milizie jihadiste sunnite figlie della rivoluzione del 2011 e radicalizzate da nove anni di guerre. I recenti accordi tra Erdogan e Putin per garantire nuove regole sul cessate il fuoco appaiono però estremamente fragili. L'ultimo tragico capitolo del lungo inverno siriano - anche la violenza del clima ha contribuito nei mesi scorsi al disastro umanitario - sarà scritto nelle prossime settimane.
di Marco Pollini
L'Espresso, 15 marzo 2020
Persone costrette a casa, persone che si siedono distanti, persone che si salutano da lontano. Mani lavate in continuazione, mani tenute prudentemente distanti dal viso. E poi città isolate, scuole chiuse, strade deserte. In pochi giorni la maledizione del coronavirus ha cambiato il nostro modo di vivere. E la politica che fino a qualche attimo prima era stentorea, assertiva, fintamente sicura di sé e delle proprie parole d'ordine s'è trovata d'un tratto a rincorrere la cronaca sanitaria cercando di fare eco come poteva ai suoi imperativi.
Forse dietro questi cambiamenti di costume - si spera provvisori c'è anche il disvelarsi di nuovi rapporti di forze e nuove necessità pubbliche. Nessun leader politico ha mai immaginato davvero che la sua opera di pianificazione avrebbe modificato più di tanto il costume e la vita dei suoi elettori. Ma ha lungamente fatto finta di crederlo. E così ci si è prodigati, un po' tutti, a promettere miracoli assicurando che la somministrazione delle proprie pozioni avrebbe inevitabilmente prodotto effetti prodigiosi. Ora però quella finzione viene meno. E ci si comincia a rendere conto che i grandi cambiamenti hanno un driver che non è quasi mai azionato dagli uomini di partito e di governo. Mentre la politica pretende di guidare evocando l'idea del comando, la quotidianità delle persone prende forma intorno ad altro. È l'imprevisto della vita che sottomette a sé la troppa prevedibilità delle strategie pianificate nei nostri fragili ambulacri del potere.
Un virus cambia oggi il paesaggio sociale. Come in passato altre novità - scientifiche, tecnologiche, produttive - hanno cambiato (per fortuna spesso in meglio) il nostro modo di stare al mondo. Mentre la politica e i suoi governi si sono limitati il più delle volte a correggere e limare le conseguenze di tutte queste diavolerie.
Senza quasi mai averle determinate. Così, non per caso, in questi ultimi giorni il linguaggio dei leader si è fatto improvvisamente più sorvegliato. Abbandonati certi toni solenni e perfino gladiatori di chi pensava di disporre in prima persona dei destini del proprio paese, i capifila della politica italiana hanno preso a muoversi quasi impauriti, col timore reverenziale che si riserva a forze molto più possenti di ognuno di loro.
Si respira da quelle parti quasi una involontaria sobrietà che sembra fare da contrappunto alla drammaticità del momento. C'è del buono, in tutto questo. Se ora la politica prende atto dei limiti del suo potere e smette di illudersi di avere nelle proprie mani destini troppo cruciali, forse è la volta che impara a rendersi più utile. Non perché sposti le montagne, compito che non è mai stato il suo. Ma perché traccia qualche passaggio di attraversamento tra una montagna e l'altra.
E nel farlo dà una mano a chi in mezzo a quelle montagne vorrebbe muoversi con qualche sicurezza e qualche libertà in più. Come dimostra la cronaca di questi giorni una larga parte del nostro destino collettivo non è più da tempo nelle mani della guida politica del paese. Né di chi la esercita, né di chi si propone di conquistarla. Ma l'autorevolezza della politica non può consistere nel rivendicare un potere irraggiungibile.
Consiste semmai nel predisporre regole che siano argini e limiti al potere altrui. Se il sentimento di paura che attanaglia i potenti del paese in questi giorni si tradurrà in un esercizio di modestia ne avremo guadagnato qualcosa. Chi fa politica potrà così liberarsi di una finzione a cui riesce sempre più difficile credere. E chi dalla politica si aspetta qualcosa (qualcosa, non tutto) potrà magari un giorno o l'altro dirsi meno insoddisfatto dei suoi esiti. Si tratta di essere più forti di un virus e più deboli delle proprie stesse illusioni.
Di Andrea Bellgamba
Corriere dell'Alto Adige, 15 marzo 2020
Gli psicologi Berti e Fabbrici: "L'obiettivo è abbassare il tasso di recidività". "Contras-ti" è un'associazione con sede a Bolzano in via Rosmini 28, che si occupa a livello nazionale di sex offender. Franca Berti, Garante dei detenuti per l'Alto Adige Claudio Fabbrici, psicologo e psicoterapeuta, sono i responsabili per il nord-est.
Quando è nata l'idea di creare l'associazione?
Fabbrici: "Lavoriamo in questo settore da molto e tre anni fa abbiamo deciso di creare un gruppo di lavoro eterogeneo composto da magistrati, avvocati, psicologi, criminologi e psicoterapeuti. La sezione bolzanina è nata in collaborazione con la camera penale del tribunale.
Qual è l'obiettivo che vi prefiggete?
F.: "Cambiare la cultura. Dobbiamo passare da una logica punitiva a quella della terapia con l'intento di abbassare la recidiva. I casi ci vengono segnalati dagli avvocati di volta in volta e le persone vengono seguite prima, durante e dopo il processo. Molti decidono di intraprendere questo percorso attirati da uno sconto di pena, ma sarebbe fondamentale che la terapia proseguisse anche dopo il periodo detentivo, quando non c'è più l'obbligo, ma solo il 10% circa delle persone prosegue. Se i sex offender vengono lasciati a loro stessi la percentuale di recidiva si attesta attorno al 50%, se seguiti cala fino al 7%.".
La segnalazione dell'autorità giudiziaria al supporto psicologico è obbligatoria?
Berti: "No, è a discrezione del magistrato. Sono gli avvocati a contattarci, anche per interesse verso uno sconto di pena. Col solo carcere i problemi si risolvono, ma in maniera temporanea. Quando i sex offender tornano in libertà lo fanno con un rinnovato desiderio di colpire. Possiamo affermare che il solo carcere, senza un'adeguata terapia, non è efficacie. La casa circondariale di Bollate, a Milano, è l'unica che attualmente affianca stabilmente la reclusione alla terapia".
Come si sviluppa la terapia?
F.: "Tutti i sex offender attivano dei meccanismi di autodifesa, minimizzando l'accaduto. La terapia si basa sull'attacco a questa negazione e renderli consapevoli del reato e del perché lo hanno commesso. Durante le sedute è spesso utile leggere gli atti, far prendere coscienza dei fatti e dei danni arrecati. Spesso lo si fa in sedute di gruppo, che noi svolgiamo presso la casa don Girelli-Casa San Giuseppe. Questo perché la reazione in pubblico è particolarmente forte".
Si può guarire da una patologia del genere?
B.: "No. I sex offender devono essere messi nelle condizioni di capire quando stanno per commettere un reato. Devono scattare in loro dei campanelli di allarme che li portino a rivolgersi al terapeuta per bloccare sul nascere il desiderio. Dobbiamo indurre i sensi di colpa e far comprendere quanto ha sofferto la vittima. Importantissimo è l'autocontenimento, non avvicinare più ragazzini o persone che hanno figli o fratelli piccoli. Chi ha questa patologia deve capire che è in continuo pericolo di ricadere in tentazione.
In Alto Adige quanto è diffusa questa problematica?
B.: "Abbastanza. Qui, soprattutto nelle valli, abbiamo il grosso problema degli incesti, una pedofilia intrafamiliare, commessa verso figli o fratelli, con dietro la motivazione che debbano essere gli adulti ad avviare i minori alla sessualità.
L'attrazione sessuale verso i minori è legata ad altri aspetti caratteriali?
B.: "Tutti i soggetti che si macchiano di reati del genere hanno delle grandi difficoltà sociali, disprezzano le regole ma non solo. Non riescono ad avere un rapporto alla pari con coetanei, una cosa che li stressa particolarmente. Per loro il rapporto coi minori è rivitalizzante. Molti soggetti hanno una grave immaturità sessuale. Non sono in grado a relazionarsi con gli adulti. Non riescono ad avere un rapporto sessuale, temono il giudizio dell'altro, mentre il ragazzino può essere dominato e sono loro a guidare il rapporto, quindi si sentono più a loro agio".
di Chiara Domenici
lasettimanalivorno.it, 15 marzo 2020
Nei giorni scorsi la cronaca ha raccontato di ribellioni e gravi tafferugli in alcune carceri italiane, scoppiate in seguito all'emergenza Coronavirus e alla restrizione dei colloqui con i parenti in visita ai detenuti. Abbiamo intervistato don Francesco Fiordaliso, cappellano del carcere di Livorno per sapere come i detenuti delle Sughere stanno affrontando questo momento di emergenza.
Don Francesco come si vive nel carcere la paura del contagio?
Prima di tutto, vorrei premettere che sono solo pochi mesi che ho cominciato questa avventura del servizio come cappellano all'interno del carcere di Livorno, per ora mi sto rendendo conto che il carcere è una realtà articolata, complessa e, sicuramente, interessante, ma ancora mi sento un novellino, ancora non so se ho capito bene le varie dinamiche e se sono in grado di dire realmente l'aria che tira oggi in carcere. Diciamo che ho contatti e colloqui con molti dei ragazzi (io li chiamo così), in diversi partecipano alla Messa e chiedono di parlare con me, con molti di loro c'è un rapporto di confidenza e fiducia, anche con coloro che hanno altre esperienze religiose, però mi sembra ancora insufficiente per avere un'idea completa della realtà del carcere.
Dico questo perché non ho la pretesa di dire come si vive in carcere a Livorno questo periodo, posso dire come la vivono quelle persone con cui ho maggiore conoscenza e confidenza, non posso parlare del carcere in assoluto, posso solo raccontare il mio punto di vista che, anche se non è completo, però qualche cosina mi fa vedere.
Premesso questo, i ragazzi vivono questo periodo particolare del nostro paese da una parte con un senso di incredulità, non riescono a credere che le persone non possano uscire di casa, che i negozi siano chiusi, che, chi non è in carcere, debba essere limitato nella propria libertà; in genere, per i detenuti, le persone che non sono in carcere hanno la fortuna di godere sempre di grandissime libertà che invece a loro sono negate per questo non riescono a credere che per paura del contagio la gente non sia libera di andare in giro, fanno fatica a capire perché le attività in carcere siano state sospese, perché le persone non possano incontrarsi liberamente.
Dall'altra parte però, in diversi, hanno capito la pericolosità di questo virus e si rendono conto che, qualora il virus entrasse in carcere, in poco tempo sarebbero tutti contagiati, per questo hanno accolto le restrizioni, in particolare la sospensione dei colloqui con i parenti, come un provvedimento a loro tutela. Inoltre, il poter sostituire i colloqui con le telefonate ha alleviato la sofferenza di non poter vedere i propri cari.
In altre carceri italiane la situazione si è fatta molto drammatica nei giorni scorsi, come hanno reagito i detenuti di Livorno?
Come ho detto, non sono un esperto di vita carceraria, però bisogna capire che la vita in carcere non è facile, il tempo non passa mai, lo spazio è ristretto e la privacy è un sogno, per questo motivo certe opportunità, anche piccole, sono accolte dai ragazzi come possibilità di respiro, di pensare ad altro, di avere possibilità di uno sfogo. Così, per loro, entrare in contatto con altre persone è un'opportunità meravigliosa, stringere una mano, dare un abbraccio è un'occasione di contatto umano, è un modo per sentirsi ancora considerati come persone, avere contatti con il mondo esterno li aiuta a sopportare il dover stare chiusi.
In realtà, questa cosa mi ha colpito da subito, fin dai primi giorni che frequentavo il carcere, i ragazzi hanno sempre cercato con me una stretta di mano, un abbraccio, un rapporto di vicinanza, mi colpiva questo cercare sempre la mia mano per stringerla, anche solo se ci incontravamo in corridoio. È interessante questa voglia di contatto perché li fa sentire capaci di umanità, li fa sentire considerati come persone, li fa sentire accolti. Capite bene che, in questo periodo, non poter dare la mano, non poter scambiare un abbraccio è una limitazione pesante per loro. Anche il non poter vedere i propri cari è un peso, perché li fa sentire ancora di più lontani, esclusi. Teniamo anche presente che, dai primi di marzo, ogni attività e ingresso esterni, escluso il personale, sono sospesi e quindi sentono ancora di più il distacco con la realtà esterna, anche alcuni servizi di assistenza messi in atto dalla Caritas sono rallentati e questo mette a dura prova la pazienza dei ragazzi. A me è stata concessa dall'amministrazione carceraria la possibilità di continuare ad incontrare i ragazzi, ad ascoltarli e ad accogliere i loro bisogni e i loro sfoghi, però la situazione è dura.
Però, per quanto sia difficile, la situazione in carcere a me sembra tranquilla, non mi sembra che ci siano stati particolari episodi, i ragazzi sembrano aver capito e accettato questa situazione, capiscono che non è bella ma che anche loro devono fare la propria parte, alcuni con cui ho parlato hanno anche espresso il proprio rammarico per quanto successo in altre carceri riconoscendo che la violenza non è mai portatrice di bene, anzi peggiora ancora di più le cose. Altri hanno chiesto di pregare per le persone fuori esposte al contagio, e altri ancora mi hanno detto che pregano ogni sera per i propri cari ma anche perché questa situazione possa risolversi prima possibile
E il personale di sicurezza? Come vive questi giorni?
È chiaro che tutti quanti sentiamo la responsabilità di tenere al sicuro i ragazzi e evitare loro un contagio che sarebbe terribile, per questo sono aumentati i controlli, sono limitati i contatti, anche i movimenti all'interno del carcere sono più complicati, però sto notando che il personale ha comunque con i ragazzi un rapporto che cerca di comprendere le loro difficoltà e, per quanto possibile, cerca di venire loro incontro per alleviare questa situazione di difficoltà e limitazione che, in un ambiente già limitante di per sé, come il carcere è chiaramente sentito come maggiormente pesante.
bergamonews.it, 15 marzo 2020
Il sindaco Gori in visita ai detenuti. La ditta Globo, fornitrice del Comune di Bergamo, nella serata di venerdì 13 marzo ha donato e installato otto computer con i quali sarà possibile realizzare dei "colloqui telematici" tra i detenuti e i loro familiari. Il sindaco di Bergamo Giorgio Gori ha fatto visita ai detenuti della Casa circondariale di via Gleno, li ha incontrati e ha ascoltato le loro richieste dopo le proteste dei giorni scorsi. In serata la ditta Globo, fornitrice del Comune di Bergamo, nella serata di venerdì 13 marzo ha donato e installato otto computer con i quali sarà possibile realizzare dei "colloqui telematici" tra i detenuti e i loro familiari.
Ecco il resoconto della giornata narrato dallo stesso sindaco. "Ho trovato un momento di pausa e vorrei dedicarlo a chi sta in carcere. Ai detenuti e chi lavora per la loro sorveglianza. C'è in generale il rischio di dimenticarcene e a maggior ragione in questi giorni difficili in cui, paradossalmente, ognuno di noi sperimenta cosa possa voler dire - con tutte le differenze del caso - trovarsi reclusi.
Noi stiamo chiusi nelle nostre case e usciamo solo per necessità. Ai detenuti, a causa dell'epidemia, sono state sospese le visite. È stato deciso a loro tutela - è facile immaginare le conseguenze se il virus dovesse penetrare dentro le mura di un carcere - ma molti hanno reagito male. Molti di loro hanno mogli o mariti e figli a casa e sono preoccupati, come tutti. Nelle carceri di diverse città hanno reagito molto male, ci sono state violenze e purtroppo diversi morti. Non a Bergamo, per fortuna, dove i detenuti hanno scelto la via del dialogo con le autorità di sorveglianza. E anche per questo - per esprimere loro l'apprezzamento per questa scelta di condotta pacifica e costruttiva - mi sono reso disponibile ad incontrarli.
Mi hanno accolto in una saletta, alla presenza della Direttrice della Casa Circondariale e del personale di sorveglianza: una quindicina di detenuti in rappresentanza delle diverse sezioni. Mi hanno letto e consegnato due documenti, uno indirizzato alle istituzioni politiche e in primo luogo al Ministro della Giustizia Bonafede, l'altro - contenente alcune istanze più puntuali - al Presidente del Tribunale di Sorveglianza. Ne hanno spiegato il contenuto, mostrando di capire bene l'emergenza a cui tutti stiamo facendo fronte e le ragioni delle restrizioni a cui sono stati sottoposti. Ma mi hanno chiesto attenzione, e riconoscimento del loro essere cittadini come gli altri, con la loro umanità e il loro diritto alla salute.
Chiedono che il Tribunale di Sorveglianza applichi le disposizioni - vigenti - che ad alcuni di loro consentirebbero di tornare a casa, o di scontare la pena ai domiciliari. Non mi addentro in questo campo, che non mi compete. Ma voglio ringraziarli per la cortesia con cui mi hanno accolto e per il senso di responsabilità testimoniato dai loro comportamenti e dalle loro parole.
Nelle prossime ore faremo recapitare alla Casa Circondariale di via Gleno otto computer, regalati dal nostro fornitore Globo, con i quali sarà possibile realizzare dei 'colloqui telematici' tra i detenuti e i loro familiari, sperando che questo brutto momento finisca presto".
di Viviana Mazza
Corriere della Sera, 15 marzo 2020
Negli stanzoni con i letti a castello dalle fantasie sgargianti, nel cortile dove lavano vestiti e pentole, o giocano a pallavolo: una fotografa iraniana-canadese ha seguito i giorni delle uxoricide detenute in un carcere-modello.
L'acqua scorre dal rubinetto. Parisa, con i capelli raccolti indietro, è china sulla sua bambina in pannolino che strilla mentre le fa il bagnetto in una bacinella di plastica. Quest'immagine potrebbe essere stata scattata ovunque, ma è straordinario che venga da un carcere in Afghanistan.
La fotografa iraniana-canadese Kiana Hayeri solleva il burqa azzurro in cui spesso le donne afghane vengono ritratte, guadagnandosi la fiducia che le permette di accostarsi alla vita delle detenute e delle guardiane della prigione femminile di Herat. Storie drammatiche All'inizio Hayeri arriva con un uomo come accompagnatore, ma una guardia le bisbiglia di tornare da sola. La fotografa lo farà, ripetutamente, per una decina di giorni.
Non le è permesso passare la notte dentro, ma le offrono il tè, osserva le carcerate che, in cambio di qualche soldo, badano ai figli delle guardiane, provano nuove acconciature, rompono insieme il digiuno del Ramadan negli stanzoni con i letti a castello allineati e decorati con fantasie sgargianti. La maggior parte del tempo lo passano in cortile, ad appendere il bucato, sfregare pentole, giocare a pallavolo. Parisa è un'assassina. Due anni fa ha ammazzato il marito, come una ventina delle 119 detenute che vivono con i loro 32 bambini in questa prigione-modello, gestita con l'aiuto di Ong locali, in una provincia a lungo affidata ai soldati italiani nella missione della Nato.
Parisa non è pentita. "Non potevo vivere un altro giorno con lui". Moltissime donne afghane sono costrette dalle famiglie a sposarsi giovanissime - lei a 16 anni - con uomini assai più anziani, criminali, combattenti, tossicodipendenti (o tutte e tre le cose insieme). In un Paese che, dopo oltre tre decenni di guerra, è assuefatto alla violenza domestica, era routine per Parisa che il marito la legasse e le battesse mani e piedi con un bastone di legno. In due occasioni "per darle una lezione" le ha sparato, ma l'ha mancata. Una volta si è accordato per vendere un rene della moglie: l'ha portata in ospedale, ma il gruppo sanguigno non combaciava con il compratore, perciò l'ha picchiata. Una sera Parisa si è chiusa a chiave in camera da letto, ha caricato il fucile del marito e ha aspettato. Quando lui ha cominciato a inveire fuori dalla porta, lei ha sparato. I proiettili hanno fatto breccia attraverso l'uscio, in pochi minuti è morto.
Nel 2016, ben prima del recente controverso accordo di pace tra l'America e i talebani, l'atmosfera da fine di un'era si sentiva già a Kabul. Un'avvocata, Latifa Sharifi, ci raccontò che dalla caduta del regime fondamentalista nel 2001 ci sono stati cambiamenti sulla carta, innanzitutto la legge sull'eliminazione della violenza contro le donne che sanziona lo stupro, le percosse alla moglie, i matrimoni forzati e precoci, e proibisce il controllo della famiglia sulla scelta del coniuge.
Ma la stragrande maggioranza dei casi non finisce mai in tribunale: la polizia, i procuratori e i giudici continuano a seguire le loro interpretazioni della sharia, e comunque gli stessi tribunali spesso decidono in base alle mazzette che ricevono. Il divorzio? "Devi provare che lui ti picchia, ma alcune madri, quando scoprono che i figli dopo i sette anni e le figlie dopo i nove restano col padre, preferiscono sopportare le botte". L'avvocata le aiutava e, per questo, riceveva minacce di morte di cui non osava parlare nemmeno al marito, per timore che non le permettesse più di lavorare.
Le auto-immolazioni - darsi fuoco - per tante vittime di violenza restano l'unica ribellione. Molte nel carcere di Herat hanno provato a togliersi la vita. La fotografa si chiede cos'è che, invece, fa scattare l'istinto di sopravvivenza, che trasforma la paura in rabbia. Parisa ha 22 anni, resterà dentro fino ai 36, ma ha i figli con sé: Fatima, un anno, e Mohammed di 3. Sembra assurdo, ma in prigione ha trovato, se non la pace, una forma di libertà, per sé e per loro.
Parisa e le altre provano "speranza", ha spiegato Hayeri al New York Times, che per primo ha pubblicato le immagini. Alcuni bambini, nati nel carcere, non hanno mai visto il mondo fuori. Le madri li guardano crescere, dopo i cinque anni li mandano dai parenti o in orfanotrofio per farli studiare. Parisa aveva lasciato che Mohammed andasse a trovare i suoceri: quando loro hanno cercato di sottrarle il bambino, si è battuta per rivendicarne la custodia, ottenendo che lo riportassero da lei.
Le madri di adolescenti si illuminano in viso: mia figlia ha vinto una borsa di studio, il mio è arrivato a piedi in Germania. Le loro storie ci ricordano Yalda, una madre incontrata quattro anni fa in un centro di detenzione temporaneo di Kabul. In uno stanzone assai più derelitto (poche prigioni afghane, conferma la fotografa, sono come quella di Herat), sedici donne aspettavano il verdetto con i figli piccoli al loro fianco. "Tre danzavano, due hanno bevuto vino e si sono azzuffate, due adultere...": elencava allora la direttrice scorrendo le accuse sul registro.
Anche a Herat metà delle condanne sono per crimini "morali", come la fuga da casa o i rapporti sessuali fuori dal matrimonio (vale pure in caso di stupro), verificati praticando "test di verginità" malgrado i dinieghi ufficiali. Quella donna di 32 anni, Yalda, ci raccontò che il marito beveva, la picchiava, le rubava i soldi. È stato quando lui ha cominciato a molestare le due figlie adolescenti che ha detto basta e ottenuto il divorzio. Allora lui ha presentato in tribunale una foto che la ritraeva con un altro uomo (un fotomontaggio, giurava Yalda): è stata condannata a 13 anni per adulterio.
Dopo la caduta dei talebani, i signori della guerra che hanno preso il potere si sono dimostrati spesso uguali ai talebani, e i governi occidentali poco disposti a condurre una battaglia culturale. Non tutte le conquiste sono illusorie, ma molte sono fragili e reversibili. Eppure, non sottovalutate la resilienza delle afghane. Da queste parti, si dice che le donne possono lasciare la casa soltanto in un'occasione: quando è tempo di avvolgerle nel sudario. Parisa e le altre hanno trovato un'altra via d'uscita: in manette.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 15 marzo 2020
Assieme alla canadese Edith Blais era stato sequestrato in Burkina Faso nel dicembre 2018. Luigi Di Maio parla con il padre e pianifica il rientro in Italia del giovane architetto. Sono tornati liberi dopo un anno e tre mesi di sequestro Luca Tacchetto e la sua compagna Edith Blais, i due volontari rapiti il 16 dicembre 2018 in Burkina Faso. Veneto di Vigonza lui, 31 anni, e canadese lei, 35 anni, partiti insieme dall'Italia un mese prima di scomparire, sono riapparsi venerdì sera in Mali, nella città di Kidal, in una base delle Nazioni Unite. La versione ufficiale fornita dal capo della missione dell'Onu nel Paese africano, Mahamat Saleh Annadif, dice che sono riusciti a fuggire dalla prigione in cui si trovavano rinchiusi; erano vestiti da tuareg, la popolazione nomade del deserto del Sahara, hanno fermato una macchina e si sono fatti accompagnare nella base di Minusma, la forza di pace locale dell'Onu.
Le immagini del dopo-liberazione li ritraggono in abiti civili (con le magliette dell'organizzazione), i volti sorridenti, lui con la barba folta ma i capelli tagliati da poco, lei con le treccine lunghe e ben curate. Dopo un lungo negoziato condotto dai rappresentanti dell'Aise, l'agenzia di intelligence per l'estero, con le autorità canadesi, Tacchetto è salito in serata su un aereo governativo diretto in Italia, Edith Blais invece è partita per il Canada. Oggi Luca sarà interrogato dal sostituto procuratore di Roma Sergio Colaiocco, che conduce l'inchiesta per sequestro di persona a scopo di terrorismo, e consegnerà al magistrato e ai carabinieri del Ros il racconto dei quindici mesi in cui è rimasto ostaggio, fino alle modalità del rilascio.
In un primo momento sembrava che gli ostaggi fossero stati liberati nell'ambito di un'operazione militare di Minusma, poi è stata accreditata la tesi della fuga, ma non è da escludere che per la liberazione dei due ragazzi sia stato pagato un riscatto. In questi lunghi mesi le trattative sono state condotte soprattutto dai canadesi, che a differenza dell'Italia hanno una rappresentanza diplomatica in Mali, e un anno fa l'allora ministra degli Esteri del canada (oggi vice-premier) Chrystia Freeland, aveva detto: "Ci sono cose che sappiamo ma non possiamo condividere, perché non vogliamo mettere in pericolo Edith".
In seguito altri segnali erano arrivati, compresa la prova che gli ostaggi fossero ancora in vita. Fin da subito si era ipotizzato che dal Burkina Faso - dove furono sequestrati all'indomani di una cena e di una serata danzante trascorsa a Bobo-Dioulasso, in Burkina Faso, in compagnia di un pensionato francese loro amico - Luca e Edith fossero stati trasferiti in Mali. Erano diretti in Togo, dopo essere partiti da Vigonzo, in provincia di Padova, e aver attraversato Francia, Spagna, Marocco, Mauritania e Mali; il loro obiettivo era di fare i volontari in una missione, ma il viaggio è stato interrotto dalla banda di sequestratori.
Nella zona di confine tra i due Stati e il Niger opera un cartello chiamato Jnim (Jama'a Nusrat ul-Islam wa al-Muslim), sigla di ispirazione jihadista che raccoglie militanti islamisti ispirati ad Al Qaeda e all'Isis, a cui si sarebbero uniti anche bande ribelli del Mali e gruppi tuareg. La stessa organizzazione che ha rapito o gestito il sequestro della coppia potrebbe aver preso in Niger, il 18 settembre 2018, padre Pierluigi Maccalli, missionario italiano scomparso una settimana dopo essere rientrato in Africa. E forse Nicola Chiacchio, un altro connazionale sparito nella stessa zona, che stava attraversando per motivi turistici.
A Tacchetto gli inquirenti italiani chiederanno se durante la sua prigionia ha visto o sentito qualcosa che abbia a che fare con gli altri due italiani spariti in quell'area. Poi potrà tornare nella sua Vigonza, dove lo aspetta la famiglia che però è sottoposta alle restrizioni per l'emergenza coronavirus, che proprio in Veneto ha fatto registrare molti contagi. Il padre Nunzio è stato sindaco del paese, e quello attualmente in carica, Innocente Marangon, ieri ha commentato: "Siamo tutti emozionati, ma non potremo festeggiare, questa grande notizia non deve generare il contrario di ciò che dobbiamo fare, cioè rimanere a casa". Lo stesso spirito espresso dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio: "Una buona notizia in questo momento di difficoltà per il Paese".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 15 marzo 2020
Due anni dopo l'omicidio di Marielle Franco, consigliera del municipio di Rio de Janeiro, e del suo autista Anderson Gomes, avvenuto la notte tra il 14 e il 15 marzo 2018, Amnesty International ha ricordato che questo crimine resta irrisolto ed è diventato un caso esemplare dell'impunità che asseconda la violenza contro i difensori dei diritti umani in Brasile.
Il 13 marzo 2019 Amnesty International e la famiglia di Marielle Franco avevano incontrato il governatore di Rio de Janeiro, Wilson Witzel, e il capo della procura generale Eduardo Gussem. Questi avevano promesso passi avanti verso la conclusione delle indagini garantendone velocità, indipendenza e trasparenza. Ma è successo esattamente il contrario. L'ultimo anno è stato caratterizzato dall'assenza di informazioni ufficiali e da una ridda di fughe di notizie. Quello che si sa di certo è che i due uomini arrestati un anno fa e sospettati di essere gli esecutori materiali del duplice omicidio saranno processati da una giuria popolare. In questi due anni, 983.000 persone di ogni parte del mondo hanno partecipato alla campagna di Amnesty International per la verità e la giustizia. Una campagna che andrà avanti fino a quando non arriveranno le risposte alle due domande: "Chi ha ordinato l'omicidio di Marielle Franco? E perché?".
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