modenatoday.it, 17 marzo 2020
"Nuova Dimora", un alloggio per i detenuti con particolari regimi di semilibertà: è questa la soluzione della Camera Penale di Modena che - insieme all'Associazione di volontariato Porta Aperta - promuove per far fronte alle situazioni che hanno scatenato le rivolte dei giorni scorsi.
È ormai appurato che le rivolte nelle carceri italiane verificatesi in tutta la penisola la scorsa settimana, siano frutto di crisi vecchie e nuove.
L'emergenza coronavirus - e la conseguente sospensione dei colloqui con i familiari-, sembra solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso già saturo da tempo. Il sovraffollamento delle carceri (in Italia, secondo una recente statistica resa nota dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, la popolazione carceraria è in soprannumero del 21,1%; e al Sant'Anna di Modena nello specifico i detenuti sarebbero stati 562 per 369 posti) infatti, come sottolinea la Camera Penale di Modena in un comunicato stampa emesso in mattinata "aveva già comportato in passato diverse condanne da parte dell'Europa per condizioni disumane".
Per sopperire a questa mancanza, a Modena erano già da qualche tempo in corso di realizzazione dei progetti capaci di consentire ad alcuni detenuti di intraprendere percorsi esterni al carcere, attualmente sospesi a causa della emergenza coronavirus. In seguito ai gravissimi fatti accaduti presso la Casa Circondariale Sant'Anna di Modena, l'inagibilità della struttura sta costringendo l'Amministrazione Penitenziaria a trasferire i detenuti in altre strutture d'Italia, ma l'Associazione di volontariato Porta Aperta Odv Ets e la Camera Penale di Modena Carl'Alberto Perroux, fanno sapere di voler fermamente evitare la dispersione di queste progettualità.
È proprio per questo motivo che le due associazioni hanno costruito e promuovono "Nuova dimora", un progetto finalizzato a creare alloggi per le persone private della libertà che si trovano in regime di lavoro all'esterno, in regime di semilibertà o per i quali siano già state ammesse ad altre misure alternative.
Verosimilmente questo progetto interesserà quei carcerati che hanno già in corso, o sono in procinto di ottenere, misure finalizzate a dare piena attuazione all'art. 27 Costituzione, nella parte in cui afferma che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Attuazione che, comporta l'ammissione a percorsi rieducativi e risocializzanti quali il lavoro esterno, la semilibertà e le altre misure alternative.
di Robert Kromar
tio.ch, 17 marzo 2020
Tensione e proteste sono generate a causa delle relative restrizioni dovute al coronavirus. Caos e proteste, con una presa d'ostaggi, e una conseguente evasione di massa, seguita dalla fuga per le vie della città. È successo di tutto in serata a San Paolo, in Brasile, dove le norme e le restrizioni anti-coronavirus hanno scatenato un'ondata di reazioni. L'esodo è avvenuto in particolare poiché era stato momentaneamente vietato ai detenuti il rilascio temporaneo.
La spiegazione è stata data dal Governo dello Stato brasiliano in una dichiarazione su Twitter. Il motivo principale della sospensione del rilascio temporaneo, come spiegano le autorità, è che le oltre 34.000 persone che possono approfittarne, se avessero preso il coronavirus, avrebbero potuto portarlo in carcere agli altri detenuti (considerati gruppo vulnerabile) al loro ritorno.
Ciò avrebbe portato a rischi eccessivi per gran parte dei detenuti, oltre che per la salute dei funzionari e degli amministratori. Tuttavia, la decisione non è andata giù ai detenuti, e si sono verificati atti di insubordinazione nelle carceri di Mongaguá, Tremembé, Porto Feliz e Mirandópolis. Numerose forze sia del Gruppo d'Intervento Rapido (Gir) che della Polizia militare dello Stato di San Paolo sono state impiegate e si stanno occupando della situazione, conclude la nota.
di Chiara Formica
2duerighe.com, 16 marzo 2020
Soli più di prima. Dobbiamo partire da qui se vogliamo attribuire un senso alle rivolte nelle carceri e andare oltre l'ostinata tentazione a colpevolizzare i detenuti a qualunque costo.
Ogni vicenda ha i suoi personaggi invisibili, quelli che passano inosservati o le cui azioni ci lasciano impassibili. Questa è da sempre la sorte delle persone recluse all'interno degli istituti penitenziari, è la sorte delle vite a latere. Di quelle persone che vivono, si, ma sempre mentre accade qualcosa di più rilevante.
Il Manifesto, 16 marzo 2020
Dopo la morte di 13 detenuti: appello alla costituzione di un Comitato che lavori da subito alla raccolta di informazioni sulle vicende di questi giorni e si propone - nel rispetto ma anche nella sollecitazione delle competenze istituzionali - di fare piena chiarezza sull'accaduto.
Tredici detenuti morti. Un numero inusitato, per giunta incerto, laddove alcuni quotidiani indicano quattordici. Numeri, neppure la dignità dei nomi, per la quale si sta adoperando il Garante nazionale dei diritti delle persone private di libertà.
Un numero impressionante, pur nell'eccezionalità delle circostanze in cui quelle morti si sono verificate. Viene in mente solo un unico altro episodio in qualche misura paragonabile: l'incendio nella sezione femminile del carcere torinese delle Vallette, avvenuto il 3 giugno 1989, nel quale rimasero uccise 9 recluse e 2 vigilatrici. Ma, oltre al numero, in quell'episodio furono almeno da subito chiare le cause, i media garantirono adeguate informazioni e approfondimenti, si arrivò a un processo penale. Della vicenda odierna, al contrario, colpisce l'informazione approssimativa su ciò che ha provocato quelle morti. Un'opacità mediatica e politica incomprensibile e ingiustificabile, anche tenuto nel debito conto l'emergenza sanitaria in corso con le gravi e impellenti problematiche che pone a tutti.
Il ministro della Giustizia, nella sua informativa al Parlamento sui disordini che hanno scosso numerose carceri provocando ingenti danni e feriti, ha sostanzialmente sorvolato sull'aspetto più grave, vale a dire l'ingente numero delle vittime tra i detenuti, le dinamiche che le hanno provocate, le eventuali responsabilità e differenze tra caso e caso. L'unico accenno al riguardo fatto dal ministro dà anzi adito alle peggiori ipotesi, laddove ha affermato che "le cause, dai primi rilievi, sembrano per lo più riconducibili all'abuso di sostanze sottratte alle infermerie durante i disordini", senza dettagliare i casi e senza minimamente chiarire quali siano le altre cause occorse oltre a quelle "per lo più" riferibili all'uso di sostanze. E in ogni caso, anche per le morti da farmaci, le domande sulle dinamiche del mancato soccorso durante la reazione alle rivolte e durante le traduzioni sono più che aperte.
Così pure il Guardasigilli non ha dato le necessarie risposte sui rischi per i reclusi e il personale di contagio da coronavirus nelle carceri chiarendo - o smentendo - quanto riportato da notizie di stampa, secondo cui si sarebbero già registrati alcuni casi, anche nel carcere di Modena, dove particolarmente si è accesa la protesta e dove è stato così alto il numero dei decessi. Essere rinchiusi in pochi metri affollati, privi di tutto, da chiunque non può che essere percepito come un rischio enorme per la propria incolumità, come del resto è noto che in carcere ogni malattia ha infinitamente maggiori probabilità di essere contratta. Anche per questo riteniamo fuorviante adombrare per le proteste supposti piani della criminalità organizzata, anziché, pur censurando le violenze, capire le ragioni di chi si è ribellato a una situazione che non è stata gestita, di fronte alla mancanza di misure per assicurare il diritto alla salute delle persone detenute, che deve essere tutelato alla pari di tutti gli altri cittadini e cittadine.
Da molto tempo il sistema penitenziario pare aver rinunciato a una visione costituzionalmente ancorata e orientata, divenendo sempre più solo un deposito di corpi, di disagio, di vite considerate "a perdere". Appare evidente che la vita e l'incolumità di chi è recluso e reclusa sia l'ultima preoccupazione. Nel 2015-2016, il grande lavoro degli Stati generali dell'esecuzione penale, che ha fruito del generoso e qualificato impegno di centinaia di persone e suscitato ampie speranze, è stato alla fine frustrato e deluso per la scelta del governo pro tempore di rinunciare a varare le riforme allora messe a punto. Una scelta che è concausa della attuale drammatica situazione; riforme che andrebbero riprese e rapidamente varate, oltre a misure immediate di ridimensionamento del numero dei reclusi, quali quelle indicate da diverse associazioni in questi giorni.
A noi pare che la tragica morte di tredici persone detenute non possa essere rimossa e nascosta. Tutti coloro che vivono nel carcere, vi lavorano o lo frequentano, i famigliari e in generale la società e la pubblica opinione, hanno diritto di conoscere ciò che è successo nei dettagli. E di conoscerlo tempestivamente: poiché occorre avere consapevolezza di quanto l'opacità, la disinformazione, l'incertezza e la paura possano provocare in chi vive rinchiuso disperazione, la quale a sua volta può innescare nuovi conflitti.
Al contempo questa vicenda e lo stato generalizzato di profondo disagio e sofferenza delle carceri, che si è ora manifestato con ulteriore evidenza, vanno trasformati in occasione per ripensare la pena e la sua funzione e per riformare il sistema che la amministra.
questa necessità e prospettiva, facciamo appello alle associazioni, al composito mondo del volontariato penitenziario, alla rete dei media sociali, ad avvocati e operatori del diritto, ai Garanti dei diritti delle persone private della libertà con cui per primi si intende collaborare dato il fondamentale ruolo, a tutti coloro che in modo singolo o organizzato sono impegnati in percorsi e culture improntate alla decarcerizzazione, al recupero sociale, alla depenalizzazione di condotte quali il consumo di droghe, alla tutela dei diritti umani e sociali, per costituire assieme un Comitato che lavori da subito alla raccolta di informazioni sulle vicende di questi giorni e che si proponga - nel rispetto ma anche nella sollecitazione delle competenze istituzionali - di fare piena chiarezza sull'accaduto. Per aderire:
Sottoscrivono: Vittorio Agnoletto, Ascanio Celestini, Franco Corleone, Giuseppe De Marzo, Alessandro De Pascale, Monica Gallo, Nicoletta Gandus, Francesco Maisto, Bruno Mellano, Moni Ovadia, Livio Pepino, Marco Revelli, Susanna Ronconi, Paolo Rossi e la Compagnia teatrale dei "Fuorilegge di Versailles", Sergio Segio, Stefano Vecchio, Grazia Zuffa.
di Graziella Di Mambro
articolo21.org, 16 marzo 2020
Partendo dalla svolta tecnologica. Un rapporto dell'associazione Antigone spiega cosa sta succedendo in queste ore nelle carceri italiane e cosa si può fare per attutire gli effetti del coronavirus e i timori che sono stati alla base delle rivolte della settimana scorsa, archiviate, probabilmente, troppo in fretta.
Ci sono stati quattordici morti negli istituti penitenziari italiani (50 quelli coinvolti). Una notizia che avrebbe scosso alle fondamenta la nostra democrazia se non fossimo stati alle prese con questa grave emergenza sanitaria nazionale. Ma intanto lì, tra le mura del carcere resta il sovraffollamento come anomalia cronica nel nostro Paese, con tanta paura, anche del virus ma non solo, disperazione, solitudine, incertezze.
Il fatto che alcuni detenuti siano morti per overdose dice molto, ci ricorda che nelle carceri italiane circola tantissima droga e ci sono gerarchie lì dentro, tra i detenuti, ci sono soprusi e violenze e il lavoro fatto dalla polizia penitenziaria certe volte è eroico e i volontari adesso non possono più entrare, collaborare come prima. Anche questo pianeta sta cambiando.
Antigone, con Anpi, Arci e gruppo Abele, snocciola in queste ore dati raggelanti su quel "pianeta": i posti disponibili nelle carceri italiane sono 50.931, cui vanno sottratti quelli resi inagibili nei giorni scorsi; alcuni istituti hanno un tasso di sovraffollamento del 190% poiché i detenuti presenti (a fine febbraio) erano 61.230 ed è evidente che le distanze previste dalle norme sulla prevenzione in quelle strutture non possono essere rispettate, visto che in alcune celle ci sono tre persone in spazi di 12 metri quadrati in media. Bisognerebbe sanificare gli spazi comuni ed effettuare un rifornimento di presidi sanitari e prodotti per l'igiene per cercare di uniformare il "mondo di dentro" col "mondo di fuori".
Antigone e le altre associazioni hanno proposto un pacchetto di interventi per estendere le misure di protezione contro il coronavirus anche alle carceri. E tra questi cui sono l'estensione della detenzione domiciliare per le persone che hanno già problemi di salute, per coloro che hanno già il regime della semilibertà e trasformare le sentenze esecutive che prevedono il carcere in regime dei arresti domiciliari, ciò al fine di attenuare almeno il sovraffollamento.
Nell'immediato viene proposto l'acquisto di smartphone per ogni cento detenuti così da poter ampliare la possibilità dei colloqui i video con i familiari su numeri già autorizzati e comunque con la presenza di un agente, in fondo sarebbe solo una modalità tecnologica rispetto ai colloqui in luoghi fisici che sono vietati in questo periodo. Allo stesso scopo viene altresì proposto l'ampliamento dei canali via mail e altre opzioni di colloqui on line sempre con familiari e nei limiti previsti.
camerepenali.it, 16 marzo 2020
Lettera pubblica a Matteo Renzi, Andrea Orlando, Pietro Grasso, protagonisti degli Stati Generali dell'esecuzione penale, per chiedere loro un impegno personale, diretto e concreto affinché siano in via straordinaria assunte oggi iniziative per alleggerirne la condizione.
Egregi Signori, la situazione all'interno degli istituti penitenziari italiani è ormai di una drammaticità assoluta perché il sovraffollamento è aggravato dal reale e gravissimo rischio del contagio.
Le recenti rivolte, certamente inaccettabili e comunque riconducibili ad una minoranza di detenuti, sono l'effetto dell'estremo degrado nel quale è costretta a vivere sia la popolazione detenuta sia coloro i quali sono chiamati a svolgere i compiti istituzionali di vigilanza, con la preoccupazione della diffusione del virus, già contratto da alcuni di loro.
Il drammatico numero delle morti in quel contesto è la dimostrazione di come nel carcere siano costrette anche persone portatrici di disagio sociale e psichico o di tossicodipendenti per le quali il carcere non svolge alcuna funzione di recupero ed anzi ne aggrava la condizione.
Il concreto pericolo che dalla situazione di costrizione di molte persone in pochi metri quadrati, nei quali sono rinchiuse tutto il giorno in una condizione di promiscuità inumana, trasformi il carcere in luogo privilegiato per il diffondersi della pandemia è denunciato da tutti i rappresentanti delle istituzioni che interagiscono con il carcere, dal mondo del volontariato che è parte fondamentale di quella realtà, da esponenti religiosi ed anche dall'Avvocatura penale.
È questo il tempo della solidarietà e di azioni di governo che contribuiscano - con misure anche straordinarie - allo sforzo di tutti e di ciascuno per superare la grave emergenza che attanaglia il nostro Paese e che verrebbe ulteriormente aggravata dallo scaricare sul sistema sanitario, già prossimo al collasso, anche migliaia di detenuti.
L'Avvocatura penale ha in corso, in queste ore, una interlocuzione con il Ministro della giustizia sui possibili interventi per affrontare l'emergenza da coronavirus. Le nostre proposte sono state nel senso della individuazione di misure volte a rendere omogenee, per tutte le sedi giudiziarie, le regole per il rinvio delle udienze e prevedere la sospensione di tutti i termini processuali.
Abbiamo trovato nel Ministro un interlocutore attento sul piano degli interventi processuali, ma da lui non abbiamo ottenuto risposta alcuna sulle proposte che abbiamo avanzato sul tema del carcere.
Eppure si tratta di proposte semplici, di facile e immediata attuazione, quali stabilire che la prosecuzione della espiazione delle pene inferiori ai ventiquattro mesi si svolga in regime di detenzione domiciliare, indicazioni per la ordinarietà della misura degli arresti domiciliari nelle situazioni nelle quali siano individuati i presupposti per l'adozione di misure coercitive, interventi di proroga e differimento di esecuzione della pena nelle situazioni di disagio o malattia; insomma misure assolutamente ragionevoli e che riguardano la popolazione carceraria di minor pericolosità sociale.
Sappiamo che il drammatico silenzio governativo non appartiene alla vostra sensibilità ed al vostro pensiero politico. Scriviamo a voi poiché personalmente siete stati protagonisti, sul versante della rappresentanza politica del governo del Paese, di un'importante stagione nella quale finalmente si era affrontato in modo sistematico il problema del carcere. Le indicazioni da voi positivamente individuate all'esito degli Stati Generali dell'esecuzione penale, in una situazione che già allora poneva le condizioni del mondo penitenziario tra le più pressanti urgenze civili, sono oggi il viatico delle nostre proposte.
In nome di quei valori e di quelle scelte in tempo così recente da voi condivise, in nome dei principi di civiltà e di umanità invocati da tutti gli operatori e da chi da sempre opera nel mondo del carcere, nonché in ragione dell'improcrastinabile necessità di evitare ulteriori emergenze sanitarie dentro e fuori le carceri, vi chiediamo un impegno personale, diretto e concreto affinché siano in via straordinaria assunte oggi iniziative per alleggerirne la condizione. Tutto ciò ha a che fare non solo con la drammaticità del momento, che non può essere governato da derive populiste, ma anche con l'idea di Paese che ci ritroveremo dopo questa drammatica emergenza.
Il Presidente dell'Unione delle Camere Penali Italiane, Avv. Gian Domenico Caiazza
Il Segretario dell'Unione delle Camere Penali Italiane, Avv. Eriberto Rosso
di Marco Galvani
Il Giorno, 16 marzo 2020
Gli agenti della Polizia penitenziaria al lavoro anche se hanno avuto contatti con persone contagiate. Niente quarantena per gli agenti del carcere. Non importa se hanno avuto contatti con persone positive al coronavirus o che si sospetti siano state contagiate: devono andare al lavoro lo stesso. È l'ordine impartito nero su bianco a tutti i direttori delle carceri da Francesco Basentini, capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
Immediata la reazione degli agenti, già da giorni sul piede di guerra per il clima di tensione nelle celle dopo la sospensione dei colloqui dei detenuti con i familiari: "Non ci considera mai nessuno, nel nuovo decreto del Governo con le nuove misure per fronteggiare l'emergenza coronavirus non c'è nulla per la polizia penitenziaria, eppure adesso siamo considerati servizio pubblico essenziale", sbotta Domenico Benemia della Uil penitenziari. Ed è per questo che per gli agenti del carcere non è prevista la quarantena.
Una deroga prevista per decreto, come per gli operatori sanitari. Quindi, tutti al lavoro comunque: "Per garantire l'operatività delle attività degli istituti penitenziari - scrive Basentini -, nell'unica prospettiva di salvaguardare l'ordine e la sicurezza pubblica collettiva, si ritiene che gli operatori di polizia penitenziaria in servizio debbano continuare a prestare servizio". Unica accortezza: evitare di impiegarli nei turni nelle sezioni a contatto con i detenuti o nei servizi di traduzione, cioè di accompagnamento all'esterno per visite mediche o processi. "Ma allora, se siamo equiparati a medici e infermieri, perché a noi non vengono fornite le mascherine?" denuncia Benemia.
Migliore (Iv): "Dal capo Dap nessun rispetto per sicurezza polizia e carceri" (Adnkronos)
"L'ultima circolare del capo del Dap impone ai poliziotti penitenziari, assimilati a operatori pubblici essenziali, di continuare a prestare servizio presso le strutture penitenziarie anche se abbiano incontrato persone probabilmente positive al coronavirus. Tale disposizione, come altre dell'amministrazione, non rispetta i più elementari requisiti di tutela e sicurezza del personale della polizia e non tiene conto della possibile diffusione del contagio all'interno delle carceri". Lo sottolinea il deputato di Italia Viva Gennaro Migliore, ex-sottosegretario alla Giustizia.
"Come evidenzia più di un sindacato della Polizia Penitenziaria, la priorità è quella di dotare tutti gli operatori di dispositivi di protezione individuale che, pur essendo stati annunciati in pompa magna e già in enorme ritardo, sono attualmente carenti presso gli istituti. Inoltre - spiega - va effettuato il tampone a tutti i poliziotti e va reso immediatamente pubblico il risultato".
"Non comprendere la specificità e l'eccezionalità dell'ambiente carcerario significa procurare danni all'intera collettività, ma in primo luogo a chi in quegli istituti lavora o è ristretto. Non si tratta di una polemica ma di riconoscere che dopo le rivolte, I ferimenti degli agenti e le tragiche morti di 14 detenuti avvenute negli ultimi giorni, nulla si stia facendo da parte del vertice del Dap in ossequio al più elementare buon senso", conclude.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 marzo 2020
Nella bozza del decreto che il governo si appresta ad approvare mancano misure deflattive per fronteggiare l'emergenza sia per gli agenti che per i detenuti. Per ora il testo del decreto legge è una bozza, quindi potrebbero esserci delle modifiche e, ci si augura di sì, visto che mancano completamente le misure deflattive per fronteggiare l'emergenza coronavirus in carcere.
Ma non solo. Non c'è nessun riferimento agli agenti penitenziari, l'unica forza di polizia non menzionata dal decreto in via di approvazione, ma soggetto ancora a modifiche. Su questo punto tuona il sindacalista Gennarino De Fazio, rappresentante nazionale della Uil-Pa Polizia Penitenziaria nazionale.
"Dalla lettura della bozza del decreto-legge che il Governo - denuncia De Fazio - dovrebbe varare in serata per fronteggiare l'emergenza epidemiologica da Covid-19, emerge che nulla sarebbe previsto in favore della Polizia penitenziaria.
Stanziamenti per il lavoro straordinario di appartenenti ai Carabinieri, alla Polizia di Stato e alla Guardia di Finanza, misure per i Vigili del Fuoco, sanificazione degli ambienti di lavoro per gli stessi operatori, ma niente di niente per il Corpo di polizia penitenziaria. Se così fosse, sarebbe inaccettabile!". Non ci sta il rappresentante della Uilpa: "Delle due l'una: o il Governo equipara l'opera della Polizia penitenziaria, com'è giusto che sia, agli altri servizi pubblici essenziali e assume urgentissimi provvedimenti anche in favore di quest'ultima, oppure dica espressamente che non ne fa parte e autorizzi i suoi appartenenti a comportarsi come tutti gli altri cittadini".
Per quanto riguarda il carcere, c'è la scheda relativa al risanamento economico dei danni subiti dalle rivolte. Sulla base delle prime informazioni acquisite presso i Provveditorati Regionali e Direzioni degli istituti penitenziari, infatti, si segnalano importanti danni di natura edilizia e di impiantistica che complessivamente raggiungono i 20 milioni di euro.
Per la copertura degli oneri è prevista quindi una specifica autorizzazione di spesa per l'anno 2020, finalizzata alla riparazione dei danni subiti dalle strutture, dagli impianti e dai beni mobili appartenenti all'amministrazione penitenziaria. Tutti soldi che saranno recuperati dai detenuti che hanno partecipato alle devastazioni. Quindi, per ora, nel decreto non c'è nulla per quanto riguarda i detenuti e la possibile ed auspicabile misura di deflazione. Ma bisogna attendere stasera.
Nel frattempo c'è una circolare emanata dal Dap dove ci sono ulteriori indicazioni operative per la prevenzione del contagio da coronavirus negli istituti penitenziari. Quali sono le cautele da intraprendere? Per quanto riguarda i nuovi giunti dalla libertà o da altri istituti sarà effettuato al momento dell'ingresso, presso le tensostrutture (ove presenti) o altro locale idoneo, un triage da parte del personale, opportunatamente dotato di dispostivi di protezione individuale, diretto in un primo orientamento.
Sarà cura del medico competente, in occasione della visita di primo ingresso, adottare tutti gli interventi di tipo sanitario: nei casi in cui verrà disposto l'isolamento sanitario della persona all'interno del carcere, esso avrà attuazione mediante collocamento del detenuto in apposita sezione già individuata dalla direzione. Per quanto riguardano i detenuti già presenti, in seguito di riferita sintomatologia da coronavirus, il detenuto sarà visitato presso la sua cella per la valutazione della procedura da seguire. Gli altri detenuti presenti verranno sottoposti ai controlli.
Nel caso positivo al tampone, i sanitari valuteranno se metterlo in isolamento sanitario oppure trasferirlo in ospedale. Rita Bernardini del Partito Radicale riferisce a Il Dubbio di non essere per nulla d'accordo con queste misure, perché le considera impraticabili.
"Mi dispiace - spiega l'esponente radicale e della presidenza di Nessuno Tocchi Caino - ma solo chi non conosce la realtà penitenziaria per quella che è, può inviare una circolare siffatta. Solo chi non conosce la promiscuità del carcere e la carentissima sanità penitenziaria, può permettersi di proporre isolamenti sanitari con servizi igienici "esclusivamente dedicati" e il supporto delle cure necessarie".
La Bernardini continua: "Solo chi non ha mai messo un piede nelle celle di detenzione, può pensare che un'emergenza come quella del coronavirus possa essere gestita nelle disastrose condizioni di fatiscenza e carenze di organico che ci sono oggi. Occorre un immediato decreto per far uscire da quel luogo di tortura almeno due decine di migliaia di detenuti non pericolosi: si può fare, si deve fare se non si vuol essere autori di reati gravissimi contro la salute e la vita stessa delle persone detenute e di chi in carcere ci lavora". Ora si attende il decretone finale, augurandoci che sia presa in considerazione tutta la popolazione penitenziaria, detenuti e agenti penitenziari compresi.
di Rosa Anna Ruggiero
Il Sole 24 Ore, 16 marzo 2020
La prova testimoniale, che è tradizionalmente considerata la prova principale del processo penale, sta diventando sempre più marginale per l'accertamento della responsabilità dell'imputato: da tempo oramai sono altri gli strumenti che vengono privilegiati. Le intercettazioni, le prove scientifiche, i documenti informatici o le video registrazioni. Prove preconfezionate, in altre parole, solo in apparenza più concludenti, che però per loro natura si formano fuori dal giudizio, dunque senza il controllo diretto del giudice chiamato a decidere. Proprio per questo il Codice di procedura penale assegna invece un ruolo centrale alle prove dichiarative, che si formano in dibattimento, nel contraddittorio delle parti, innanzi al giudice che determinerà l'esito del processo.
Il monito della Consulta - In questo scenario vanno contestualizzate due recenti decisioni della Corte costituzionale e delle Sezioni unite della Cassazione che hanno di fatto messo in soffitta una regola cardine del Codice di rito e che riguarda appunto le prove costituende, prima fra tutte quella testimoniale: il riferimento è all'articolo 525, comma 2, del Codice di procedura penale che individua nella necessaria identità tra giudice chiamato a decidere e giudice che abbia partecipato al dibattimento un principio fondante del nostro processo accusatorio, non a caso presidiato dalla nullità assoluta, la più grave tra le invalidità.
Il senso della norma è chiaro: l'imputato non può essere giudicato se non da chi abbia costruito il proprio convincimento sulla base di prove che ha visto formare innanzi a sé e di cui proprio per questo abbia potuto apprezzare l'attendibilità. Pertanto, se il giudice cambia, il dibattimento - se viene richiesto - è da rifare. Vi è da dire che, in genere, le parti lo chiedono e questo inevitabilmente incide sulla durata del processo, soprattutto nei casi in cui il giudice cambi più volte.
La Cassazione - Tuttavia, dopo il monito rivolto al legislatore da parte della Corte costituzionale, che suggeriva di prevedere "ragionevoli eccezioni" a questo principio, in modo da evitare l'impiego strumentale del diritto alla rinnovazione e il ripetersi di istruttorie che dilatano i tempi già lunghi del processo penale, sono state le Sezioni unite a invertire il rapporto regola-eccezione, affermando che la rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale non è dovuta se muta la persona fisica del giudice, a meno che non si dimostri la necessità di esaminare i dichiaranti su fatti rimasti in precedenza inesplorati. In base a questa interpretazione, il nuovo giudice dunque potrà decidere, di norma, sulla base dei verbali di prove acquisite da altri prima di lui. Ciò significa non ritenere più fondamentale quel contatto diretto tra organo giudicante e fonte di prova, caratteristica tipica della prova testimoniale, nonostante l'articolo 525 del Codice di procedura penale.
Udienze ravvicinate - I processi che ricominciano all'infinito per variazione del giudice e che rappresentano una patologia del nostro sistema si devono quasi sempre ai frequenti trasferimenti dei magistrati ad altro ufficio. Una soluzione a questa stortura andava trovata, ma non mettendo a carico dell'imputato il costo di una disfunzione di cui non ha responsabilità. Si sarebbe potuto (e si potrebbe) sperimentare, come in alcuni tribunali già avviene, che il dibattimento di primo grado non inizi se non quando si sia in grado di calendarizzare udienze molto ravvicinate, così da assicurare tempi più contenuti, limitando l'incognita della destinazione del giudice altrove.
Andava verificata la possibilità di sospendere il trasferimento del magistrato sino al momento della definizione dei processi in corso. È difficile, in altre parole, credere che non esistano strumenti organizzativi per evitare lo scandalo della sostituzione di nove giudici diversi (ciò che si era verificato nel giudizio nel quale è stata sollevata la questione di costituzionalità dell'articolo 525 del Codice di procedura penale), senza comprimere i diritti della difesa, anche quando vi sia il rischio di un loro uso strumentale.
Viviamo però in un momento storico in cui appaiono obsolete quelle prove un tempo considerate fondamentali per l'accertamento: così, l'ultimo disegno di legge di riforma del processo penale recepisce le conclusioni delle Sezioni unite in merito alla presunzione di superfluità della rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale dopo il cambiamento del giudice. Se questa riforma dovesse passare, la prova testimoniale diverrebbe ancor meno rilevante in un processo che non recupererà comunque efficienza dalla rinuncia alle garanzie.
di Aldo Natalini
Il Sole 24 Ore, 16 marzo 2020
In fuga dal virus nelle "zone protette" e dalle misure estese a tutto il territorio nazionale con i Dpcm 8 marzo e 9 marzo, tra psicosi collettiva e italica insofferenza alle regole (anche se di salute pubblica).
Chi è scappato dalle "zone rosse" lombarde e venete: cosa rischia - Già nelle scorse settimane, in vigenza delle prime "zone rosse" (lombarde e veneta) istituite col Dpcm del 23 febbraio, attuativo del coevo decreto legge n. 6/2020, si sono moltiplicate le notizie di violazioni alle disposizioni governative impartite per il contenimento del contagio da COVID-19: alcuni lodigiani sono scappati dalla zona-focolaio per raggiungere le loro famiglie al sud; altri hanno tentato di forzare i controlli dei checkpoint per portare materiali ad amici o parenti; altri ancora, improvvidamente, hanno eluso la quarantena fiduciaria entrando in contatto con altre persone.
Le misure rafforzate su tutto il territorio nazionale - Più di recente con l'identificazione dell'"area di contenimento rafforzato" all'intera regione Lombardia e alle quattordici province del nord sono aumentati i tentativi di fuga dalla "zona arancione" (iniziati nottetempo persino prima dell'entrata in vigore del Dpcm 8 marzo 2020, del quale improvvidamente sono state fatte circolate le bozze, innescando così un effetto panico a catena che ha sovvertito la ratio stessa delle nuove restrizioni). Da ultimo, con la "blindatura" totale dell'intero Paese (Dpcm 9 marzo 2020), il tema delle conseguenze penali connesse alla violazione delle stringenti misure di contenimento - assai invasive ma inevitabili, in ragione della rapidissima progressione della curva del contagio - riguarda ormai tutti, non più soltanto gli abitanti di alcuni territori. E inesorabilmente, a fronte di comportamenti irresponsabili, è affidata al diritto penale (e alle forze di polizia) la tenuta delle restrizioni previste dal Governo a tutela dei nostri "corpi".
Il Dl "Coronavirus": illecito penale ad hoc - Il decreto legge n. 6/2020, entrato in vigore il 23 febbraio scorso e convertito, a tempo di record, dalla legge n. 13/2020, è il principale provvedimento varato dall'Esecutivo nella prima fase del piano di interventi per fronteggiare l'epidemia da Covid-19. L'articolo 3, comma 4, del decreto legge n. 6/2020 contiene un illecito penale ad hoc, sanzionato ai sensi dell'articolo 650 del Cp, in caso di violazioni alle misure di contenimento ivi previste: contravvenzione che - come vedremo - di per sé è un'arma spuntata; tuttavia a essa possono aggiungersi ben più gravi titoli delittuosi (dolosi e colposi).










